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Full text of "Poesie siciliane"

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THE HEW YORK 



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UeUima Sditiont. 



STAMPERIA DI ANDREA SANTORO 

YU HoNTSTEHaiIlB Ncv. 4. 

1847. 






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COESNNO BIOGEIFICO 



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Gtovoniiì Meli^ehe Vimanime comentimm- 
fo, fum tol lieUa polnii, ma lie^ylì stramerif 
ha posto al grado di' piii figari inteUetU^ 
di nulValtro elogio oMnsogna che delle eue 
prodìàzioni^ o«» la eUvatezza della imma- 
ginazione la diliciUezza del sentimento e tut- 
to $e $te$$o trasfuse. Con tutto db dtUa 
sua vita brevemente diremo^ perchè si pos- 
sa innanzi tratto conoscere in guai modo ei 
riusd di ornamento e. di vantaggio aUasua 
terra natale. 

E* nacque addi guaitro marzo del milleset- 
tecentoguaranta in Palermof città capitale di 
Sicilia, da onesti genitori^ che tosto aile buone 
lettere lo avviarono- Afa poco frutto a bella 
prima ne colse poiché la falsità de" metodi va- 
namente raggirollo^ fra le baie gramaiicali per 
lo corso di sette anni, che da privati maestria 
e in seguito aUe gesuitiche scuole imparò. Del- 
Vistesso modo studiò la rettoncc^ e la fUoso/ia 
fra le scolastiche puérilitd; sicché nissuoo 
avrebbe potuto da quel tempo antivedere lalur , 
minosa riuscita del giovinetto* 

Ma ritrattosi a casa cominciò a studiare 
da se la Alosofia del Wolfio che allora comin- 
ciava ad essere in voga. Indi lesse taluni ro- 
manzi, e tra lòrojfrimamente i Reali di Fran- 
cia che un affezionato zio somministravfiài' 
Cos\ appoco appoco andava disviluppanaosi. 
il iìM naturale inge^no^ il quale poscia con. 
lo studio dei classici^ ed inparticolar ijnodo, 
delC Ariosto j la sua possente inclinazione alla 
poesia appaleìb. 

Ebbe a primo incoraggiatore Antonio Luc- 
chesi-Palli principe di Campofranco che in 
sua casa chiamollo a far parte di un'accade- 
mia che de^piik chiarì letteraii di quel tempo 
componeasi, I primi saggi poetici del Meli fw 



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4 * t •>«■ I 



rono in italica favella e nel genere as^O fir tsmtir. 
co sul far del Rolli t ma poscia stabilì di esti- 
vare nel volgar sicUianaf^rnon disfiacere'Ol, 
suo meeenate^ che. solo ambipa lode. in quel yi« 
nere di poetare.. 

Studio pertanto il siciliemQ appresso al pa^ 
polo ed agli si^rittoripiitpregiatiekein copia 
ne ha Sicilia; ma pia partieolam^snie ebbe a 
modelli Veneziano e Rao , Se noi tifllesjtbe^ 
favellare singolarmente di tutte le sue, pror 
duzioni lunga opera sarMer solo cennandtile 
diremo cKesse SQno il pOt bel monumento di. 
sua gloria^ che « ie favole ilpe^oelamano k ia 
FontainCf le satire VOrazio dèlia Sicilia, il 
ditirambo pieno di vivacità^ .ricco di taì^ti 
idiotismi che stupendam^e il linguaggio ed 
il far de" beoni rappresentano^ mostra.^ 
Vautore tien quoii da prpsso ài R^di; sanof. 
esempio di sublimità le odi^, e tra ■ loro^ quella 
al cavaliere JUdgi de Mediai ^ittoUra al vi- 
ceré principe di Caramanèi;o^ e Viano a Dio; 
esempio di maestà le canzoni. 4 pi¥ quella 
per la morte del Carì;di brio e festeMol(izza i 
capitoli berneschi; i gravi e Felegitt.e tratut* 
te il pianto diEradito ed il Polemone , pqi^ 
tesano quanta fUosofianutriva chi le scrisset 
quanCarte possedeva a vest^rl^ di belle forwe 
e farla agevole a chiunque^ e specchio soaa 
del suQ compassionevole cuQrfi;^i poensetti fan 
vedm ob' e fu primo n conformare le ottave 
siciliane alla Manza d^lle itaHaaCf doppiane 
do QÌoé la rima degli ultimi due trurst, mentre^ 
che dappria con quella degli altri sei alter- 
natasi; e per dire particolannente quella del - 
la creazione del mondo é un compoeto di 
scherzoso e d instruttivo y e in esso twtti i 
prìncipali sistemi de* filoso fanti diseorroneit 
e con nuove e piacevoli fantasie le 



Me ne dwDékmo; prodotto di fmn Muma^s- 
zione è quello diiUa Foia GaianH;il Som Chi- 
sciotte finalmenie eroi- comico poema in dodi- 
ci canti moitra che $e Meli tra$$e Veroe dMa 
Mancia dalla vita che lo spagnmlo Cervantes 
ne compose^ seppe trovar ai sua fantasia futi- 
le Ira avventure e deserixiam^ e dipinger tut- 
to vivamente^ cont t ^o nendo 4 dm prtn k ip aU 
caratteri dèlVeroe e JiUo scudiero; tidto ève- 
colica parve rivivere il siracusano Teocrito^ 
in essa la bMa fuitura di Sicilia ritraendo 
con seibrietà ^immagini e di adornamenti ; 
nelle anacreontiche alfistesso Anacreonte la 
fama contende^ ma il siciliano piiper le im- 
magini il greco jnè per C espressioni dev^esser 

In geìèeride MeN dalla natura sorA la fa- 
ceUà di sentirle cose tenui semplici gentili^ e 
di esprimerle con imwuigini semplici e Itggia* 
dre. jE* la patria lingua riputk^ e tuttala rie- 
ckezza e la espressiva signifieanza ne mostrò 
ne'popelaresAi ìnotii e nelle dtre veneri sue 
^ropHCf ad ogni genere di stile maestrevot'- 
mente aeconidandola^ che sempre nette sue 
mani it pregio ottenne della semplicità della 
naturalezza della spontaneità^E" dicea dover- 
si pii^ che i libri studiare la bella natura^ ed 
il ietto ideede pertanto al bdlo di natura ac^ 
coppiò. 

Lo studio delle scienze della botanica della 
chimica della medicina non valse a spegnere 
in lui la possanza ìel fuoco poeticoMe e* prò- 
cedea sicuro sedie orme battute da un Batter 
da un Etvizio da un Campatila da un Fra- 
castoro da unMedi. Come scienziato fu altre» 
gì di giovamento alla patria^ perciocché op- 
pugnò il braimiano sistema^ a grado di scien- 
za la chimica sàllevb da professore detta imi- 
versità di Palermo^ le piit recenti dottrine e 
le migliori sperienze facendo conoscere abbat- 
tendo colla scorta del Lavoisier la dottrina 
del Flogisto, e m( w^ecctmismo della natura ^ 
e 9ùpfa altri utili soggetti lavorando. 

ConMe che iipoeta pub e dev* esser vantag- 
gioso étta patria, e cercò co" poetici fioriin^ 
stiltaHe i nik safii ammaestramenti^ e celle 
satire cera) f^r conoscere i vizi del tempo per 



riformarsi* Amante era dMa tranguittità e 
della pace e semprendle sm scritture esaltolla* 

Ebbe am^miratori la patria Tttalia laFran- 
da Vlnghilterra la Germania^e per tnti epar- 
ti le sue opere addimandavansi^ e in iffmiiie- 
re Ungrn tradueevansi.P^ dir pik particolar- 
mente Me a lodatori «m Alfieri un Cesarotti 
nn Rezzonico un Deenna un Metastazia m% 
Fonanti un Casti che a betta posta in Pater» 
mo si condnnu a chiedere il di lui parere pria 
dipuMictire i suoi AnimaU Parlemti eUn^ 
velie. Ebbe in vita una medag/Ua fattagli co* 
niare in Germania dal vrineipe Leopoldo 
Borbone^ si che vivendo nMa università dette 
lodi Videa cominciare la sua posferità . 

Fu basso detta perSKma, piuttosto pingue 
che no. Me occhi Vìvaci, la fronte larga nr- 
gosa, grosso il naso le labbra il mento e tutte 
le forme f di cdor bruno la faccia. Ebbe un^ani^ 
ma dolce affahih, che non da livore da sdegna 
o da vUtaai fu mossa. Faceto fu nei converseh 
re e fabbro di pronte arguzie. Sentì U pifi 
dolci impressioni la commiserazione V amic^ 
zia Vamore la riconoscenza» 

GiàpervcmUo al settagesimojuinto anno del» 
tetà in Palermo cessò ai vivere addi venti di- 
cembre del miUeottoeentoquindiei con sonano 
dolore de* suoi eittadhii, e pift drgjli amici, che 
lo accompagnarono al sepeUero e un marmo 
gVinnalzanmo netta chiesa a s. Francesco^ 
ove sia la di lui cMgie scelpita, ed una latina 
iscrizione di Michelangelo Monti, che rimen^ 
bra Vuomo di soavi costumi ed integro divita^ 
Vamore la delizia Fonore détte siciliane muse 
il secondo Teocrito ed Anacreonte. 

La patria riconoscente dal dì dMa morte 
dolorosa lo piange, e di aver avuto un tanto 

SUudo si gloria, pti fra le sciagure presenti ^ 
un monumento oggidì atta sua memoria 
innalza per lo scarpello di Valerio ViUareàlet 
storiandovi m basso rilievo U poeta udulo 
in atto di esser coronato da Apollo, cui fa se* 
guito il coro delle muse, tra le quali Erato ed 
Euterpe condotte per mano di Amore, stando 
ad un tronco di alloro catenato il tempo cAe 
dispetto spezza la sua falce. 



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Te greges centoiq, Sicalacqoe eircpip, . 

• M agiunt T«ic€«', tf bi tdlllt liiiibirom . 
ApU qltdrigls equa-, t^'bto Afro ^ 
Murice tiiicta : > 

Vestiunt lana: : MihJ iMrv* rura, et' ^ 
Spiritum Graj« tenuem Carneo» , . . 
Parca non mandai dedit: et maUgiMHii 
Spernere YiMgos. 

... Qk flOB. Ub. il» od. x^. ' 



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BUCCOLICA 



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I 

I 



BONETTO I. 

ManUgnoK InterrùUt da Vaddati; 
Rocchi di lippa e atéddara'TìstQti; 
Caduti d'acqui chhii ina^ìntati; 
Vattali mannuraDkl e stapi muti; 

VaoBit e' ctfnzarri scurii ed ìittbuscaii; 
Sterili juDebi* e ihiéstii cìuhiti; 
Tronchi da Imiahi età' ibalisbarratìj 
Gratti e lanbichl d'acqui già (mpitrati; 

Passari aulitarii cM chìaAciti; 
Eoi ehi aacoii lottu e poi ^ripeti, ' 
Ulmi abbrazsatl atrìtti da If v^tf; 

Tapori tacitarni; umbrr ségreiif 
Ritiri tranqàiUidaiml accngghitl * 
L'amieacdi la pad e la quieti* . ' 




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somsTtc li. 



1/ 



/ 



Pani, chr^tra lì sagri grufti o,0cii^. 
Unni 8*adura la iMa éfligii àaòtà, , 
Parrasti un jòrnu 9 mi dicii^Cì: canja 
Li caropagni, Ì*arinenti e li IpàB^liri; , 

E, la sampugnà,ingratji a lu to ^nujri. 
Chi fu Ninfa superba, e.ppi fli piayta, 
Mi pruiAi, dicennu: cu tia yatìta 
Eu éufu Grecu Siculu sfonuri.^ 

Glaccbl t^inlu gradisci' li mìei rlipi» 
Addurmenta li lupi'nlia li'taniy .^ 
E. di ragneddi accettaòoi U primi. '. 

Scacóta l'ambiziusi e li profani; 
E si qualcunu la tua bili un timi, 
Fallii vivu manciari da lì cani. 



PBIMA' 




.{ft; 



iDteriociitoti.^lilRiiBBiJt.CLORi, poi 

un Gbaparc. 



• « { ' 



Md. paaturedcla di li trizzi ad ùmia, 
Chi fai pinnata di la ipanu manca, 
Pr'un t'appigghiari ssa facciuzza bioDBa, 

For^i Yidisti 'uà vitedda bi^ioca 
Cu 'oa['bacchia nls^ìgpa/l1trà lu schinu^ ' 
Un'a* 1a^ truntì e naufa^ supra ©l'aiica? 



1 \ 

CU. Li^ vitti, ed èra Wìira di fratina; 
Avia là.musciaV é cu la .còda io autu 
CurreV^a (uria Versù lu pinninu* 

Vidi ddu vausu,un"àccurdaon'un flautu. 
Sedi \iri Cfai^arut ora ddi dclocu a pica 
'Ntra lu vàdduni .s'balanzau d*uà sautu. 

Sai dda grulla cbi premi e fa lambicu? 
E cc*è na zolla 'nterrat Ed avi , avanti 
Un canÀiteddu e iin arvulu di Rcu? 

Ddocu alVumbrì friscusi rài^ ranti 
SI vinni a canz!jirl,..e sj fid^sfl 
Sutta lu vausu In utiu di, li ,c^ti. 
d. Dda fòtsi unni io Aut^pnii à pettirussi 



Md 



PEIMAVERA 



Jea li Titti Bt yàM e oei Do'er'unu 
Qotsi 'oeqipalaf ma oo corpu di lussi, 

Chi li Tinnì molesta ed impoiiunu, 
Stracqnannolai la fici sbaUzzari? 
Ch. Sì: iì presenti lu locu opportuna? 
itti. Presenti? E cornai 
pio. È ddi, nun dubilari; 

CSnasl patiss. jéu poni H mei dui 
Pirdoli turlureddi ritraTari. 

Quanta li Tulia benil Jeu propria fui 
Chi l'addiTai» ciTannuli ogni stizza; 
Ma poi Tularu e nun li Titti Gchiui. 
Md. O pasluredda, Trisca di duaiiza, 
Ti ringraziu di cori; e pi dispiaci 
La pena, cb'ii pruTatu e l'aìnarizaa. 
L*ociddazzi (sia dillo cu tua paci) 
8ù beddi e carii ma sii sempri firmali; 
Né apprezzami tu bella ch'il noi piaci. 

Si putta dari sorti a chista uguali! 
Di TeDir*in tua manu, e meritari 
fisa stima chi felicita un murtali? 
Ma nun n'ipnu sapi|Q.profittari; 
Voi dunqui, 6 Ninbt dari perni a cui 
Mu li aapi conusciri e prizzari? 
Cr. Oh. Ti pisearPasturit.TJn scappi cobiui; 
P òanti, canti. La flauto è accurdatu; 
1^1 eca'mmenziii di nuautri dui. 
Cto. Ó si si; canb^ Melibeo gafbatii, 
; Canili ch*d teoipu propria; ni| liiTidi 
Coma gii sbarazzai! tu huyulatut 

Coma la terkà si rallegra. e ridi». 
Ca PrinìaTera manna missagg^ri 
Li rundineddi a. farisi li nfdiT ^ 
Mei* Cantu... Ma poi mi lassi oom'ajeri ? 
Jildibiu eanta. È passata la Turtura; 
Gii cioriu la mionulica; 
Pa la gratta a la chianui'a 
Nesci e Toni, ó Qori amicai 

Oii nni'nTita, gii noi chiama 
Primavera 'ntra li ciuri; 
Ógni frundà nni dici ama; 
L'aria stlssa spira amuri. 

Quali cori è renitenti 
A un piaciri accussl grata, 
Quannu tutti Pelementi 
Nni respirano la piatu ? 

La muntaana alpestri e dura» 
Gii oni senti la putenza; 
Gii si para di Tirdura; 
E U pasculi dispenaa. 

Vola un Zieflru amaruso 
^Icra na navata d'odurl ; 
Chi sniYi e graiiusa 



Scherza e ridi ca li ciurh • 

Manna lampi d'alUgria 
La Pianeta risplennenti; 
Chi rinova, chi arricria. 
Chi abbellisci l'elementi. 

Scarri e va di cosa in coaa 
Certa foca dilicatu; 
Chi fa Tegola la rosa; 
Chi fa fertili lu pratu« 

Gii lu senti la jinizza» 
Gii a la lauru s'accumpagiia; 
Di muggiti d'alUgrizza, 
Gii risona la montagna. 

La qujigghiuzza s*iaii»arazza ^ 
'Mmenzu Fervi di lu chiana: 
Va lu cani e la sbulazza; 
Poi coi abhaja di luolaou. 

E mentr'idda in aria accrisci 
. Movi ciammi a lu so ardori. 
Gii la fulmina e culpisoi 
Lu crudili cacciatori. 

'Ntra Ip rami lo cardidda 
Doci duci ciuciulia; 
Chivi a latu (miati(^a 1) 
La campagna la alligrla. 

Ma la tortura infelici 
Sfoga sola lo so affiatiu; 
Quasi esprima: coi mi dici 
Unni jio la mio diletto t 

Ronninedda pilligrina 
Pii l'amori W avi abhipila; 
Ora a terra s avvicina,. 
Ora va corno lu vento. 

Fa siotirsi lo piaoiri 
Sino airaspidi cdóù erodi; . 
TiiftL l'obKiioi e torti giri 
La ria serpi si io. chiodi*^ 

Ah tu sula, o dori amala, 
Pri mia barbara sventura. 
Barrai sorda ed ostinala, 
Qoanoo parrà la natora? 

Doct agiori, vita mia. 
Sta biddizza ch*è porleolo; 
Non si^ inalili pri lia. 
Né a coi fama sia tormdnlo. 

IDILIU L 

DAJijnrA. 

Gii cideyaoa granai da ti manti 
L'umbri, spruzzanni» sopra li campaci 
La satliii ac^uazkina: d'ogni lata 



FAU14VBBA 



Si ▼idkuBQ;funiìBri ib lantaoaDza 
Li rullici capanoi: a guardj, a guaidj 
TurnaTana li pecori a li maodri: 
Parti scinoiabu da li costi; e parti 
Sfilannu da li macchìt, e rampicannu 
Attomu di li concavi vaddatì, 
Vioianu allegri *ntra Taperii chiarii. 

E prima d^ddi, e poi gravi e severi 
Li grici cani cu la lunga giubba 
Marcia vaou guardigui a passi lenti, 
La 86luccaia cuda strascinannu. 

Siquitavanu appressu II pasturi, 
Tineniiu strilti sutta di lu vrazzu 
La virga e lu saccuni; mentri intenti 
E la vucca e li manu eranu tutti 
Ad aniroari flauti e sampogni. 
Mugghiavanu li vacchi pri chiamari 
Li vitidduzxi, e già distingui ognuna 
Lu propriu saogu, e si l'agguccia allatu 
Timennu ehi lu lupu, latri^ astutu, 
Pri fari li sci straggi, 
S*appro6tti di Tumbri e di la notti, 
Comu solinu fari li malvaggi* 

Tacinu Ì*ociddozzi 'ntra li rami, 
Su la la cucueciuta, ch'era stata 
La prima a lu sbigghiarsi, ultim'ancora , 
Va cireanou risettn pri li chianl, 
Ed ora l'ali soi pafpagghiannu , 
Sì saspenni 'ntra l'aria; ora s'abbassa, 
Ripitenou la solita canzuna. 

M'assai ccbiù varia, ochiù suavi e grata 
Lu rusignolu in funnu a lu vaddunì 
La sua ripigghia; chi d'intornu intornu 
L'arti, la terra, e lutti li viventi 
Penetra, tocca, e spusa airarmnnia 
L'amabili piaclri e la ductzza. 

Dameta intantu allatu a la sua Dori 
Sidia 'ntra 'na collina; in cui 'na rocca 
Spurgia supra la valli, e duminava 
La valli stissa, e li campagni intornu 
E li costi luntaoi e II cbianurì; 
Penetrato lu cori di piacirt, 
Pri tanti granni e maistusì oggetti. 
Chi lutti si vhiianu all'occhi soi 
Iddi propria quasi ad offeriri; 
Ma supra lutti scossui e Iraspurtata 
ih l'amabili oggettu ch'avia accantu, 
Senz'aspìttari autr'armunia, chi ehtdda» 
Chi respirava intornu la natura; / 

Teneru e gralu incominciau lu cantn.f V^ 
Dameta eanta. Sti sileozii, sta virdur*> 
Sti muntagni, sti vallali 
Iflia criala la natura 



Pri li aori innamurali* 

Lu susurru di li frwMii, 
Di lu ciumi lu lamentUt 
L'aria, l'ecu chi rispanni 
Tuttu spira sentiraentu. 

Dda farfalla accussl vaga, 
Lu muggitu di li tori, 
L'innoccenea chi vi appaga. 
Tutti parranu a lu cori. 

Slu frischettu insinuanti 
Chiudi un gruppu di piaciri» 
Accarizza l'alma amanti, 
E cci arrobba li suspiri. 

Gcè l'armuzza li soi porti 
Apri lutti a lu dilettu; 
Sulu è indignu di sta sorti 
Cui nun chiadi amuri in petlu, 

Sulu è reti, cui pò guardaci 
Duru e immobili èÙl acena; 
Ma lu stissu nun amari 
È delittu insemi, e pena. 
, Donna bella senza amurt 
E'na rosa fatta in eira; 
Senza vezzi; senza odurt. 
Chi nun vegeta, ne spira. 

Tu nun parrì, o Dori mia? 
Stu silenziu mi spaventa; 
È possibili, eh*in lia 
Qualchi affettu nun si senta? 

O chi Talma 'mbriacata 
Di laduci voluttati, 
Dintra un'estasi biata 
Li suoi sensi è confinati ? 

Lu to cori senza focu 
Comu cridiri purria; 
Si guardannuti pri pocu, 
Vennu vampi all'alma mia? 

Vampi , ohimè! chi Tocchiu ettla« 
Ch'eu li vivu, ch'eu l'anelu, 
Comu vivi la cicala 
La ruggiada di lu cela. 

Sti tot languidi pupiddi 
Mi cunviocinu abbastanza; 
Chi l'amurì parrà in iddi; 
Chi cc'ò focu in àbbunnanza* 

Oh chi fuasiru in cuncertm 
L'occhi toi cu li labbruzzii 
Oh nni fusai fattu certu 
Cu parolì almenu muzzi! 

Fussi almenu stu gentili. 
Grazi usu to russurì 
Testimoniu fidìU, 
Ver-y intorjieirj d*aauir.i!l 



10 



PAI||A?KRA 



Dimmi: forai fa paura . 

A lu cori to aeveru 

Un'affettu di natura ? 

Un'amuri finu e veru ? 
Ah, mìa cara pasturedda* 

Li Dei giusti ed immortali 

T'avirrianu fattu bedda. 

Si l'amurì fussi un mali? 
E Tamuti uo puru raggiu, 

Chi lu celu ia acappari, 
E ch'avviva pri viaggìu 
Suli, luna, terra e mari. 

Iddu duna a li sospiri 
la ducizza chiù squisita; 
Ed aspergi di piaciri* 
Li miserìi di la vita» 

Mugghia l'aria, e a so dispettu 
Lu pasturi a li capanni 
Strioci /a se Vamatu oggettu; 
E si scorda di l'afianni. 

Quannu unitu a lu liuni» 
Febu tuttu sieca ed ardi, 
Lu pasturi'ntra un maccbiunl 
Pasci ralma<:u li sguardi, 

Quannu tutti Telementi 
Poi cospiranu a favuri; 
Oh chi amabili momenti 
Oh delizii d*amuril 

Quannu provi la ducizza 
Di dui cori amanti amati, . 
Chiancirai Tinsipidizza 
Di ii tempi già passati. 

E sti pianti sti ciuriddi. 
Chi pri tia su stati muti, 
A lu cori ognunu d'iddi ^ 
Ti dirri : jorna a saluti, 

<:h*a lu tocu di l'afletti 
Ogni irvuzza chiacchiaria; 
Un cummereiu di diletti 
S'aprirà 'ntra iddi e tia^ 

Cedi, o Dori, o miu confortu* 
A sta liggi cchiù soprema; 
Ah iHin fari stu gran tortu 
A la toa biddizza estrema* 

Sì spusassi cu l'amuri 
Di natura ssi tesori. 
L'anni virdi ed immaturi 
Ti dirrevanu a In cori: 

Godi o Dori, e fa gudiri 
Stu .ik^umentu chi t'è data 
Nun è nostru l'avveniri; 

£ pirdutu lu passala 



IDILIU U. 
Lu GaAPAftO. 

Tirsi Craparu, a cui rideva in tacci 
Lu biunnu primiotlu, 
Chi di lu vastu regnu di l'Amuri, 
Fa la forza maggiuri, 
Azzaccanava dintra di 'na gruttat 
Ch'avia spinusa gaja a lu davanti 
Li già di latti saturi crapetti; 
Quannu scopri a 'na 'gnuni rannicchiato 
Di l'erranti famigghia un crapiolu. 
Chi nicu ancorai e forai da li lupi, 
Orfanu fattu di la cara matri 
Attirrutu fuennu e spavintatu 
S'era in funnu addagrutta 'ncrafucchiato* 

Si cci para davanti, e cu'distrizza 
Tirsi si ap|)osta a cbiudirci ogni scampu; 
E cala tu cala tu e a manu aperti, 
L'una chi guarda in autu e l'autra a basciu 
Leggiu ed attentu 'ncugna... 
Lu capriolu, chi si vidi strittu. 
Rincula... Si raecogghi e appuntiddannu 
Li pedi a terra gii sotannu scappa. 
Ma lu pasturi in aria racchiappa. 

Brillanu pri la gioia e lu piaciri 
Si lu strinci a lu pettu a poi cci dici: 
Oh fortunatii! Tu sarai di Nici; 
Tu gudirai la aua vista, e forsi 
Di gualchi so carignu. 
Oh quantu l'orva ti saprà chiù duci 
All'armunia suavi di dda vucii 
Jamu prestu a truvarla a la fontana, 
Unn' idda.spissu baiiica cu l'ochi*** 

Dissi, e s'indriiza versu di una vaddi» 
Duvi di lenti salici 'na gaja 
Porta a pedi, di un fonti, chi h specchiu 
A lu vausu di supra, chi di lippu 
E di capìdduvennaru vistutu, 
Mustra a la cima scarmmiggbiata testa 
Di pinnenti ruvetti 'mpidugghtati, 
Chi pari, chi si voggbianu acchiappari 
In funnu di cbidd'aoqui inargentati* 

Avia lu pastureddu di già soursa 

Gran parti di ia via* quannu firmatu 
Guarda attentu;... suspira«*.e di poi dici; 
Già la funtana è a vista; 
Ma all'oochi miei nun brillai 
Né a lu solitu so mi ridi 1 Ahimè! 
Nici dunea nun c'èl... 
Nìci, Nici, e unni si.?... Risona Nici 
L'ecu cu mia. ma oenti cchiu mi dici, 



tmìikysAÉ 



11 



Tija ceà dai Tiola : unti ohi porU^ 
Versa li margi, ann'ìdda xn a la spissu 
A metiri li juiichi« chi distina 
A tessimi fasceddi : l'aaimi spanta 
Versa W costa in facci a U marina, 
Unni spiftsu a lanuti ciafagghtani 
Strappa la bianca e tennira carina, 
Di cui noi fa cappeddi, 
'otriccia curdiceddi: 
Gei mi cunfunnu 1 Quali di li dai 
Viola diva sceggbiri a truvarla? 
Ta cansigghiami Amuri.. .Ma di lia 
Non oc*ò chi nni spirar! , 
Tu nun senti consigghi, 
E manco noi poi dari. 

Domannamu a sti Ninfi» si cartiii 
Alcuna ai noi trova, 
Chi sdì noi saceia a dare quakhi nova: 
O NinB chi a sidiri 

Vinili tra |i cturi, 

DebI chi puzzati aviri 

Sempri propizia Amaria 

DieiU in cortisia: 

Uon' è la Ninfa mia f 
La solita èi'^ana 

Nun 8i la vidi a lato, 

L*ecu pietosa umana 

Cu mia quant'à chiamata! 

O Ninfi, ia eurtisia 

Circatila pri mìa. 
'Na imagroi distinta 

I^idda vuliti quali 

Tra lo mio cort è pinta 

Tott*a lu naturali ? 

Eoeula lit pitturi 

Nni fi| hi stissu Amuri. 
Si d*oru mai viditi 

Fila suttila e baddi, 

O sfusi, tra 'oa riti, 

O tutti aneddi aneddi, 

Jarati: chi sannu iddi 

Di Niei ii <»piddi. 
La facci è vaga aaroM 

Quannu di la marina 

Spolpi la testa fora, 

Umida d'acquazzina, 

E sparsa di virmigghi 

Hosi tra bianchi gigghi* 
La fruntt è la sirenu 

Jorno di primavera. 

Chi spiega in poggtu ameo'a 

Tutta la pompa intera. 

E ehi di ddà rifletU 



,i i 



Sopra di l'aotrl oggetti. 

Si senza negghi avanti 
Yidili impallidiri 
Lu sóli in on istanti, 
Signu chi cumpariri 
Vidi dui occhi, o dui 
Suli, ma chiari echimi 

La picei dia so vucca 
Vrisca è di meli duci, 
Meli chi unitu sbucca 
A la suavi vuei. 
Si canta o si discnrri 

Sempri ducìzza scurri*. 

Lu pratu si ciuristi, ' 
L*erva si si ravviva, 
L'aria si si abbellisci 
Signu ehi Nici arriva* 
NtnO pri eurtisia 
Datinni avvisu a mia. 

EGLOGA IL 

LI MUNTI EREI 

DAKOTA E mtai 



Dam. Dimmi, o pasturi (chi lu celuscanzi 
Ssi toi viteddi da marocchiu e lapiì 
Pozza accustari, ssi cani su manzi; 
Tir. Sta fermu un pocu supra di ssa ruptr 
Gh*6n mi li chlamu: toma ccà scurgqnit 
Chi cu la cudà lu tirrenu seupi.-^ 

Tè vespa tè.. .Va curcati iiuni... 
Ora scimii sicura, e va unni voi. 
La terra e matrr all'ottimi comnni. 

E sr, pri quantu all'andstmenti toi 
Pari, sì un straniu, sedi ccà noni ^ria 
Chi In parti ristorar! anobi li poi- 
* "Na provala mi trovo primintia, . 
E uo pani ancora, caudti chi fuma, 
Fatto di casttgghiona e tommin^. 

Pdfr venirt a la mandra ai voi tunaar 
Nun è lontana; guarda ddà li jnei' . 
Quadri, oont hi* foca ancora addàmei. 
Dank. Graz] eo- renna aH'ospi tali 'B%i, 
E a tiia, ch'in beni oprari ti cumpiacir 
Ha di' : sa chisti ccà li munti Ere!? 

Prr taK mi l'annunziano la paci,- 
> La gran fertilità chi ridi intornu,. 
L'aria ohi lantu a respirarla pfacK 

.Porsi iu stissu Patri di hi jorqov 
Chi regna ancóra so li sagri raasf, 
fiaàrÀa dkKtchio- benigno sto con(x)pnui- 



raiMAVSRA 



12 

Tiju gaardj di pMori rinrosi^ 
Costi di inuoUigDi commigghiaH 
£ crapi l'aati cimi ruiousi* • 

Senta in tutti sti munti rimbammari 
Da li profunni vaddi li muggiti 
Di spacchi chi ddi stannu a pasculari. 
VìJQ a perdita d*occhiu roliviti» 
E tra tirreni appiii Tirdiggiari 
L*arsa a lu auli pampinusa Titi, 
Yiju tra li cullisi duminari 
L'addauru, chi ad ApoUini è graditu, 
£ querci Tanti munti curuoari. 

Yiju, chi nun cc'è amenu allegru situ 
In tutti sti cuntrati, unni nun spicchi 
^Na capanna, o un pagghiaru ben furnitu. 
Ttr« Lutravagghiuerindustria nni fa ricchi; 
Astria però la paci nni assicura, 
Né l'omuè contra i*omu a sticchi e nicchi. 

Si tra sii munti £rei unni natura 
Si cumpiaci virsari a manu chini 
Tutti li beni chi Tomu si augura, 

Kun ci rignassi Asiria cu li divini 
Soi liggi impressi tra li nostri cori, 
Mun truvirissi ccà chi ddisi e spini. 
Ddfli. Felici Yui, chi senza cripacori 
Vi guditi li campi ereditati. 
Li guardj di li crapi e vacchi e tori ! 

I^un v'invidiu; guditi o furtunati; 
Chianciu la mia miseria ohimè 1 li mei 
Cbianciu« ch'abbandonai, patrj cuntrati. 

La liggi in iddi è in manu <li li rei 
L'aggravj, Tangarii la mala fidi 
IVemmenu la pirdunanu a li Dei, 

Da prepotenti spuggbiari si vidi 
L*agricOlturi, e da rapaci l^tri, 
E l'avara ingordigia irisca e ridi. 

Astria perciò sdignata a lu Dìu patri 
Purtau li soi lagnanzi e cci chiamau 
Li flaggeUi di supra a fquatri a stpiatri : 
L'epidemia $ li crapi si atiaccau, 
Poi si cstisi a li pecuriea li vacchi, 
Né pri Taratru un boi cchiu cci arristau* 

Ora bnnu li grandini gran smacchi 
Di li lavuri e viti, ora Farsura 
Fa chi la terra pri la siti ciacchi; 

Ora lalluviuni ogni chianura 
Allaga, e si strascina e casi, e vigni, 
E lassa margi, chi fann'aria impura. 

Ufio'ett vidennu a tanti chiari signi 
LMra celesti ahbandunai li prati 
Da li suduri mei risi benigni. 

Lu celu, chi di mia appi pietati 
Mi avia laseatu potu vtcclii in vita 



Tra *na rinoiott vaddi eonfinatii^ 

In chista luntanissima e romita 
Parti jcu traspurtai la mia famigghia 
Da li miserj e guai trista e avvilita- 

Junti, dissi miu Patri: Va cunsigghla 
In un tempitt li Del, senza Taiutu 
D'iddi è vana ogni imprisa chi si pigghia: 

Pregali a farsi'iddi nostru scutu 
Contra di l'infortunj. Unn'eu lassati 
Tutti li mei, mi sii di ddè partota. 
Tir. Li toi casi mi iannu assai pietati. 
Ma datti paci. L'omini dabbeoi 
Ascianu da pertuttu amici e fratit 

Truvirai ccà riposa a li to peni, 
E pri wti duci alTilatu eh* in mia trota 
Ti auguro jorna placidi e sereni. 

Ora ripigfihia lu filu di novu 
Di lu raCcuntu, e dimmi li passali 
Toi vicenni, ch'intressuanch'eu nni froTU, 
Dam. Errai ramingu in varj cuntrati, 
E junsl unni li campi leontini 
Da lu Simetu sunnu abbivirati. 

Lu segui a mità; poi tra vicini 
Praterj m'indrizzai'mmensu a felici 
Siminerj di grani, ed ergi e lini. 

Scopru lu tempiu di li Dii Falici, 
FiKghi gemelli di Giovi o Talia, 
Di cui tanti prodi^j fama dici. 

Cc'eranu allatu d'acqua chi surg'a 
Dui laghìceddi, e un saggiu Sacerdoti, 
Ddocu a purificami mlnyia. 

Poi viju lu cuncursu di divoli 
Chi olTrivanu a li Dei frumentu e vinit 
Ogghi e viteddi da parti remoti; 

Di cui si nni fa parti a pellegrini 
Chi tra sti lochi TospiliUti 
K generusa supra ogni confini. 
lYr. Lu sacciu anchi 'iu pri prova, visitati 
Aju sti lochi, e vitti chi li riti 
Su edificanti, e assai beni osservati. 

Trattai li sacerdoti, ch'istruiti 
Sunn'anchi d'Esculapiu tra la scola. 
Ed in curari armenti assai periti. 
Di la saggizza d*iddi fama vola 
E supra tuttu di Ju disintressu; 
Lu bonu ferru si vidi a la mola- 

Perciò concurri iunu e Tautru fessQ» 
Da tutti li cuntrati e li cumarcbi. 
Da maUtj e da infortunj opressu. 
Pam. SI mi rigordu macilenti e zarchi 
NnL vitti assai chi stavanu aggucciati 
• Sina a lu nasu tra li sagghimmarcbi; 

Passalechiù jorna dda tranquilli e graDf 



niiUYtftà 



i« 



poi tiflifteoBa ft' quanta mi dieia 

Lu Yecchiu patri a la mia prima etati» 

Chi Toziu taatu all'omini nuda 9 
Qaantu noci la raggtooi alPazzaru , 
Chi adopratu nun'è, né si mania. 

Lu Uintstru pirlantu a li Dii caru, 
Prigai chi si dignassi d'impetrarì 
A li disgrazj mei tregua o riparu; 

Chi la famigghia mia fatta passari 
Quasi nova colonia tra *na vaddi* 
Facisairu pri seropri prosperar!*, 

Chi d'armenti imi abbnndinu li ataddl^ 
E tegnanu luntani H malvaggì, 
E li flagelli da li nostri spaddi. 

Diss'iddu: La natura aspri e sarvaggi 
Produci li piranj e li agghiastrit 
E la gran parti d'arruli e di erbaggi. 

Ma r ani chi rinsita» e fa parrastri, 
Cu la coltura li frutti addulciscl, 
E li guarda da mali e da disastri. 

Lu atisso aYTooi alFomn; intaWaggisci 
Si a se sUssu si lassa e si abbanduna , 
E di li feri{ appena differisci; 

MalVtio insita ,0 un sensu cispriggiuna, 
Chi è patri di ogni affettu dilicatu, 
E la ragiuni poi Topra curuna; 
Allora romu si vidi furmatu 
Pri la via di lu cori e di la menti, 
E muUu su li besij elevatu. 

Atti ancora a produrri sti purtei^i 
Di Aofioni, e diOrfeu li Uri foru. 
Chi lupi in paci attrassiru cu armenti- 
Ma si ben Y arti , o reliconiu coro 
Ammansisci li ruvidi e sarvaggif 
Non però chiddi in cui ridolu è Toru. 

E in cui malizia e vizi malvaggi, 
Lu senzu anchi comuni annu distruttu, 
E di ragiuni astutaru li ragc;i. 

Chisti cuntraii sunnu uguali in tuttu 
A li terri sfruttati* unni *un cci alligna. 
Unerva bona, o un arvulu di truttu. 

Dunca si tu s) d'induli benigna, 
rComu mostri a Taspettu) eu ti propongu 
T(a genti e *nà cumarca di |ia digna ; 

Dda «priquantu eu mi giudico e suppognu , 
TI basta TcoestA la buona fidi, 
D'autri raccummannizzi *un ai bisognu. 

Cu chisti suli, e non cu'autri guidi 
Tra li muotagni Erei beo rloevutu 



Sarrai.. «Tacci confida ed in mia cridi» 
Tir. pasturi, sii tu lu ben vinutul 
Quantu l'arrivu to mi juncì gratul 
Un Biu certu ti spira e dona ajota* 

Mi noi addugm a lu modo inuailatu, 
Chi prova lu miu cori a lu to diri» 
Quali un tempu cu Dafni avia pruvatu 

Quaiinu da la sua vucca proferir! 
*Ntisi parti di sol noti amurusi. 
Ch'in petttt mi si vinniru a scuiptrt; 
Dam. Ti pregu in grazia nun tini ri I chiosi 
Fa ch*eu li senta, gradirò stu beni 
Chiù di Tautri toi doni generusi. 
Tir. Chiuditi Vali vinticeddi ameni, 
Sutfindiii ocidduxxi di cantari^ 
Teitimopj vi vogghiu a li mei penij 

Suita li vostri nf di, umU aecurdari 
SuUa la mia eampugna^ da li dud 
Vostri carizxi apprisi aneh'iu ad amari* 

Li tnmuì^ali, Vinterrutta vuei^ 
Lespressioni di h' cori ardenti 
Purtaru aWoeeki mei 'no nova foci, 

Qualidei mi svigfhiaru tra la dienti { 
QuaVin peltu suavi battitori I 
QuaVimagini in sonnu seducenti! 

Ora Ventri stissa tidia in Cìori 
Cu Cupidini aUatUi dii dieia: 
Ama^ Vadura^ dunacei lu tari. 
Ora lu sonnm mi la dipintia 
Tenera a signu^ eh*iu tra ddi mm m eni i 
CAiò lu miu tari nun tfuoava in mia.'. 

M^aibbajanu li toni!,, forti genti 
A disturbari veni ii lagnm^xi 
Di tinfoeaiu animu miu duUnti? 

Cca interrumpiu li duci consonanzi; 
Ddi armali vlntianno mi scoprero 
Dinira 00 macchioni a piccioli distanzi. 
Dam. Beati chiddi chi lu conoscerò. 
Beato tul Si lo to labbro è Uli , 
Cosa divo pinsami di lo vero? 

Chiddo, in cui Tapi co Tindorati ali 
Deposiro lo meli, e chi si cridi 
Essiri nato da patri immortali f 
Tir. Mercorìo (ed è comoni cca la fidi) 
Con una Ninfa in noi Tà generato 
Tra un vuschittu di addauri, chi ddavidi. 

Poi criscìutu da Pani fu addistratu 
Ad animar! Tincirati conni, 
E Apollo c'infonnio divino ciatd, 



f4 



PWJHkVOik 



Ca la qoaii einlaa fàtin echio granni 
La prima gran discordia di li cosi, 
Chiamata- caos sin da H primi anni (1j. 

E Amuri, chi nascennu poi composi 
Li discordi elementi: e organizzau 
Li globi tutti, e l'armunia disposi. 

Pri cui la terra in centru si pusau, 
E Tacqua in rarj parti la divisi, 
E pr'impuiflu d'amuri Tabbrazzau; 

L'aria chi supra d'iddi si suspisi, 
Sposatasi a lu foca ed a la luci. 
Li fomiti amurust io terra misi: 

Da chisti fecundata eccu produci 
Pianti, insetti* animali, omini e feri, 
E^quantu à forma, e vita, e motu e vuoi- 

Estendi Amuri in terra, e tra li sferi 
Lu s<o ìmperiu; e tra Tom ini rignannu 
Forma li società, li regni e imperì*' 

Cussi d*Amuri seguitau cantannu 
Tra un ciumi di eloquenza e di ducizza 
A nui li santi sci liggi dittannu: 

Di reciproca fidi, di esattiiza. 
Di ooncordis, chi poi fannu uniti 
Di Tom ini la forza e la ricchizia. 

Spissu abbassau lu cantu a li graditi 
Pasturali esercizj, » utilir e saggi 
Documenti dittava in varj siti. 
Dam, SI, parrami di pascali, e di erbaggi* 
Chi sunn'utili cchiù di spala e lancia 
Ad UD pasturi pri li sui vantaggi* 
Tir. La vacca meti l'erva quaouu maneia; 
Pirchl ama di manciari a.vocca china, 
Perciò scurrcnnu sempri locu cancia. 

Dunc'a vacchi pri paseuli destina ' 
Fertili e vasti campi/ e vaddt Ir ischi 
Ricchi in gramigai» ed in trifoggi e in jina; 

Cussi a manciari assairinvogghieadischi, 
E cu distisi minni poi tarnannii 
A lu muncirisì inchina li cischi.. 

A la cuntriirìu poi radi manciannu 
L'umili picuredda la fin'érva^ 
La terra unn'idda passa deoudanmi. 

Perciò spissu per idda si riserva 
L'ava niu scarpisatu di rarmenli, 
O qualchi pratu chi ad autr\i8n 'un serva*. 

LI crapì vagabunni ed insolenti 



(J) Qnella potenza, clie atlrae i corpi, e quella 
fbe fi ODÌsce, e li combina fra loro, sembra che 
BOQ fossero state dell'intauo ij^note agli anticlii 
filosofi e mitologi; giacché abbiamo in Esiodo, 
fhe amore aaio dal caos ordinò , ed organizzò 
gli elementi, cbe erano prima discordi. I.a de- 



Amanu munti e vaasi appiocicarf, 
E tra li macchi azzìccanu lu denti- •• 

Ma non per iddi nni avemu a scurdari 
Nui la nostra merenna; e tra stu mentri 
Ch'iddi si stannu lervi a pascularl, 

Risturamucci ancora nui li ventri* 

EGLOGA IH. 

PISCATORIA. 

Interlocutrici — Piuda, Lidda e Tidda* 

Pia. Mentri lu gnuri è a mari cu la varca » 
E la mia gnura mi l'ammari 'ncrocca 
Jamu a ghiucari 'ntra la rina e larca t 
LidJen vegnu ddocu cchiui? E chi su' locca? 
Ddoea, mentr'eu sìdia, minutisi diri: 
Biata chidda rina chi ti tocca; 

Poi vidi nn piscaturi cumparirit 
Chi guardannumi dissi: Lidda mia. 
Amuri, o vinni, o pecu sta a viniri. 

Jeu ch'avia ^ntisu diri da me zia, 
Cb'Amuri ò un gran sirpenti vilinusu» 
Cursif gridavi, e svinai pri la via* 

DJ tapnu addivintau tantu gilusu 
Me gnuri pÌ9 chi riti e nassiteddi 
Mi fa tessiri sempri 'ntra un pìrtusu. 
Tìd.E a n>ia, mentri eugghlagrancie pateddi^ 
Un piscaturi mmeasu scoggbi e sìcchi 
Hi vitti e mi cantau stt can^uneddi; 

O amuri chi ti metti a sticchi e nicchi 
Maeari cu li Dei, pir^ tu ora 
'Ntra lu pettu di Tidda 'un ti cci ficchi t 

Una'eu siotennu st'artima palerà, 
M'arrussivi, e gridai coma un viteddu: 
Mischina mia sta bestia vaja forai 
Pid. Ehi via... mnziica cea ata jiditeddu: 

E vaja franca, ea ani canoscemu; 
Avemu tutti lu *nnamurateddu. 

Cu li parenti, è giustu, ani fineemu 
Purissimi, innuocenti e sùnpb'ciuhi, 
Pr'impapucchiarli poi comu volemu: 
Ma 'ntra di nui siamn fidilunt: 

tutti avemu a tirari 'na riti, 

tira*ogn* una la so tartaruni* 



nomijaazione di amore, • di volnttà cbe no» ab- 
biamo circoscritta ad una tendenza morate degli 
esseri animati, era forse concepita da essi io un 
senso estesissimo, che esprimeva ed abbracciava 
tatto ciò che noi intendiamo per attrazione, af- 
finità, simpatia, genio, inclinazione ec. 



PRIMAVERA 



15 



Ltd. Tt^ cbi nnì cutiti? Nun noi dari liti ; 

O Pidda, tu si assai scannaliata; 

Tu sai di miionu cchiu assai di li ziti. 
Tid^ Lassala jiri, cli'è mala orlata; 

Nni voli a tutti dui scanoaliari; 

Yè affruntatinnT porca sbrigugnata. 
Pid, Dunca Vuliti farimi parrarì? 

Ah! ca pigghiu la radica e mi iani^u? 

Già quasi m'accumenzii a smaraggiari. 
lÀd. iettati tia» Ytdemu sta sbalanzu, 

Cosa poi diri* ah! mala linguazza^ 
Pid. Pircbi Culicchta yen! manzn manza 
La sira e porta dintra la tisazsa 

A tia li megghiv pisci di la pista, 

£ tu in yidirlu ti metti in gramazza? 
E Tidda, ch'ora fa la liscia o frisca, 

Pirchl a lu figghiu di Raisi Ginrana, 

Idda ci ridi; ed iddu passa e frisca? 
Pirchi dda sira ch*era tramuntana. 

E lo mari jisara cavadduni. 

Stetti 'ngrugnata e fu di maia-gaoaT 
Pirchi qiiann^iddu poi yinni a natuol, 

Tatto culatu, comu un puddicinu, 

Ci afflrrao pri la pena lu matranìf 
Pirchi co Talba tutti dui matinu 

Vi splcchiati e attillati ben puliti 

'Ntra un rlconcu di mari crìstallinuT 
Pirchi- •.▼ia... ci Yonn'orTiT.. .Echi Tuliti 

Co tanti smorfii e tanti*mmittarii 

Amroacciari lu soli ou la riti? 
lÀd. Pidda ttt eu qual oechiii mi taltiT 

Lu stimu a Cola, ma sinceraroenti; 

Tu chi pritenni ca t'allattarii? 
Ttd. Tale Pidda, st'alterta, *un diri nenti: 

Nunpritia, ma me patri è 'mmurmurusu; 

He matri tanto quantu ci acunsenti : 
Me gnori a Brasi Tati pri lagnosa; 

Ma me gnora è *impignala a darìmillu, 

Iddu cbiaiici e mi pari rispittusu. 
Pid» E tantu ci voleta a dirimillu, 

Ca siti 'incarni e 'nnossa 'nnamuratif 

Aju raggtuni adduOca quannu strillu. 
Jeu lu cunfesso ctt'SiDcirìtati, 

A ju ancora lu meo, chi di biddizza 

Vinci 'na quintadecima d'estati. 
lÀd, Allura 'nnamuratil...E cb*è pastizza?. 

La mia è 's'aflezioni nataralii 

L'amo, ma 'uociaju poi tantastrittizza. 
Tid. Ed io viddemmi...'UQ c'è nenti di mali ; 

Ma sai com'è... mi chiancii mi picchia... 

Jeu poi un' su brunzu***sempri dali-dali 
Pid. Iti dicennu...E ghiltattivi via, 

Sema tutti 'oa cosa; e ch'ò daveru, 



Ca vi Tavitt a tirati eu miat 

Jeu ca sugnu di cori chiù stooerat 
Sugnu tinuta pri caccia-dièvuli, 
E tutti Tautri passanu pri zero. 

Li meisuli su'mbrogghi, trampi e roauli 
E tutti Taatrì sunnu 'nnuccinteddi, 
' Pirchi sannu sarvari crapi e cauli. 
Giacchi avemu ora oca li tammareddi , 
Cantamucci a li nostri piscatori 
Quattro ambrosi e doci cansuneddi. 
Lid, Ma starna allerta, non veni lu gnuri: 

Ta Tidda guarda dda tc^su Punenti: 
Tùi. Lassati fari a mia, stati sicuri 
Pid. Vaja accomincia: 

Lid. Non nni saccitt a menti 

Vid' Non ti fari prigari vaja via: 
Cca semu sali, non e'ò coi imi senti: 
'Nzoccu ti veni scarricaed abbaia. 
Lidda cama. 

Qoanna a Cuticchia jea vogghio parrari, 
Ca spissa spissu mi veni la sfilu; 
A la finestra mi metto a filari; 
Quanno iddu passa poi rampa- la filo; 
Cadi lo fusa ed eu mettu a goardari; 
Ggori pri carità pruittmilu; 
Iddu lo pigghia mi metti a gaardari , 
Jea mi noi vajo soppUo sappila. 
Tid. Quannu. •• 
LiiL Zitta. ..Mo matri sta chiamaono: 

Ivi crìu ca me pà s'arricngghiu ! 
Tid. Vihl chi fritUta pri Tarma d'agoannul 
A J, Ihl sarrà tardu; addiu, picciotti, addio. 

SSTA' 

EGLOGA. IV. 

Interlocoturi— TiTiau, Silvanu, 
e Tiasi, 

Sii. Titini to, chi posi e ti stimiicchi 
Sutta OD arvolu antico di Carrubba; 
E amaono ti consumi in chianti e picchi. 

Lassa sai vosohi e ss*aria niora e cubba; 
Torna a la mandra e sona la sampogna; 
Chi un ce satira dda, chi ti distruba* 

Nissunu sì cci vota e si ce ^incvgna 
A li toi crapi, e pircbi to'on ci ài cQra« 
Antro non sannu, di' ossa peddi ed ugna. 

Anz'eu circannu a tia, li vitti aptora 
'Ntra alpestri vausi 'immezzu disi e spinìf 
Unqi mancu cc'uo un ombra 4ì virdura^ 



16 



ISTÀ 



B li ctapettt maghiri o midchini 
JtBipri fikoiMi una taci e su ridtitU. 
Cànoii li ventri impinci ca li schini; 
Tit' SiWtou caro aimè! sfamani. tutti 
Ddi jomà in cai rallegri miei canzoni 
ATiaoa appriaa a rendiri li grotti : 
Qaanau di ciari adorno lo montoni» 
Facia iri aoperbo pri li campi 
Co U rivali a fari lo scarcionl. 

la caocio oimè ! di ddi bizzarri lampi» 
Di dd*innocoenti fochi giovanili, 
Afa in petto aoiri dammi ed aotri vampi; 

Un nonsocchl chi prima fa gentili; 
E on apportaa chi on doci batticori; 
^ Qoanto ora è amaro oimè! quant'ò crodilil 1 

Iddn reggi li sensi e li pareli; 
Iddo comanna r e to mi voi contenti? 
La oontiotizza veni da lo cori. 
SU. Eo era nico ed ajo ancora a menti» 
Chi lo vecchio Menalca mi dicia : 
Ch'amano Tervi ed amano li venti ; 

E chi ddo ciomlceddo chi scorria 
Sotta li nostri pedi mormoranno; 
Mi diceva iddo» chi d'amori ardia; 

E Tocidozzì» chi pri Taria vanno, 
^tra lo corozzo so nico e gentili 
Anchi d'amori la Blecciii oci inno* 

E poro chisti co soavi stili 
Cantano totli l'Ori e so Gstanti; 
Donca amori non è tanto crodilié 

Ridino Fervi lo vrazzu a la soa amanti 
Primavera; adomaonoci di ciori 
Lo beirabitu so vago e galanti. 

E to Titiro chianci di tult*ori! 
Consolati; si pasci A di peni, 
Ma poi non voli genti morti Amuri. 

Tit. Senti ssa sfrattatina? Forai veni 
Qoaìch^ 000 a noi? 
SU» Vijo spontari on cani : 

Ohi cc*è Tirsi echio sopra e si tratteni; 

Stà'ntraona macchia; e comò lo Dio Pani 
Smicca 'na ninfa, ch'avi on picoreddo» 
E (ila co la rodea o lino, o lani. 

Oh Tirsi Tirsi, statti coiteddo; 
Non smicctari il Ninfi di Diana ; 
Ch 'on pensi di Attenni a io maceddu? 

Iddo sta sodo corno 'na campana; 
Santo pri l'arma! mentri ch'è distratto, 
Na borra ci farria di bona gana. 

Lo sacconi è ad on ramo e ancora intatto 
Cc*è lo pani, e In vino; zitto zitto, 
Ca vajo e cci l'aggrancio gatto gatto* 

Ha lo cani ! lo cani 'mmaliditto 



Guarda ora lo sacconi ed ora a mia; 
Forai à comprisu chiddo c'ajo ditto? 
TU. Qoant'invidia m} fai, biato Ila I 
Pastori, a coi li vogghi e li pinzerl 
Non spirano, chi scherzi ed allegria ; 

Lo celo ti Ir goardi totti interi ; 
Ma'un burlarti d*Amori; li sei dardi 
Qoanto tardi so*cchiu, so cchiik severi. 

Compatisci ramanti; osa rigoardi; 
Via sedi all'ombra, mentri chi d'intoron 
Regna lo soli, e totto brocia ed ardi. 

Vidi corno li pecori ritorno 
Fanno a li macchii; e li vlteddi o vaccbi 
Mettino all'ombra Tono e Taotro corna. 

L'oceddt 'ntra li gai posano stracchi ; 
Solo si esponno a li cocenti ardori 
Li friddi serpi co li spogghi a scacchi. 

Sedi cca sotta st'arvolo o pastori» 
Ecco chi Tirsi la saropogna agoanta. 
Senti lo canto chi ccl ditta Amori. 



SiL Ohi ce* ajo gosto*.* 



Tir. 



Zitto» ca già cauta 



Titti canta. Già sotU di li faoei 
Cadino li lavori; 
Li grégni a li chianori 
Ecco di cca e di ddi* 

La cicaled(hi raoca 
Tra Varvoli e li spichi» 
Co lo so zichi-zlchi 
Nn^annonzia Testi* 
2 

Scorri lo voi *ntra l'arii ' 
Da chista parti e chidda» 
E lo frumento sgridda» 
Sotka lo pedi so. 

Li joculani ìmmittiti 
Sprannùzzano la pagghia» 
Chi lo tridenti scagghia» 
<^anta cchiA in aoto pd> 
3 

Lo ciomi ò tanto poviro, 
Chi trova sempri intoppi; 
E co pitruddi e sgroppi 
Si metti a tu pri tà. 

La pastoredda scausa» 
Cogghiota sino a cinta» 
Cci bazzica nastinta» 
Senza timirlu cchiù. 
k 

Li venti cchiù non datano» 
Né cchiù lo vosco scroscit 
Ma movi l'ali mosci 



SSTA 



Ub zefiru chi 0c*è. 

S'ìnrocanu li vaasi 
Salta l'ardenti Lampa, 
Chi acarmuscisci e allampa 
L'irvazza virdi oimè! 
5 

Licori, nuD ti eaponiri 
A la crudili raggia; 
Noi pò pati ri oltraggia 
La bianca viso tò« 

Sacciu pri to ricoriru 
Un vaasa si spacca, 
Dintra Pumbrasa Ciaccia 
La sult nan ci pò. 
6 

Sta cappiddazza *ozajati 
Fratanta di carina; 
^Ntra ssa faccìazza fioa, 
Chi spicca chi ci fé! 

Un mazza di galofari 
A la sinistra lata 
Gei trovi cuncirtata, 
Chi bona assai ci sta. 
7 

Nn^avranno certa invidia 
E Tisbi ed Amarilli; 
Ma vali ta pri milli ; 
Non pensa ad autra cchiù. 
» O starno in gratti sterili ; 
O in macchi aspri e imbuscati; 
Sunna pri mia beati 
Ddi lochi anni si tu. 
8 

Cc'è un ronti*mmezzu alKurvuli, 
Chi Tombri si nutrica, 
Quannu la sali pica 
La friscu è tutta dda. 

Gei cadi a pricipiziu 
L'acqua da' na scoscisa; 
Strepita e poi divisa, 
Tra Tervi si nni va. 
9 

'Ntra 8S*acqui frischi e limpidi 
'Mezza a st'umbrusr lochi 
Anatri, foggi, ed ochi 
Triscanu u tinghi-tè. 

Li NinB si cci ì^guazzanu: 
Cui nata supra lunn». 
Cui sbrafTa, cai s'aiTunna, 
Cui sauta e grida: ole. 
10 

All'umbra di ddi salicii 



*7 

Umidi, virdi • lenti 
Fa chi l'està cantenti 
Jeu passi a lata tò* 

Ddà travirai li zefirit 
Chi annacana li cimi; 
E la susurra esprimi 
La godimenta so. 
11 

Si la sciloccu indomita 
Cu l'alita di foca 
Di sta tranqilla loca 
Turba l'amenità, 

'Na gratta satta od vaosa 
Saccia chi spanta a mari. 
Ch'invita a respirar! 
Piaciri e libertà. 

12 
D'areddari e di chiappari 
'Nvirdicarai li lati; 
Dai viti'ncirciddati 
Davanti poi cci su, 

E li sarmenti penninu 
Cussi 'ntricati e spissi» 
Chi pari chi 'un avissi 
Nudda spi ragghia cchiu. 
13 

A li soi spiaggi accostana 
Spìssu li Dei marini; 
Cu'è 'ncoddu a li DeIGni, 
Cu'è pisci pri mità. 

Cci vennn li Nereidi 
Cu Tocchi comu stiddi; 
Li vrunnl soi capiddi 
Ad asciucari ddà. 
ik 

Fama è, chi 'ntra ssi concavi 
Maritimi ruccuni 
Scupriu a £nd.*miuni 
Cinzia lu foco so. 

Mentri pi cchiu sbamparicci 
Li soi nascenti arduri, 
Ciuscia cu Tali amuri, 
E attizza quantu pò. 
15 

Forsi chi di la ciacuola 
Chardin lu pettu ad idda. 
Almeno *na faidda 
Fussi ristata ddà. 

E chista spera farisi, 
In tia si forti e granai. 
Chi Tamurusi affanni 
Pjì mi cumpinsirà. 

3 



18 



S8TA' 



IDILIU III. 



DAF1VI 



Guidaya la pateticu so carra 

' ^Ntra li gravi silenzii la notti : 

, L^umbri abbrazzati a la gran inatri antica 

S'aguunavanu friddi e taciturni 

Sutta li gratti e Tarvuli, scanzanna 

Di la nascenti lana la chiaria. 

Di li martali sapra li palpebri 
*Sidia l'amica sonnu, ed aggravava 
Li seni dì soavi stapidizza ; 
Mentri chi di balsamica ristora 
: Lu riposa spargia li membri stanchi 
^Ntra la profonda placida qaieti 
Scatia di tanta in tanta 'na campana 
La voi, chi raminava 'ntra li gratti 
L'ervi paso iati a la vicina valli; 

Sala, oimè 1 la riposa aniversali» 
Tanto daci e gradita a cai respira, 
Dafni ritrova, cchiA chi morti, amara ; 
Dafni grata a li masi, a tu cai canta 
Pani spissa alTacciaa da li ravetti 
La testa ed affilaa Tacuti oricchi; 
Dafni, oimè! sala vigghia, chi chiantata 
Avi in petto la spina di Tamari; 
E co li sci lamenti armuniasi 
Esercitava a pedi (fan cipresso 
L'eco spirito nodo, chi va errannu 
9i gratta in gratta Ira macigni e rocchi; 
' Ch'impietosita a li soi peni amari 

Li ripeti fidili, e li tramanna 
^ À li valli vicini in chisti accenti : 
J^afni canta. bianca, locidissima 
Lana, chi senza vela 
Salcanna vai pri Fa ria 
Li campi di la celo, 

Tu dissipi li tenebri 
Cu la serena faccii 
Li stiddi impallidiscina 
Appena chi tu afiicci. 
, Li placidi silenzii, 
All'omidu to raggio, 
Di la natura parranu 
L^amabili iinguaggiu. 

A tia ramanti tenira 
Ca palpiti segreti 
La dolurosa storia 
Mestissimo ripeti. 

E mentri amari lagrimi 
La dogghia^soa produci; 
Tu spruzzi a la mestizia 



Lu sentimento daci* 

Quannu'na negghia pallida 
Ti vidi pri davanti. 
Su' li sospiri flebili 
Di lu mia cori amanti* 

PiH mia la bedda e splendida 
Tua facci si sculura, 
Jiu, jiu lo miserabili 
^Ngramaggbiu la natura* 

pri mia li friddi vaosi 
Sopra l'alpestri monti 
D*orrari e di mestizia 
Si coprino la franti. 

Ca lamintusu strepita 
L^acqui a lo miu dolori 
Chiancennu si sdirrapana 
Dintra li vaddi oscuri. 

Pri la pietà suspirana 
Di li mei crudi peni, 
Trimanna 'ntra li pampini. 
Li zefiretti ameni. 

La notti malinconica 
SI parti, s'avvicina. 
Pietosa metti a chioviri 
Lagrimi d'acquazzina. 

A lu dolenti esempia 
Di l'alma^ mia rispunni 
Zefiro, lana, ed aria, 
Motti, macigni, ed anni. 

Ma Tunica insensibili 
Lu cori, oimèl cchià dura, 
È chidda pri cui spasima, 
É Tunica ch'adura. 

*Na rocca, un tronco, on rovola 
Pri sorti mia fatali i 
Pigghiao la bedda immaggini 
Di donna senza ogaali» 

Con idda non mi giovano 
Li chianti e li dolori; 
Né pozzo amori esigiri, 
Pagannala di amori. 

Giacchi TaOetti inclinano 
A 00 insensata oggetto t 
O vaga Dia. di marmoru 
Fammi la^cori|inf petto. 

Lo simili a lo simili 
Sempri natora onisci, 
^Mezzo a li dori vaosi 
Dora la quercia7crisci|: 

Sta liggi invijulabili 
Di Tordini immortali 
Solo pri mia si limita]? 
Pri mia non è cchiù tali? 



MBtk 



19 



O bianca Dia ricordati 
Chi ^Dtra li siivi erranti 
t>'iin pastoreddu amabili 
Fasti ta ancora amanti, 

E chi oziusu e inalili 
L'arca pri Uà si fici: 
Kè rechi cchiù intanavano: 
Diana caccia trìci. 

Né cchiù di cervi e daini 
Li toi livreri e bracchi 
Lu rasta sequitavanu 
Tutti anelanti e stracchi; 

Ma allegri festeggiavano 
Di lo pastori attorno; 
Quasi pri annoziariti 
Lo grato so ritorno. 

Co quanto to rammaricai 
Jonceviti importona 
Chidd^ora di corroggìri 
Im carro di la Iona ? 

Dovennotl dividiri 
Da la tua gioia estrema; 
Porsi travisti a pentiri, 
D'essirt Dia soprema. 

Cunsidira, considera 
Da lo to cori, o Diai 
Lo slato miserabili, 
La eroda pena mia. 

O castaf ma sensibili 
Ad una ciamma vera; 
Sentimi e accogghi rumili 
Giostissima prighera ; 
Si mai eredita vittima 
L'alma devota offrio ; 
O Dia, ddo cori motacciy 
O canciami lo mio. 
Dissi rafflitto Dafni; e Faspri tronchi 
Viisiru dintra insolito trimori; 
Scoss*^ lu monti la ferrigna basi ], 
La terra di nov'ombri si cuprioj 
L^omido raggia di la bianca luna 
'Stiai dìddo piotati e impallidio. 

IDILIU IT. 

TEOCKUT!.. 

Decida pri Marcella ormai lu fata, 
Siragaaa cadio, ed a TElisi 
La genio di Sicilia è volato, 

Dda cci carsiro incontro a vrazza stisi 
L*oinbri di li so figghi, chi la fama 
Da la fauci d^obblio toni divisi. 



A vista di dd^oggetti chi tant'aroa, 
E chi strappati d'Atropo cci foro 
Godi, tripodia, e a nomo si li chiama; 

Oh li diietti mei ! Tu Apollodoru ! 
To Arahimedi ! to Empedocli e Geloni I 
Giorgia, Caronna, Iceta, e Stesicoro! 

To Epicarmio 1 tu ArUocu e Dioni I 
To Erodico I to Lisia e Timogeoi ! 
To Eomero, Mosco, Sofocli, e Daraoai ! 

To Teocrito, Erodico, Alcimeni I... 
Cossi co chisti ed aotri ombri onorati 
In estasi di gfoja si tratteni. 

Totti attorno mostravano ansietatf 
Goardanno attenti-.. Iddo cumprisi o dissi : 
Sti lochi a li delizj sii grati; 

Nessona idla ch'in terra lalma alQissi» 
Ardisci cca di penetrar! ; saggio 
Lo destina secassi vosi e prescrissi ; 

Restano Tidei tristi a lo malvaggiu 
Genio, chi 'ntra li baratri di Averou 
Si porta stu funesto ereditaggiu. 

Noi però destinati a lo superna 
Alloggio di piaciri conservamo 
Li cchiù grati mcmorj 'ntra 1* interno. 

Cca puru in chisti nni^deliziamu: 
E giacchi su'annigghiati li pr'senii, 
Li beddi tempi antichi ripassamu. 

Tu, chi di li Cameni si parenti 
Teocritu rinovaccì Tidei 
Di la felici epoca tua ridenti*. • 

Invocati Teocritu H Dei 
Di U memoria, cossi a diri misi : > 
» Oh noi biati qoattru voti e sci, 

» Coi di ehianuri fertili ed estisr, 
» Undiggianti di fulti e biunni spichì, 
» La natura cci fu larga e curtisi. 

» Chi piaciri a guardarli, oh bìnidichi ! 
j> E quannu annunziava cu Testati 
» La cicala un cumpensu a li fatichi| 

» Chiurma di mitituri li lunati: 
» Faoci impognannu; oh Dia, gridava forti, 
» Ch*ài di spichi li trizzi curunati, 

» Concedi a lo patroni bona sorti, 
i>Fa, chi distisu a terra stu lavuri 
» Criscia di pisu , e bona grana porti, 

» Scanzalu da nigghiazzi e da moflìiri, 
X) Ch^anchi a li gregni apportano gran danni,. 
» E fa chi da li fosti suchi umori.] 

» Ma lo burgisi fora di li panni 
)} Pri lu piaciri, ìa griJannu : deja 
» Lesti li manu,epoi cc'è un ciascu granni:; 

« Lu vino fa passari ogni nicheja, 
»E leva ogni stanchizza, deja, prestu.ìi 



20 



S8XÀ^ 



« À tempu di mereona poi si seja. 
n Mitia la chiunna intantu,e d*idda utt re- 

(stii 
D Li roanni ammazzunava, e li ligami 
» Strincia sutfa un dinocchiu prontu e lestu. 

» Chi dirrò di l*armenU e bistiami? 
» (Sbarazzati li mazza di li spichi ) 
» Cuprianu li ristucci comu sciami. 
y^ Ed in distanza li cullioi aprichi 
» Sintianu risunari a li muggiti 
» Di voi, di tori, vacchi e sci nutrichi* 
^10 E li pecuri a giiardj in varj siti 
)»'^Vidiamu, e ntra li costi di mimtagni, 
» O in mezzu a macchj, e sutta roliviti* 
» E li mvndri, chi a modudi ciiccagai, 
» Di provali abbiinnavanu e ricotti, 
)» Di tnma a furmaf a feddi, ed a lasagni. 
» E 'ntra allegri merenni.e ciaschi,e gotti 
» Cu vaghi Ninfi 'ntra ciuruti prati 
» Ballavanu li granni e li picciotti. 

D L*echi, chi attornu stavanu 'ngruttati, 
D Risunavanu tutti ripitennu 
» Li soni, e canti armuniusi e grati. 
» E li ciumi, chi liberi scurrenmi 
V "Ntra juuchi e canni in funnu a li vadduni, 
» Liggi avianu da Vomini di sennu^ 
» Pri cui vinianu sutta li timpuni 
» Di terri coltivati abbivirannu 
» Li riseriy e nuari di muluni; 

» E Fortaggi ch*avianu tuttu ì'annu 
1» Grassa rugghiami, e li jardinl fulti 
» Pri la carrica quasi sdirramannu. 

» L'alpestri cimi di muntagni inculti 
» "Ntra ulivi e querci, 'ntra castagni e pini 
)> Imbuscati si stavanu ed occulti, 

» Dannu alloggiu e riposu a pilligrini 
y> Croi, chi stanchi da li soi viaggi 
» Li pioggi annunziavanu vicini. 

1» Voschi da cui tralanu li villaggi 
» Travi pri fabbricari, e frutti, e ghiandri 
9 Pri porci ed autri armali nun salvaggi, 

» E Ugna da bruciari utili a mandri, 
n E a la viddana chi va a cucinari 
» Quannu tornanu a fzìuccu li calandri; 

» Ura in cui si vidianu riturnari 
» A sonu di sampugni e friscaletti 
» Li pasturi, sfidannusi a cantari. 

i> Cui scummittia dui tenniri crapetti, 
n» Cu' na pulita ciotula di vusciii, 
» Ch' In rigalu la soggira cci detti : 

DCc'era fora insculpitu affrittu e musciu 
» Un pastureddu a cui la lupu un becca 
)» Cci avia rubbatu aenza fari serusciu: 



» All'autru lata ce' era aupra un sceccu 
n Un picciriddu, e nautru poi di 'nterra 
» Cci tirava pr'invidia lu cileccu. 

u Quanta. è diversa sta innoccenti guerra 
' » Unni prisedi Apollini, da chidda 
» D*unni ce* è Marti chi ferisci e atterra! 

» Oh furtunata''genti, oh beatidda , 

» Chi sapia beni conuscirl o gustari 
» Li veri doni di l>enigna stidda l 

» Stavasi in iddi amuri ad intricciari 
» Catini, non di duru ferru, o d'oru, 
» Chi su* sempri gravusi a strascinarlf 

)» Ida di frunni e di ciuri chi ristora 
» Davanu all'alma, e* un eranu di pisu, 
» E spissu cci agghiuncìa delficu allora, 

» Quali un focu svigghiavacci improvi^u, 
» Chi prurumpeva in canti accussi grati, 
» Chi cchiù voti ni fu Pani surprisu, 

» £ chiusu 'ntra 'na macchia l'iDcirati 
» Canni soi animannu, accumpagnari 
» Si benignava anch' iddu ddi cantati. 

» Baccu ogn*annu vineva ad abbunnari 
» Li tini e li palmenti, e di li viti 
» Faceva li purpanj prosperari. 

» Oh li nettari grati ed isquisiti 
» Di li siragusani mei licuri ! 
» Grazj Geruni a' tia chi nn*ài struiti. 

» Tu chi nun sparagnasti e studj e curi 
» Pri esaltari , e cu premj incoraggiri 
» L'utili cetu dì Vagrìcuìturi; 

» Comu a ddi tempi si vidia ciuriri 
V Sicilia tutta in generi e produtti 1 
» Veri ricchizzi pri cui sk godiri* 

» Pri l'abbunnanza di li grani e frutti 
n Multiplicannu l'omini a migghiara 
» Eranu popolati e campi e grutti; . 

n A tanti vrazza chi facianu a gara 
» Pri daricci a la terra e motu e vita 
» Jdda 'un fu mai di soi tisori avara. 

» L'influstria umana quann'un re la ^nvila 
» La premia, 'ncoragiscii ed assicura 
» Pò mai negarsi e starisi rumila ? 

M Parli Caronna, chi a li patrj mura 
» Savj liggi dittau, si forsi in chisti 
Trascurata fu mai Tagricoltura ? 

» Liggi, chi poi rignari foru visti 
» In tutta la Sicilia, ed impegnaru 
D L'esteri nazioni a fami acquisti, 

» In virtù d'iddi tanti prosperaru 
)» La Sicilia e l'autri isuli Ticini, 
» Chi di Utalia fu ditta granaru. 

<c L'Esperidi Orti e fertili jardini 
» Favulusi di Alcinou sii reali 



SSTÀ 



SU 



» In MoDcibedda, o io tanti boi cdlinì. 

» Oh li frutti esquisiti e colossali! 
» Li puma eraou citri a la grussizza 
» Bastava un piru a quattru commensali* 

V Chi dirrò di ragnimi ? Oh chi biddizza! 
» Vidiricci pennenti tottu l'annu 
1 Frutti, chi airagru spusanu ducizza! 

» E mentri alcuni invidia all'oru fanou, 
» Autri spuntannu appena da li ciuri» 
» Autri penninu virdi Ynaturannu 1 

» Suavi è di li zagari Toduri» 
B Li scorci aromi su grati odorusi, 
B £ oduranu li frundi e trunchi duri ! 

» Li puma di 1 Esperidi famusi 
» Criduti d*oru e chiddi d*Atalanta 
« Nun foru chi 6t*aranci priziusi. 

» L'ambrosia di li Dei, chi si decanta , 
» Nun è chi malvasia, chi si produci 
1» Da una viti chi in Lipari si chiauta. 

» 'Ntra li muntagni Iblei lu biunnu e duci 
B Nettari, chi cci apprestanu'U ciiiri, 
» Ebi in forma d'apuzza lu cunduci* 

» Vita biata di Tagriculturi, 
» Chi autri bisogni un conusclanu altura ; 
» Ch^essiri cautelati da furturi, 

9 Pri tultu lu dicchiù supplja natura : 
> Clima benignu, terri aprichi e gratin 
D Chi esigianu lu giustu e non Tnsura. 

n Li proprietà di ognunu assicurati 
V Eraou Sina alPinGmu viddanu 
» Da liggi santi e beni amministrati. 

D Lu pubblicu costumi interu e sanu 
» Rignava *ntra citati e 'ntra villaggi, 
>» Ed era Tomu da pertuttu umanu: 

» A li stissi nimici, e a. li salvaggi, 
» Si mustrava benefica inspirannu 
}> Sensi d'umanità benigni e saggi. 

» Non ottioniru paci si nun quannu 
» A Geluni li Punici juraru 
» Scacciari un sacri&ziu esagrannu; 

il Gchiù li vittimi umani nun scannaru 
» All'ara di Saturnu, né inumanu 
» li inistru cchiù avvicinasi a Totaru. 

» Quali Gonquistaturi , o Eroi sovranu 
)>Uguagghia mai la gloria di Geluni, 
» Chi sparagnau, né sparsi sangu umanu ? 

» Chi la (orza 9 li flotti e li squatruni 
)} Non impiegau provine] a suggiugari, 
)i M' a stabitiri In tronu la ragiuni. 

tt Sta virtù vera mai potti allignar! . 
» In terra, nò 'ntra lomini cc*incugna, 
» Di nostra età tu pregiu singulari. 
» Oh s' in canciu di un umili sampugna, 



» Como chidda meonia anta # «oiom, 
» 'Na trumma avissi àvutu 'ntra li «pugaa! 

» La razza umana nun sarebbl aacora 
n illusa da 'na falsa gloria e un vanta 
» Scioccu chi la degrada e la divora ! 

»Omera,Omeru,ohquantu luttu e chianta 
» Ha purtatu a li miseri murtali 
» La trumma tua, chi fu sunora tantu ! 

D Chi fissau di la fama supra Tali 
» Cui meritava 'ntra l'obliu periri 
A^Cu li tigri e liuoi ad iddu uguali I 
'» Chi di glorj adornaù li straggi e l'irr 
)i Dannu a feroci titulu d'Eroi... 
» Ma d'Atropu chi cchiù si putia diri ? 

M La morti dunca, e li ministri soi . 
19 Si su oggetti di gloria 'ntra lu munnu 
» Negari ad un carnifici la poi ? 

» Alessandru augurannusi un secunnu 
» Omeru, chi cu Achilli l'esaltassi 
» Menzu globu infestau da capa a funnu. 

» Marciannu poi di chisti su li passi 
» Tant'autrl omini torbidi e inquieti 
» Stragi ànna fattu in terra e gran fracassi; 

» E chisti da ristorici e poeti 
» Su titulati Eroi per ccu fari 
» A dda trumma chi ancora si ripeti l 

» Nò si avverti, chi chista ardiu purtari 
» La discordia anch' in celu'ntra li Dei, 
» E chi in barbara età misi a sunari l 

n Né si avverti : chi Teucri ed Achei» 
» L'uni vinti e bruciati, autri dispersi 
» Forut e distrutti da flagelli rei l 

» E chi a li vinclturi, ed a ii persi 
u La vinditta focu é divoraturi 
D Chi li distrudi pri tutti li versi , 

» Infaust'a tutti, coma li punturi 
y> Di dd'insetti, chi lassanu la vita 
x> Nell'attu di sfogari la fururi ! 

> Saggi foru l'età chi conferita 
» 'Annu la gloria, e l'immortal itati 
n Cui fu la forza a li boni opri unitat 

» E a chiddi, chi 1 umani societati 
n Beneficannu si su fatti amichi ^ 
» Pri utili e vantaggiust ritruvatt : 

» Erculi pri li dudicl fatichi» 
y> Baccu pirchl ìnventuri di lu yinu, 
)» Cereri, chi truvau li biunni spichi, 

» Trittolemu, Esculapiu* e lu divimi 
» Yulcanu, chi pri mezza di la focQ 
» Detti a metalli un utili destina* 

» Sti sani idei su conosciuti pocu 
» Ogg' in terra; sta in cela, e 'ntra l'Elia! 
N La Terital ne aaneia sita o locu. 



AVTnirNo 



» Oh I il airomini fuggi idda palisi I 
»Di miaerj "un aarreranu od teatru» 
» E PoDari e la gloria in autu misi, 

» Riaplinnirìanu in paci 'Dira Faratru. 

AVTvmwa 

EGLOGA V. 

loterlocuturi. — Ergasto, Mevalca 

B Filli. 

Erg* O Menalea, e unni appiccichi? sai yausi 
Su adirrupi, e su chini di periculi : 
O cadi o torni cu li pedi scausi, 

E poi in, ca sì vecchiu, e di li siculi 
Pasturi si lo cchiù snsianu e cautu 
La greggi appretti *mraenzu rocchi e ardi- 

( c"^» ^ 
Tanto, ^ozamai, cci volila farìunsautu 

Qoalchi agniddozzu e cu cazzicatummuli 

Bumpirìsilu coddu ddi ddocc*autu? i 

Men, H'arritiru li pecuri ed-assummuli; 

Pircbi li venti instabili e cuntrarj 

Raggirano li pagghi corno strummoli; 

L'Iridi pinta di culuri rarj 

S'incurva, e un ponti fa ntra mari e ou- 

(vuli; 
Fanno vuoi li grot straordinarj : 

Gomu a'in celo s'addumassi pruvuli, 
Supra lo polo sorroschi si vidinu; 
E cc'è un frischettu poi sovuli suvuli; 

L*aoatri,e i'ochi pri allìgrizza stridinu; 
Ca Tacquatunn^iddi trlscanu e si sguazza- 

(nu, 
Gii supra di la testa si la vidinu; 

'Mmenzu a H crapi li corvi sbulazzanu 
Ittannu vuci squacquarati e orribili; 
E li giurani a funnu s'arrimazzanu : 

La vacca isa li naschi,o Tinvisibili 
Aria nova si suca; e fora solito 
Cantao cchiù voti lo gaddo sensìbili; 

Poro assira lo dissi, e parsi nolitu, 
Chi la cannila avia la vampa varia, 
E sfaiddusa,e un meccu a roncia,insoÌito; 

E.infatti ecco chi già s*anncgghia Farla; 
Qinzati, Ergaslo, si; canzati sobito; 
Oh chi burrasca nniveni contrariai 
JTr;. La prividisti a tempo; e non nnl dubita 
E di l'avviso, amico, ti ringrazio ; 
Dda ce' è' na grotta; vacci : ch'io t'assobi- 

(to. 

Tu Yeni, Filli mja,chi un largo spazia | 



Dda troviremo; e nni darra ricovera 
Sino chi Giovi di sfoga ri è sazio* 

Ah Filili Lo disigno di lu povera 
Mai veni a fini I senti chi disgrazia l. 
Vidi 8*a tortu la sorti rimproveru : 

Un Giaju, chi cu tanta bona grazia 
Aviaapprisu a parrari;e mai mustravasi 
Di Tarmi vezzi la sua voggbia sazia; 

Chi vulava eturnava,e in mia pusavasi; 
Mentr* era' ntra* na rama;e Mopsu carrica 
Di canni e ligna Tasina arrinavasi; 

Di Paria un Nigghiu a Titoprovisu scar- 

(rica 
L'adugna e squarta... Ahi' Filili nun poi 

cridiri : 
Quantu lu cori si nni attrista q ìncarrica, 

Lu persi, oimèi 'ntra un vidiriedun 

( sbidiri. 
Era a tta distinatu pri spassaritl; 
E tu (qhij)enal) nun Tavisti a vidirii 
FU, Mi dispiaci, ma pensa a cunsuiariti , 
Oimè ! pirchl di lagrimi ti assammari? 
Porsi senza lu Giaju' un sacciu amariti? 
^ Oh bella grutta I Ed avi sali e cammaril 
Tale mendica, chi cugghìennu chiappar!. 
Si nni veni catammari catammari ? 

Prestu, Menalca. ca ti vagni...cappari!: 
Lu tempu strinci ! 

^^^' E chi?...Vetà... pacenzia» 

Su vicchiareddu, e un pozzu fari vappari, 

Eccucci in salYu.-.Pamucci licenzia 
Ora a lu celu di sfugari e chiovìri; 
St' acqua va cchiù di l'oru io mia cuscen- 

(zìa* 
FiL Chiuvissi, ma tu,Ergastu nun ti smovi- 

( ri: 
Canta, e cchiù 'ntra la pena nun ricadiri; 
Chi piaci stanno in commodi ricoveri, 
Vidiri a ter^a li primacqui cadiri 

1 
Ergastu canta. Cadinu li prim'acqui; 
Li venti fannu guerra; 
L*odùri di la terra 
Gratu si senti già« 

'Nvirdicanu Folivi; 
Matura è la racioa; 
Filli, biddizza fina, 
Eccu Tautunnu'è cci. 
Senti li strepiti, 
Curuzzu sentii 
G\k si priparanu 
Tini e palmenti; 
Coi stipi accommoda; 



▲0T9NN« 



23 



Coi ratti Ta* 
2 

Su junti li burraschi 
Dda susu a lì carrubbi; 
Li trona cubbi-cubbii 
VaoDu 'ocugnaoDU ccìi. 

'Ntra lampi e 'otra surruschi 
Lu Duvulatu scìddì; 
Eccu sbrizzia; vinni : 
£ lesta l'acqua gili. 

Ora nni spuntanu 
L'irvuzzi novi; 
Bda cogghi lassani; 
Cca razzi trovi; 
Dda cci 8Ù sparaci; 

Funciddi ccà* 
3 

Li turdi e pettirrassi 
Yogghìnu ^otra li gai; 
Ogn' anna già la sai, 
Yenou a svirnari ccà; 

Dìotra la mia capanna 
Su pronti e preparati» 
La cucca e li viscati» 
Fri quannu scampiri. 

Vènicci 'nzemmula 

*Mtra Tamureddi; 

Chi poi li pispisi) 

Li munaceddi, 

Mentri cucchìana, 

"ffcappanu ddà; 
h 

Sacciu'ntra 'na scascfsa 
*Na fica assai siccagna^ 
L^api di la montagna 
Fanno lu meli ddà» 

Chisti a li primi albari, 
Mentri to si corcata» 

Carrichi di jìlata 
Li cogghio e porto ccà. 
Fri echio delizia 

Tftra un cannistrino 

Li vogghio spargiri 

Di gelsuminu, 

Sacciu chi a genio 

Molto ti va. 
5 

Di'nsolia e muscateddo 
Dui viti prelibati 
Cumposi a 'mprigulati» 
Chiusi di cca e di ddà; 

Su vascl vascl, e a chiddo 
Chi sutta si cci^ aggiocca» 



Cridimi, gioito *mbueca, 
La rappa pinnirà. 
D'irvozzi teoniri 

Farroggio on mazzof 

Fri poi sirviriii 

Di matarazzo» 

Qoanno a corcaritt 

To veni ddà* 
6 

Melampu lo craparu, 
Amico di li mosi» 
Li flaoti armoniosi 
Dda 'ncosto accurdirà; 

Sìdoti 'ntra na rooGa« 
Cu noti di dolori 
Li sfortonati amofi 
Di Tisbi canUrà: 
E chi pri làstimi 

Chiancero totti; 

Lo stesso ceusa 

Tincio li frutti; 

E fo sensibili 

A la pietà. 



Si Satiro importano 
S*ammoccia in qoalchi vigna» 
La testa soa bicchigna 
Scopriri lo farrà. 

La primo chi nn'awegnu» 
Li corna cci li ciacco; 
Si fidano ca Bacco 
Con iddi si aonfà» 
locano» ballano » 
Spremino mosto» 

Totti si nn* ontano 

Sino a Io bosta; 

Arruzzolannosi 

Di ccà e di ddà* 
8 

Di rappi pampinusi 
Cincennocci la testa 
Mentri staremo in festa» 
Lo mustu scurrirà* 

Cussi fo visto Pani 
A li felici jorna» 
Ch'avia 'mmenzo li coma 
Racina in quantità. 

Kè cchiù musftravasi 
Di sdegnu invasa» 

Co ramarissima 

Bili a lo nasu; 

Como terribili 



34 



AfTDNN» 



DWìdiU. 



9 



Cu Bcattagnetti e eiotuH 
Ballannu pri la via, 
Lu Dìu di ralligria 
OgnuDU onoriri, 

Nui cunflagramti a Baceu 
Lu duci 80 licuri. 
Ila di lu Dki d' Amuri 
Lu cori poi aarrà. 
Deh tui tisBitìnni 

La tila ordita, 

Batcu e Cùpidiui, 

Bf nostra vita 

'Mmezzu ramatili 

Tranquillità. 

IDIÙU t. 

■IBTILLD. 

Unni a pedi d'un vausu acaturia 
*Na testa d'acqua viva e trasparenti, 
Tappizzatu di lìppu unchianiceddu, 
Gintu di virdi salici alrintornu, 
Dav'umbra e friscu, e un letta di villutu 
A li ninfi giulivi, chi lassannu 
AttufTati 'ntra l'acqua lì qiiarlari 
Si mittianu dda 'mxnezzu a trippiari. 

Li discreti pasturi avìaniicura 
Alluntanari da ddu locu amenu 
Li vacabbunni greggi, acciò 'un vinissi 
Lu lippu scarpìsalu; né cimidda ♦ 

Mai di ddu virdi, chi* ci ridi attornu, 
Soffra danni, ed inciurj'da insolenti 
Rusicaturi demi. E nuddu mai 
Attrìvitu purtau 'ntni stu recintu 
Lu limirariu passu a disturbar! 
L^innuccentì piaciri e lì trastulli. 

E quantiu qualchi amanti vaghiggiari 
Voli la sua diletta, si tratteni 
A 'na certa distaila e cotu cotu 
Si melti a li talàf 'ntra qualchi macchia 
E 'ntra pampini e pampini li sguardi 
Pasci ed arricrìja Taitiata vista. 

Cu sta duci lusinga 'na mal ina 
Mirtillu, chi pri Joli ardia damuri, 
Nìgatu a Tocchi soi lu caru sonnu. 
Lincuraggia di daricci in cumpcnzu 
Piaciri di gran lunga assai maggiuri, 
E abbannunannu dd li primi alburi 
La sua capanna, scursi visitannu ^ 
Li ru^iadusi macchi, e sì sciggliìu 



Gbidda chi duminava lu vijolu, 
Pri cui loggettu di li soi difii 
Sulia purtari all'acqua li so passi* 
Sedi dda dintra e pr'ingannari in parti 
La noja d'aspittari, e ìamurusa 
Impasienza sua, jeva-sculpennu 
A punta di una lama dilicata 
Supra na larga ciotula di vusciii 
Dui bizzarri puttini : unn calatu 
Sutta la manu tinia un griddu, e in cerca 
Stancu , paria davirlu assicutatu; 
Lu griddu poi videvasi dda sutta 
Li gnutticati gammi abalistrari : 
£ fari leva, e spìnciri la manu, 
Chi supra cci facia tettu e dammusu : 
Quasi in succursu di l'oppressa griddu 
Spurgia sutta na spina di carduni 
'Ntra la marni e la terra framizzata. 
Chi puncennucci un jiditu, sfurzava 
La manu a sullivarsi, e grà lu griddu 
Paria scappar!, e lu puttinu a terra 
Battiri un pedi e alzari li junturi 
Di Tu vita, e ntra Tocchi e 'ntra la facci 
Si cci liggeva chiaru lu duluri. 
L^autru crideva teniri pri Tali 
Un parpagghiuni; e aHegru si vutava, 
Chiamannu lu cumpagnu, e quasi quasi 
Nni sintivu la vuci; pirchi Tarti 
Ammagava la vista, e cbista poi 
Si tirava la *ntisa : paria puru 
Chi Tinzettu a li sforzi di scappari , 
Scappava pri ddaveru; e a H purpuzzi 
Di li restritti jidita lassava 
Di lali soi l'estremi pulvirusi. 
Ddocu Mirtillu era arrivatu: quannu 
Isannu Tocchi, vidi linna linna 
Cu lu fodali spintu, ed a lu cianca 
Rivitticatu, e supra 'na quartara, 
£ nautra in manu, Joli, chi scurrenou 
Appena si \idia pusari ih terra. 

Misi allura la ciotula da parti» 
E tissiu multi volti, e Gei scusa 
Pur'anclU di scraccari, sin'a tantu 
Chi Joli si vutau pri taliari; 
Poi cci ridi, e intantu un friscalettu, 
Chi cci duvia sirviri a li cadenzi 
Si cci metti a cantari 'ntra sti sensi. 
Mirtillu Canta.SuU alTacqua'unt'azzardari, 
Vaga Joli, amata figghia; 
Ca lu Satiru ti vigghia; 
L'aju vistu Bliari. 

La sua razza, tu la sai, 
Quantuè trista ed insolenti. 



AUTVKinJ 



25 



Atì Iruiichi pri parenti, 
E pri casi spini e gai. 

T^avi cori, e *un sapi amari; 
. Ma cci curri a li cchiù beddi, 
Comu Tapi a li fasceddi 
Comu Fochi a li ciumari. 

M*addunavi, chi si stava 
Sto matina 'ntra un macchioni, 
E di vinu un ciutuluni 
Tuttu allegru sustintava. 

Isau Tocchi, e ristau cottu 
In scupririti a lu chianu, 
Si cci allascanu li manu, 
E la ciotula fa un boUu. 

Si nun sgarru, su tri jorna 
Chi ti vitti, benchl arrassu, 
E currennu a stagghia-passu, 
Ristau 'mpintu pri li corna: 

E si 'un era chi scinnia, 
Certu Faunu da 'na rocca, 
Comu carni 'ntra li crocea 
Appizzatu si vidia. 

Puru ajeri ti smiccau 
Supra dd'arvulu acchianatu; 
Ansiusu ed aflannatu, 
Vulia scinniri e scuppau. 

E ti pozzu assicurar!, 
Ca lu scoppu fu sullenni; 
Iddu mustra chi'un Tapprenni; 
Ha si vidi zuppiccari. 

Tu si fora di li panni ! 
Ti nni burri! ma sta aUerta; 
Una sula chi nni 'nzerta; 
Lu cumpensa di lì danni. 

IDILIU VF. 

MARTINU • 

L'omu chi nesci fora di la ^mmesta, 
Cu scotiri li guidi e la tutela 
Di la saggia natura. 
Perdi la tramuntana e si smarrisci; 
E quantu cchiù s*è d*idda alluntanatu 
Tanta cchiù spersu si ritrova e senti 
(Quannu di Videi vani 
Taciti pri pocu lu tumultu rin) 
Richiamarisi ddà di unni partiu. 

L'iiludirà pr'un tempu la citati, 
Li pon^pi, li spettacnli, lu lussu, 
Li commodi e li gran magni licenzi; 
Ma poi multiplicati 
Senti Pintcmi passioni, e chisti 



Crisciri cu lu crisciri di Tanni, 
Di lu so cori già fatti tiranni : 

Mentri da chisti è devoratu, chiama 
La natura, ma indarnu; 
L*abiti cci ànnu stritti li catini 
Di .cui nun sapi sciogghirsi, e frattantu 
Pr'illudiri a se stissu 
Di liberu e giulivu si dà vantu. 

Puru di tantu in tantu : o quannu ridi 
La primavera 'ntra lussuriggianti 
Giuriti praterii : o quannu autunnu 
Spinci la testa carrica di frutti 
E di racina chi cuntrasta alToru 
Lu biunnu ouluritu, 
L'omu di la citati a summi sforzi 
Si allunga, o si strascina 
Purtannusi a li campi la catina. 

Sugniu, sugn'iu (cussi dicia Martinu, 
TiiTà un lucidu intervallu di sua menti) 
Lu snatiiratu figghiu. 
Cui Tinteniu affilatu (unìcu avanzu 
Di la materna ereditati) porta 
A la tenera matri, strascinannu 
Li servili catini 
Di lu vintusu fastu, 
E di la non mai sazia ambizioni. 
Chi mi rudinu Talma di continu, 
Oh matri alTocchi toi, chi su mischinu. 
Trovu attornu a sti aratri, 

'Ntra rocchi e 'ntra virdura 

La mia diletta matri 

La provida natura, 

Chi cu li vrazza aperti 

Mi tira ad idda, o chiama, 

E cu alTilati certi 

Mi mustra la sua brama : 
Chi cu sinceri affetti 

Parr*a lu cori, e dici : 

Un essiri ti detti 

Pri Tariti felici; 
Un cori pri guditi 

Dui veraci istinti 

Spusanu a li doviri 

Piaciri ben distinti* 
Liggi coi trovi impressa 

Unica e singulari, 

Sculputa da mia stessa. 

Di amari e/arti amari» 
Chista ti stendi e accrisci 

L'essiri d'ogni latu, 

Chista ti attacca e unisci 

A tuttu hi criatu : 
Senz'idda su ia terra 



à6 



AUTDNNn 



Strtnio diventi a tutti 
Tftra na perpetua guerra, 
Chi riaula, o t'a^MatU. 

La menti e Pinteliettu 
Ti detti a rìlevari : 
Chi chiddu è giustu e retta, . 
Chi a tutti pò giuvari. 

Lì sensi a custodiri 
La propria tua esistenza, 
E a fari ti sentiri 
La arata compiacenza. 

L occhi pri contemplari 
L'oggetti Tarj, e tanti, 
Chi tutti vennu a bri 
Un oidini costanti- 

L^oricchi nova scena 
Ti aprinu grata (ancora : 
Tenera Filomena 
Li alletta e li ristora. 

'Nlra sulitaria rocca 
fi* un passaru la vuci 
Lì cori e Palma tocca 
Cu la so cantu duci. 

Li canni armuniusi 
Di H mei pastureddi 
Fann'ecu a graziusi 
Canti di varj oceddi 

Lu to uduratu anchi avi 
Tribntii consolanti 
Di efDuvj suavi 
"Ntra tanti cinri e tanti. 

Li frutti raju datu 
Suavi e dilicati,) 
Chi alPocchiu. all'odorai», 
E su a lu gustu grati* 

Veni, dilettu, veni. 
La matri tua ti chiama 
'Ntra li vuschitti ameni, 
Sutta Va virdi rama. 

La paci in cui mi fidu 
Trovi cu mia sulidda, 
E amuri, chi lu nidu 
Conz' a 'na turtiiridda. 

LatfidiUè di attomu 
Mi trovi 'ntra li cani, 
Attenti notti e jornu. 
Amici e guardiani. 

Palazzi mei priggiati 
Sunnu sti eccelsi munti. 
Sedi la maistati 
*Ntra la sublimi frunti : 

Ve^a magnificenza 
Vcta grandizza i in iddi; 



Umana arti e potenza 
Quantu su pìcciriddi ! 

Osserva comu spiccanu 
Dda supra querci e ruvuli, 
Chi li soi testi ficcanu 
In menzu di li nuvuli ! 

Qtiantu sti rocchi alpestri 
Cuntennu in macchi ti in grutti 
Di alati e di pedestri 
Razzi viventi lutti 1 

In aria suspisi 
Attornu a chiddi alturi 
Filanu ad ali stisi 
L'Aquili e li Vuturi. 

Di chiappari li trofli. 
Li macchi a cunfaliini 
Di areddara, su stoffi , 
Su adomi a ddi ruccunt. 

Ammira di dda susu 
Comu un perenni ciumi 
Ruina maestusu 
L'unni routannu in acumi 1 

Dintra Tocculti vii, 
Di sti gran munti in funnu 
Li sali e gallerii, 
Li mei ricchizzi sunnu. 

Chiddi, chi umanu iogegnu 
Metti a lu primu rangu, 
L'oni e li gemmi, en tegnu 
'Ntra rocchi crita e fangu. 

L*agati, li graniti» 
Li marmi cchiù vistusi, 
Su tcrri e petri uniti 
Senz'ordini cunfusi. 

Fanmi di li mei grutti 
Li basi e li pilastri, 
Uniti a rocchi brutti. 
Porfidi ed alabastri* 

Vidi com*iu disprezzu 
St'inezj , a cui vui dati 
Tantu valuri e prezzu, 
Chi pr' iddi vi scannati 1 

Ma lassa sti caverni, 
Nasci a Tapertu e godi 
Li mei biddizzi estemi, 
Diflusi in varj modi. 

Oh quanti specj, oh quanti 
Aspetti variati 
Presentanu li pianti 
All'occhi mei purgati ! 

Quanti Tamig^hi interi 
Nutricanu d'insetti, 
("hi poi volami a scheri 



AUTUNNO 



27 



Ganeiati fn rarfalletti ! 

La vili, ch'è di razza 
Debuti e in vasciii sìtu, 
Vidi comti si abbrazza 
Ld chiiippu prt maritii \ 

Chistu pri ctimpinsarì 
1^ sua sterilitati 
Li rappi fa «piccari 
Chi d'idda sa adiitUti. 

St'uliyu, ch'à sfìdatu 
Lu tempu e li stagiuni 
l>a un truncii fracassa tu 
Rinova un faidduni. 

Lì palmi e pini sunmi 
Piramidi fastusì, 
Lcptjchi di In nfìiuinu 
leu tognu in iddi cliinsì, 

Lu gratu inurinuriu 
Di Tacqua chi dda scurri, 
AITervi dici : addiu, 
leu parlu chi vi occurri? 

Yuliti nutrimentu? 
Versu di mia stinniti 
Li radichi, e a mumcntii 
Lu nutrimentu avrìti. 

L'arvuli in ricumpenza 
Lì rami ad idda stenninu 
Di la sulari ardenza 
Cu l'umbri la difenninu. 

Vidi quantu sagrati, 
Quantu ricoi'Oscenti ! 
^l'esseri inanimati 
S'amanu da parenti* 

Né cridiri chist'unni 
Inabitati : acchiana 
Supracqiia, e mi rispunni 
Graochìannu la giurana. 

Cu squami poi d'argenta 
Guizzanu muti in funnu 
Autri chi a si* elementu 
Additti da mia sunnu. 

Li susurranti apuzzi 
Sparsi 'ntra ciuri ammira» 
Tornanu a W cidduzzi 
Ricchi di meli e cìra: 

L'armonica unioni 
Si dìddi scupririssì, 
Dì tua condizioni 
Tu ti virgugnirisst. 

Ultra di nndefessi 
Alati mei ticini , 
Febu, chi gira e tessi 
Noi porla pilligrin) 



Presenta ogni stagiurit 
Li specii sci distinti 
A sbardi ed a squatruni 
Di pinoi vario-pinti. 

Sol nunzj emessaggieri 
La primavera manna 
Rinnini, chile^eri 
Scurrinu d'ogni baniia« 

Poi junci accumpagnata 
Dì quagghi e di sturneddi, 
E d*uùa smisurata 
Fudda di varj ocedddi. 
leu tutti li cunfidu 
All'arvuli e a li prati 
Pri farisi lu nidu, 
Nutrirsi li cu vati. 

Multi Testi vulannu 
Cu nova reda allatu 
In cerca si nni vannu 
Di un clima timpiratu* 
Di lodani in autunnu, 
Di turdi e calandruni. 
Di petti rrussi abbunnu, 
Di pispisi e pinsuni. 

L*invernu li gaddazzi, 
Li groi li nivalori, 
E In mare! e in pantanazzt 
Aju anatri e trizzoli. 

Né cumpagnia mi manca 
Di armenti, e greggi; e chtsta 
Nò, nun mi opprimi e stanca. 
Ma grata mi è a la vista. 

Mi opprimi e stanca, oh quantu 
Tumultu di citati, 
E da vulgari cbiantu 
Fastu di sfacionati. 

Cabali, Intrichi, frodi, 
Disordini e scumpigghi.*. 
Oh cechi, e in strani modi 
Digenerati figghi l 
Cussi a lu cori di Martinu parrà 
L'ingenua natura. E la ragiunl, 
Chi di la virila senti la vuoi 
La gusla e trova duci, 
Uaccogghi, si cummovl... ed eccu già.** 
Ma li passioni indomiti e sfrenaUt 
Chi di la prima elati 
Suggiugata Tavìanu, oppoonu ad. idda 
Negghia di van*idei. 
Chi li veraci ottenebra e confunni. 
Cussi Blartinu» chi guslalu avia 
Un lampii di saggizza, è ritumatu 
Machina comu prima, 



28 

Da Tabili mantaU. 

E comu navi in timpistasu mari 

Senza timuni, né pilota, tali 

Resta raOlittu a la discrizionì, 

E<I a l'arbitriu di li passioni; 

£ senza chi si accurgia 

Di Tinternu complottu e di rintrieii, 

Pri lu ristanti di sua vita è tratta 

A fari chiddu chi avia sempri bttu. 

IDILIU VII. 

POLEMUNI. 



Supra un ruccuni, chi specchio in mari 

Rusicatu da lunni e lì timpesti, 

Chi orribili e funesti 

Solinu 'ntra ddi grutti rimbumbari: 

Duyi lu sulitariu so nidu 

L^aipi cu vuci rauchi e molesti, 

Assurdannu ogni lidu, 

Solinu spissu uniti visitari, 

Scuntenti, e cu la testa appinnuluni 

Sidia lu sventuratu Polemuni. 

Polemuni chi saggiu coouscia 
L*aspettu di li stiddi e li pianeti; 
E quali d'idda è ria, 
E quali cu benigna luci e pura 
Pruroelti ed assicura 
Paci, bunazza e tempi assai discreti; 
Conusceva Tìnflussi cchù segreti 
Bi l'ursa granni, chi nun vivi mai : 
Di Castori e Polluci 
Lu beneCcu raggiu : 
Di li Pleadi acquusi 
Lu nuvulusu aspettu : e di Oriuni, 
Chi torbidu riluci, 
Prevldia li tempesti : e di li venti 
L*induli chi cumanna all'elomeoti; 
Pirchl supra 'na spiaggia lavia apprisu 
Da Proteu stissu chi di la sua grutta, 
Comu fussi vicinu. 
Leggi in frunti di Giovi lu distinu* 

Ah distinu tirannu l e chi cci giuva 
A Polemuni lu so gran sapiri. 
Si tu cci si 'niinicu? 
SI poveru e mendicu, 
Dtsprizzatu da tutti. 

Nun trova amanti cchiù, nun trova amicu! 
Guardala 'ntra ddu scogghiu, 
Cu na canna a li roai^u, 
Sulu e spirutu in altu di piscari l 
Chi iffoga lu so aflannu cu cantari ! 



AUTUNNO 



Polemuni canta. 

Sii alumunnue un sacciu comu; 
Dereliltu e in abbandanu I 
Né di mia si sa lu nomu! 
Nò pri mia ci pensa alcuna I 

Chi m.*importa, si lu munnu 
Sia ben granni e spaziusu. 
Si li stati mei nun sunnu. 
Chi stu vausu ruinusu ? 

Vausu, tu si la mia stanza 
Tu, cimedda, mi alimenti; 
N'iii àju autra spiranza; 
Siti vui li mei parenti. 

Cca mi trovanu lalburi; 
Cca mi trova la Jilata; 
Cca chiantatn tutti Turi 
Paru un alma cunnannata. 

Si a qualchi aipa, cchiù vicina, 
Cci raccunlu li mei peni; 
Già mi pari chianciulina, 
Cti*asctitannu si trattcni. 

*Na liicerta, amica mia, 
bi la tana un pocu 'nfora, 
Piatusa mi talla. 
Chi cci manca la pai ora* 

*Ntra silenzj profunni 
Ogni grutta cliianci e pena; 
Di hmtanu. ohimè ! rispunni, 
A rainitla Filomena. 

Jou frattantu all'aria bruna. 
Di li stiddi a la chiaria. 
Cercu in eh iddi ad una ad una. 
La tiranna stidda mia. 
Quali viju cchiù sanguigna. 
Quali scopru cchiù funesta, 
Già la criju dda maligna. 
Chi mi fulmina o timpesta. 

Unni gridu : o ria putenza 
Chi abbitannu dintra ss astru, 
Chiovi in mia la quint'essenza 
D'ogni barbaru disastru; 

Si. tu allura previdisti, 
rh'avia ad essimi di mia 
Ed un scogghiu 'un mi facisti» 
SI la stissa tirannia- 

Si tu si cu sennu e menti. 
Potestà di autu intellettu, 
Pirchl un vili omu di nenti 
'Ai pri to nimico elettu 1 

Quali gloria ti nni veni, ' 
Numi barbaru e inumanu. 
Di li mei turmenti e peni. 
Si la forza è a li toimanu? 



▲oTumiu 



29 



Jeo li vittimi cchiù cari 
Tàja forai profanati? 
Ma oe tempj né otari 
A iia trovu cunsagrati. (t). 

Quannu afflittu e vilipisu 
Qualcbi vota mi lamentu» 
Culpi tu ca mi coi ài misu 
'r^tra 88U statu violentu. 

Quali barbaru tirannu, 
Mentri brucia ad un mischinu, 
Cc*impiciisci 'ntra dd'aflanou, 
La gridari di cuntinu ? 

Sì 'na tigri, già lu viu, 
Chi ti pasei di lamenti: 
Lu to spassu. e lu to sbiju 
Su li mei peni e turmenti. 

Una 'uD passa, autra è vinuta; 
Su spusati peni a peni: 
L'una e Tautra s'assicuta, 
Comu Tunna cbi va e veni; 

Ah ! meu patri lu predissi 
E trimava *ntra li robbi : 
Ch*eu 'nascivi 'ntra l-ecclissi; 
E chiancianu li jacobbi. 

Si mai vitti umbra di beni 
Sulu fu pri tirannia. 
Acciò fusai ru li peni, 
Cchiù sensibili pri mia. 

Da miu patri a mia lassali 
Foro varca, nassa e riti 
Tannu tutti eramu frati, 
Tutti amici e tutti uniti. 

Si vineva da la pisca, 
Corria menzu vicinatu; 
Facia Nici festa e trisca, 
Stannu sempri a lu me la tu. 

Si tardava ad arrivari 
La mia varca pr'un mumentu, 
La vidia 'ntra un scogghiu a mari 
Chi parrava cu lu ventu; 

E in succursu miu chiamava 
Quanti Dei *ntra li sals'unni 
L'ampiu oceanu nutricava, 
Pri ddi soi strati profunni, 

Quannu, ahimè, poi ai canciau 
La mia sorti ingannatrici, 
*Ntra un mumentu mi livau 
Varca, riti, amanti, amici. 

Quannu pensu a dda nuttata, 

(1) Presso I -Qeiiìili si biasimava impnoemente 
il Destino; perché era credmo una divinità In- 
sensibile si alle lodi, come al biasimo. IRoma- 



Pri TaHannu chianciu e audu: 

"Na timpesta spiatala 

Mi ridussi nudu e crudu» 

Canciau tuttu 'ntra un istanti. 

La miseria mi circunna; 

E lu jornu cchiù brillanti 

Pari a mia notti profunna. 
Cussi TaiBittu si lagnava, e intantu 
L'unni, li venti, e tutta la marina 
Fermi ed attenti ascutanu; e li figghi 
Di Nereu 'ntra li lucidi cunchigghi 
Yersanu perni 'ntra singhiuzai e chiantu. 
Nun e' è cui fazza strepitu; anzi tutti 
Cu silenziu profunnu 
S'impegnanu, acciocchì li gol lamenti 
Ripercossi da Tecu'ntra li grutti, 
Putissiru a lu celu iri vicinu, 
Pri placari lu barbaru destinu* 

Ma chi ! Taspru) inflessibili tirannu 
^Ntra lu comuni affannu, 
Timennu, chi pietà nun lu vincissi. 
S'arma lu pettu duru e azzariatu. 
Di setti scogghì o setti vausi alpini, 
E alloricchi vicini 
Accenni trona, fulmini, e timpesti, 
Pr*uri sentiri ddi vuoi aspri e funesti. 

A tanta crudeltà freminu Tunni, 
Li venti , o la marina ampia famigghia 
Si turba e si scumpigghia; 
E intorbidati poi li vii profunni, 
Criscinu munti supra munti ; 
Disprezzannu li limiti e sotannu, 
Supra lu scogghiu unn*era Polemuni, 
Lagghiuttinu , e lu Jevanu daflannu : 
Ed in menzu a li vortici cchiù cupi, 
Vuoi s'alzau, chi flebili e dulenti 
Squarciau li negghi e dintra li sdirrupi 
'Ntunannu ripiteva amaramenti: 
» Pri rinfelici e li disgraziati 
» Qualchi vota è pietà si Tammazzati. 

WBiWWMWO 

IDILIU VIIL 

Era già la stagiuni, in cai la sali 
Guardannucci a traversu e a la sfuggita. 
Lassa li nostri campi abbandunati 
A li cchiù lunghi notti o a li riguri 

ni stessi, che facevano sagriGzii ed Inalzavano 
altari sino agli Dei dell'inferno, non ne costrui- 
rono alcuno, né sagrificarono mai al Destino 



^Ù 



IXYBRKU 



Vi Bivi e di jilatit 

Mentri in rigidu aspetta e minaccìtisu» 
L'trta, lo celli e li soperbl venti 
Dichiarami la guerra a li viventi, 

Omini, e bruti, ferì, oceddi insetti, 
Timidi e ranniccliiati o in mura, o in tani, 
O in cavi trunchi d*arvuli robtistì, 
O *ntra li vini di la matri terra, 
O in cavemi, o 'ntra grutti,o 'ntra capanni 
Nni timinu li danni; e di rinforzi, 
E di ripari ccliiù tinaci e spissi 
Armanu li ricoveri a se stissi. 
Cussi mentri cui vivi e cui respira, 
Vtì cautilarsi da lu denti acutu 
Di In friddu nnimicn, e di la fami, 
Spiega in propriu vanta^iu industria ed 

( arti; 
Muniànu vecchiu saggiu e vigilanti, 
Sidutu in menzu di la sua capanna 
Iftra li figghi, li nori e li garzimi, 
S'appoja ad un vastimi; e alzannu un pocu 
La facci veneranna : Ottanta, dissi, 
Inverni, ugnali a chtstu, innu concursu 
A fari, eli* in bianchizza la mia testa 
Cuntrasti cu li fardi di U nivi, 
Sttsi supra sti munii, a nui d intornu; 
Mastru d'esperienza a la mia menti 
Ogn'imu di st'inverni m'é insignatu 
Li mezzi a providi ri a li funi ri 
Di li soi successuri, acciocchì qiiannu 
La terra oppressa sutta nivi e jazzi, 
Nni nega tuttu sterili e disertat 
Binidicennu altura li ben sparsi 
Suduri, e li passati mei travagghi, 
Mi riposu a lu focu; facenn'usu 
Di rammassati a li felici jorna 
}'rovisioni; cchiù di gemmi e d^oru 
Utili e necessarj a la vita. 

Chistu è lu tempu,in cui providu e saggia 
Giovi, chi tuttu regula e guverna; 
La larga di Pesta profusioni 
Cu li bisogni equilibrannu, esattu 
nidiici tuttu *ntra lu so liveddu. 

Putiti ora vidiri a quali oggettu 
Lu vecchiu (a cui lu tempu già passata 
È specchiu, chi rifletti lu futura); 
Cumula e sarva.*.Grazj dunqui a Giovi; 
( Chi a mia la menti, a vui reggi li forzi, 
E li falli di l'omu ntra la terra 
Di beni abbunda). Già tuttu è provistu; 
E a sustiniri lu eruditi assalta 
Di Ut friddu e la fami, ìinno lu feuu 
A zibirrii li voi dintra li sUddi; 



Li vacchi e li viteddi 'ntra li grotU 
*Annu la parti sua; pecuri e crapi 
Sunnu anchi a lu ciivertu, e pri ristora , 
Ultra di la frascami e la ramagghia, 
Abbundanu di pampini e di pagghia; 
A lu riddossu sutta li pinnati 
Scaccianu favi ed cria li jumenti; 
E lu sceccu agnunatii in un cantiddu , 
Si rusica suliddu 
Di li putati vigni li sarmenti; 
Si coi ^ datu lu scagghiu a li palummt; 
L'ìndieddi» lu gaddu e li gaddini 
'Ifmenza di lu vinazzu e lu fumeri, 
Ponnu a piaciri so scavuliari; 
L'anatri e Pochi Panna a vidir'iddi. 
Gei scialanu 'ntra Pacqul e li ciumari. 

Ora pinsamu a nui : prima di tutta 
Mittemu tigna sutta la quadaru; 
Si fazzi allegra vampa, a riscaidart. 
L'acqua ch'e dintr.i,nui chi semu attornu» 
£ la capanna tutti* Ora è tu tempu» 
Ch'unu di li domestici animali 
Mora pri nui; ma mi dirriti : Quali ? 
Lu voi, la vacca, Pasinu, la crapa 
Su stati sempri a parti tuttu Panna 
Di li nostri travagghi; e'na gran parti 
Duvemu ad iddi di li nostri beni; 
Vi pari, chi sa r ria riconoscenza 
Digna di nui, 'na tali ricutnpenza? 

Ma lu porcu ? lu porcu è statu chiddu, 
(!hi a li travagghi d*autri ed a li nostri, 
E statu un oziusu spettaturi; 
Anzi abbusannn di li nostri curi, 
Mai s'è dignatu sentiri lu cianca 
Da la fangusu letta, a proprj pedi 
Aspittannu lu cibU) e cu arroganza 
Nni sgrida di Pinsolita tardanza. 
Chistu, chi nun conasci dì la vita. 
Chi li suli vantaggi, e alPautri lassa 
Li vuccuni cchiù amari : coma tutti 
Fussimu nati pri li soi piaciri : 
Chi immersa 'ntra la vili sua pigrizia, 
Stirannusi da Punu e Pautru latu. 
Di li suduri d*autru s'è ingrassata; 
Si : chistu morale ingrassi a nui: lu jiorcu 
Lu vilifju putruni... 
SI : Pingrassatu a costa d^autrui mora. 

Letta gi^ lu prucessu; e proferuta. 
Fra la cornimi applausu e la gioja. 
La fatali aintenza; attapanciatu, 
Strascinatu, attaccata, stramazzata 
Fu lo porca a Pistanti; un gran euteddu 
Sprofundanousi dintra di la gola« 



INVERNir 



31 



Gei ricerei lu cori, e ci disciogghì 
Lu gnippu di la vita : orrendi grida, 
Gemiti Btrepitusi, aria ed oricchi 
Sfardanu; e a li vicini e a li liintanii 
Ed anchi fannti sentiri a li stiddi 
La grata nova di lu gran macedda. 
Saxiu gi^ di la stragi lu cutedda* 
Apri, niscennu, spaziusa strata 
A lu aangu ed a Taniioa purcìna; 
L'nnu cadennu dìntra lu tineddu, 
Pnimetti sangunazzi, e Tautra scappa, 
E ai diperdi in aria *ntra li venti; 
com'è rama passa ad abitari 
Diotra lu corpu di un riccuni avaru; 
Giacclii nun potti in terra ritruvari 
Ccbià vili e schifiiisu munnizzaru. 

A li strepiti intantu ed a li vuci, 
E multu cchiù a lu ciauru di lu grassu. 
L'abitanti di tutta dda cumarca, 
E chiddi supra tutli, a cui lu sangu ^ 
Rivuggbi *ntra li vini(o pri etli virdi, 
O pri focu d*amuri chi li }eli 
Renni tepidi e grati); allegri tutti 
Cuncurrinu; giaccbl costumi anticu 
Fu sempri, e comu sagru conservati! ; 
Chi quannu un porcu celebri si scanna 
Sì fa festa comuni a la capanna. 

Veni ammugghiata *ntra *na saja russa 
La biunna Glori, e da li strìtti pieghi 
L'occhiu azzurru traluci, com* un raggiu 
Di luna'mmenzu a nuvula sfardata. 
Melibeu Taccumpagna, e *ntra la facci 
Si e ci leggi la gioja, in parti figghia 
Dì chidda, ch*a li cori di Tastanti 
Glori purtatu avia cu la sua vista» 

Veni la vrunittedda inzuccarata 
Joli chi ad ogni passu, ad ogni gestu 
Pinci 'na grazia nova. Un virdi panna 
Gei gira pri la testa, ed abbassannu 
Si unisci cu lu blu di la fodedda; 
Ghi spinta pri li fanghi, e sustinuta 
Da lu vrazzu siniMru, si raccogghi 
Tutta ad un latu in morbidu volumi. 
Dame la cc*è vicinii; lu so cori 
Penni da l'occhi d*idda, e si nutrisci 
Di puri afletti, comu la gentili 
Irvu/za nata supra di li rocchu 
Giti s'apri a la rugiada matutina. 

Veni di locduu nluru e brillanti 
Licori la grassetta; allegra in facci 
Gei ridi primavera, ad onta ancora 
Di rinvcrnu, chi regna 'iiira li campii 
Paiuiu min soffri la rua lana testa, 



Né saja, né autru impaccio; eceettu un rars 
Suttilissimu velu, elfo ccbiuttostu 
Trastulla di lu ventu« chi riparu. 
Tirsi ce* è appressu comu un agnidduzsut 
A cui la pasturedda ammustra e proi 
Tennira irvuzza cota frisca frisca 
Gu li proprj sol manu gentili* 

Filli ed Ergastu sutta un palandranu, 
Ghi fa tettu e pinnata a tutti dui, 
Juncinu; e li pasturi tutti intornu 
Pri cuntintizza battinu li manu. 
Filli pri affruntu cala Tocchi, e in facci 
Senti 'na vampa, e fora cci scannia 
^Mmenzu a lu biancu comu in orienti • 
La *nsiinnacchiata spusa di Tituni. 

Gussl di tempu in tempu a la capanna 
Antri e poi antri ninfi cu pasturi 
Vannu supra vinennu; comu appuntu 
Quannu metti a spirarl maistrali, 
Ghi si vidinu in funnu a rorizionli 
Ad una, a dui, a tri iri assummannu 
Ntivuli, e dipoi nuvuli, e dipoi 
Nuvoli arreri, e nuvuli d*appressu. 

Già s*accordanu bifari e sampugni 
E flauti e ciarameddi *mmenzu a tutti 
Sbulazza l'alligrìa da cori in cori 
Si rifletti e ripigghia e* si Iramannat 
Sempri multiplicannusi e criscennu. 

Mutti» induvini, scherzi, jochi, e dami 
Scurrinu supra l'uri destinati 
A preparar! e a cociri li cibi; 
Già la tavula è lesta, nni dà signu 
Muntànu cu hi icotiri, ridennu, 
'Ma campana di voi; battinu tutti 
Li manu; e poi cu aauti e'strambotti 
Vanno a sediri, e mettinu a manciari. 
Da principiu lu briu cedi a la fami » 
Primo istintu fra tutti; e nun si senti 
Ghi un rumuri di piatti e di cannali, 
E un certu surdu traflcu di denti, 
A pocu a pocu sulitaria e bassa 
Gira qualchi parola, accompagnata 
Di quasi un menzu scàccanu, o d*un sgrigotit 
Gomu *ntra lu spaccari di Talburi» 
*Mmenzu di li silenzj ruggiaduai. 
Si fa sintlri qualchi rauca nota, 
Ghi una lodane azzarda sulla vuci; 
Ma quannu poi si vesti lorizzonti 
Di purpura, e poi d*oru, allegri tutti 
Turdi, merri, riiddi, e calandruni, 
£ passari, e cardiddi, e capifuschi 
Rumpinn a tutta lena; e cu li canti 
Vaanu assurdannu Paria e li chianuri; 



32 



INYERNU 



Tali dinira li ninfi e lì pasturi 

Sudisratta la fami, Talligria 

Pigghia In prima locu e sedi in tronu; 

E pirchl fora 'nforzanu li nivi, 

£ cchìù di ccliiù lu tempu va 'ncalzannu, 

Fri nuD pinsari a guai, peni ed aflanni, 

Si duna manu a un vinu di quattr'anni. 

Già la chiacchiara 'ngrana, a tutta lena 
Tltisu, nun ntisu, ogn'unu parracia; 
Si rumpì pri accidenti qualchi piattu, 
Fri accidenti si 'mmestìnu cannati, 
E giranu d^intornu allegramenti 
Specii, muttetti, hrinnisi e rìsati. 
Gi)^ li cani s'azzuffanu pri Tossa, 
Unu.arrizza lu pila, autru lu schtnu 
Si torci com'un arcu, autru abbassatu 
Sgrigna li denti» e cu l'occhi di bracia 
'Mmurmura amminazzannu: eccu la guerra, 
TavuU, piatti, ttàni, carrabbi 
Minaccianu disordini e ruina: 
Passiddk passiddà, gridanu tutti; 
E fratantu guardannusi li gammi, 
Cui li spinci, ritira ammano ammanu; 
E Tautri poi mittennusi a lu largu, 
Si vidinu li visti di luntanu. 

Sciota accussl la tavula, s'intriccia 
Grata armunia di flauti e sampugni; 
S'invitanu li musi, e Tocchi intantu 
Di tutti su ad Uraniu; a cui durmennu 
L^apt cchiù voti supra di lu labru 
Gei fabbrit^aru vrischi di ducizza : 
Iddu fratantu tencru, amurusu 
Guarda Nici, chi zarca e 'ncripidduta 
Si strinci *ntrd U panni; e si cci agguccia, 
Comu la vijuledda tra li campi. 
Chi scanzannu la barbara jilata, 
^Mmenzu pampina e pampina s'ammuccia. 
Milli afletti ad un puntu lu pasturi 
Scotinu; e nun putennu 'ntra lu cori 
Tiniri a frenu Tamurusu aflannu; 
In tali accenti prorumpiu , cantannu ; 

1 
Uraniu canta- Vidi, Amuri, cITÒ ingridduta, 

Comu trema la mia Nici ! 

Ah ^ccurri Tinfelici; 

Lu to focu porta cch. 
Vidi comu di li manu 

Nni fa un pugnu e poi lu ciata; 

Pri Cacciari la jilata, 

Ch^ostlnata si sta ddà. 

2 
Senti comu tramnntana 

f iuscia, grida ed amminazza ! 



Lu so friddui chi nn'aggbiazza, 
Veni A muri e calma tu. 

Senti, oh diu 1 comu li grandini 
Li canali strantullanu I 
Li dui poli, oimò trunianu. 
La timpesta strinci cchiù. 

3 

Oh lu lampn !../Un ti scantari, 
Nici mia, nun cc'è paura; 
Contr*un*alma bedda e pura, 
Trona e fulmini 'un cci nn* è. 

E si un tempu cu Semeli 
Giovi fici stu delittu; 
Fu ingannatu, fu costrittu, 
Nni chianciu turnatu io sé. 

k 

Si Tinvernu 'un ti rispetta, 
Nun si sula, o Nici amata, 
Sutta Torrida jilata 
La natura oppressa sta. 

Oh ! si vidi la muntagna 
Tutta è bianca di un cui uri, 
A canciatu cu Torruri 
La sua prima maistà. 

5 

Scapiddati e senza fruodì 
Li grand*arv(ili ramuti 
*Ntra li trunchi arrìpudduti 
Cìinnu nivi a tinghi-tè. 

La vaddata e la scoscisa 
Risa è sterili infelici; 
Cchiù 'un cci canta la pfrnici, 
*N'ociduzzu cchiù nun cc'è. 

6 
Dda fuotana unni Testati 

Riofriscavamu Tarduri, 

L*unni soi 'gnilati e duri 

Scarzarari cchiù nun pò. 

Cu li radichi a lu celu, 
Lu gran pignu è in terra sfiga; 
Duvi un tempu cci avia incisu, 
Nici mia, lu nomu td« 

7 

Urvlcati 'ntra la nivi 
Li capanni a lu stravenlu. 
Si. distinguinu a gran sientu 
Pri lu fumu chi cc'è dda. 

Dda vicinu ad un tizzuni 
L'anzìanu pastureddu 
Stimpunia cu dd'aliteddu 
La cadenti frtdda età. 

8 

La cumpagna a lu so latu, 



INfBRlff 



33 



Cu lì gigghta alfumic<iti, 
Di li tempi trasannati 
Tanta sempvi la vtrtiV. 

La lanuta rocca intantu 
yìt amagrennu e scinnt ju9ii, 
E H clanchi di hi fùsu 
Vanna unciannti aempri ccliiii. 

9 

Ma la figgliìa spantulldda 
Sft affacciata a la canipajfna; 
E ramanti, chi si ^agna, 
Riconforta comu pò. 

Laapru inverna rigurusu 
Pr*iddi è placida e clementi; 
Grannl Amuri onnipotenti 
Sta purtentu è tutto tè! 

10 

Niei mia, chi pensi Torsi 
l^i passari rinvirnafa 
Sula, fridda, e scompagnata» 
"I^tra sti jeli chi cci su? 

Né tlncrtsci di te stissa ? 
'Né di mia ti pari forti ? 
E la soffri ? e lu cumporti ? 
Tanto cruda sarai lù ? 

il 

Tftra langusta mia capanna, 
No, nun trovi meli e raschi, 
Sì purtaro li burrsschi 
Li spiranzi di TesUi. 

Pura Jda cci truvirai, 
A tia sula cunsagrati, 
Li crapetti appena natt, 
E una stipa ch'è a mita. 

12 

Lu tributo poi cchiìi granni, 
La rigalo finu e vero, 
È d*un cori assai sinc.To, 
Tottu amuri, e tutto tò. 

Deh gradiscilo, e Ir joro 
Fri K sommi Bei felici, 
Ch'ogni grotta àkrrk': Nici, 
Iffci aempri jea canti rA. 

IDILIU IX. 

Il PlSCATOHI. 

"Ntra on^ruttuneddo ni menzo a *oa scog- 

( ghiera, 

(i) Lea pcratoes ^1 ne prconest pas me qoan- 
titè sofllsenfe do dost rtiurc oni presqe loatfoars 1 
«0 dormcnt, le cerveaa rcinpli d' images rcla • 



Chi a Hnqoioto mari facia franti, 

Doi piscatori lo so jaeviteddu 

Si avevano contata d arca asciotta. 

Non d'intotto sicuro 

Di Tonni a nnclemenzi, 

Qoanno hsgróssatt tentano lo freno 

Scòiiri di II spiaggi, poro avveszi' 

E Tira e Tineostanzi a tollarari 

Di sto elemento infido» 

Dormevanu tranquilli 

A lo *mmurmuro d'iddo ed a lo grida. 

Ed avirriano cchiù godota a loogOf 
ìforfeù, li doni toi; però la fami^ 
fStanti la scara» cena di la aira) * 
Un p\olo molesto soscitaniiu -^ ^ 

'Ntra lì vacanti visceri, coi taccia 
Lo sonno da li gi^hia, 
£ prima di Taorora Parrisbigghia. 
Strofinandusi Tocchi e sbadagghiaonOt 
Acchicchìanu cchiùvoti 
Guardannu Torii^zonti, .e da lo sttit 
Unn*è lo eartu granni e la puddara, 
Vidino quanto spazia trascorso 
Avia la notti, e vanno a rilivari. 
Chi cci volia naotro'ora ad annolbari. 

Tentano appinnicarisi di novo. 
Si sbotano di Ton#alTaniru Iato, 
Si stirano, si aggoeciano, né ponnti 
Cbiamari aM* occhi soi Tamatu somni. 

Pr*ingaMiari la tedia e la noja 
Di stari vigilanti ad aspittarl, 
Ctii la tacita notti 
Avissi tolto l'emisfero Scorso, 
lutricciano 'ntra d'iddi 9tu discorsa? 
Dissi lo mena vecchio: 

Vidi al onta maggiori ai pò dari ? 
lUentri sonnava chi gudia mancianau 
La fami m'à vlootu a risbiggbiari ! (1 ) 

Quanto é pinosa la esistenza qoaoou 
La miseria di sopra si cci aggrava. 
La tregoa di li sonni anchi sturbanau ! 

La natura, ch^è tutta saggia e brava 
^Ntra tatti. Topri soi, duvia la fami 
Mèttiri in chiddi^acoi Toro abbondava; 

Dannocci V iaca davia darci Taaoi, 
Ma dari ìUmì a coi non avi V isea 
Pari strammizza ; to comò la cliiamtt 

Ripigghia Tautni : nostra riti 'un placa 
^Ntra atu mari profunnu, e lo cchìù saggiu 
É chiddo chi lo meao si cci ^^imisca. 

• 

livat an Ixaittla qu'elles n'oat pas satisfaii Ca< 
baois Bapport d(| pbjfsique ci du murai VoU4 
pag. 876.- 

& 



34 

Dispìacinu la fami, e In diaaggiu ; 
Ma clii^ti hi roanciari e lu diiriniri 
Gei rendimi gustusi di vantaggiu* 

Birrai : d^unoi ti vìnni stii sapiri ? 
Jeu lu cunfessu, 'un ^jii tantu sali ; 
Ma mi rk dittu cui Ju putia diri ; 

Sta fami, cbi disprezzi, i virtù tali 
Chi lu gastu cchiù gratu ed eaquisitu 
Duna a cibi, anobi vili e zuzzanali* 

E Tomu da la sorti favuritu 
Oh quanta spissu la disia sidenna 
Io una ricca tavula o cunvita ! 

Chistu lu sacciu da un omu di seoQU 
Riccu e potenti, chi spissu cu mia 
Si spassava piscannu e discurreonu. 

Hi Tigordu ch*ancora mi dicia, 
Chi la fami fa Tomu industriusu, 
E airutili scuverti aprì la vìa. 
E chi airincontru, lomu facultusu, 
O. li commodi cerchi o li piaciri, 
Divi di lu so erariu farinn'usu. 

Perciò una parti Tavi a conferir! 
A chiddu primu. Ed eccu la natura 
Comu sapi li cosi scumpartiri l 

Mi diceva di cchiù : si si misura 
La povertà da li bisogni, un granoi 
E^ bisugnusn cchiù #hi *un si figura : 

Senza cocu nun susta li vi vanni, 
Senza un morbida lettu 'un sa dormiri, 
Fati si spissu nun cancia mutanni. 

Senza orlali nun si sa vistiri, 
Cu li soi pedi nun sa caminari. 
L'aria frisca rofTenni e fa patiri* 

Avi bisogna pri li soi ditiari 
Di toppi e firramcnti, o di casoeri 
Fidili, chi nun pensi ad imbrugghiari. 

Nun parru di stafifeTi e cammareri) 
Ed autri, chi pri Tabìti contratti 
Bisogni pr' iddu su riali e veri. 

Agghiunci a chisti li bisogni Attti 
Da vani opinioni in fantasia. 
Chi vonn'essiri tutti sodisfiilti- 

Lu lussu di carrozzi e di livria, 
Li modi variati di vestiri i 
Lu gradu, chi si briga e si disia. 

'Nzumma jeu lutti isnn ti sacciu diri 
Lì cosi, cbi mi dissi ddu signuri, 
Uh mi li sa la menti suggerir!. 

Sulu ti dicu : chi li tristi e scuri 
Traiti d'i la mia vita a ddi paroli 
Tutli si trasnnitaru in rosi e duri. 

Hipigghia Vautru : cui di mii si doli 
Duncavi tortu ? Né suP infelici 



INTBRKU 



Nui semu in terra? Amlcu mi cirnsoli* 

E vera dunca chiddu cbi si dici : 
Chi pri lu spissu l'apparenza inganna, 
E chi nun su a stu munnu li felici. 

La stissa signuria, chi Tocchi appanna 
Viju, chi *un è da invidiarsi tanto 
Quannu si guarda da la giusta banna. 

Ora prima chi agghiorni dimmi intantu 
Tu rhi sunnasti t E Tautru rispusi : 
Mi parsi di sentiri un duci canta 

Certu fu 'na Sirena chi diffusi 
La miludia di li soi labbri tutta 
*Ntra li silenzj di li campi undusi. 

Gratu è lu cantu so, d'indoli è bratta. 
(Comu mi è statu ditta] unn'eu timennu 
Mi rannicchiai cchiù 'nnintra di la grutta. 

Ma d'unni mai cci nescinu e ci vennu 
Di teneri paroli e insinuanti, 
Si lu cori è di tigri f Eu nun cumprennu! 

Fu sonnu certu. Oh sonnu ! oh comu 

(incanti ! 
Tu sulu dari a li mischini poi 
Un squarciu di piaciri consolanti I 

Uipigghia Tautru : li sospetti toi 
Scaccia da la tua menti. Non Sirena, 
Nò sonnu fu cu li cUimeri soi. 

Jeu m'era appinnicatu a mala-pena 
La *ntisi» e conoscivi da la vuoi. 
Ch'era 1^ figghia di Raisi Balena.* 

Chi a varchi a mari proprj, e cci produci 
Stu nigoziu ricchizzi in quantità ti, 
Pri cui la tìgghia in commodi riluci. 

Sacci chi mi fu dittu *ntra sreslati 
D^unu, ch'un mi rigordu cchiù lu noma; 
Chi stu cantu a lu spissu è infirmi tati. 

E chi ogni donna pri lu cchù, ed ogn omu, 
Quannu su beo nutriti e ben pasciuti, 
Patinu ia gioventù di stu sintomu. 

Ora si stannu pinsirusl e muti. 
Ora cercanu lochi sularini. 
Unni sì fannu li larghi chianciuti : 

Ora a la luna, alFunni ora marini 
Sfoganu cu cantari lu so affanna» 
Chi dicinu, ch*è focu 'ntra li vini. 

E cu sti soi lamenti io cerca vannu 
Dì cui cci suggerisci lu capricciu 
Pri attaccaricci addossu stu malannu. 

E chiddu ch'era primu leggiu e spiccia, 
'Na Yota ch'è attaccata di stu mali 
Prova ti stissi guai) lu stissu impicciu« 

E succedi a lu spissu, chi sta tali. 
Chi cci attaeeau sta malatia, lu lassi» 
E scappa sana scutulannu l'ali : 



INVERNb 



35' 



O pura a lu cuDtrariu, cci passa 
AUomu, e resta chidda *ntra li guai\ 
L*una si striidi e l'aiitru si la spassa* 

Bon'è ca tu sti cosi nun li sai, 
Mancu eu pnrria sapirli, si cuntatu 
Nun mi Tavissi cui nni sapia assai. 

Pirchl iinu, comu nui* chi s*à stintatu 
Ln tozzu, SI scanzau sta malati^ ; 
Chi tm mali d*autni mali l'à salvatu..- 

Ma viju già chi Talpa filia 
Supra di Tu. mi, ed un gadduzzu d*a:qua 
Sentu chi cca davanti ciuciulia ! 

F.ccu Taurora a mari, chi si seiaccqMi 
Li yrunni trizzi, e di loscura notti 
L^umbri cicali metti in Tuga e stracqual 

Cugghiemunni li codi e li cappotti, 
Jamu a farinni Tisca, e trimuiina, 
Sutta li petri, e attornu di li zoiti. 

Poi tu ti situi *mpizzu a dda catina 
Di scogghi a mari, ed iu *nlra lu niccunii 
A cui lasciau lu nomu sta marina 

Dì lu fu sventuratu Polemuni. 

IDILIU X. 

LA VILLA FATUaiTA 

Di S. R. M. Firdinannu III Re di li dui 

Sieilii. 

Siciliani musi, ora chi agghtorna, 
E Tariu abbunazzatu e risulenti 
Cci fa spirari cchiù felici jorna, 

Animati Tarmonici strumenti, 
Giacchi lu sonu di la mia samptignì 
Scurri sulu *ntra pecuri ed armenti. 

Puru la mantechi lu scettni impugna 
Non isde^na canciarlu 'ntra certuri 
Co rozza virga, ed a- li mandr' incngiia 

Apollu tu cium tempu da pasturi 
Isti di lu Re Admetu pasctilannu 
Li vacchi 'ntra li Tessali chianuri. 

Veni a guardarlMn oggi a Firdinannu, 
Ch'avrai 'ntra macchi ruvidi e sarvaggi 
Scannatu un lupu in sagrifìziu ogn'annu. 

Ti avverlu:incuntrirai 'ntra sti villaggi 
Dafni cchiù beHi, e nobili, e gentili, 
Ma non menu di chidda onesti e saggi. 

La Rial! famiggbia \m avi a vili 

(1) Giano è stalo riputato il pKi pradeate 
Re ; la prerogativa , cbe egli tvea di acoprir 
l'avvenire senza dimenticarsi i) passato dinolau 



Di Cereri, di Augea, di Tritolemu, 
E di li primi età lu saggiu stili : 

Cu r tnnoccenza a latu nui videmu 
L'eccelsi Ninfi 'ntra H virdi prati, 
E appena airocchi proprj cridemu* 

Oh Apollu tu pri mia scoti l'aurati 
Cordi di la tua lira ; è di tia dignu 
Lu tema chi ti àk la nostra etati : 

Lu Re, lu patri nostru a tia cunsìgnu. 
Dà a lu to cantu tanti grazj e preggi, 
Quanfè lu cori so giustu e benigna ; 

Pri cui rEternn chi lu tuttu reggi, 
Salvu Ja lu flagollu universali 
Cca 'nira nui lu cunserva e lu proteggi 

Sinu ehi lu gran mostru colossali 
(Natu da sceleraggini e rapini, 
( abali, intrichi, stragi, e immensi mali, 

Crisciutu 'ntra saccheggi e 'ntra rulni 
D. l'arsi tempj e rovinati troni, 
'Mtra orruri ed empietati) avìrrà fini. 

Lu celu già lu fulmina, ed opponi 
La Gran Brittagna a cechi soi fidanzi, 
E la sfrinata propria ambizioni. 

Ma la sampugna mia li consonanzi 
Nun à proporzionati a lu suggettu, 
Supplisci, ApoHu, tu li mei mancanza 

Ch'eu ritornu 2^ li campi, a lu ricetti/ 
Di l'armenti reali, e iu praterii 
Pasciu la vista e Talma di dilettn, 

'Ntra grassi mandri 'jeu trovu , in 

(massarii 
L'amica paci a Firdinannu aliatu. 
Chi a la discordia ria chiusi li vii, 

Indarnu chista surfaru à jittatu 
Tutti li sforzi soi muntanu a zeru ; 
Focu di pagghi è subì tu astutatu. 

Ed eccu mentri brucia l'cmisferu 
'Ntra li gnorri, li stragi e H rapini, 
Cca la paci à (i^satu lu so imperu. 

In traccia d'idda vennu a sti confini 
Li boBcarecci Dei quasi vulannu. 
Fauni, Silvani e Ninfi senza fini. 

Li setti canni armonici sunannu 
Lu capri-pedu Pani a manu junti 
Godi lu novu Gianu cuntimplannn (i). 

Lì grossi vacchi coprinu lì munti 
D'immensa tagghia di biddizza summa 
Da l'auti schini a 1^ lunati frunti : 

Da capu-gaddu eccu una guardia as^ 

summa, 

viene dai floe fohi con I anali viene rappr^ 
ssDMilo e cUsBialo ancor Bifronte. 



$6 



;iifìfVERNU 



Nauira e poi nauira affaccia daMuratddu» 
Di muggiti ogni vauau ribumma* 

Autri a )a mandra su cu lu viteddu, 
Autri proinii già li minoi chini 
A li pasturi misi a cuncumeddu. 

Li zainmatari dintra di li tini 
Kaccogghinu lu latti, chi sì munci 
Guverti di puliti e bianchi lini. 

Cui quadari arrioiìna : nauira junci 
Pabulu novu a la ciamma di sutta ; 
Cui li provuli àppenni pri li funci : 

Cussi si vidi semprì in motu tutta 
La famigghia di l'api a la prisenza 
Di la Riggina *nlra un fasceddu o gruttal 

Cui fabrica li vrisciii, cui dispenza 
La raccugghiata eira, cui deponi 
Ln meli *ntra li nnicchi, unni condenza! 

Cui fa la guardia attnrnu, cui si esponi 
A sgravar! lu pisu a li ccliiù stanchi, 
£ lutti fann*un corpu in azioni ; 

Tali avanti a lu Be ntra li sol vanchi 
L operar] cchiì^ celebri ed esperti 
Lavuranu li caci e tun.i bianchi ; 

Tcntannu semprì Tutili scuverti 
Fri lu produltu renniri roigghiuri» 
£ già li [Tovi su Gustanti e certi : 

rorta un caciu di Lodi lu sapuri 
Cu rocchi lagrimanti a la firiti, 
Nautru a Piacenza cci farria un onuri. 

Cussi *ntra brevi vidiremu unita 
L'arti cu la natura, ed a rigatta 
Fari a cui putrà ccliiù Topra compita. 

Li rigali di Palla autru si adatta 

A rondi ri cchrù scarrichi e cchiù boni. 

.£ gi3 chiddi di Lucca o vinci o appalta. 

Cc'è cui di Baccu modera e componi 
L' indomita superbia, e già lu renni 
Tfiittab'li cu dami e cu mdtruni. 

Cui dì Pomona cchiu i'imperiu estenni 
V. lu ramu chi ah^autru si marita 
Vidi li non soi frutti e si sorprenni. 

L'industria, chi da nui s'era sbandita 
Pri la fertilità e Tavviliiiìentu, 
Ora si accosta pirclil un Re la invita. 

Sicilia min rav\iva lu taleotu, 
Rigordati li tempi di Geruni, 
ChVri mnslirata a tutti pri purtentu. 

Si Hun ti a scossu ancora lu comuni 
Vanta ggiut né la gloria, ti «cota 

(1) Deus nohis haee etia feeit, Allodendo a 
Cesare 'Ao|yasU>,«<h6 ,p\', ti^ea dato fa proprietà 
00 podere da poter trarne tutta la soa aossi- 



Ora Tesempiu di lu to Patrnnt. 

Apri l'ocelli, risbigghìati *na vota. 
Vidi li campi inculti, abbandunati» 
Chi scurriri si ponni a brigghia msiota. 

Vidi li munti in testa scalvarati. 
Mentri vai mendicannu e ligna, e travi 
Da li luntani ed esteri cuntrati ; 

Tu chi un tempu F Italia ahbundavi 
Di frumenti e ligumi, ed ora a stentu 
L*abitaturi pri labbastu nn*avi? 

E lu pensi a li pompi, airornamentu, 
A carrozzi ed a modi! E nun avverti 
chi la terra è lu to primu elementu? 

Forsi ài so84ituiti autri scuverti 
O di commerciu o di maoifatturi 
Assai CL'hiù di la terra utili e certi?... 

Ma duvi di la patita Tamurì 
Mi à traspurtatu l O Musa chiudi Pali 
Chi a la cita mi chiamanu'li curi. 

in idja mi a 'nchiuvatu lu fatali 
Distinu. Ah va sa m pugna 'ntra 'na ^nuni. 
Giacchi la soits oimèvnni tratta mali* 

Dura nicissità, chi nun pcrduni 
Mancu a im discreti! e simplici disiu! 
Oh ì putissi esclamari cu Maruni : 

Chist 07j grati mi Fa Cattu un Diu! (I) 

PARAFRASI 

Di Voifi II d' Oraziu di lu libru di l'Epodi. 

Beatiddu cui c.>mpa sfacindatu, 
Coinu Pantlchi, e cu li proprj voi 
Si cultiva lu campu'ereditatu ; 

E passa in libertà li jorna soi 
Trun']uillu, senza debiti, nò piai. 
Senza soggezioni e senza noi : 

Chi nun si pica di battagghi e imprisi, 
^è si fida a lu mari, e sé in timpesta, 
Lu guarda arrassu mortu di li risi : 

Chi fui li Tribunali comu pesta; 
Ne pri guardar! li superbi casi 
Mai si scomponi a spinciri la testa : 

Chi attenni a fatti soi, si nesci o icasi; 
Ora marita cu Tamici chiuppi 
Li viti e li sunnenti li cchiù spasi : 

Ora aflaccia da un vaciau , e in varj 

(gruppi 
Guarda in lunnu a la valli li mugghianli 

sterna, onde passare il ««sto della aaa vita In 
^oegli ozj iaoto cari alle muse ed à* "filosofo 
^aatao^Uioi della natora. 



Vacchi e erapì chi dda pasciou a troppi : 

Ora a li rami inutili e pìsanti 
Passa la runca, e a lu 00 loou insita 
Li frutti ccbiA graditi, o cchiù eleganti; 

Ora di Papi spr^mj la squisita 
Ambrosia chi cunserva in lochi sani 
Pri cunfortu, e deiizia di la vita ; 

Ora tuani a li' pecuri li lani : 
E^ quannu poi di Trutti curunata 
L'autunnu isa la testa 'ntra li chiani, 

Chi piacìri chi prova! oh ch'èpriatu! 
Quannu cu li soi inanu cogghi e tasta 
Lu piru, chi ki'n7.itu A matucatu I 

E la racina fatta, chi cnnirasta 
Cu la purpura,ea tia di pr^^prìa manu, 
Priatu, ti nni app«iini na catasta ; 

E nni rigala a tia. Patri Silvanu, 
Chi facennu ti latri spavifitari, 
Di li limiti si lu gu;rJiaHt , 

Ora si jetta longu a r^pusari 
Sutta un^ ilici anticiT« u t-edi uve. ntu 
Di la gram'gna^ forti a sbarbicar! : 

Cadimi Tacqui da U rocchi intaiitu, 
E loceddi "ntra siivi q)a(!Ui e chiusi 
Cincinliannu, intricciaiiu lu caitj. 

E li fonti scurrennu aripuniiisì, 
Venou a cliiamari supra Tòcchi stanchi 
Li sonni in aria-in aria a-isai gnstusi- 

O quannn poi li vausi , e li Idvanchi 
L* invernu*ìntra li trona, e lì timpesti 
Tulli di nivi fa cuverti e bianchi, 

Scurri li densi a^acclii, e li faresti, 
Fuddannu cu Ti cani lu cignali, 
Chi infuriatu*ntra Tinsidj 'in mesti ; 

O stenrii a Turca stipra li sipali 
Riti laschi e suttili, inganni e frodi, 
Chi a li turdi guluti su letali; 

E lu timidu Tepru in varj modi, 
£ lu straniu groi prisu a lu.lazzu, 
Suonu prcmj di cui tripudia, e godi. 

A sti piaciri, qual'è mai ddu pazzu, 
Chi nun scorda li mali chi ci apporta 
Amuri, chi di cori fa strapazzuf 

Chi si poi la pudica mogghi accorta. 
Utili a la casuzza e a la famigghia, 
Allegru lu diverti e lu cudforla, 

(Comu donni Sabini di virmigghia 
Facci, ocomii la mogghì arsa,apprgghiata 
D*un Pugghisi massa ru a maravigghia), 

E versu Tura di la ritirata 
Pripara la merenna a lu marita, 
E Ta di ligna sicchi 'na vampata : 
E li pecuri allegri a lu so situ 



INTERNU ^ 

Chiudi ed jiiciarra».e jnwei Tabbuttati 



Minni 'ntra Tunu alTautru ^ugnu unitu, 

E li vini di un annu cum^irvati 
Spinoccia, e senza spanniri un bajoccu, 
Allestì la sua tavula... Qb ^ati ! 

Chi pateddi reali? Né apebi un tocca 
I^i pisci rari, ch^a nui lu m*rusu 
Porta, né oceddi d'Asia^ o di Maroccu 

Sunnu un cibu pri mia tantii gustusu, 
Quantu Tolivi grassi* o ioipa^suluti, 
Cutiilati da un ramu vjgurus^. 

O Tagra^e-duci, e^i'ama li iinuti 
Fertili, e chiani^ maXyi lubricanti. 
Boni pri cunsirvari la saluti; 

O Tagnedda ammazzitta ^otra' li santi 
Fosti di lu Dìu Termini ; un crapettu 
A lu lùpu strappati!. paJipitanti. 
'Ntra sti merenni è puru imigran diletlu 
Lu vidiri già sazj riiaroari 
Li pecuri a Tamicu so rJceltu. 

E li voi tardi e lenti strascinar! 
Lu jugii cu lu vommaru sbutatut 
Stanchi già da lu lungu lavurari. 

E quasi un sciamu di garzuni a latu 
Chi serv'in casa, stà*ntornu a lu focu, 
Chi a li soi Dei Penati è consagratu. 

Cussi dissi Alfìu Tusurafiu, e pocu 
Già manca pri spacciarsi .buffisi ; 
Ma ristarò li cosi a lu so locu ; 

L:i dinaru a riscotiri jsi misi 
Da tanti pigni jb tanti debituri, 
Pri poi versu lu primu di Ju misi 

'M|jijgarlu a novi sburi2;ì'ea novi usuri 

ODI 



L 



LU VIAGGIU RETROGRADU 

L^ tnnatu Geniu, 
Chi mi strascina, 
Dissi acchiappannumi : 
Orsù, camina. 

Ed ìngalfannusi 
'Ntra li sfunnati 
Abbissi, e vortici 
Di età passati} 

In parti rampica, 
In parti afffunna 
*Ntra *na voraogini 
Di obbliu protunna, 



3S 



ODI 



Dda spigga incontrasi 
( Oh^ incontri grati I } 
Èu li gran Genii 
Di chiddi etati» 

Chi (piasi ciaccoli 
Brillanti e chiari, 
Yennu di tenebri 
A rischiarari. 

Tn aria Pindaru 
Vidi e stupisci, 
Cerca ragghiuncirlu, 
Ma cci splrisci. 

Scopri ia tenera 
Saffu, chi spira 
Ciammi, chMnrocanii 
Anchi la lira : 

Scontra *ntra un sequitti 
Di grazj .pronti 
Lu lepidissimu 
Anacreonti : 

DI allegri giuvini, 
Di Ninfi allatu 
^Ntriccianna brinnisi 
Menzu 'ngriciatu : 

Nostra delizia 

gAiu Geniu dici) 
alvi, e in ogni epoca 
Regna Telici ; 

No, nun tMnvidiu 
Trastulli e danzi;. 
Ma lu to seculu, 
Li circustanzi ; 

Dici ti poi seguita 
Lu so viaggiu 
Duyi rispleaniri 
Vidi un gran raggiu. 

Eccu Teocrito, 
Chi di Geruni 
A la grand'epoca 
Tilrìccia curuni. 

Oh Cignu amabili, 
Pri cui iastusa 
Scurri la sicula 
Fonti Aretusal 

Li trummi cedaou. 
Cui d*idd*incugna . 
A lu gran merita 
Di tua sampugnat 

Chiddi decantanu 
Straggi e bravura, 
Chista la simplici 
Bella natura. 

Oh pazzi! E cridinu 



Li menti umani 
Felicitarist 
DMdda hmtani! 

Dici» e incaminasi 
Pri oscuri vìi 
Di Dafni all'epoca 
Cara a li Dil. 

Lu trova in placida • 
Silva tranquilla, 
Unn'acqtia un vausu 
Limpida stilla ; 

Cci penni tacita 
Sampugn'a latu! 
Uu cani airalitu 
Cci sta curcatu ; 

Di attornu pascinu 
Vacclii infìnitif 
L'echi rìbumbanu 
Di li muggiti ; 

Li prati ridinu 
Sutta li curi, 
E lu bon ordini 
Di li pasturi ; 

E intantu sedìnu 
Dda spinsi rati 
Paci e Giustizia 
Stritti abbrazzatì. 

Cca juntu fermasi 
Miu Geniu, e dici : , 
grata imagini 
Di età felici I 

S' in mia t* insinui 
Cu tali ciarmi 
Com'è possibili 
Da tia staccarmi. 

H. 

LA NASCITA DI AMURT. 

Da la vaga Citeria, 
Non *ntra stentu e 'ntra duluri. 
Ma *ntra risu ed alligria, 
A lu munou nacqui Amuri. 

Quantu nicu, tanta beddu^ 
E sì ben proporziona tu. 
Chi paria cameu di aneddu 
Di un valori smisurato} 

Li Dei tutti a stu purtentu 
" Inarcavanu li gigghìa, 
Cuntimplannu ad occhiu attentu 
Sta stupenna maravigghia. 

Lu stupuri nun li lassa, 



OM 



Adzi cchiù si avanza e criaci^ 
Pirelli cchiù chi tempu pasaa 
Lu bambinu smimrisci. 

Era iDutili lu tantu 
Latti ad iddu ; di lu velu 
Scurria fora tuUu quaoiu, 
E lassau *na striscia in cela. 

La Dia mesta e scnnsulaia 
Chi 1(1 figghiu jia inaiicaoDU, 
A lu fatu s*è indrlxrata» 
Sta prighera presentannu. 

A chi darmi nn beddu figghiu 
Si mi manca natu appena? 
Suggeriscimi un cunsigghiii 
Pri nutrirlu e darci lena t 

Rispus' iddu ; Si a la luci 
Nauiru partu purtlrai, 
Quannu chistu darà vuci 
L'autru crjsciri vidrai. 

Sta ricetta, mi cridMo» 
Nun fu pr'idda amara tanta.** 
Basta, lordini eseguiu, 
E l'affari jiu d* incanta.* 

Eccu in fini fu avvirata 

Di lu fatu la sintenzat 
Di una figghia s'è sgravata. 
Chi chiamau : Corrispondenza, 

A lu nasciri di chlsta 
Pigghiau ciatu lu puttinu» 
E quant'idda forz*acquista» 
L'autru crisci, e fa camina* 

Olà ci spuntanu Taluzzi, 
Chi s' impinnanu a momenti, 
Poi niscennu li manuzzi 
Vola in aria» e fa purtenti. 

liL 
LI GAPIDDL 

Chi lirribiliu 1 
Chi serra-serra I 
Deh curri, o Veneri» 
Sparti sta guerra* 

Quindici milia 
Cechi^amurini, 
Tutti si *ngrignanu, 
Fannn ruini. 

Cui punci e muzzica ; 
Cu' abbrucia ed ardi ; 
Cui tira ciacculi ; 
Cu'abbija darJi. 

'Nira lu spartirla! 



39 

Li cori prisi, 
Vinniru a nasciri 
SM gran euotist. 
A sta notizia 
La Dia di Gnidu 
Curri, precipita, 
Ittannu un grida. 
Ed è possibili, 
Dhi^un cc'ò roumenta 
Ci stari 'nzemmula 
Tanticchia abbentu! 

Giacchi non giuvapu 
Menzi e riguardi» 
Vi farro a vidiri» 
Muli bastardi... 

Dissi : e 'un travannucci 
Megghia riparu» 
L'afferra» e carcera 
Tutti di para ; 

Poi cu finissimi 
Fila indorati 
L'ali chi sbattina, 
Teni *nchiaccati... 

Deb I ferma» o Veneri» 
Vidi ca sbagghi, 
Pirchl.yoi crisciri 
Li mei travagghi? 
Lu miu martiria. 
Ti paria poca, 
Vufisti agghiuociri 
Ligoa a lu focu? 

Chisti chi liganu 
L'aluzzi ad iddi» 
Di Nici amabili 
Su li Capiddr. 

Dintra lì buoculi 
( Oimè» chi arduri I ) 
Coma svolazzano 
Li nichi Amarli 

Partì saggirana» 
Privi di paci» 
Di la sua aeafia 
'Ntra lo otittci» 

Cui di 11 Zefiri 
Cerca ristoro» 
Santa, e fa smovirì 
Lì fila d'ora. 

Parti si coreana 
Supra lu coddu» 
Ch'è un finn avolia 
Pulitu e moddu. 

E di dda mannana 
Saitti e lampi ; 



4d 



ODI 



Ahi ! cui pò reggiri 
'Nira tafiH^ tampi ! 

Ah ! yimii a ditoviti 
In mia sta guerra 1 
Sili tirriMitl 1 
Sia seria aem ì 

IV. 

LU GI^GiniJ 

La benna laeern» 
Spinnaitt tmia, 
Chianoia Capedini 
A ehianiii nàUtt: 

RuemiMavaaì 
Pallida^ e aarM : 
Me marn Veneri 
Mi rumpiii Tareii. 

O i beai Mijati 
(Gei di88i aNata ) : 
Tu si dlavulu, 
Non crialura $ 

Ifcfepall, rudilt; 
SI : coi ijtt gasili, 
Almeatt termina» 
Speddì ana eualii. 

A Bt* improperi 
S'ingaita e taci ; 
Ma dintia h lerbiAi» 
Nun trova paci. 

Posa la gwitti 
Supra di un eiort, 
Pinci di daimirt, 
Ma 'un dormi Aratri. 

Poi totlu ^zemmnla. 
Piggbiaoiiu «Mio, 
Grida -, Vinaria, 
L'arca è tttfaiu ; 

LTavM k*«ìM», 
Ghi va prt MilM. 
É l'adeeifMi 
Gigghi« « FiRi. 

DiOil : « K un fobiiu 
Scuccanoa ita dawla ; 
Si IstM «A muMMm : 
Ahi ! Ahi i MD^nla ( 

V. 
i^OOCIIL 

Uccktoiri nHiri, 



Si taliaii, 
Péciif cadiri 
Casi e citati ; 

Jeu munì debuli 
Di petri e taju, 
Cunsidiraii-in, 
8*aiiurB caju t 

Sia arti magica, 
natiiraK, 
In TUi risplendìna 
Biddiizi tali, 

Chi tutii'nzemmula 
Cuinponnu un ciarmih 
Capaci a smovirt 
Lu stissu marmu. 

*A tanta grazia 
Sga vararcdda 
Quanon si situa 
Menza a vanedda^ 

Chit Ycru martìri 
Di lu disiu, 
Cadi io deKquiu 
Lu eor^ min. 

Sv siti languidi 
Ucchfitzzi cari, 
€tfi cci p* reggiri ? 
Cui eai pd stari ? 

Iti toni un pntla, 
CM m'aasstterra, 
L*atma ai spiccica. 
La senzin sferra» 

Poi cut pò esprimirl 
Lit tosiru rtsu, 
Ucchiuczi amahiNt 
S^è un paradisa? 

Lu peitu sbaglia, 
Lu saiigu mugghi. 
Su iotiu spinguli. 
Su tuHu agogghì. 

Ma quaniu lagrimi, 
Ucchitasl amali. 
Ma quatta apaaìmi 
Cbi m\ amsMÌ t 

Ajà«i làstima 
Di lu aai« stato ; 
Vaja ridilitti, 
Ca •& aanitn. 

VI. 

LU LABBKU. 



i difsmi, apuzza nica, 



Ubili Tar tossi matinu ? 
Unn c«'è cima chi arrussica 
Di lu munti a dui yicinu ; 

Trema ancora, ancora luci 
La ruggiada 'ntra li prati» 
Duna accura nun ti arruci 
L'ali d*oru dilicati I 

Li ciuriddi durmigghiusi 
^Ntra li Tìrdi sol buttuni 
Stannu ancora stritti e chiusi 
Cu li testi a pinnuluni. 

Ma Taluzza s'affatica ! 
Ma tu voli e fai caminu 1 
Dimmi dimmi» apuzza nica. 
Unni vai cussi matinu? 

Cerchi meli ? E s' iddu è chissu 
Chiudi Taliv e 'un ti straccari ; 
Ti lu 'nzignu un locu fissu» 
Unni ài sempri chi sucari ; 

Lu conusci lu miu amuri, 
Nici mia di l'occhi beddi ? 
'Ntra ddi labbra cc'ò un sapuri 
'Na ducizza chi mai speddi. 

'Ntra lu labbru culuritu 
Di lu caru ama tu beni, 
Cc'è lu meli cchiù squisitu, 
Suca sucalu ca veni. 

* Uda cci misi lu piaciri (1) 
Lu so nidu *DCilippatu 

Fri adiscari pri rapiri 
Ogni cori dìlicatu. 

* A lu munnu 'un si pò dari 
Una sorti cchiù felici, 

Chi vasari, chi sucari 

Li labbruzza a la mia Nici. 

VII. 
LA YUCCA. 

1. 

Ssi capiddi e biunni trizzi 
S& jardioi di biddizzi. 
Cussi vaghi, cussi rari. 
Chi li pari nun cci su. 

Ma la vucca cu li fini 
Soi dintuzzi alabastrini, 
Trizzi d*oru, chi abbaggghìatii 
Pirdunati, è bedda cchiù* 

2. 

Nun lu negu amati gigghiji. 



e»f * il 

Siti, beddi a maravigghia ; 
Siti beddi a signu tali. 
Chi l'uguali nun cci su. 

Ha la vucca 'nzuccarata 
Quannu parrà, quannu e lata, 
Gigghia beddi, gigghia amati, 
Pirdunati, à bedda cchiù. 

3- 

Occhi in vui fa pompa Amuri 
Di l'immensu so valuri. 
Vostri moti, vostri sguardi 
Ciammi e dardi d' iddu su. 

Ma la vucca quannu duci 
S'apri e modula la vuoi. 
Occhi. •• Ah vui mi taliati !... 
Pirdunati, 'un parru «chiù. 

vin. 

LA VUCL 

1. 

Vola in aria'na Vucidda, 
Cussi grata, cussi linna, 
Chi lu cori già noi spinna ; 
Duci-duci si nni va. 

L'Amurìni sutta Tali 
L'equilibranu suspisa ; 
Ora cala ed ora jisa, 
Ora immobili si sta. 

% 

D*ogni pettu e d'ogni cori 
Com'avissi già la chiavi, 
ì}nci, tenera, e suavi, 
L'apri e chiudi a gustu sd« 

Trasi dintra sinu all'alma, 
La sulleva, l'accarizza, 
Cu 'na grazia, 'na ducizza. 
Chi spiegari nun si pò* 

3. 

Quannu flebili e duleoti 
Duna corpu a \ì duluri, 
L'arpa stissa di FA muri 
Nun è tenera accussi. 

Quannu poi scappannu vola ; 
Quannu poi si ferma e trilla, 
Pari a nui, chi l'aria brilla, 
Tuttu ò allegru, tuttu è insl. 

4. 

S*idda rumpi qnalchi nota, 
Da li Grazj persuasa, 



(i) Le potsie notata coU'aslerisco * sodo quelle me il anco quelle che ai sono per la prima 
tratte dal volarne postumo, e dai aior^jalii ce- ' volta digli autografi ricara'e. 

6 



Già lu stomaeu nni tcaia, 
Nun si data aflattu cchiù ; 

Quannu sempri sminuennu» 
Quasi manca, quasi mori» 
Si fa slragi di li cori, 
Diltu, Amuri, dillu (ù? 

IX. 

LALITÙ. 

Profumeddu gratu o fina, 
Di cui l'aria s'impanna, 
liunni venL? Cui ti manna? 
Quantu va ca Y indovinu ? 

Qualclii spratticu dirria ; 
Ca si figghiu di U ciuri ; 
£ li spiriti cchiù puri 
Tutti sunnu uniti in tia ; 

Di li ciuri è veru nn*ài 
La fraganza la cchiù pura ; 
Ma però si senti altura, 
Ca li superi d'assai. 

Dirria nautru : Un Zetirotta 
Di l'arabici cuntraii, 
Tanti eQluvj prelibati 
Cosi, e vinni cca direttu ; 

Si li voscura Babbei 
Si d'Arabia li virduri, 
Avirriaou tali oduri, 
Cci starrevanu li Dei. 

Profumeddu, chi nni dici ? 
Aidi a tanti dicirii ! 
Però a mia nun mi trizii, 
Tu si TAlitu di Nici. 

X. 

LU PETTU (1). 

■ 

1. 

'Nlra ssu Pittuzzu amabili, 
Ortu di rosi e ciuri, 
Dui mazzuneddi Amuri 
Cu li soi m^inu fa. 

Cci spruzza poi cu Tali 
Li fioccni di la bivi; 
'Ntriccia li vini e scrivi : 
Lu paradisu è ccà« 



(i) Qattla e la seguente sono tradaxioni di 
<dtic canzonette orientali, 11 nostro Autore si è 
■txg^nato per liuanio gli è slato possibile di 



Ma un' importuna mitiiìa 
M'ottenebra lu celu ; 
Appena 'ntra lu velu 
'Na spiragghiedda cc'è. 

Armata d'una spingula. 
Chi pari 'na laparda, 
Modestia si lu guarda, 
Che rigurusa, oimè ! 

3. 

Un Amurinu affabili 
L'ammutta a jiri a mia ; 
Ma TautrUf oh tirannia ! 
Turnari poi lu fa; 

Pietusu a li mei lagfimi, 
Chiddu lu spinci arreri : 
Ma torna poi 'nnarrerì» 
E sempri veni e va* 

k. 

Li sguardi si sammuzzaou 
'Ntra dda spiragghia nica ; 
Ed idda li nutrica, 
Li pasci quantu pò : 

Idda la menti guida 
A li biddizzi arcadi ; 
Nni teni vivi, e sani 
Lu sul a ajutu so. 

Si mai sintisti iffettu, 
Zefiru amurunu, 
Lu velu suspittusu 
Allarga un pocu cchiù ; 

E si lu to nun basta 
Alitu dilicatu, 
Pigghiati lu me eia tu, 
E servitinni lù. 

XI. 

LU NEU. 

Tu felici, tu beatu, 
*Nzoccu si, Purrettu, o Neu! 
'Ntra ssu pettu dilicatu, 
Oh! putissi staricc^eu! 

*Ntra ssi nivi ancora intatti 
Comu sedi ! comu spicchi l 
Ah ! lu cori già mi sbatti ; 
Fa la gula 'nnicchi-nnicchi. 



conservarne lo spirito de' pensieri e inederarne 
la lli'coza delle' espressioni. 



9W 



43 



Di lu coddu a li tonGni 
Si *Da guardia vigilaoii, 
Pri li vaghi dui Turtioi 
Di la piazza ccliiù iinpurtanti, 

Ah ! si mai pigghiannu a scaneiu, 
O pri audacia singulari, 
Qualchi nianu (a lu grauciu, 
Facci tu terra trimari ; 

Ha quaan*eu poi m'ammaraggiu; 
£ Varbitriu mi manca ; 
Fammi qualchi bon passaggiu ; 
Cu ramici vaja franca. 

XII. 

LU NON-SOCIU. 

In figuri, Vijuledda, 
Bcdda bed4a nun cci sì ; 

Ma in fcia regna, in iia privali 
Cerili tali noo-so-chl, 

Pri cui roisa a beddi accanta 
D* iddi oh quantu spicchi ccliiii. 

Si su chisti vaghi stiddiv 
Suli in iddi splendi tu. 

£ 'a rosa 'un arricriu 
Pri lu briu, la maistà : 

Sta vaghiua Tocchi abbagghia. 
La «plibagghia curri ddà ; 

Ma in un cori diiicalu 
Lu to cialu oh quantu pò ! 

Quali ciamma, quali atVettu 
Svigghia in pcttu un guardu tu! 

E aimpaticU). è gentili » 
Né virili cori cc'ò, 

Chi un si senta risbiggliiari 
Li cchiù cari e duci oimèv 

xw. 

Li, SIMPATIA. 

A la liedda Dia di Gnitlu: 
Lu gran cioUi p^vientusu 
Fu rubbatu da Cuf^du 
Diu potenti e eapricciusu,. 

Ed a Fillidi sua cara 
€Ici lu cinsi e dis^i poi :. 
La natura ben pripiara^ 
£u compiaciu lopri soi : 

Grazia, spirilUi biddizsa 
Tinn'à dalu senza cunfai,. 
E si vidi cu ehiarizza, 



Ch*era in gana 'ntra ddu puatu. 

Jeu stuputu a sta eleganza* 
Pri nun darìmi pri vintu 
La magnetica pussanza 
Ti presentu *ntra stu ciniu. 

Di cui nn'àju vistu provi 
In. mia matrì, ed in Giunuv^, 
Pri cui chista lirau Giovi. 
Comu fussi un piCuruni. 

La sua forza è siogulari* 
Tuttu cedi a lu so imporu. 
Da putir! couquistari» 
Si tu voi» lu muxmu ioteru. 

XIV. 

LI GRAZI. 

Doppu chi rAsia» 
Già quasi tutta» 
Cadlu per Elenft 
Arsa e distrutta. 

In tonu seriu 
Li Dei piosaru 
A sii disordini 
Dari riparu. 

E pirchl vitliru. 
Chi la biddizza 
Junt*a li Grazj 
Gran focu attizza, 

Perciò decretanu : 
Chi mai cchiù visti 
Fussiru 'nzemmula 
Chidda cu chisti. 

Dunca spartenduai 
Da Citeria 
Li Grazj pigghianu 
Pri nautra via. 

Cci va Cupidini 
Manu cu roanu. 
Stanti lu geniu 
So juculann* 

Trovanu in Fillidi 
Grata accu^ghieoza,. 
E in idda ùssanu 
La permanenza. 

Intantu Veneri, 
Scuntenti e mesta, 
Gira sbatteoDusi 
Siila la testa: 

Fri terra ed aria,, 
Cita e chianuri 
Scurri spiannucoi. ^ 



u 



#M 



Chi m'h di Amali? 

Ma poi traTannulu 
Leta e euntentì, 
Dissi sgridannulu : 
Ah! sconuscenti! 

Cussi dimentichi, 
Barbara, ingrata, 
La ma tri propria, 
Chi t*à addivata ? 
11 atri, pirdunaroi, 
Dissi Cupida, 
Mi parsi a vidirì 
Cca lu to nidu : 

L*anni mi scursira 
Cussi suaTi, 

Chi *un potti aecorgirmi» 
Chi tu maneavi. 

XV. 

LU GESUMINU. 



Gesomìnu tu mi ammascbi, 
E nun yi^a Tu pirchi ; 

Stari in menzii di sti raschi 
Nu lu nega, ch'^è un gran-chi. 

2 

Ma li rosi e ramarantt 
C*àiu vistu unni si tà ; 

Ijn onuri datu a tanti, 
È finutU) 'un vali cchiù. 

3 

Cu ssa boria e ssa livata» 
Tu ti cridi quasi un Rè? 

Ma nun passa sta jurnata, 
Ca finisci cu Tolè. 

Supra donni Yu so fastu 
Nuddu mai fundari pò « 

Porsi v'amanu, ma a (astu. 
Oggi si dumani nò. 

5 

Vidi 'nterra spampinatn 
Ddu galofaru cli'è ddà? 

Chistu ajcri fu aduratu 
Comu naulra deit^. 

6 

Ora 'un tocca cchiù cantusein, 
Si cci spii, dici : alme! 

Pirchi sugna afflitta o musciu» 
Pietà pri mia 'un cci nn^è! 



Ranchi elettu 'ntra li aiari, 
Gesuminu ora si tu; 

Porsi ayrai pri successuri 
Li cchiù tinti chi cci su. 

8 

Chi unni regna l'incostanza, 
È cuccagna; e sai pirchi? 

Pirchi ognunu avi spiranza, 
Oggi nò, dumani si. 

XVL 

LARUTA. 

Malannata chi vi vegna 
Rosi. Gjgghi e Gesuminu : 
Nudda Ninfa cchii vi tegna 
'Ntra lu so pittuzzu fina; 

Nici pallida e trimanti. 
Anelanti e strangusciuta, 
Sarrla morta *ntra un istanti 
Si nun era pri l'aruta. 

Sia decretu di V 4muri, 
Sia destimi sconuscenti, 
Li cchiù beddi 'ntra certuri 
Su suggetti a st^accidenti : 

A lu cori si cci abbija 
Una negghia, un nuvuluni, 
Chi li torci, sforasija 1 
Comu vipari e scursuni; 

E cci movi tanta guerra, 
Chi Ui velu palpitanti, 
Laceratu cadi a terra, 
£ nni tremanu ramanti* 

Giuri, vui superbi assai 
Pri tant'abiti pompusì, 
^Ntra st'Oceanu di guai 
Stati friddi ed oziusi 1 

A chi tantu esaggerati 
La fraganza cchiù esqaisita. 
Si cci accrisci, o ciuri ingrati, 
Lu disordini a U vita ? 
• Ma Taruta, ch'ò pudica, 
Rench\ poca sociali, 
É la cchiù fidili amica 
Di li spiriti vitali. 

Non ostenta lu so fastu 
Cu li varj culuri; 
E nun duna nuddu rasta 
Di Tintrinsecu valuri* 

Chi virtù, beiìchì prtrata, 
Bencki povera • Dimiisa, 



•BI 



45 



Vìtì sinnplici • biata , 
E s'appaga di te stia sa. 

XVII. 

LA COLICA. 

'Na dogghia colica 
Già mi rapla 
La megghia mobUi 
Di Citerla. 

La Parca orribili, 
Di dardo armata, 
Djotra li visceri 
Sera appastata. 

Addju (gridavanu 
Tutti ramanti) 
Addiu, va cliiuditi 
RegQu galanti. 

Tutti sii lagrimi 
Junceru in celu, 
Ed eccu Veneri 
S^arma dì zelu : 

Giovi» proteggimi, 
(Dissi cu impegnu) 
Vacilla Tancora 
Di Ju miu regnu. 

Rendi sta giuvina , 
Rendila a mia; 
Poi crepi invidia, 
£ gilusia. 

Dissi; (oh prodigi»!} 
Giovi balena; 
E in terra canciasi 
Tutta la scena; 

Cessa lu spasimu ,. 
Nici ò brillanti , 
Rivali crepanu , 
Ridinu amanti. 

XVIII. 

LA MOKITA FALSA 

E persu è persu, o Amuri, 
É persu lu negoziu; 
Mun cc'è cchiù dteituri, 
Tutta la genti è in oziu; 
E sai chi nn;ò la causa? 
Curri munita fausa. 

Li beddi duppj antichi , 
Si Cori mcii, jen farnuy 
Ora si tu li stricbi. 



Su pannidduni e ramii, 
Lu chiantu, chi cumpagnu 
Fu a la cuppella, è stagnu. 

L'unzini chi currianu 
Di vintìdui carati , 
Chi per impronta avianu , 
Li sguardi appassionatit 
Ora si noi fai prova, 
Chi sùP testi di chiora. 

Li giouioi e scuti 
Di li 9uipiri ardenti^ 
Di li discuninuiti, 
ParoU rutti in demi.., 
L'intresso, oimè! la briga 
Falsifìcau la liga. 

Curria *ntra li striguni 
Un tempu sta munita; 
La fici poi comuni 
Qualcht cajorda ardita; 
Ora cui junci campa, 
Teni lu cugDu e stampa. 

Dimmi ora : cui è dd'armali, 
Chi arrisica ri vogghi 
Lu propriu capitali 
A frunti di sf imbrogghiT 
Amuri, s'è pri mia. 
Poi chiudiri putia. 

XIX. 
LI BACCANTI. 



Li testi fumanu, 
Gik semu cotti, 
Buttigghie golii 
Vegnanu cei. 

Viianu a cànearu 
Sennu e giudiziu, 
Oggi sia viziu 
La graviti. 
3 

'Ntra la mestizia 
Li guai s'avanzanu, 
Sulu si scanzanu 
Stannu accussL 

La ciospa 'nzemmula 
Lu calasciuni, 
Vini abbuluni, 
E amici 'nzL 
3 

Fumu è la gloria, 
L'amuri è focu. 



16 



ODI 



É UD schcfrzui on jOM 
La gioventà. 

Prima chi treipula 
Vicohiaja arrira, 
Si sciali e yjTa 
A cui pò cchiù. 

4 
Proi Maciotula, 

Bedda picMsiotCa, 
Ch'iu *Dtra 'na botta 
L'asciuchirò! 

Coma rivuggkiiui 
Sii bianchi acumi 
Vugghia, ed addumt 
Lu cori tò. 
5 

Tasta sftu baUamii, 
Tastalu chisaa, 
Uamuri atiisut 
Cca diotra ce* è. 

Comu arruasicanu 
Sai masciddilfzll 
Oh li labbr^Esil 
Tale Ulè. 

6 

Scurra TOceanu 
L'Inglisi andaci, 
Ch'eu vogghiu in paci 
Starimi ccà. 

Si poi lu Palagu 
Yinu farria, 
Jeu scurriria 
Forsi cchiù ddà. 
7 

Sinu a lu Measicu 
Yaja lavaru, 
Cerchi ogni soaru 
Di lu P«rù. 

'Ntra ciaschi e bùmmati 
Su li ricchizzi, 
Li cuntintizzi 
l>da dintra aù. 
8 

Morti nuo curasi 
Doru di ramu; 
Dunca tummmnu» 
Butligghi oU. 
. Spiltarla serii 
É cosa grevta. 
Li jorna abbrevia, 
Sicchi cci fa. 

Fora li trivuli; 



Àllargu taja 
Grunna e yi«ehiaja; 
Resti relè. 

Gridi : trioch-vaine; 
Fraula curtisa 
Maetrea fraocisa : 
Alon touchè. 
10 

TaYuli e brioniii. 
Amanti, amici» 
Fannu felici 
L^umanità l 

Viva lu YiTiri, 
Viva lu joctt, 
Viva lu focut 
Chi in pettu atA. 

XX. 

LU RUSIGNOLU. 

La tranquilla notti imponi 
Paci e calma a tutti quanti, 
Mentri tu graditu intoni, 
Rusigoolu, li toi canti. 

Tu cumpagnu so dllettu, 
Tu delizia di sta Dia, 
Tu si Torgauu perfettu 
Di la vera mtludia. 

La suavi tenerizza, 
Chi la vuci tua JifTunni, 
Tutti aspergi di ducizza 
Celu campi vaddi ed unni. 

*Ntra ssa gorgia tua canora 
Grazj e Amuri un nidu cci ànnu., 
D'unni scuvanu poi fora 
'Ntra li notti sbulazzanou : 
Ch'ora scurrinu affricati. 
Ora mustranu languenti ; 
Chi su in lingui 'nzucc arati 
Duci puru li lamenti* 

Di Toricchi a li confini 
La tua vuci no, nun mori;. 
Ma li grazj, TAmurini 
La tratfundinu a la cori. 

Dda s'insinua, dda risbiggbia- 
'Ntra li puri e novi af&tti 
La patetica famigghia 
DI Tincogniti diletti. 

La tua scena è la foreaia,. 
E li griddi cu ottavini 
Fannu armonica un'orchesta 
A li noti toi diviniy 



001 



n 



Chi da munti in yaddi % in ebiani, 
D'ecu'ad ecu rimbumbannu» 
Si ripctinu luntani 
Luiubrì stupiti avvivannu. 

Cori fìni) e non oorrutti, 
La natura cca vMnvita, 
Li delizj puri tutti 
Cca cunserva di la yita. 

Quannu l*oniini li spaddi 
Ci vutaru a sta gran matri 
Si fie*idda in munti e in raddi 
Li subblimi soi teatri. 

Si. ..poi dissi : ingrati figghi, 
Si.*.goditiyi di l'arti 
Tanti commodi e "mmizzigght, 
Ch^idda chiusi vi cumparti* 

Ch'ou vi lassù a li rancuri^ 
D'inquieta arabiziooi / 

E a li tristi dissapiiri 
Di buggtarda illusioni. 

XXI. , 



LU BRIU. 

Su^ai di vldiri 
*Ncostu di un fonti 
Lu saggiu 6 lapida 
Anacreontif 

Chi a lu so solitu 
Supra un'arpelta 
la ripassandusi . 
Sta canzonetta : 

Mentri mi tillica 
'Mpettu lu briu, 
Cchià nun desiderù« 
Lu munnu è m1u« 

Tant'è lu giubilu, 
ChialPalmachiovi» 
Chi non invidiu 
Nettari a Giovi. 

Di onuri e carichi» 
DVu a catasta 
Nni fazzu od hrinnisi, 
Lu briu mi baata. 

In iddu raoima 
Trovu, e Toggettu 
Dogni delizia; 
Di ogni dilettu, 

Iddu è la aausy, 
Chi dà sapuri 
Anobi a l'inez] 
Di un criaturi. 



:• 






Li Varvasapj 
Cu gravità 
Tutti m^iolinianii 
Serietà. 

Dicenna : aciddiea 
L'etati e scappa, 
Li moddi ceainu» 
La peddi arrappa. 

Su belli chìacchiari; 
Lu briu distingui 
Vecchi da gtovini... 
Taciti Ungui. 
Eccu vìditiluj 
Mentr'àju ad iddu 
Tornu a rinaaciri 
Da piceiriddu* 

Hi si rtnotanu 
Tutti rumuri» 
Soinnt a li muicuU 
Novd viguri..^ 
Serj cu savii 
Vui cùnrunditi? 
Sciucchizza, o 'mmirra» 
Briu nun nni aviti. 

Vecchi misantropi, 
Da cui fulu, 
Forz'è oeiriniirou 
Diri : ch'è un Diu. 
Porr è concediri : 
: Chi: senza d- iddu 
.Lu munnu è lugubri, 
La vita è un siddu. . 
E chi a so arbitriu 
Si manifesta. 
Natura allomini 
Ridenti, o mesta. 
Ricchi solUciti, 
Ambiziusi, 
Ah miserabili 
Campati illusi! 

Posti, dominj, 
Ricchizzi onuri, 
Tani di viptri 
Su 'ntra li ciuri. 

Lu briu nuo «akula 
Potenza ed oru» 
Ma in corpi vegeti 
Paci, ristora. 

Da oggetti simplici 
Da un gestu, un dittu 
Stu Diu beneficu 
Tira profiitu... 
Ddocti nni spersimu, 



i8 



•DI 



Kra jinnaruv 

Lì gatti, ok r«rraiDil 

M*arrifbigghiarii. 

XXII. 

D. CfllSCIOTTI. 

Salta uD'antica quercia, 
Chi attrayersu spurgìa da uo vaosa alpestri, 
Cu 'na manu a la frunti, D. Ctiisciotti, 
Mestissimu sidia : *na rocca allatu 
Di chiappar! cuTerta, e la pinnenti 
Areddara d*attornu a la sua cima 
Facianu pavigghiuni a la sua testa; 
Ripusava oziusa la ^gran spata 
'Ntra la purvuli e Terra : a un virdi ramu 
Stava appnjata Tasta di la guerra, 
Sutta un vrazKu lu scutu, e Telmu a terra. 

Cornu nuvuli densi di molesii 
Minutissimi insetti a scheri a scheri 
L'amurusi pinseri 
S'affuddavanu tutti a la sua menti; 
'Ntra li suspiri ardenti, 
Quasi accisu Vulcanu, lu so pettu 
Fumu e dammi esalava : 
E mentri intornu intornu 
Li valli e li furesti 
Taciti attenti e mesti 
Sì stannu spittaturi a la gran scena, 
Cussi cantannu sfoga la sua pena. 
Munti e vausi, menu duri 

Di lu cori di dd' Ingrata 

Petri, trunchi, erbetti eciuri, 

Chi adurnali sta vallata, 

Deh! salvatimi d amuri, 

Chi mi h Palma trapanata*, 

O parrati vui pri mia 

A U cara Dulcinia. 
Ciumiceddu lentu lentu, 

Chi di lunni cristallini 

Vai spargennu lu lameotu 

A li voscura vicini, 

Di 8tu cori lu turmentu 

Dimmi tu si avfrri finì? 

Ahi dumannacci pri mia 

A la cara Dulcinia. 
Zefirettif chi lascivi 

Cu lu ciatu innamuratu 

Li mei ciammi ardenti e vivi 

Ccliiù maviti aimel sbaropatu, 

Ah! squagghiati vui la nivi 

Pi ddil cori, cli*ò 'nghiiat«i. 



Acaiò bruci, coma mia» 
La mia cara Dulcinia. 

Ocidduzzi chi cuotenti 
'Ntra li rami e 'ntra li ciari 
A lu suli già nascenti 
Intricciàti inni d'amuri. 
Deh! pristatimt Taccenti» 
Cussi grati e cussi puri; 
Acciò gratu, e aecettu sia 
A la cara Dulcinia. 

Da sti vausi, unn'eu m*aggiru, 
Miu tirannu amatu beni. 
L'aria stissa, ch'eu respirui 
Missaggera a tia già veni; 
Porta acchiusi 'ntra un suspiru 
Li mei crudi acerbi peni; 
D. Chisctotti è chi l'invia 
A la cara Dulcinia. 

XXIII. 

LA MORTI DI SAFFU 

Duna un tanu pateticu la lira! 
Cirinrauslu auguriu oimè! « 

La musa mia Polinnia suspira! 
Oh celu! chi co8*è? 

Musa... ma tu nun senti, e guardi attenta 
Un'eminenti rocca, 
Comu cui vidi cosa chi spaventa, 
O chi l'affliggi e tocca !••• 

Cala da locclii mei la benna: ahi vista! 
La Lesbia donna è in auiu! 
Comu a gran passi l'eminenza acquista 
Di lu fatali sautul 

Li trizzi scioti, in aria li vrazza! 
Anelanti lu pettul 
Lu palluri di morti cci sbulazza 
'Ntra lu smarritu aspettul 

Scintillanti lu sguardu e furiusu 
Or'a lu celu spinci. 
Ora Fabbascia, e lu sprofunna jusu,' 
Inorridisci e 'mpioci* 

Ma nova furia eccu la scoti e smovi 
Con impetu maggi uri, 
Suspira, ed ogni vausu si commovi; 
Sta sulu firmu amuri. 

Fermati scunsigghiata; e' un ti nni addunt 
Ch'è cecu cui ti guida? 
L'arbìtriu to cci ài d.itu! Lu picciuni 
Cui a^ un eorvu affida? 

Quant'è crudu nun sai? Chi nni accanzasti 
Da supplichi divoU/ 



ODI 



i9 



Lu cori ch'In deliquiu squaggliiasti 
"Ntra Tamurusi noti! 

Ca la sua lira Orfeu risi placata 
Di Platu lu fururi^ 
Ma quantu di Plutuni ccbiù spietatu 
SafTu tu provi Amuril.*. 

Ma li paroli ifiei spargiu a lu Yentu 
Gii junta è airorlul...Oh Dtu! 
Uoccbiu'un resisti. -.OimèlLQbottu eu sentu 
Già Tunna l'agghiuttinl..- 

L*unna chi fora gurguggbiannu manna 
L*ultiinu so assaccuni* 
Chi mentri Taria 'ngramagghiannu appanna 
Risona : oimè Fauni|! 

Chiancinu li Nereadi tutti in luttu, 
E intenti a li vinditti 
Veneri Tarcu coi i ad Amuri ruttu. 
Li grazj li saitti. 

Jettanu a terra in Pindu ed arpi, e Uri 
ApoUu e li Cameni, 
£ si disfannu in lagrimi e suspiri 
À mari li Sireni. 

La benna torna allocchi mei. Mia lira 
Nun duna sonu echini l 
SafTu d^Amuri nun placau mai lira : 
Chi nni spiramu nui? 

Chi ti lusinghi cu sta canzunedda 
Pueta miserabili? 

Mmatula preghi e incensi la tua Bcdda, 
Amuri è inesorabili. 

XXIV. 

LA PACI 

£ la paci la mia amica, 
la mia cara vicinedda» 
Oh chi Diu ta benedica! 
Quant'ò saggia) quant'ò bcdda! 

D*idda accantu 'un sentu guai 
Campa spicciu, giru tunnu, 
£ cu poca pocu assai 
Nent'inyidiu 'ntra stu munnu. 

Sì mi mancia an tozza duru, 
Mi TapproTii e dici : sedi} 
E stu tozza Ti assicuru, 
Mi va all'ugna di lu pedi. 

Quannu posa testa a lettu 
Dormu sazia, coma un ghiru» 
Grati sonni, e di diletta 
Di la menti vannu in giru 

Ora vola, comu un cignu, 
Ora sutcu undusi vii. 
E dumennu disimpignii 



Li oapfieci e li disii, 

E st'imagini sugnati 
L'indumani sunnu ugnali 
A rimagini ristati 
Da li giubili reali. 

Si lu Sagru Munti acchianoi 
A lu lata mia s'incognat 
Cu li proprj 801 manu 
Poi mi accorda la aampugna. 

Di dda saprà, mentr'eu canta, 
Yiju sutta li mei pedi 
Terra, mari, e tutta qaantu 
Votnu ambisci, e nun pussedi. 

E Fortuna 'ntra ^na rota. 
Chi currennu a rumpi-coddu 
Auta e vascia, gira e sbota 
Or'a siccu, ed ora a moddu. 
^ 'Na granturba appressa d'idda, 
Chi cci grida supplicanti : 
Oh Dia ferma *na scardidda 
Guardia mia 'ntra tanti e tanti ! 

Cumpiangendu sti mì^chini, 
Jeu l'amica strinciu e abbrazzu, 
Chi li lochi suiarini 
Fa ccbiù grati d'un palazzu; 

Chi a guardari si cumpiaci 
La ccbiù simplici capanna, 
Lu gran fastu cci dispiaci, 
E si vota di dda banna. 

Non perciò la societati 
La disgusta : ama Famicì, 
E su pr'idda li citali 
Ricchi, floridi e felici. 

Ama Tarti ad una ad una, 
Lu cummerciu, li scienzi, 
Odia sulu di fortuna 
Li capricci e prepotenzi. 

Ma poi trema, o impallidisci 
Cu na sincopi murtali 
Quann'alcunu proferisci : 
Guerra, liti, o tribunali. 

Pirchl accordasi in compensa 
Da lu cela a un cori drittu, 
Acciò Toru, nò Tincenzu 
Non invidj a lu delittu. 

Ma vidennula negletta, 
Cu maneri assai modesti, 
L*omu in idda nun suspetta 
*Na progenii celesti. 

Deh tu fa fionta ti -Eterna 
Di stu beni impareggiabili 
Chi l'Europa nni discerna 
Lu gran prezzu inestimabili. 



50 



ODI 



XXV. 
LA FORTUNA. 



^Ah ca passa! allerta, allertai 
La fortuDa Teni a tial 
Vacc' iDCootru pri la via 
Facci ascìari porta aperta... 

A 8ti Tuci affacciu e Yiju 
Boiin'altera, e risplendenti! 
Prevenatu da li genti 
Jea la porta sbarraehiu. 

Allittata da st'omaggiu 
S'avvicina» e dici : oh bravnf 
Jeo t'accetto pH miu schiavo, 
Trasirai 'ntra Tegoipaggio. 

Veni appresso, e a li toi passi 
Vidrai nasciri a ristanti 
Li roblni e li diomanti, 
E tott'aotro chi bramassi. 

Si voi posti e dignitati 
Basta solo chi lo dici... 
Ma dipoi sarò felici^ 
Spiega, di' la veritati? 

Sì, risposi, ti lo joro 
Pri sta rota chi sosteni 
Totti'qoanti li mei beni. 
Ed onn'en mi appoggio poro. 

Basta* basta ben capiscio, 
Gei diss' iOf sto joramento, 
Lu to granni appidamento 
Già lo vijo, e nni stopiscio. 

Ma m'è licito portari 
La mia paci, sta vicina. 
Chi la sira e la matioa 
Co mia sempri soli sUri? 

No, risposi, avverti a tia, 
Pri decreto di lo fato 
Sta marmotta, chi Ce allato, 
Non pò vèniri co mia. 

Donca va, diss'io, m'addogno. 
Chi s* instabili e fallaci. 
Forchi reati in mia la paci, 
Stajo bono cci onni sogno. 

Ristao fridda, corno ni vi. 
Poi pretisi fari seascio; 
M'eo mi misi tanto vascio, 
Ca di Tocchi oci spirivi, 

XXVI. 

IXÌ GENIO D'ANACREONTI 

Slroggennu TAttica 



Discordia e Marti, 
Raminghi scorsiro 
Musi, e bell'arti. 

Sbraccaro secoli 
Timidi, ansanti, 
A lajibarbarj 
f oenno avanti. 

Dopo tri milia 
Vicenni e echio! 
Gii qoasi scheretri, 
Vinniro a noi. 

Perd lo genio 
Di Aoacreonti 
Tott'ora bazzica 
SuH'oriszonti; 

Chi non trovannosi 
Ben digno alloggio 
Va trastullandosi 
Da poggio in poggio* 

Bell'a vidirisi! 
Pari a la cera 
Lo riso amabili 
Di primavera 1 

Li rai cchiù vividi 
Di lo matino 
Tutti accarizzano 
St'estro divino! 

Li Grazj liberi 
Di ogni ligami 
L^allapitiano 
A sciami a sciami : 

Schermi, ed imagioi 
Fini, ed ameni 
Brillano, abbagghiano 
Como baleni. 

L'amori spremino 
In iddo immersi 
Meli ed ambrosia 
Da li soi versi. 

Soa» benchì aimpUci, 
Grata armonia 
Scaccia li trivoli 
L'almi arricria. 

Cca e dda sbolazzano 
Co grato iotriccio 
Li jochi a genio 
Di lo capriccio. 

Lo brio chi domina 
Sta schera eletta, 
TiUica e stozzica. 
Rallegra, alletta... 

Mentr'eo co palpiti 
Di godimenti 



OBI 



51 



Siotia npirimi 
Da ali portenti. 

Lu Genìu guardami 
Gratu e curtisi 
Attu a sianciarisi 
Ad ali tisi. 

Poi tQtta 'itzemmula 
Si adumbra, e fui; 
Ahi pisi e cancari 
Culpati Yuil 

XXVIL 

L' INDULI D AMURI 

"Deltzii inesprimibili 
Amuri atia profusii 
In Tirsi e in Amarillidi, 
Mentr*era in iddi chinsu. 

*Ma pircb) è varia e inestabìli 
L'induli di sta Din, 
Cci dissi un jomu : Termina 
Già in vui la regna mia. 

*St*annunEÌu formidabili 
Fu proferita appena, 
Chi oscura negghia e lugubri 
Ingramagghiau la scena. 

*Ddi scuozulati esclamanu: 
Quali delittu mai 
Merita stu terribili 
Gastigu chi oni dai? 

*SU vita è insappurtabili, 
Senza lu io cunfortu 
Sgravanni un pisu inutili 
Pri nui lu munnu è mortu. 

^Kispusi : Éliggi barbara* 
Ma è Uggì di natura, 
Ch^in terra ogni delizia 
E un lampu chi si oscura» 

''Dunca eliggiti, o TOdiu, 
Lu sdegnu* e lu rancuri; 
O simplici amicizia 
Senza trasportu e arduri. 

^Ghist'è tranquilla, e placida, 
Menu di mìa brillanti « 
Ma cci supplisci un meritu^ 
Ch'è oohiù di mia custanti** 

XXVIII. 

LA CICALA. 

Cicaledda tu ti assetti 



Sapra un rama la matioa, 
Una pampina ti metti 
A la tasta pri eurtina* 
E dda passi la jurnata 
A cantari sfacinnata. 

Te felicil O quanta i data 
A tia prodiga Natura! 
Dintr'a rumili to statu 
D'ogn'insidia si sicura. 
Né a la paci tua si opponi 
Lu disia, Tambizioni. 

Benchl picciula si tanta. 
Ti fili granni e quasi immenza 
Propaganou cu lu canta 
La tua fragili esistanza, 
E o si allarghi, osi rannicchi, 
Ti avi ogn'unu 'ntra Toricchi. 

A tia codina Toceddi* 
Di l'està ti forti vampi, 
E li grati vinticeddi 
Pri rigina di li campi 
Ti salulanu giulivi, 
Pirchi tu li campi avvivi. 

Quanmi è Febbu a lu miriu. 
Li tai noti su a lu stancu 
Passaggeri di arricriu; 
Posa airumbri lu so cianca^ 
E a lu sonu di tua vuoi 
Si addurmisci duci duci. 
, 'Ntra li Musi fusti ascritta 
E notizia avuta in fonti, 
laduvina cui Tadditta? 
Cui? Lu stissu Anaereonti, 
Chi fra tanti a tia si ammira 
Pri suggettu di sua lira. 

Bissi ancora : ch'ai di argentu 
L^àli, e testa di rubinu, 
Ch'ai ruggiada in nutflmentu 
Di gentili oorpu e finu. 
Senza carni e senza sangu 
Di li Dei quasi a lu rangu* 

E chi spissu all'umbra grata 
Di li toi voschiiti chiusi 
Pri siati ri'na cantata 
Scinnt Apollu cu li Musi, 
E chi airarsu mitituri 
La stanohizza tu minuri. 

Si lu Genia di stu Saggiu 
Chi li grazj e lu briu 
Appi in propria ritaggiu. 
Tanti preggi in tia scupriu» 
Chi t'importa si J'idicala 
Poi ti sparra la furmicala? 



32 

SI, la sacciu e mi fa bili 
Lu sintiri susarrari : 
Oli stu insettu pricchiu e vili 
Chi s'ammazza a cumular!, 
Ti rimprovera, e ti accusa 
E di sciocca, e di lagDUsa* 

Cui DUQ sa, chi un cori avara 
Sempri è chiusu a li piaciri? 
Canta, dici, ch'eu priparu 
Pri lu teropu da viniri, 
'Na risposta 'ntra rintema 
Ti la canta 'ntra Tinvernu» 

Quannu allura da lu eelu 
Cadirannu muschi vranchi» 
Pri la fami e pri lu jelu 
Sclami rai : moru li cianchi , 
La mia stomacu è a lanterna..» 
Va, dirrò, cca 'un è taverna. 

Giacchi tu ti si spassata 
'Ntra Testati cu cantari, 
Spassati ora l'invirnata 
'Ntra la f ridda cu ballari, 
A diiunu *ntra sti valli 
Si cchiù loggia» emcgghiu hMK 

A st'avara sconuscenti 
Cci poi diri : si la vita 
Si misura da li stenti 
Tenitilla,, & sia infinita. 
Né crid'iu si possa dari 
Cui ti Tèja a invidiar!. 

Si però la vita è un dona. 
Chi a gudirlu datu sia, 
Jeu gustannu lo so bonu 
Di li musi in cumpagnia. 
Ho campatu e ardisciu diri . 
Tutta mai parrò murtri. 

XXIX- 

INNU A BACCU. 

Quali, lira, quali mai 
Diu benoficu a li genti 
Hisunari tu farai 
'Ntra li cordi toi 'ntinnf^nti? 

Forai Veneri ed Amuri 
Primi fonti di la vite? 
M'a li miseri è favuri 
Di li guai sta calamita? 

A tia BacGU allegru Diu 
Spicea st'innu li soi voli; 
Da iia scinni in nui lu briu. 
Tu si chiddu chi cunsoli. 

Doppu chi sbarca ru fora 



ODI 



Abbuluni pesti e mali 
Da lu vasu di Pandora 
Jcnnu addossu a li murtali. 

Scacciau Giovi da li celi 
La pietà; ma poi si risi. 
Poi la morti di Semel!, 
A Timpulsi soi curtisi. 

D'idda scossa e insinuata 
Vosi a miseri viventi. 
Chi un cutnpensu fussi datu 
Pri li tanti patimenti. 

A st*oggettu estrassi in vita 
Da lu ventri fulminata 
Lu bambinu,e poi lu ^nzita 
'Ntra 'na coscia sua biata* 

Oda cumpiu li novi luni 
Di lu patri in cumpagnia; 
Natu poi vinni abbuluni • 

Di iddu attorni] ralligria, 
^ La sua facci spira grazj 
E una flora di delizj, 
Li Nisei Ninfi mai sazj 
Su di daricci carizj. 

Cui jucannu lu scummettt, 
Nautra cantacci la ninna. 
Cui sunannu scattagnetti 
Saula, e abballa linna linnar 

Va Silenu e Taccarizza, 
Si Tabbrazza e strinci in peitu, 
£ li guai di Sua vicchizza 
Si cci cancianu >n di'iettu : 

Vucazialu quannu dormi . 
'Ntra li gambi aùaciu adaciu, 
Quannu vigghia cci fa *nnormt 
Cu la varva sua d'abraciu* 

Di cìuriddi adorna, e cinci 
La facciuzza sua virmigghia, 
Poi 'ntra laria la suspinai, 
E di latu lu gattigghia. 

Lu bambinu spiritusu 
Li ro anicchi stenni, e 'nfila 
^Nntra lu so pettu silvusu 
E acchiappannu lira e spila. 

Di Tareddara cucciuta 
Poi cchiù spinta orna la testa; . 
La Barbi-pida-curnuta- 
Capri-razza cci fa festa» 

'N(ra stallegra cumpagnia 
Crisci, avanza, spica, ingrassa; 
Versu l'India poi s'invia 
E rallegra unn'è chi passa. 

Doma tuttu l'Orienti, 
E cu trenu assai bizzarru 
Fa di tigri ubbidienti 



ODI 



Sirascioari la so carru. 

Gloriasa a la turnata 
Sapra an soogghia rampicanti • 
Di Arianna ablNindunata 
Muta in giabilu li chianti. 

Summu Eroi, ma non divina* 
Ti mustrasti a tanti provi; 
Ma lu dona di lu vinu 
Ti scupriu iìgghia di Giovi. 

Quannu in cela ricbiamari 
Già to patri ti vulia 
Ti dignasti a nuì Ussari 
Sta memoria di tta* 

Su, dicisti a la chiurmaggbia 
Di li Satiri bicclugni, 
Coggbi cogghi, tagghia tagghia 
La racina di li vigni. 

Tutti allegri a sta cumannu 
Eccu curri ri e solari i 
Fri ddi cliìani vennu e vannu 
Cu carteddi e cu panari* 

Vennu e vanno li ridieuli 
Satireiti allegri e sbarj, 
Comu listi di furmiculi 
Di frumentu atlorou aH'arj. 

Ca panara cbini attappi 
Porfappisi 'ntra li corna, 
Cui cci appenni stocchi e rappi, 
E trippiannu alFautri scorna/ 

Pri ccbiù accrisciri la festa 
Di li toì giulivi riti 
Pura adorni la tua testa 
Di la ccbiù superba viti, 

Poi cu menti singulari 
Fai 'ntra un largu e vastu tinu 
La racina sdivacari 
Sin*a tantu, cb*è già chinu. 

Via, dicistii a tutti quanti 
Via piatati : dalla^alia; 
E ogni Satiru a V istanti 
Sauta dintra pista e balla. 

Già lu mustu acchiana 'nzus;j. 
Già incnmincia a riscaldari, 
E lu spiritu difliisu 
Fa li testi sbariari. 

Doppu chi da aupra e sutia 
Vidi e tocchi cu li manu, 
Ch'è pisUta tutta tutta , 
Né nni resta un coccia sanu; 

Basta cca, cumanni allura, 
Basta cca, si copra e scopra (1], 

(1) Allude alle dae mtoiere di praticar la 



53 

Da se stissa la natura 
Ben saprà coropirl Topra. 

Eccu in fatti già si avanza 
Lu rivngghiu e saata e fuma. 
Va criscennu la fraganza. 
Va assummannu già lascuma; 

Tuttu è motu ed azioni. 
Quasi ogn'atomu avi vita. 
Si scatina, si scumponi. 
Poi di novu si marita. 

Quann'ài vistù già distrutti 
Li potenzi guirriggianli 
Di la mustu, e chi ridiiUi 
Su in un fluidu pizzicanti, 

Gridi : orsù lesti li manu. 
Chi si passi in vutti e stipi; 
Ma si *un è placatiT, e sanu 
La stuppagghia nun s'intipi« 

Eccu già la chturma vola 
Di li Satiri e Silvani, 
Or*appazzantt bugghiola. 
Ora fannu da gturani, 

Cui cu sicchiu, cui cu ciotula 
Veni appuzza, vivi, e sharia, 
Si nni arruola est nni scotula, 
Gira e sbota a gamm'-air-aria. 

Antri 'mmestinu e burdianu, 
Àutri ammuttanu e si affuddanu, 
TuUi scialanu e trippianu* 
£ a lu tinu poi si abbuddaou> 

Di cca e dda cu ciaschi e bumroali 
Sempri tessinu o sbulazzano, 
Fannu gran cazzicatummult, 
Pri In brlu già quasi impaizanu. 

Viva Bromiu, viva, intonanu 
Li baccanti, e comu animuli 
Vannu in giru, e allegri sonanu 
Tammureddi cu cirimuli* 

E a Silenu attumiannusi 
Supra un scfccu la cunducioui 
Va li labbr'iddu liccannusi, . 
Chi di mustu ancora lucina« 

La sua testa è juta in gloria, 
Puru Tocchi ancora ridinu; 
Gi^ lu briu la murritoria 
Da lu sceccu lu dividinu; 

Ma parannulu 'ntra Taria, 
Novamenti lu rimeitinu; 
Iddu ridi e in parti sharia, 
Chiddi l'asiou scumraettinu. 

D*,alligrizza tutti addumanu, 

fermentazione nella manipolazione de* Tini: l'ana 
coperta, e l'altra scoperta. 



Si * ODI 

Spersi 8Ù li euri serj, 

Lu briu sulu regia, e sfumami 

Di la vita li miaerj. 

Cui laacianiMi aratru e vommara 
THira, lo prato in ervi e zìddari, 
'Nira l'anliculi si agghiommara 
€u 'oa Niofa chi fa sguiddari. 

Nun curaoott fanghi e zaccani 
L'antri currina e talianu 
E ridennu a forti scaccani, 
Poi li manu sbatiulianu. 

Gran Dionisiu, a tia si divina 
Li gran giubili (altu gridanu 
Li Bassaridi chi vivinu, 
E chi a brindisi si sfidanu). 

Tu Lieu, tu scacci e abomìni 
L'aspri curi, e tu ti studj 
Di abbassari insinu airomini 
Li piaciri e li tripudj : 

Dunc'apprendanu li vausì 
A far^ecu a lu to encomiu, 
E a ripeciri sti applausi : 
Viva Baocu, viva Bromiu* 

XXX. 

IN LODI DI LU VmU- 



Giratu la girabili 
La bria dHnsusu e 'gnusa» 
Nun petti mai truvarisi 
Nò tana, nò pirtusu* 

Dintra 'na vigna capita 
Già stanca e senza lena, 
E sti pareli flebili 
Pò proferiri appena : 

Pri carità salvatimi 
Voi teneri magghioH, 
Tutta lu monnu e lastimi, 
Nessuna cchiù mi voli. 

Li malie guai mi opprimimi 
In terra dominanti, 
L'omini mi discaccianu 
Da peni oppressi e chianti* 

Nuddu mi voli accogghiri : 
Vui, si pietk sintiti... 
Dici, e già vidi scìogghiri 
Li hbbri di la viti! 

Gei offrinu tanta spazia 
Quant' iddu s' introduci 

(i) Era costei no' accreditala iavern^a, ehe 



, Dicennu : vi ringrazia, 
B avvivau cchiù la vuct. 

Pri sta benigna ospiziu, 
Viti chi tu mi dai, 
Stupennu beneGziu 
Da Baccu nn'avirai. 

Virrà pri compensanti 
Baccu, ch'ò patri miu. 
Io nettari a canciariti 
Sta sucu unni sugn'iu* 

Chistu sarà delizia, 
Ristoru a li mortali*^ 
Rimediu a la roestiziAt 
Balsamu di li mali* 

Partirà requiltbria 
Ad onta di la fata, 
*Ntra ricca genti e pò vira, 
*Ntra un grandi ed un privata. 

In iddu a rinovarisi 
Miu regna turnirà, 
E insemi a cunsularisi 
L^dfflitta umanità. 

Dissi, e li leti augurj 
Gonfirmau Giovi. Un lampa 
Di gioja e di tripudia 
Scarsi di campa in campa. 

XXXI. 

LA ZE-SCIAVERIA (1). 

*La ze^ciaveria 
*Ntra la sua ripa 
Metti a lu pubblica 
'Na nova stipa. 

*Na godibilia, 
'Na festa granni 
'Ntiroa, e Fannunzia 
Pri tutti banni. 

*Lu scogghiu celebri 
Di li murritt 
Pensa d*esponiri 
Cosi inauditi. 

*Novi spettaculi,. 
Noliti novi. 
Di murrilorìa 
L'ultimi provi. 

^Balli e tripudj, 
Santi a muntuni, 
Favoli ebrinnisi, 

avsa aperto bettega presso la riya del mare ove 
si rcadet It gente a diporto 



ODI 



55 



Soni e caDzuni. 

*Pri li crepusculi 
Nun fari mali» 
Stenni 'atra Paria 
TeDDÌ e tinnali. 

*A li piramidi 
L'estremi attacca 
Pri poi furmarisi 
'Na gran barra cca. 

^Vanchi ca trispita, 
Seggi a minnStta, 
Acciò DUD stassi ru 
Tutti a l'addritta. 

^Gran coraacopj, 
Specchi e lomeri, 
Ed autri mobili 
Di cavalert. 

^Piccioli tavuli 
Cu dui cannili 
Pri jochi serj, 
E viduvili. 

**Na bella musica, 
La quali servi 
A stuzzicar! 
Musculi e nervi; 

^Chi mentri arrozzula 
Noti festivi 
Si balla, e santa» 
Si canta» e vi^i. 

^Tiniti a godiri» 
O villiggianti» 
Cu li reciprochi ^ 
Vostri galanti. 

^Omini e?fimroini, 
Granni e picciotti» 
Chi 'ntra lu^iviri 
Siti cchiù dòtti. 

*Viniti a cogghiri 
Li belli frutti» 
E lu eranjgiubilu 
Chi dà la vutti. 

*Gu Tocchi languidi 
Henzi 'ngrìciati 
Irriti in gloriaj 
Leti» e bla ti. 

*Vegnanu a furia 
Viduvi e schetti. 
Baata ch*avissiru 
Li manu netti. 

*f9un si rifutanu 
Li maritati, 
Basta chi 'un fussiru 
Troppa 'ngraseiati. 



^Comti furmiculi, 
Chi vannu a listi, 
Li chiurmi vegnanu 
Di l'Abbatisti. 

^Pri 'nsìgna propria 
'Ntra li capiddi 
Portinu areddara» 
Rosi, e murtiddì. 

*Comu li lodani, 
Chi vanno a abarda» 
Li genti corrano 
Di San Catardu. 

*Prì distiiigutriai 
D'ogni cumarca 
Portino crocchioli 
Cu junchi ed arca. 

"D'ervi maritimi 
Porti *na stola 
Ogni individuo. 
Di Mostazzola. 

*Rami di ceusi 
In signu esponga. 
Cui veni a scinnlrì 
Da Turrilonga. 

XXXlr. 

Contra la tua professioni di Msdicu ehi 
i aiiitin cHdia tta^rieei smurzatu lu oe- 



»•«» di la puisia. 



^L'Anacreonticu 
Genlu brillanti, 
NinG chsaDcitilu, 
E agonizzanti. 

^Mesti li Graz) 
A lu so latu 
Lu sguardn hngoidu 
Tennu appontatu. 

;Lu brio 'ogramaggfaiasi 
D'un vilo fuscu, 
Como 'ntra tenebri 
Striscia un surmscu. 

^Gomu succurrirlu, 
Ah comu mai, 
Quannu li farmaci 
8ù^ li soi goai? 

*L'arti asclepìaca» 
Ahimè, chi affannu! 
Idda è la causa 
Di lu so dannu. 

^Cu la patetica 
Sua gravitati 



56 

L'«ttro, e li spiriti 
Gei à congelati. 

XXXIII. 

Seherzu di VÀuturitula eandiseend^nza di 
lu so Amicu D. Harianu Scassu. 

*Cui voli vìdiri 
Jocbt, e pruvitti 
D*un omu machina 
Chi mai si vitti; 

*Sii venga subitu, 
Spresci lu passu, 
La prezza è plcciulu 
Granoi è lu spassu. 

*Vi farro vìdir* 
Cosi mai visti 
Neirautri seculi. 
Né manca in chisti. 

^Cliistu ò un Automatu 
Cussi benfattu. 
Ch'avi un consimili 
Di gusiu e tattu. 

"Arriva a vldlri, 
Ma cu lucchiali, 
Senti benissimu, 
Né odura mali. 

*Fa cirimonj, 
Parrà, saluta, 
Abballa, sàuta, 
Ridi, stranuta. 

*Si copri, e scoppulà 
S'avi cappeddu, 
Gesta cu grazia, 
É aggarbateddu. 

'^Dici facezj 
Bizzarri, e strani, 
Da fari ridiri 
E gatti, e cani... 

^(Junti tinitivi 
Pero li risi] 
Junci a traduciri 
Libri francisi (1). 

^Lu cridirissivu? 
Gcè un aitestatu, 
Cc'è provi validi, 
Ch'à gcneraiu. 

♦Tanti prodigj, 
Tanti portenti 
Su fatti a pennuli 



ODI 



Machinalmenti. 

*Cbi abbenckl mustrasi 
*N'omu benfattu, 
Liberu arbitriu 
Nu* nn'avi aOattu, 

*Sulu lu movinu 
L^oggetti intornu, 
*Na donna» un cavulu» 
Un servu un cornu. 

Stu pupu organi^)]. 
Chi fa li moti 
Pri susti, ed organi, 
Pri ordigni, e roti, 

*Muntatu è in comica 
Ed è a momenti 
Saggiu, freneticu 
Comicamenti. 

♦Tuccati st'organu, 
E Tavirriti 
Santu, diavulu, 
Cornu vuliti. 

\S|iddi, e meteori 
Ciintcmpla spissu; 
Ma poi sprimitilu, 
Senipr'è lu stissu. 

^Quann'entra in chiacchiara 
Cu li pirsuni, 
Cui parrà Tultimu 
Sempri à ragiuni. 

♦Pri quantu fussiru 
L'ordigni esatti. 
Non sempri accordanu 
Paroli, e fatti. 

^Mettiri in opera 
Fini, e disigni 
Ddocu nun jancina 
L'interni ordigni. 

♦Però 'otra giubili 
'Ntra spassi, e sciali 
E un capu d'opera, 
Chi 'un a Teguali. 

*Ghi8tl e non autri, 
Chisti tassati 
Su di sta machina 
Li risultati. 

'^Nè cc'è a sperarinni 
Affattu cchiui; 
Finuta scoperà 
Vi chianta e fui. 

*Cui pò lagnarisi? 
E murmurar? 



illude alla sna tradoalonc dell' istoria di > Sicilia dì M. Durigny opera corredala di noie 

del traduttore. 



Da an para automato, 
Cc*è cchiù a sperari? 

*Cun9ÌdiranDulu 
Attentameoti 
Nun lassa d'essiri 
Cosa eccellenti. 

XXXIV. 

LA CANUZZA 

A S- E. la iig. C^mlisia Giogi. 

'*PrÌYÌleggiu è di li masi 

ILn patiti penetra ri 

Di li Dei l'arcani chiusi , 

Lu profunou di li mari. 

Li pianeti» e stiddi Gssi, 

E lo centra di labbissi. 
Mn virtù di Unta, e UH 

Facultà, mia musa scisi 

Ad un battiri di Tali 

'Ntra li beddi campi Elisi. 

Dda travau sutU di un rama 

La FilosoAi di Samu* 
*Dimm*in grazia, o anticn saggia, 

Gei diss*idda, quali armuzza, 

Anni su, fici passaggiu 

Vtra la corpu a dda canuzza 
Chi di Giggi a la Cantlssa , 
Tanta in cori coi sU fissa? 

*Cci rispasi ; E 'na fidili| 
Arma tenera, e amurusa, 
Chi *ntra un nobili, e gentili 
Giavinetta stetti chiusa; 
Chista pr*idda dì amari arsi, 
Sgoagghiau coma cirae sparsi. 
*Si presenta l'arma amanti 
A Minossi. E chistu : Orsù 
Grida in tono fulminanti : 
Cosa Teoi a fari tu? 
Coma ardisci 'ntra sta locu 
Di porUri foco a foco? 

^Dici, ed apri in ferreo stili 
La gran libra di lu Fato, 
Dovi leggi : Arma fidili 
Passi in cani. Eccu svelata 
La destino to, e si appresso 

(i) Fiore che appartiene, secondo Linneo, alla 
dasBe « Decandria MooogioU » 

(2) La searegazioue del nettare (diee ChapUi 
El. di eh. voi .4 pag. 133 traduz. del ForU)si Ta 
aell'epoa della fecondazione. ^ì pnò riguardata 



ODI 57 

Voi carizj, moU'^aessa, 
^Torna in terra, e darai viU 

A *na cani fortJoaU, 

Da li Grazj favorìU, « 

Chi sarà la ben'amaU 

Di la toaj^cootissa Giggi. 

Parti e scordati lu Stiggl. 
*Chisto]in{premio ti si dà , 

Di la scelU...Ma già chiama 

La destino*.. Corri. ..Va... 

Nasci arrert, godi » ed ama» 

Giacchi amari on digno oggetto 

È doviri, e non difetto. 

XXXY. 

Im sistema sessuali di U duri di lu eefebff 

LI51IBU. 



Nici sai pirchl sta ciori, 
Chi sU sotU la toa gorgia, 
TanU pompa e lasso sforgia 
Di fraganza e di colori? 

Pircht è oo letto noziali. 
Chi nator'à preparato 
A 'na ZiU ch'avi a lato 
Deci sposi In fiocchi e in gali (11. 

Vidi qoanta su galanti 
L'apparati, li cortini! 
Quanto vaghi, qoanto fini 
^ li rasi di li canti ! 

*Ntra *na conca chi cc'è mcnza 
Sta la sposa e ogni marito, 
AspìtUnno lu so invito, 
A Tabbrazzi è già propenzo. 

'Ntra li palpiti amorasi 
Si distilla la docizza (2), 
Chi si cogghi a stizza a stizza 
Poi da l*apt indostriusi... 

Ma tu canci, oimò, d'aspetta; 
To ti copri di russuri ! 
Nun ò chistu, ah no, lu ciuri» 
Chi conveni a lu to pettu. 

Eccu cca chist'aotru : osserva 
Cca oc'è aula 'na sposina (3j, 
Chi 'na pura ciamma fina 
Per un Zefiru cunserva. 
Iddu parti all'alba avanti, 



come fi veicolo e Teccipl^Dfe della nolrere fa> 
condanio , che faciliu lo aprimeoto de' globali 
ripieni di polvere fecondante. 

(3) Fiore doila vigesima «econda classe detta 
Dlocciat 

8 



58 ODI 

E radennu prati e lidi, 

*Ntra li Giuri si providi 

Di Tassenzi fecondanti (1) 

Senza pausa scurri, e in frétta 
Movi luna e l'autra aluzza, 
E amurusu poi li spruzza 
Su la spusa chi faspetta* 

Vidi eomu a lu so ciatu, 
Idda 8*anima, e ravviva? • 
Nici apprendi a quantu arriva 
Un atnuri dilicatu! 

Ed ammira, o Cori miu, 
Ietta Tocchiu a tutti banni, 
Quanfestisu, quantu granni. 
É Timperiu di stu Diu I 

XXXVI. 

DAFNI 



A la forma, ed a In ciuara 
Sugtiu un'arvulu di addanru; 
Puru oimè! sti virdì cinù 
A li primi tempi foru 
Fila d*oru a fiocchi, o a munti 
Supra vaga, e bella frunti! 

ati mei rami stisi, aperti, 
Da li pampini cuverti* 
Foru vrazza bianchi, e fìni 
Cu li vini trasparenti; 
Lu parenti, e patri meu 
Fu lu fluidu Peneu. 

Stu miu pedi nun è stata 
SemprHnterra sprofundato ; 
Me si ruvidu, e pisanti; 
Fu galanti, e si speditu 
Chi Tarditu Apollu stessa 
Curai indarnu ad iddu appressu. 

Pri salvarimi ilhbata 
Ficì, oimèf dda gran scappata; 
Pri cui chiamami erodili 
Lu gentili, e biundu Iddiu. 
Ahil Pers'iu Tanticu aspettu^ 
E ajo figghi a miu dispettu! 

Sti razzini, sti jittnni» 
Ch'in mia forman'un macchiuni, 
Su li mei figghi, e niputi, 

(1) Sembra che qaesta ossorvatione , creduta 
nuova sinoqnasia' nostri tempi, non fosse sfug* 
gita f gli antichi , qnindi hanno supposto Zefiro 
Innamorato di Flora e qaesta di esso. Chi sÀ 
quante verità di fìsica, e di storia naturale a noi 
igaote ancora, si chiudono sottovelo delle favole 



CuncipuCi da mia sunnu 
A lu munnu tanti eredi 
'^tra li vini di lupedi. 

Da li mei patèrni spiaggi 
Ccà 'ntra prosperi presaggt 
Da li Musi fui purtata 
Pri 'na data profizia : 
Chi duvia sta macchia tutta 
Divintari stanza, e grutta (2) : 

Acciò quanmi Febba scagghia 
Rai cucenti, e Tocchi abbagghia» 
Jeu'd^ApoUu ad un dilettu 
Umbra, e tettu cci pristassi, 
E ccà stassi assemi chiusa 
La sua paci, e la sua Musa. 

XXXVII. 

LA FILOSOFIA DANACREONTI. 

Dim$a a lu Cav. d. Antoniu ForcblIiI. 

Saggiu è cui disiu nun stenni 
Fora mai di la sua sfera, 
£ nun cura li vicenni 
Di la soni lusingherà : 

Chi sa cogghiri ristanti 
Menu amari di la vita, 
L'autri annega tutti quanti 
'Ntra na malaga squisita- 

O 'ntra un siculu licuri, 
Chi la facci avviva in russu, 
E li cancan, e lì curi 
Manna tutti in emmaussu. 

Sinflessibirò lu fatu 
Cosa mai sperami d'iddu?* 
Sia benignu, sia sdignatu 
Manciù caudu e vivu friddu. 

E di chistu oppognu all*onti 
Scutu ben timpratu, e finut 
Armi assai sicuri, e pronti 
Di buttighi, gotti, e vinu* 

E lu suli di jinnaru 
La piaciri a li murtali, 
Nun si affaccia chi di raru 
'Ntra li negghi di li mali. 

Giacchi uman'arti, o scienza 

milologfche , credute da noi inatill , e strava- 
ganti? 

(2) Allude ad una stanza concertatasi dall'Aa. 
tore in un macchione di esso alloro, dove scrisse 
la suddetta ode. 



A domari nan arriva 
Di li stiddi rìDclemeoza, 
L*alma almeou sia giuliva* 

Sin chi megghiu paoacia 
Non si Irovi a fari smaccu 
Di ogni scura e trista idia, 
Jea mi tegnti forti a Bacca. 

E a voi sfidu o saggi, a dotti» 
Sì Bcummetta oggi fra ouit 
Vui cu libbra, ed eu cu gotti, 
Cu*è chiù allegrue saggiu cchiui, 

XXXVllI. 

Su lu $tissu sùiema. 

« Jeu su vecchiu, e cchiùdi mia (1) 
« Fu già vecchiu Anacreonii 
« Di l'allegra poesia 
« IH li grazj lu fonti; 

« Dunca via dammi la lira, 
« Sì su vecchiu, e chi cci ila ? 
« Quann*Apollu e Baccu spira, 
o Tutti «emù di un'età. 

É lu briu chi fa l'essenza 
Di l'amata gioventù, 
A cui Baccu nni dispenza 
S'era veccbìn, non ccè ccliiù. 

Vecchiu aliegru è quasi uo ciuri 
'Ntra lu rigidu frivaru. 
Chi si ammira co stupuri, 
Chi s'apprezza pirohl è raru. 

Jeu su chistii, o donni cari, 
Baccu tuttn mi rinoVa, 
Su sfidatimi a scialari 
Ch'eu mi dugnu ad ogni prova. 

XXXIX. 

L'ILLUSIONI 

'Ntra un'altura inaccessibili 
Di la terra a li viventi 
Lu gran beni incomprensibili 
Situau l'Onnipotenti. 

In distanza a lata oppostu 
La bugg^arda illusioni 
*Ntra li testi umani à un postu, 
E un gran specchiu ad iddu opponi, 

Chi rlmagini nni accogghi 

(1) Le prime due stanze di questa ode farono 



ODI 59 

In abbozzu, e la rifletti 
Poi cca *nterra su li spogghi 
Di caduchi e vani oggetti. 

E st'imagini vacanti, 
Senza nenti di riàli 
Ten*in rootu tutti quanti 
L'individui mortali. 

Ora splendirì si vidi 
Supra imperj, e dignitati; 
Da luntanu ognuna cridi. 
Chi ddà sia felicitati. 

E si affretta, si turmenta. 
Si affatiga ansanti,. e lassù. 
Nò ccè cosa, chi nun tenta 
Pri avanzari almenii un passu. 

'Ntra la fudda, ch'ò infinita, 
Ln gran nomeru scontenta 
Passa ifl pàsimi la vita, 
Cu nutririsi di ventu* 

Ciiiddi pochi a cui succedi 
Di arci^ari a ddi confini, 
Mi su appena di ntra un pedi, 
Nun cci trovami chi spini. 

Chi Timagini brillanti. 
Chi dda vistu avianu allura, 
' É passata multo avanti , 
E Tinvita a nova altura. 

Dunca senza ripusari. 
Su da. capo, e li sol stenti 
S'inciimincianu a cuntari 
Da li uovi avanzamenti. 

Li dovìri ad iddi additti 
Su li spini non previsti, 
Pri cui spissu su custcitti 
Fari un ponti supra chisti : 

E di sturdirisi la menti 
'Mbriacandula di lussu, 
E di fumi prepotenti. 
Chi ahi cori'un ànnu influsso*. 

'Ntra lu fasti], unni scialacqua, 
Lu so cori è siccu, e spinna 
Coma un'anatra 'ntra Tacqua, 
Chi nun vagnasi 'na pinna. . 

Accussi riilusioni 
Si trastulla, e si fa jocu 
Di Fumana amt>izioni 
Chi mai trova situ o loco. 

Di lu specchiu lu riflesso 
Mai pri Toma cadi in fallu; 
Ànchi fa refletta stessu 



Composte dell' Ab. BaroDe> I» altre^ in conlinaa^^- 
zione del MeU* 



60 

Sopra un pallidu metallu* 

Né suduri» né delitti, 
Mai sparagna an cori avara, 
Chi riroagini nni vitti 
Suora Toru e 1u dinaru. 

Li perìcuH cchiù astrusi 
Pr'iddif affrunta a mìddi a middi» 
Passa mari timpìstusi, 
Sfida a Scilla ed a Gariddi. 

Quali eccesso 'un persoadi 
Scelarata fami d*oraf 
A toi pedi virtù cadi ! 
Neghi all'organo un ristoro! 

Tu li visceri a la terra 
Sino a fuonu ài lacerato 1 
Unn'accosti stampa guerra, 
Ogni dritto è vijulatu l 

Torri a Danai, e forti moro 
Sii assai deboli pri tia I 
La valanza abbocchi poro 
'Ntra li mano ancbi di Astria l 

lai gran Hessicu dìs^rotto, 
Morti popoli, ed incassi. 
Manzo, monno ancora in lutto 
Tremai e fremi a li toi passi. 

Da tua rabbia st'innoccenti 
A salvar! *on è bastato 
Lo diviso continenti 
Da un oceano estermtoato ? 

Cui produci tanti mali 
Cridiremu, chi in se stissu 
Sia ddu beni originali 
A óm fornii fossi ammissu 7 

Nò, lu specchtu ò chi nni^nganna; 
Giacchi airomo la ricchizza 
È un castigo, *na coonanna. 
Chi a bramari cchiù rattizza : 

E pirciò a moUiplicari 
E Tusuri, e rangarj, 
Li delitti, e 11 ripari. 
Li timuri, e firnicj. 

E st'angustj all'alma impressi. 
Chi cci rodino anchi Tossa, 
Sempri criscinu, e indefessi 
L^accumpagnanu a la fossa. 

Saggio è cui Toro apprizzari 
Cupidigia nun incita, 
Ma ridia di sodisfar! 
Li bisogni di la vita. 

E a li corti ed a li Sali 
Va accossi di mala-vogghiaf 
Como infirmo a lo spitali 
Strascinato da 'na dogghia. 



ODI 



L'oro è pr'iddo ogoali all'onoa 
Chi scorrennu pri li prati, 
L'invirdica, e li fecunna 
Di li frutti cchiù priggiati : 

Si però in un loco resta 
Tutta in massa ristagnata. 
L'erba esterna è sicca , e mesta, 
Diotra è fradicia, ammargiata. 

Cussi avaru sceleratn 
Manna Toni 'ntra on subbissu 
A lu Pubblicu, a lu Stato, 
Gravi, e ì noti li a se sttsso. 

A vira da genti accorta 
Qualcht. omaggiu, o gualchi inchinu. 
Pirchl e Tasino, chi porta 
Li reliquj 'ntra lu schinu... 

Vago giovini a tia ridino 
La fortuna, e l'elementi » 
Te felici tutti cridinu..* 
Tu suspiri e ti lamenti 1 

Chi ti manca, salvi a tia ?... 
Ma tu guardi fisso, e attento 
Lo riflesso, chi spiochia 
Dintra dd'occhi.«.ah gii ti sento: 

Dintra dd-occhi, 'ntra dd'aspetta 
*Ntra ddi labra, ntra ddo riso 
To cci vidi chiaro* e netto 
Lo gran beni, on paradiso. 

Chi sia cliistu lo riflessu, 
E non gii Voriginali, 
Lu pacificu possesso 
Nni è la prova essenziali. 
Spissu ad antri lusinghiero 
Lu riflessu si cci appresta 
Da una spata, e da un cimeru, 
Chi fa partirci la testa; 

E Tistintu di natura. 
Chi fa l'omu sociali, 
A ddu lampu si sfigura. 
Cedi all'impetu brutali. 

Già fatt'emulo d'Achilli, 
Sogna, e immagina cooqoisti, 
E Deidimj a milli, e milli 
Spasimanti pr'iddo, e tristi* 

Un gran campo di battagghia 
Si presenta in fantasia : 
Idd ò avanti chi si scagghia, 
E la fama lo talia. 
SI. La fama in echio di on tomo 
(Ti l'accordo toa parenti] 
Fari iroprimirti lo nnomo; 
Ma to morto chi noi senti f 

Si to campi a la fortuna 



ODI 



61 



No'è lu meritu dovala: 
Cedi ad idda la curuna, 
Ed appenditi pri buia. 

Quanoo poi la Patria grida» 
Chi voresairi di fisa. 
Cor rito novo Leooida, 
Va. Tua gloria e già decisa, 

Auiru poi iu lampo oaserva 
Su la gloria di li littiri. 
Si sagrifica a Mioenra; 
Ma *un cc'è meozu a Qrlu sittiri; 

Vigghia, suda, e ai affatia» 
Su li libri, li scienzi. 
Ma Virtù, Filosofia, 
Nun su dati a tuì st'inceosi. 

iiun è omaggiu ehi dispensa 
A la bella veritè^ 
Ma on trofeu chi alzari penia 
A la propria vanite. 

Snlu cerca ammubbtggliiari 
Lu so spiritu di ciuri, 
£ cu chisti cummigghìari 
Di lu cori li lurduri. 

La ragiuni, iu bon senza 
Nun cunsulta, e sulu in menti 
Ch'i d*Oturi un boscii immenzu 
Per imponiri a li genti. 

Ogni màssima, chi dici 
Masci in menti, e in bucca mori, 
Cchiù nni ostenta è cchiù infelici, 
Nudda scinni a hi so tori. 

E quant'iddu cchiù la vana 
Gloria cerca, e brama e ambisci, 
Chista tantu si alluntana 
Cchiù ci sfui, e cci spiriscl, 

"Rzumma ogn*unu lu riflessa 
Vidi in cosa, chi cci manca, 
E cci curri sempri appressu, 
E si aflanna* suda e stanca, 

Oh infelici razza umana 
Nata a jiri assicutaonu 
Di li beni Tumbra vana, 
Chi cca 'nterra nun cci stanna ! 

Si iii>o fariti felici. 
La virtù putria a lu menu 
Di Vintemi toi nnemìoi 
Dari io manu a tia lu freou; 

Tu fraumtu Tabbanduni 
Pri acchiappari l'umbri vani ! 
ffi (ed oh ceca 'un ti noi adduni) 
Di la lavala lu cani I 



XL. 

INNU A DI0 



A Tia Tinni gran Diu, a Tia li canU, 
Chi 'ntra la sfora di taa gloria immersa 
Fatfii pri lu to Verbu ITJniversa 
Surgiri a un sulu istanti. 
A Tia, di li cui pedi EtemiUti 
Forma sgabellu, mentri 'ntra profunoi » 
Vortici di Vabbissi urta, e coofunoi 
Tempi, epochi, ed etati. 
E lu spaziu stupennu tuttu intero», 
L^mmenzi giobbi in iddi equilibrati 
Divisi da distanzi smisurati 
Nun su pri tia chi un zeru. 
Cosa donqui sari davanti a Tia 
L'omu di cui 'ntra li sovrani e granni 
Oggetti purtentusi ed ammirano! 
Sparisci anchi l'idia 7 
Puru a st'atarou menti, ed intelletto 
'Ai datu da suspincirsi a li celi, 
Duvi a cifri di stiddi cci riveli 
Lu so grandi architettu. 
O generusu Iddiu chi. ti di^naatl 
Manifestarti a nui 'ntra li stupendi 
Operi toi ! Ma oimè cui li comprendi; 
Tu sulu poi, tu basti. 
Reggi, e governi di tua gloria in cima 
Lu tuttu, chi per idda fu criatu, 
Chi turniri (da Tia s'è abbanduoaiu) 
A nenti comu prima. 
Granni, immensu, stupendu si neiropri 
Eccelsi di tua manu, ed ugualmenti 
Grandi 'ntra lu cchiù picciulu viventi. 
Chi rocchio nriu nun scopri. 
Fusti e sarai cliiddu, chi si; né fini, 
Né principiu cc'è in Tia : suvranamenti 
Bono, Giustu Beatu Onnipotenti, 
Granni senza confini. 
Esaltinu li celi» Angeli e Santi 
Li gran prodlgj di l'onnipotenza; 
Ma la bontà infinita di tua essenza 
Fa, che in godirti io canti. 

XLL 

A LA MUSA 

Dedicata a URR. ÀltixzidiìilA^ikCMmtvA 
BoanuHi, e Cielu di Savoia 

'Ntra lu miu cori agghioma, 



62 



ODI 



Sargi Tetà briosn 
Quannu ti affacci, o Musa, 
Di II io graÉj adorna. 

Oli quantu mi cunsola 
^L'aspettu io immortali l 
Ualma di li soi mali 
Si acorda, e ad iddìi vola. 

AHavira tua auavi 
Ogni timpesta taci, 
Porta in tia trova, e paci 
La mia sbattuta navi. 

Tu di sta vaddì impura 
Mi liberi, e trasporti 
Diotra TEsperid'orti 
Io brazz*a la natura. 

Tu la turba gratini 
Dannata a cecu obbliu 
Scarti tu nnomu miu, 
E lu dilati e spanni. 

£ fors'i.iuiilmenti 
(Tu scutu miu) Talatu 
Vecchìu cu mia sdìgnatu 
Arrutirà lu denti. 

Tu dui Riali Attizzi, 
Dui spasi eccelsi, e digni 
Rendi cu mia benigni 
'Mmezzu a li soi grandizzi. 

Ma postuchl hi fatti, 
Sempri cu mia inumanu. 
Si li purtau luntanu, 
To poi, tu vacci allatu. 

Unni Anfìtriti abbrazza 
Dì Corsica a li sguardi 
L'isula di li Sardi 
Trova I eccelsa razza. 

Ti accosta t rispittusa 
Da parti mia ^inchina, 
Bacia a Maria Cristina 
La m^nu gencrusa. 

Sii parti e va giulrva, 
Giacchi ristata è in mia 
'Ntra cori e fantasia 
L'immaggini sua viva. 

Chi ad ogni dittu o gestu 
Nova una grazia esprimi, 
E li virtù sublimi 
Cumpiscinu lu restu. 

Chist'è chi ogni mumentu 
In mia si riproduci 
Tali, chi già la vuoi, 
Quasi nni ascotu e senta. 

Chi un bcnofìciu, quannu 
Cadi in un cori gratu, 



Non da distanza, o fatu 
Soffri o da tempo, dannu. 

JfLH. 

À S. E. Sig. D. Francisco d'Aquinu PKin- 
elfi di Caramanica, e Vieerrè di Sici- 
lia. — in occaiiùni di la suaprovidày e 
generusa cura in preservati tu dittu Re- 
gnu nella ierribili earistia accaduta tan- 
nu 1793. 

O bella età di Pindaru 
Quann*odi, e canti alati 
Aprianu lu grantcmpiu 
Di rimmurtalitati ! 

E li poeti, judici 
Di l'opri di leroi. 
La gloria cumpjirtevanu 
'Ntra laurei versi soi. 

Ah ! dunca, o santu Apollioi, 
Toi doni limitati 
Foru avirtù ed a meriti 
Di chidda aula etati ? 

Nessunu in oggi reputi 
Dìgna di toi favuri ? . 
. O forsi cchiù 'ntra Tomini 
Nun cc'è virtù, e vahiri ? 

So chi la forza, e Tanimu 
Su meriti, e virtuti 
Quannn pr'oggettu guardami 
La pubblica saluti ; 

Pirchl la patria purganu 
D'omini e mostri rei, 
Perseu, e Aloidi, e Teseu 
Su eroi, su semi-dei. 

Venou a li jochi Olimpici 
Li forti curuoati 
IMrchl a la patria dunanu 
Intrepidi snidati. 

Ora chi la Sicilia, 
Gik quasi desolata 
Pri caristia terrebili, 
Da un sulu è preservata, 

Quali sarà la gloria 
A la grann'opra uguali ? 
Si dà maggiuri merito 
Pri rendirsi immurtali t 

QuaFè 'ntra li cchiù celebri 
Eroi, chi uguagghi a chistu, 
Chi fa di cori, ed omini 
Non gik di regni acqistu ? 

Jeu mi protcstu, o secuH, 



Chi vioiriti appressu : 
Chi non ìncensu un idulu, 
Dicii 1(1 veru stessn. 

Tu chi cu raggi lucidi 
TuUu discopri e sai, 
Sai si a venali encomj 
L'cstru avvilivi mai» 

Mai l'inesperti jidita 
All'aura lira stisi, 
Ma i1§uti tooui, ed umili 
Sunat 'ntra macchi, addisi, 

Mi 96ntu ora tutt* autru , 
E lu miu cori in senu 
Chinu di un Diu, chi Tagita, 
Nnn pò cchìù stari a frenu... 

Da la deserta Ubbia 
Sptrannu orruri, e straggi» 
Uu Idra smunta, ed arida 
Vinni a li nostri spiaggi. 

Stu mostru Tormidabili 
Di un subitu chi apparsi 
Cu Talitu mortiferu 
Cunsumau tuttu, ed arsi. 

Li campi li cctiib fertili. 
Li valli ccUiù cuverti, 
Li Còsti cchìù fruttiferi 
Fa sterili e deserti. 

Stcudi pri tutta l'isula 
Li centu testi, ecentu; 
S'avanza, e la precedinu 
L'orruri, e lu spaventa 

Sulu la guarda intropidu 
Cor'avidu, induritu, 
Cui lagrimi di poviru 
Su nettari graditu. (1)^ 

Crudili^ inesorabili» 
Figghiu di alpestri rupi. 
Chi ercditau cu nasciri 
L'istintu di li lupi ; 

JS chi per indotarìsi 
La vili sua ginia 
Arma centra li deboli 
Lu vraz^u anchi di Astria. 

Lu mostru intantu rapida 
Camina a passi gran ni > 
Purtanntì, (ho inf lustu seguitu! ) 
Fami, miserj, alFanni. 

L'orbi cchiù vili, e inutili, 

(O Si descrive l'asarajo 

(2) SI allude al bando emirtato di dovere ogni 
pjssessore di grani rivelarne la quanlilà. Ciò pro- 
duiser cb« a causa dei farj passaggi nelle re- 



ODI 63 

Li radichi nocivi 
Cu ranimali spariina 
L'omini appena vivi. 

'Mmenzu li strati pubblici 
Lu paasaggeri, abbucca 
Cu lacci smunta, e pallida, 
Cu pocu d'erba in bucca. 

Li gammi vacillarisi ' 
Senti Tagricolturi, 
Mancannu a li soi museali 
Lu nutritìvu umuri. 

Si vidi a terra cadiri ^ 
La matri illanguidita, . 
L'addevu, oime I trov'ar'di 
Li fonti di la vi(a. 

Non beni ancora saziu 
Di rapportati orrurii 
Lu oiostru avanza, e medita 
Ruini assai maggiurj. 

Fccu, chi li testi orridi 
Da l'aati turri alTaccia, 
E li città cchiù ibridi 
Disordina, e minaccia \ 

Scurrì un trimuri geli'du 
Dì tutti dintra Tossa, 
E lu cchiù forti e intrcpidu 
Senti ogni fibra scossa. 

A lu spaventu publicu,. 
A U comuni allarmi 
Suggetti rispettabili 
Misiru manu all'armi. 

Friscau sfardannu Parìa, 
Ltt primu aciitu darJu (2) ; 
Però, pri quaulu d'clnu, 
Arrivau lentu, e tarJu. ^ . 
L'Idra, mustrau 'ntanarisi» 
Ma pri cuvari occulti 
Assalti cchiù terribili, 
Novi miserj, e 'uzulti. 

Già l'autru dardu scagghianu (3) 
Oìmè pri nui fatali ! 
Lu feru prostra s'irrita, 
E agghianci mali a mali. 

La fatu di Sicilia 
Era di già a l'estremu. 
Oh statu deplorabili ! 
Ah ch'in pinsarci cu trema!' 



plicate veudile, si roultiplicò la soromt ne' rlTeli 
e ne risultò una quanlità illusoria. 

(3) Si allude alla meta Imposta al grano, motiro 
per cui quel poco, die ve n'era fu occultalo. 



64 



ODI 



QnaDoa Teccelsa Principi, 
Chi a noma di Firnanda 
Stava fra nai li retini 
Politici gaidanda; 

Francisca Caramanica, 
Chi nan vaiata l'ora, 
Chi coma sala a miseri, 
Ed a virtù ristora; 

mastri, granai, e splendida, 
Ch'In menta a sol (ortani, 
£ an sali chi diflondisi 
A tutti li persane 

Visti dolasi, e invalidi 
Li vrazza In cai confida, 
St'imprìsa memorabili 
Sapra se sala affida : 

E prima a la Dia Cereri 
In spiaggi a nai lontano 
Offersi in sagrifizto 
Tesori a larga mano (1). 

A Ceriri, eh' in^otara, 
E centra noi sdignaU, 
Da noi ori castigarinni 
Erasi allontanata. 

Ma lo pietoso Principi 
KeU'atto chi la Dia 
Placava co olocaosti, 
Lo mostra cammattia* 

Paria Giovi medesima. 
Chi d'aoto in bassi chiani 
Scagghia saitti e folmioi 
In tesU a li TiUni. 

Indarno pri ammocciarisi 
A lu so giosta sdegno 
L'Idra circao 'ntjnarisi 
'Ntra on angola di Regno. 

La scopri, la persecuta, 
Cu penetranti sguardi. 
L'abbatti, la suppediU 
Co Tasta, e co lì dardi. 

Li miseri, li deboli 
A sti stupendi provi 
Currinu a ripararisi 
SotU di lo so Giovi (2). 

Alzao d'oro purissimo 
Gran scodo risplendenti. 



/lì Allude alle considerabili incelle di grani 
da esso falle con gU slranleri obligando I prò- 

^'^(/"Alla^^ alla Ingcnllsslmt quantità di mi- 



Simili a quintadecima, 
Chi sponta d'orienti. 

Scudo ben vasto, e solido. 
Chi all'umbra sna|rlpara 
Da mali, e da infortoiy 
Li popoli a migghiara. 

La pobblica fidocia 
Eccu di già si avviva, 
E su li l'acci pallidi 
Già mostrasi gioliva. 

La soa virtuU applaudi» 
La sua piotati approva 
Lo celo, e in loto aogorio 
Cci dà la bona nova. 

Ecco di già si aononzia 
La Dia co noi plieaU (3), 
Di bionni spichi nrastraoct 
La testa coronata l 

Pomona sì cci associa, 
E veni a sU fistini 
Chino lu cornacopìo 
Di froUi senza fini. 

E Bacco, ed anchi Palladi 
Donano di lontano 
Lo signo di raggioncirli 
Anch' iddi a-mano-a-mano. 

Vincisti eccelsa Principi, 
Tua generosa cura 
Salvata à la Sicilia 
Da Tultima sciagura. 

Mentri sarrà a Ji popoli 
La società gradita , 
La sossistenza pobblica, 
E Tordìni e la vita. 

Vivrà, Principi egregio, 
To nnomo, e toa virtoti 
Io petto a tt tardissimi 
Ed oltimi nipoti. 

Di IMmmortaU tempio 
^*&olpota 'ntra li cimi. 
Sarai modello, esempio 
Di raoimi sublimi* 

E tu di la Trinacria, 
Mia lira, eco viraci 
Offri li voti onanimi 
A lo gran tempia, e taci» 



serabiliy che dall' ioieroo del Regno vennero alla 
Gaplule per essere diffamati , e che egli a sue 
apese alimeolò* 
(4) Allude alla ferlilità deiranno sossegueole. 



ODt 



XLIIi. 



A S. E. Sig. Cav. />. Luigi Mbdici 5«- 
gntariu allura di Staiu di 5. M. Bt di 
Sicilia, 

Cussi cu mia Polinnla si esprimi : 
Cenili alati cavaddi antuvulantì 
Pascinu ad usu miu l'aerei cimi 
Di Pindu e si abbiviranu a l'ameni 
Ripi di rippocrcni. 
Di armoniusi Cigni risunanti. 
Picciuli tratti snnnu a li mei voli 
L'Antipodi, li poli. 
Li spazj esterminatii 
Unni V immenzi globi erranti, e fissi 
Natanu equilibrali, 
O attoniu a proprj ellissi. 

Figghia di ApoUu luci in mia rispicndì. 
Chi avviva, e anchi li ragni di la morii 
Popula di chimeri, e mostri orrendi. 
Di li Dei la Saturnia dlnastiji ^ 
Regna in celu pri mia : 
Pri mia Nettunu impugna lo so forti 
Tridenti, e duna liggi a li profunni 
Voraggini di lunni. 
Grati) e riconoscenti 
A li mei doni Proteu, Glaiicu, ed Imi 
Scberami li sol armenti 
Quann^u mi cci avvicinu. 

Anfiuni pri mia spitrau li forti 
Salvaggi cori, h valisi alpestri attrassi, 
D*unni Tebi surghi di centu porti, 
E Orfeu per Euridici in mia fidatu, 
Di la sua lira armatu, 
Drizzau vivu a Tinfernu li soi passi; 
A li suavi noti, presenfiu, 
Cerberu si ammutiu; 
£ da li cori atroci 
Cadiu Tira a li furj in un balenìi 
Di Plutu lu feroci 
Aspettu fu serenu. 

Si allatu miu li campi cchiii salvaggi 
Vai passiannu» o voscura, o poggetli, 
O muntagni scoscisi, o vadfli, o^spiaggì, 
Tutt'av*aiMma, e vita : in fonti, è m undi 
Najadi bianchi, e binmii. 
Satiri vidirai ntra li ruvelli; 
Silvestri Driadi , q Oreadi munlanari, 
Tmnchi, e valisi nnimari 
A un sulu miu cumannu ; 
£ lì Silvani di carnuta lesta 
Li NinG assicutannu 



65 

Scnl'i'iri ta foresta. 

Si un finu sentimentu In ila risbigghìa 
Un pcpulu di affetti, eccu ch*in Gnidu 
Jeii cciapr*un tempiu belili a maravi^ighis; 
Dda, neirattu chi inchiaga, e chi ferisci, 
Li cori ingentilisci 

*Nco8tu la matri Dia In Diu Cupidu; 
Mia lira 'nganfìa Taspri alTanni, e gravi: 
Comu sfoga in suavi 
Noti lu rusignolfi. 
Mentri li peni soi trovanu intantu 
(Ch^è puru un gran cunsolu) 
Cumpagni a lu so chiantu. 

Si min enntentu dì li varj, e tanti 
Sccni, chi 'ntra stu globbu, upni dimurt 
Jeu generusa ti presentu avanti, 
Nni avrai cchiù granni e portentusi provi; 
Eccu autrì Munni novi. 
Di cui lu Geniu to n'è creaturi! 
Eccu l'età di loru, chi a tia piaci 
Cu la Virtù e la Paci 1 
Su nomi sconosciuti 
La miseria, li guai, lì patimenti» 
Perpetua gioventuti 
Li cori fa cuntentì. 

Ma di st* illusioni consolanti 
È frasturnata da una turba immenza 
Di mali, chi si paranu davanti» 
Truvanduli suggettii a lu dcstinu 
Di stu munnu mischinu, 
Spera, e confida su la mia putcnza. 
Apru cummerciu cu Tetà futuri 
Di gloria in to favuri : 
Sarai sempri presenti 
All'ozj vìrtuusi, ed a lì muti 
Piaciri di la menti 
Di rultimi nipuii. 

leu misi in celu, ed eternai di luci 
D'Orfeu la lira, e Perseu, e li gemelli 
Figghi di Leda Castori, e Pollucì; 
Pici a Baccu di stiddì 'na ghirlanda, 
Chi detti ad Arianna: ^ 
Di Ariuni un Delfìnu, e setti belli ' 
Pleadi figghi di lu mauru Atlanti 
In celu su brillanti : 
'Ntra lu celesti largu 
Obeliscu immorlali è divintata 
Pri mia la navi d' Arga ^ 

Di stiddi curunata* 

Quannu salvari da Toscuru obbliu 
Vogghiu un eroi,o un fijgghiu a mia dilatili 
Lu vestu tutta di splehduri mia. 
Abbagghiatu lu tempu Valrmi abbassa» 

9 



66 



ODI 



Rispetta, ammira, e passa. 
Ritorna a ripassari, e a so dispeCtu 
QuaBta cchiù scurri, e quantu ccliiù invie* 
Tantu cchiù fama crisci; (chiscr 

Cussi Pinditru, o Alcidi 
Attraversu un torrenti d'anni, ed anni 
Di trattu in trattu \idi 
Parisi in mia echiu granni. 

Figghiu di grttiludinì un internu 
Disijueu leggiu in tia : brami 'ntra lastri 
Lu mecenati to chi splenda eternu? 
Serenati, è superflua tua premura. 
Superflua ogni mia cura; 
Chi ad onta di calunnj, e disastri, 
Da tempu immemorabiKà dispostu 
Giovi per iddu un postu, 
E in celu a lu so latu 
In una splindirà di i*autri 1uni« 
Chi di lu so casata 
5ù lucidi curuni. 

XLIV. 

A S. E, Sf'g. Marchisi S\Moy ETTI, — /noe- 
easioni chi dimandau aW Aut uriti stampi 
di li soi potsii pri la secunda colta^ stanti 
rf^i li primi ce eranu stati divorati da tu 
focu unitamtnti ali autn iibri e mobili , 
per un incendiu, chi suffriu la sua casa; 
di lu di cui dannu nni era statu compen- 
sa tu da la munificenza di S» M. di cui 
irovavasi Ministru di Statu, 



Murritiavanu 
Cu l'accidenti 
'Ncoslu di Stronguli 
L'umani eventi, 

Vulcami in colura 
Chi da cchiù jorna 
Ccj avia li. càncari 
Dintra li cornai 

Forti sgridannuli 
Cu brusca cera, 
Si fici laidu 
Cchiù chi rum era. 

Ha (com'è solitu 
Di li vavusi, 
Chi co li retichi 
Su ochtù strudusi) 

Cci Kuppichianu 
Facennu gabbu, 
E hi inciurianu 
V.cahtazxu babbu. 



A sf'improperf 
Lu Diu di Lenna 
Munta tu in fùria 
Persi lu sennu. 

Sutta II mantaci 
Ardìa un tizzuni 
L^afTerra e scagghiasi 
Com*tm liuni. 

Chiddi 'mpanneddanu, 
Ed tddu appressu. 
Cchiù chi ca^pianu 
L*ànnu cchiù 'mpressu r 

Lu mari passanu, 
E di continu 
Ouardanu, e vidinu 
Chi CM*è vicinu : 

Vennu in Calavria, 
Già lassi e stanchi, 
Ed iddu è *nzemmula 
Quasi a It cianchi, 

Sciirrinu voscura, 
Vaddi, e mtintagni, 
E si lu sentinu 
A li calcagni : 

Juncinu in Niapuli, 
E 'nlra li letti 
Vanna ammucciandusi 
l*i Sinionetti; 

Lu Diu pri chiudirci 
Qualiinqui scampa 
Lu focu appiccicai 
Ed eccu un lampul 

'Na luminaria 
Di manu, in manu 
Sbainp:», e in ogn'angulu 
Regna Vulcanu... 
• Ch'ai fallu! oh caspita ? 
(Grida Minerva 
Chi *ntra li cammari 
Lu focu osserva). 

Ah lu miu te'mplu 
7u m'ai distrultu! 
Cca di li studj 
Cugghla lu fruttu : 
Cca la Giustizia, 
Cca lu Sa pi ri 
Cca cci regnavanu 
Li saggi miri... 

Ma lu lagnaricci 
Di laccadutu 
£ spisa inutili» 
Tempu pirdutu. 
Saprà ritorciri 



ODI 



6T 



La mìa taggìzza 
Sta gran disgrazia 
In allìgrizza. 

Giacchi a la meriti! 
Viju propenza 
L^eccelsa Beggia 
Muiiifìcenza, 

Chi pronta ad aprir! 
La fonti granni 
Teni a rifa rimi 
Di li mei danni, 

E co st* incendili 
Splindirà cchiui 
La vera gloria 
Dì tatti dui. 

XLV. 

i lu Sig. Cumandanti Cav. D, Giuseppi 
Poli. In risposta ad un soneltu^ chiaria 
scrittu a VOiuri in lingua siciliana. 

Cìrcanna Uraiiia 
So figghia Poli 
Di matematica 
Girau li scoli... 

Cc^è stata, dissiru. 
Ma passau avanti, 
S' inchlu la vertala, 
£ arrkchlu a tanti... 

Dunca vai fisici 
Datimi nova... 
Cci fu rispusiru. 
Ma 'un si cci trova. 
Cci lasciau Toperi, 
Chiari, immortali, 
Dissi aspittatimi, 
£ allargau Tali... 

Unn'avi ad essiri? 
Forsi dimura 
Intenta ailoperi 
Di la natura? 

Parrati, o Vausi, 
Fonti, lindi, e Grulli? 
Chisti rispundinu 
In noti rutti : 

Di pocu. oh caspita! 
Tu lu sgarrasti, 
Cci scursi, e celebri 
Lasciau li rasti. 

Vidi, ed ammiralu. 
Vidi schcrati 
Tutti cbisr osiracbi 



Notomizzaii ! 

Basta, finitila, 
Ogn*nno sa 
Sci pregi, e meriti; 
Ma unn*è chi fa? 

^Nzamma sgammannusi 
La Dia si sfascia, 
La cridirissivn ^ 
Unni poi lascia? 

'Ntra hi UstatiQ 
FontN chi pìsca 
Ca M«9Ì SidttU 
in lesla, e lrì«ca! 

XLVL 

A la celebri Sìgnura Cornslìi Ellis Mis 
Knight, chi avia iradntti 4Ì/emai idiQ 4m, 
lu Aaturi nellu so idioms img^i$L 

Sospinta iQ aria 
Da sforzu, te ìomimi 
Suirali débiiU 
Di lu miu ^ns^fcnu, 

Arrivu a scoprir! 

ÌBenchl di arrassu| 
Ai tantu celebri 
Munti Parnassu. 

Oh comu splendimi 
Li costì attornu 
Di lu cchiCk vividu 
Brillanti jornu! 

£ allatu spiccanu 
Di lu gran fonti 
Omeru, Pindaru, 
E Anacrconti! 

Versa li màrgini 
Di dd'acqui chiari 
Cigni castalj 
Scnlu cantari : 

Manini, Grazia 
Gravi, e sonori, 
TibuHu tenera 
Tocca li cor*i. 

Cu stili armonica 
Lu Ferrarisi 
Spiisi a li grazj 
L^eroiclii imprisi : 
Li belli lagrimi 
Di Erminia, oh qtiantu 
Torquatu, spiccanu 
*Nt!a lu to cantu! 
A la gravissima 



68 



ODI 



Mìltonia trumma 
'NtODa rEmpireu, 
Lorcu ribummà* 

Popò li pelaghi 
Di umani cori 
Sulca cu placidi 
Noti canori. 

L'accendi Apolliui 
Tutti, e r investi 
Di lu 80 energìcu 
Foca celesti. 

Oh li Meonj 
Casti Burelli 
Quantu su armonici 
Quantu su belli 1 

Ma-..Lu so numeru 
Di novi fu, 
Pirch'oggì cuntasi 
Una dicchiu ? 

Forsi chi sharia 
L'occhio? Ma intona 
Cu eslremu giuhilu 
Tutlu Elicona ; 

Veni a compirinni 
L*Aoniu coru 
Miss-Knaight Anglica 
Decima soni. 

XLVII. 

Scritta in occasioni chi S. E. Sig. Principi di 
fiELVUNTi avia intraprisu di fari costruiti 
una Casina nobili con una villa di attornu 
Bupra di una eminemay o sia d'una falda 
di muntagm^ chi sporgi sinu ad un pie 
cittì» crateri di mari nominatu V Acqui 
Santa. 



uà 



Surgi da lunni Proteu 
Fissa di TAcqua-Santa 
L*occhiu a la schioa sterili 
S* infoca d'estru e canta : 

Quantu felici augurii 
Buccuni fortunatu 
Di sti toi nudi vausi 
Viju schirzarì allatu! 

Sublimi Gcnlu e splendidu 
Cu nobili armunia 
Bella natura, e industria 
6aprà spusari in tia : 

(l) Alìàdeal P. Michelangelo Monti. V»cslo Gè. 
Mà$ non bisogna della musa altrui. Egli si à res^ 



Chissalchi sporgi in aria 
Tua frunti aspra, e pitrusa 
Sarrà di 1 Orti Esperidi 
Lemula cchiù famusa. 

Surgtrà in mcnzu nobili 
Casina dominanti 
L'ampiu crateri e insemmula 
Tanti campagni, e tanti. 

Quasi bell'Orti pensili 
Di babilonia attornu 
Jardini di delizii 
Ti ridirannu intornu* 

A lu suavi strepitu 
Di fonti e di acqui erranti 
Lu passeggeri estaticu 
Nun saprà jiri avanti. 

Flora, Pomona, e Zefiru 
*Ntra ssa tua costa intera 
Farannu un gratu accordiu 
Di Autunnu, e Primavera. 

Vaghi vnschitti in fertili 
Allegru, amenu situ 
Farrannu a li sensibili 
cori suavì invitu. 

Sagru sarrai ricoveru 
Dintra ssi macchi ameni 
Ad un felici Geniu 
Dilettu a li Cameni (1). 

Eccu chi già propiziu 
Lu Fatu a mia rispunnl... 
Dissi, avirau T augurii, 
E si attuCfau 'ntra Vunni. 

XLvm. 

'NNU A LUCINA. 

Salvi Lucina pia. 
Chi a li parturienti 
Minuri li turmenti; 

Chi avvivi, e metti in via 
Li feti, e li conduci 
A vìdiri la luci : 

E chi a li matri afflitti 
Da li snfferti affanni 
Calma , e ristori! spanni. 

Estendi li toi dritti 
Supra ogni miu cuncettu, 
Ch*è parUi d'intellettu. 

Chi straccu, e faligatu 

onta sua iniroortalo. 



ODI 



é9 



Da. la nemica soni 
Sulu produci abborti. 

XIL. 
LU DIVORZIU. 

Slanca di viviri 
Vita pinusa, 
Fici divorziu 
Da mia la Miisa; 

Dicennu : E angustia 
Pri tutti dui 
Lu stari 'nzemmula 
Uniti cchiui. 

Pri nui Btu seculu, 
Ch'è se-dicenti 
LuminusiBsimu, 
Nun luci nenti. 

* IH voli altissimi 
Sarrà capaci; 
Ma unn'è Giustizia? 
Unn'è la Paci? 

Unni si trovanu 
Virtù e costumi? 
Duiica a chi servinu 
Sti tanti lumi? 

Cu Toru sbuccanu 
Da un no^u munnu 
Li guai chi abbundanu 
Gchiù chi nun sunnu. 

La genti a st* Idolu 
Stendi li manu, 
E anchi offri vittimi 
Di sangu umanu. 

Virtuti. e meriti 
Sagrificati 

Sunuu a sta barbara 
Divinitati. 

Si 'ntra sta pelagu 
Profunnu, e cupu 
Cerca ajutariti 
Cchiù ti sdirrupii : 

Bfa giacchi libera, 
E Dia sugnu iu, 
Un megghiu seculu 
Mi cercu. Addiu... 



L. 






Pri li nozxi di lu Signuri W. N- 

*0 Baccu. o aniQia 
Di ralligria 
Sti spusi amabili 
Cunsignu a tia. 

''Deh la abbivirali 
Di stu licori, 
. Facci produciri 
Frutti di Amori. 

*Lu primo è in gorbooa: 
Forsi cci manca 
Un pedi, on anca. 
Ma si farrà. 

*Tu, Baccu, avvivala 
Cu lu to foco 
Mostracci ddocu 
- L'attività. 

*Cc'è lo narcoiico 
Superbo vino, 
Chi scoti, tiUica 
'Nforza lu schinu. 

*La rispettabili 
Sua vecchia vutti 
Li figghi in fieri 
Cuntenti tutti. 

^Longlit li maseoUj 
Como lu patri, 
Beddi li fimmini, 
Como la matri. 

*ln eh isti grazj 
Forma e costumi. 
In chiddi meriti 
Menti, e volumi. 

^Baccu verifica 
Sta profezia 
Ch*ii fatiu scorriri 
Pri bocca mia. 

LL 

Pri li dui fratelli Bartoloheu e Marco 
CosTANzi, nativi di la Sambuca ineiiuri 
e disignaturi. 

Curria per anni, e secoli 
Di la natura appressu 
L'Arti per acchiapparinni 
Labbozzu (y lu riflcssu : 

Nun |)otti mai ragghiuncirla^ 
Fissarla un potti mai : 



70 

Sibbeni pochi Genj 
Gei avvìcinaru assai. 

Sì dici : chi la Grecia, 
'Ntra Tautrt cosi bèlli, 
La vitti, quasi 'ezemmala 
Di Pussitèlli e Applli. 

Si vitti ancora ridiri 
G« teneru ^mmizzìgghiu 
Ora ad un Micalancilti, 
Ora d'Urbinu a un figghiu. 

Ma tolti antri rarissimi* 
Chi à riguardata in parti, 
Sroi a rimmensii numera 
Proselitu di l'arti. 

Vanta però un prodigiu 
Oggi la nostra etati : 
Di Tana e l'autra in grazia 
Gei stannu li dui Frati. 

Li dui Costanzi uniscimi 
Rapporti tanti, e tati 
Ghi fanou un grata accorditi 
*Ntra li dui gran rivali. 

LIL 

€umpo$ta estemporania ad una Comedian- 
ti, chiamata la Davi, chi maigradu, chi 
nun era multu giuvinat cantava cu bona 
grazia^ td^ tra eccetlenH comica. 

Sai, bella Veneri, 
Sai tu pirchl 
Li grazj cnrrìnu 
A la Davi? 

Pri fari vidiri. 
Chi ad idda sta 
Rendiri amabili 
Qualunqui età : . 

E chi tu propria. 
Tu stissa, tu, 
S'iddi ti lassanu, 
Nun cunti cchiù. 

LI». 

SAFFICA 

A V. A, R. D. LEOPOLDO BofiBU?if Princìpi 
fii Sfilrrnu — fn occa^i<ini ehi fici cuniari 
u'ta mi iajg-iia alCAuturi. 

*SiiWi pindiricirali ou viju pronti 
S;iroriinJirii li nuviM, ^piriri 



ODI 



La tirrestri atmosfera, ed apparir! 

Novo orizzonti. 
*Di risu sconosciutu a li murtali 
Fora Taria d' intornu brilla, e ridi; 
Sublimi, e maistusu dda si vidi 

Tempiu Immortali. 
^Gloria vi n^gna : a pedi soi calpesta 
Supra di un tronu lucidu, e gemmato^ 
A lu devoraturi vecchiu alalu 

La calva testa. 
*Cu li centali chi 'ntra l'aria stenni 
Sta Fama in autu.la gran trumma abbrac- 
E da Tunciati tempuli cci caccia (eia, 

Ciatn perenni 
*Proc1amannu disfdttu V ingrussatu 
'Ntra strdggi, e sangui orribt'i colossu 
Ch*autari, e troni avia di Europa scossa 

E diva^tatu 
*E chi rosetta sua val.inza Astria 
Di lu genin Brittarmicu a li manu. 
Di lu Russu, lu PnHsu, e lu Germana 

Dopost'avia. 
*£ chi lu munnu, chi di stt allegati 
Potenzi avia ammirati! lu valuri, 
Stavasi pri ammirami spettaturi 

L' integritatì. 
^Chiudi lu tempiu 'ntra li mur'interni 
Genj inventuri, eroi, poeti summi, 
Ch'in sonori sampugni, e liri, e trummi 

Vivinu eterni. 
*Ma quali sfiilguranti di surruschi 
Fusca niivula vidisi abbassarli 
È Momu Momu di li frizzi amari, 

E l'ocelli bruschi. 
^Malgradilu a \i Dei si occulta, e fui 
Pensa a st'eroi scagghiari li mutteggi; 
Ma in canciu di oscuraricci li preggi, 

L*avviva echini. 
*Dici a l'amenu Ferrarisi cignu : 
Giacchi cca lu citari è culpa estrema 
L'oscuri nomi , un purpuratu emblema 

Ti raiHtru ili sigau : 
*E li tanti ministri rovesciati 
'Ntra lu concavu visti di la lana, 
Chi foru cncomj toi, pri tua sfortuna 

Mal* impiegUi. 
•Poi scopri \Mj;iistu, e grida: insangui- 
Da li vittimi umani usirpafAi (natu 

LMmpcriu di lu m:innn, ed ora stai 

Ui {gloria allatul 
* E vili (dici ad Oraziu, ed a Maruni) 
Pr'indoran chist\jpori perversi 
Quafoprasti nia^la 'nlra vostri versi. 



ODI 



O panoidddni? 
*Taci lingua di assinziii, infami Moma, 
Yuci sull'arpa dUrania *iiiiiuaii. 
Cui fama oUinni mai si ^un s'jmbrattau 

Di sangu d'omu? 
'^Hapirchl, mala lingua, pirchl taci 
La tempiu chiiisu a lu bifrunti Gianu 
E chi lu munnu sutta OUavjanu 

Respirau paci? 
*E chi tanti li fasti, e tanti foru 
L'oggetti di la sua beneficenza, 
Chi lu seculu so per eccellenza 

Fu dittu d'oru? 
*E quann'antru di granni In so imperu 
Nun vantassi, sarria sulu bastatii 
Di avirc'io dui gran genj rimpiazzata 

Pindaru, e Omeni.. 
*Tantu opcran munificenza sumnia. 
Chi da ruggiada, chi li germi avviva, 
Sepulti in terra, fici rediviva 

Meonia trumma. 
* E la lira di Ora/in . chi cunlrasia 
A Pìndaru Timperiu di Ianni 
Vinc'io iddìi li fasti cchiiì ammiranni 

^ì spata ed asta. 
*St'esempiu ch'in grand'anima sisfampa 
Foch'è, chi cadi supra limi e siiippa 
L'investi» ed a l'istanti nni sviluppa 

Ardenti vampa. 
•Guarda lu miinnu, l'occhi in terra cala. 
Dì ecci^lsa stirpi principi reali 
Vidi, ch'emuiu d'iddn, impinna Pali 

A *na cicala! 
•Ch'avvezza cu li rauchi accenti soi 
Cantari allarsn metituri, incalza 
Ora la vuci, e In so cantu inalza 

Sino a l'eroi! 
•Presenta cca non imbrattato, e lordu 
Di umanu sangui, un cori generusu, 
Purtatu à lu sublimi, e grandiusu 

In Leopoldu. 
•Non la putenza di l'imperiu figghia, 
Ma li meriti Augùstu ànnu esaltatu, 
Li stissi ora cci mettinu a lu tatù 

Cui cci sumigfthia. 
•Di cbist'astru Borbonieu la raja. 
Chi la beneficenza attiva rendi , 
Sviluppa li gran genj, e cca nsplendi, 

Tu Mnmu abbaja.. 
•Ma di già l'ali, indocili a li vogghi 
Di lu so non legilìmu rettiiri, 
MsDcanu, e 'otra li grassi suoi vapuri 

Terra mi accogghi. 



71 



LIV. 



A 5. £• V jfmmiragghiu Nblsow Duea di 

Brantù 

•Mi guardi d^occhiu tortu 
L'isiabili Fortuna, 
Melpomeni mi duna 
A l'i ni mortai ita sicuru portu, 
E mi concedi 'ntra li regni soi 
Purt;iricci cu mia grandi, ed eroi. 

•Propizia eccu mi spira 
La Musa, e da stu solu 
Mi fs spiccar! un volu; 
Senti *nira li soi cordi la mia lira 
Li fatti illustri jirisi affuddannu 
Di In gran Nelson fulmini brittaonu. 

•Salvi Brittagna invitta* 
A cui Nettunu isiessu . 
Lu so tridenti à cessu, 
Tu liggi a regni, e Tampiu mari ditta. 
Ma di li figghi toi l'opri ammiranni 
Pindu curuna, e a l'antri età li spanni. 

*Nlra l'Eiiconj spiaggi 
Febu ce' im pinna 1 ali 
Pri alzarisi immortali 
Supra lu Vecchiu mai saziu di straggi. 
Chi tutti aggliiutti, escagghia ancoraTarm i 
Contra li bronzi, e li sculputi naarfiii. 
*Già Tali autu-volanti 
Movi la musa arrassu. 
Resta lu vulgii bassu. 
M'entri Teroicu Brittannu davanti 
Tutti letà futuri invita, e chiama, 
E di l'imprisi suoi spargi la fama* 

•Tromanu a la so nranu 
Li figghi iinpii e feroci 
Di lu delettu atroci. 
Chi fìci in tigri trasmutari l'omu, 
E chi esaltato avianu su l'augnstu 
Depressu trono e *nsangninaiu busto* 

*^un (l'acqui cchiù la Senna, 
Ma di accaniti genti 
Sbuccau ampii turrenti, 
Gianna, Italia, e già quasi Vienna 
Avia inundati; e inimenzi navi aduna 
Per ecclissari TOtlumana luna. 

^Spavintata la terra 
S^alTretta d'ubbidiri 
A' lu superbu ardiri, 
Chi troni, autari, e tempj, e liggi atterra,' 
Né ccè cu> lu rispincia, o lu minaccii 



72 ODI 

O 81 cci mentì di guardarla in facci. 

"Nettunu stissu opressu 
Sutta Tauti carini , 

Di turriggianti pini 
Runpirpi appena ardisci lu riilessu, 
£ a V indicarsi di ì'insuUu, nn gridu, 
Nelson, Nelson, *niunau di iida in lido. 

"Senti la nota vuoi 
Di lu gran Dia di Tunni 
Lu figgliiu e cci rispunni 
Prontu, e gtulivu, ed a la nova luci 
Scoti li vili di la squadra inglisa 
Vola comu falcuni a la sua prisa. 

*Già si cci avventa, scinni, 
Rampi fulmina, avvampa, 
E la sua gloria stampa 
A littiri di focu in milli 'ntinni, 
Mentri incerta la Morti si confunni 
^Ntra r orridu Vulcanu, e li salsiunni! 

'^Attonitu la testa 
Spinci Alessandria, e guarda; 
£ intantu Varia sfarda 
Di brunzi fulminanti 'na timpesia, 
Chi li puppi 'nnimichi urla, e fracassa, 
£ navi e genti sfrantumati lassa. 

*Già la vittoria insigni, 
A cui pindla vìcinu 
D'Europa lu distinu. 
Su li puppi Brittanni jisa Tinsigni, 
E la Fama l'annunzia ntra ribummi 
Di centu aperti vucchi e centu trummi. 

*Ma la Gloria ti chiama, 
Nelson, a novi imprisi: 
Va curri a vili stìsi, 
Di la Sicilia sazia la gran brama, 
Lu so Re, la famigghia sua riali 
Portacci sani e salvi dogni mali. 

*Veni gran Firdinannu 
Miu Re benigna, e saggiu, 
Sutta lu to curaggiu, 
Cum*unni a gcogghi rumpiri si vannu 
Li gran vicenni, chi la sorti aggira, 
K ribummanu pori su la mia lira. 

*La disiata calma 
T offri Palernui, e appresta 
Ristoni omaggiu, e festa; 
Respira e poi preparati a la palma; 
La vittoria e cu tia, si, Tà jaratu 



(i) S, M Ferdioaodo avea donato airàmmi- 
mglio Nelson lo stato di Bronie per ricompensar- 
gli gli onorali servigi resigli in tante varie vicende. 



Mentri dì Nelson cum batteva allatu. 

^Partenopi infelici, 
-Ahimè .quanta mi accora 
Lu nova di Pandora 
Vasg, ch'in tia virsaru li 'nnimict 
Ahi misera ma .calma lu to aflannul. 
Fidati' a lu clementi Firdinannu. 

*E tu Angla-Sicanu 
Eroi) chi a nai 'na parti 
Di tua gloria comparti; 
Eccu di novi fulmini la manu 
Già t'arma Rronti (1), chi a li tanti provi 
Gridi in tia trasmutatu lu gran Giovi. 

*A nui vivi, e a la tua 
Patria milPanni, e cchiui, 
Gloria, di tutti dui, 
Supra la navi d' Argu la tua prua 
Da li futuri astronomi osservata 
Sarà in cela di stiddi curunata. 

LV. 

A lu Signuri Cavalieri D. Giuseppi Poli 
in occasioni di dovirisi alluntanari dalla 
Sicilia • 

"Cui truzza cu lu Fatut 
Postu chi accussi voli. 
Parta Tamicu Poli, 
Ma cu Taugurii allatu. 

*Spirinu venti ameni, 
E in fundu ad un gruttuni 
La torbidu Aquiluni 
Suhi racchiuda, e freni : 

"^Li Genii precursuri 
Di la sirena paci 
Supra lu lignu audaci 
Sparganu rosi, e ciuri : 

*Na specii ad iddu nova 
D ostrìchi, di cunchigghi (2) 
Nereu *ntra biundi figghi 
Cci offra, si mai lu trova. 

*Sclierztnu li delfini 
Attornu a la carina 
Pruennucci la schina 
Cu sauti, omaggi, e inchini : 

^Vulennncci spiegari, 
Chi nautru Ariani in gruppa 



(2) Si allude agli studj prediletti del cavalier 
Pulì su questo ramo di siona naturale, in cui è ri 
guardala come Insigne l'opera sua. 



ODI 



73 



Cu la sua lira in puppa 
Disianu pnrtari. 

*Scurri superba o navi 
I)i un cussi raro pignu, 
In ìddu a tia cunsigniu 
Dì Palma mia la chiavi. 

''Sacci, chi pri sua dota 
Porta lì cori addittì 
D* ogirunu chi lu vitti, 
O lu trattau 'na vota: 

*E dì tant*au(rit a cui 
La sorti avara dissi: 
Liggiti quamu scrissi, 
Nun vi si accorda rcliiui. 

*A lu Sebetu amicu 
Portalu salvu, e sanu, 
Cunsoli a manu a marni 
L' afllittu patri anticu. 

*Vui Melict'rta, ed Ina 
Itilu accumpagnannu; 
Spittaculur ammirannu 
D*un saggiu è lu dìstinu. 

*Tali Tu a li cilesti 
Orfeu, chi si partiva 
Supra la navi argiva 
Sfidannu li timpesti. 

*Li novi mostri» e Tira 
Di furibondi venti 
Frena cu lu potenti 
Incantu di sua lira. 

^Deh! ferma, o saggiu Traci! 
Ahi nun previdi qiiantu 
Custirà luttu, e chiantu 
Stu prima azzardu auJaci. 

*Di turri fluttuanti 
Si abitirà lu mari 
Pri jiri a suggingari 
Incogniti abitanti. 

*Lu fulmini inumanu 
Novu flagellu in guerra 
Insuppfrà la terra 
Di sango americanu. 

*D\ V oru a li murtoli 
La massa aumentata 
Avrà multiplicata 
La summa di li mali. 

*£ a mia caggiunirai 
Tanta tristizza, e pena. 
Chi un beni vistu appena 
Porsi 'un vidrò cchiii mai- 



LVI. 
LA BENEFICENZA 



Pri mónsignufi Lopez ArcMéc. di Palentit^ 

^Gran Diu di Plndn , chi a toi car: 
Parti di tua diviniti, di quali (impresti 
Sentimentu distingui li cilesti 
Da li raurtali? 

"Suaviti forsi d'ambrosia? ah tocca 
L*arma ugualmenti air omu, e la ravviva 
Lu travagghiatu pani, e d* una rocca 
L'acqua surgiva. 

*Vivla Giunu l'ambrosia, né lamenli 
Ci rutila mena 'u nigatu pumu, 
Né mal cissau, finchl Iliu, e la sua genti 
'Un misi in fumu. 

* Si ssu Henri nuu cancella, e sgairta 
Da rimmorlali ogni molestu aflettu, 
Nun vi Tinvidiu, u summi Dei, mi bast» 
Lu vina eletta. 

*Forsi amati uziàri *ntra piaciri, 
Luntani da li curi, e li disaggi? 
Quali driltu accussl putriti aviri 
A nostri omaggi? 

*Sonnu, crapula, ed ozii lascivi. 
Appannaggi di sensu oitusu, e tardu. 
Io vui di l'Asia lu tirannu vivi 
Pigru e *nfingardu. 

*La voluttb, chi gutta T usu manca, 
E lassa agonizzanti lu dislu. 
Né Tarmi, né li spirili rinfranca, 
Nun è pri un Diu! 

'^Vantati lu putiri? Ma si spira 
O la vinditta, o la distruzioni, 
Tristu r alloggio so, guai pri la mira, 
Chi si proponi. 

*Putrà supporsi mai letn, e filici^ 
Cui medita ruini, e 'nlra Tinternu 
Cuva rancuri? un Dfu cussi Infilici 
È Dia d'Infernu. 

"V'esalta dunca lo putiri, qaannu 
Spusa beneficenza, e senti e gtista 
La voluttà di risarctri un dannu 
Di sorti ingiusta. 

•Si da ri a la virtù li meritati 
Riguardi, ed a lu meritu cumpensi, 
Ccà conu^ciu li dei sommi, e beati 
Digni d'incensi. 

*ì^o la piaciri, chi diretta veni. 
Ma chi ci f cu la in torno, e si ritleHj 
Da cori in cori, fé lu sommo b^m 
D'armi perfetti. j<l 



74 

^Cbista è la sentimentu riserbata 
A li cilesti, e si mai cca nascln. 
Cui pò, e coi sa gushirlii, oh fortoiiatu! 
i quasi un dia. 

*Chi dirrai Ui, Sicilia, di cui Yigghia 
A 1u duppiu timuni, mentri lutia 
Cu tempesta, chi scoti, urta, e scampigghia 
L'Europa tutta? 

*Chi, novu Ulissi, dintra l* utri affrena 
Li venti Turibunni, e in leta calma 
Xeni lu mari, e a l'aria serena 
Li veli spalma? 

*Chi min chiama piaciri? un è cunteatu 
Si non chiddu chi ad antri in tuUi banni 
Bifliinm, e chi da ccntu cori« e centu 
Trabuccaf e spanni? 

^Vurrai cu stiddi, e custillazioni 
Sculpiri lu so nnomu a litlri eterni» 
Ma nun mindica rostentazioni 
Di oggetti esterni. 

*Ke6ti la vana gloria dipendenti 
Da li parranti vucchi di ia Fama, 
Chi godi in s« beneficenza, e senti 
Sazia la brama. 

*Cuiidizioni pocu a invidiai 
Sàrrla chidda d^ un din. quannu nppujatu 
Fussi lu so cuntentu a tempii, e otari 
Di r oniu gralu. 

LVII. 

A S. E. Sig. Duca ^/'Ascoli. — In occasioni 
di la 8ìàa promozioni a marescialiu di 
catnpu. 

^Scuviinu àncora da li nidi antichi, 
Risiali in funuu di la \ccchia lira 
Amuri nichi-niclii, 
Di cui risona 'ntra Toricchiu miu 
Lu duci ciuciuUu, 
Chi mra li noti d' idda si raggira, 
H mi richiama in menti li cchiii grati 
Illusioni di la virdi etati. 

\\rappcna eh* eu mi provu d'afOdari 
A li soi cordi dA<:cu!i la nnomu. 
Si niettinu a trini.in 
Smarriti rAmur.m; e cui si ammuccia, 
Cui sutta Tali agguccia 
La fdcciuzza scantata,..Kugridu:Ecomu, 
E d'unni mai ssu insolitu timuri 
Vri nn tantu snggiu, e alTabili signori? 

*Nun 8»i tu, mi rispusini, chi nati 
S;'uni da l'Oziu, v da la Paci, e. semu 



ODI 



D'immagini addivati. 

Di curi e di pìnseri, non già gravi. 

Ma teneri, e sua vi? 

Nun sai tu qual< orruri allarmi avemu, 

E a lu timanti concavu miialUi? 

£ proponi di campu un marescialiu! 

*Oh! locchil éu ripigghiai, Tarmi ch*im- 

(pugna 
Suprì tinlri arrassu, e prì tagghiari 
A' gaddi pizzu, ed ugna. 
Chisli, chi reggi vigilami squatri. 
La paei vostra mairi 
Fannu, comu in so ni^ìu, cca rignarì, 
Abbrazzata a lu Ironu venerannu 
Di l'amabili nostru Firdinannu- 

•Sacciati ancora, chi a li'soi cunsigghi 
Fida lu saggili He di lu so statu. 
Di nui so cari figghì 
La saluti non snlu, ma V internu 
Ordini di governu. 
Quantu Telici augurj lu Falu 
Cci duna a compromeitirnì, e a sperart 
Da un AscuU a la tosta dj ralTari ! 

•A sti grati notizj cunsulanti 
Sentu la lira mia, cfii rendi un sonu 
Cchiù allegru e cchiù brillanti, 
L'Amuri da li cordi sbulazzanu 
Driltu a li cori vannu. 
Però quanta è propizia !u so tonu 
A li gentili, e a li suavi affetti, 
Tantu menu « adattatu a gran suggelti. 

LVIII 

/). Raffaele politi tu occasioni di 
aviri dipintu un graziusu picciriddu in 
atta di lidiri. 

♦N'amabili, e ridenti 
Genia di un tali risu. 
Chi uguali sulam^^nti 
Pò darsi in Paradisu, 

* Appena Gh*è trasutu 
Dintra U stanza mia 
Mi à già ringiovenutu 
A modu di magla« 

*Lu risu so mi spinci 
A ridiri, e brillari, 
E Panni mei costrinci 
A jirisi ammucciari. 

^Mi apporta 'ntra lu sangu 
Uanlicu briu, lu focu 
Di aoacreonti, a rangu 



Ca tutti mi la jocu. 

*Oh Chimici afTumati, 
Pirchì tanti fatichi? 
Lu lapis Yui circati 
'Ntra storti , e 'ntra lambicbi ! 

*Vuliti rinovari 
Li jorna già pirduti? 
Vuliti ripigghiari 
La prima gioventuti? 

^Lassati stu caminu: 
La lapis truvìriti 
Sulu ne lu divinii 
PiDseddu di Politi. 

LIX. 

Su la caduta di I5onaparti. 

*Yiju la gran catastrofi 
Di Europa, e inorridennu 
Esclamu; O di lescrciti 
Supremu Diu tremennu^ 
Ah! eomu lu to sdegnu . 
5curri di regnu in regnu! 

*D\ li Nabbuccodonossor 
Li statui colossali 
Viju abbattuti cadiri, 
Mon da culossi ugnali, 
Ma da pitruddi leggi, 
Chi lu to vrazzu reggi. 

'^Ma coma rutulannusi 
Sopra nivusi munti 
Giobbi di nivi ingro^sanu 
Pri Tautrt ad iddi junti, 
E fdtli immensi massi 
Opranu gran fracassi; 

*Tali st* infirmi» e debuli 
Pitruddi, ch^eligisti 
Li forti pri cunfunniri, ^ 
'Ngrussati comu chisii 
Siipra li troni scossi 
Sii fatti gran colossi. 

'^M'ahimè! chi la tirannidi, 
Lu fastu, li rapini 
Comu vuturi annidanu 
Siipra li giughi alpini, 
Spargennu dja di auturi 
A bassu lu terruri. 

*Tali l'Europa infeslanu 
St'ingigantiti menti 
Partati tantu in autu 
i3a un vrazzu onnipotenti,. 
Chi apposta li 5 : gh u 



aDi 75 

Pri so flaggellu ria. 

^CradiU inesorabili^ 
Ch'a li mugghieri e mairi 
Li spust, e figghi strappanu, 
E *ntra omicidi squatrt 
Li eapoDRU a lu fururi 
Di ferru distrutturi. 

*PoTÌra Europa, ah misera! 
Vidi toi chiaghi e taci! 
Li levi ti desolanu, 
E a forza un vrazzu aadacit 
Chi ti strascina, e afferra^ 
Ti fa sclamari: Guerra! 

^Lamani menzi inutili 
Sii a tia, già ti nnadduni, 
Mort'è la fidi pubblica, 
Oppressa la ragiimi. 
La sala forza Tali, 
Ritaggiu, ohimè, brutali! 

*Forzj ch'è In manu alfemp) 
Unita a ingegnu, e menti. 
Chi *nn ànnu ctiltu a tempj. 
Nò driitii di li genti; 
A ime diivi un viraci 
Appoggiu avrà la paci! 

*Duiica infelici popalu 
IVunni sperari poi 
Ajutii e •'efrigeriu 
A tanti mali toi? 
Cca 'nterra monzi 'un viju. 
Ma in colu siihi. e lu Dju. 

•Oh di misericordia 
Tu patri onnipotenti. 
Deh spira la cuncordia. 
Rischiara tu li menti, 
E 'ntra li cori audaci 
Spira giustizia, e paci* 

*Paci, chi a iu to naacirt 
Ih terra annunziari 
Facisti a tuUi Pomini; 
Falla oggi riturnari. 
Cti (bri a chisia etati 
La bona volttntatì- 

*Un quatra di giustizia, 
Gran Din, nni l'ai mustratut 
La tua clemenza mustraoni. 
Deh renditi placa tu: 
Spezza II toi fiagelii. 
Su puru a tia rubeHi* 

''Fu sta piighiera in lagrimt 
Cu cori aixlenti e bonu 
Purtala da li Genj 
A lu supjiiu troou, 



7« 



01^1 



Duvi leterou -Giovi 
Regiila tuttu e movi; 

'^Ch'a un cenou formidabili, 
Chi movi terra, e celu, 
Lu rìu colossu ò vittima 
Di un fulmini di gelu» 
E ad un momentu atterra 
L' anturi di la guerrn* 

Pri un eorpu di li sci poesj mandatu ad 
una eelebri poetitsa francisa» 

*Na musa sicula 
Scausa e in cammi«a 
S' offri a' na nobili 
Musa francisa. 

*La prima è povira, 
Cgì manca risei, 
L'autra ò magnanima, 
l^a cumpatisci, 

*Luna i lu genia 
^ Pri so parenti, 
L'autra la spiritu 
£ li talenti. 

''L'una li rustici 
NinG a capanni, 
£ Tautni celebra 
L* eroi, li granni. 

^Chist è ch'Apollini 
i>ceggblf e destina 
A lu gran merilu 
li\ Carqlina- 

*Fra maccbi luvidi 
ly un yoscu cecu 
L'autra rannicchiasi 
^ri (aricci ecy. 

LXl, 

//ivtitt a iVtct, chi darmi di frinii moiina 
ad aniMgghiariii* 

'Arnsbigttlii«ti« mia Nici, 
Vaja nesoi di lu lettu. 
Senti Ze6ro chi dici, 
Bedda Nici cca t' aspettu. 

*Già l'aurora teni in manu 
Lu pinzeddu a culuriri 
L^emisferu di |untanu« 
]k tu pensi di durmiri? 

'FcbM ardenti » T orizzonti 



Ali! s alTruota d' acchianari; 
Nun fa luciri li fonti. 
Nò li munti arrussicari; 

'^Pirchl 'un trova lu splenduri 
Chi qci «Urna lu to visu* 
Unni adduma, e punci amuri 
'Ntra la jocu e 'ntra lu risu. 

^L'ocidduzzi armoniusi. 
Chi raltegranu lu pratu» 
Ciuciullanu cunfusi 
Senza briu e senza ciatu. 

*Ca nun sannu li miscbini 
Unno Nici ch'è Toggettu 
l>i lu briu, e lu gran fini 
Di lu cantu e lu dilettu. 

'*Li ciuriddi *mmeuzu airerbi 
Sfaiddapii di biddizzi, 
Ctì^ intricciavanu superbi 
La ghirlanda a li tui trizzi; 

*Ora smorti e smuscipliddi 
Cu li pampini quaggbiati 
Nun cuutrastanu a li siiddi 
i-i splenduri, e sh sprizzati. 

*Nè cchiù spaoninu lu ciauni, 
Chi già Tana profumava, 
Cchiù suavi di f addauru, 
K lu cori cunfurtava. 

*La ruggiada triniulanti, 
Cristallina e rilucenti. 
Chi si mustia *ntra li pianti 
Comu perni d* orienti, 

*Cchiu nun pensa di hirmari 
Dda cullarla vaga, e Ona, 
Chi slrviva pri adumari 
La sua gula alabascrìna. 

'^Dunca, Nici nun durmiri 
Spinsirata sutta Tali 
Di lu sonnu, chi muriri 
Fa pri pocu li murtali. 

'Ntra li rosi e *ntra li gigghi 
Stai durmennu? Ah dan'accùra 
Chi *nzamai nun tarrispiggbi 
Languì tutta la natura! 

LXIL 



*Amicu teni pedil 
Tale ch*è spiritusa! 
Tale ch'è curiu^a! 
Tale chi novità! 

È donna scavunisca? 
Greca orientali? 



ODI 



O qualchi novu armali 
Chi si strasciniràf 

a 

*Cc e robba pri lu pecuru, 
Cc*è fudda assai a lu ialti, 
Gattianu li gatti 
La pasta a manu ce' è. 

Aidìcu a chi cci ftemu 
Videmunnilla tutta; 
Sta sira è passa rutta 
Pri stl errami lappò. 

3 

*JMa nui lassamu a tutti 
NcugnamuDDÌ cu chistai 
Nuo Ta cattiva \ista 
Lu purtameotu so. 

Ddi causi a la turcbisca, 
Ddu cappidduzzu sgherru, 
Un pappagaddu, un merru 
Esprimiri li pò* 

4 

*L*amicu so sirfenti* 
Chi a lata fissu tenit 
Clincarij! si manteni 
Cu tutta proprietà. 

Cci su tant'autri a caotu* 
Ci fannu li bufTuni, 
Ma SUDOU muscagghiuoi 
Ch*appizzanu cca e dda. 

5 

*La vuct è troppu flebilii 
Ch*ò modda a lu parrari! 
Cui sa si 'ntra l'amari 
È grevia accussl? 

ìià l'apparenza inganna: 
Sarrà di bona grazia. 
Chi a tutti quantu sazia 
Sapenna diri si. 

6 

*Ma cosa cc*è di malu 
Chi siDovi lu pitittn 
A cui 'un camina drittu, 
A cui severu sta? 

Lì gammi si cci YÌdinu, 
Lu ciutu cumparisci, 
Ed accussl ccliiù acciisci 
La coriusita. 

7 
*É 'na lanterna magica, 

Amicu, sta banchetta; 

Stati! cuetu aspetti 

Cc*è nautra novità. 

A la pHtinatura 



77 

Mi pari Bradamanii 
Cu tanti pinni e tanti* 
Chi guirriggiannu va. 

8 

^Arnica pigghl erruri, 
Scappau qualchi cavaddu, 
'Mpinnatu, coma un gaddu, 
All'osu aoticu sd. 

Chi vai scaccianou. pesta! 
Nun senti a lu parrari 
Ch'è donna, e si la amari 
Pirchl lu sd "an è so. 

9 

*X sta Ggura nova 
Chi tira tanti occhiati 
*Ncugnamucci a li lati 
Pri vidiri cui è. 

Ppu chi franzisaria! 
Mi suppunia cui eral 
Cu tutta su chimera, 
Cu tuttn stu tuppè. 

10 

*Adaciu ca cc*è robba! 
So ma tri Tama puru. 
Si cridi, chi a lu scuru 
Nun*M conuflcirà: 

£ fibbia di scarpa, 
Chi porta 'ntra dda testa 
Chi cci vegna la pesta 
É 'na difformità, 

11 

^Ch' è linna, ch'è ammastrata! 
Chi bizzarria, chi sfrazzul 
Tale com*un spicehiazzu 
Cci luci ddu mimi. 

Aneddi, scocchi, e notiti 
Di supra levai e metti, 
E vecchia e bona sdetti 
A sii frantisarl. 

12 

''^Mi nni voggbiu iri aoiieu 
Facennumi la cruci. 
Li senti quanta vuoi. 
Chi parracla chi cc*è7 

E na suvirchiaria, 
Vonn'essiri sparrati, 
E sta sua novitati 
Finisci cu Tolè, 



78 



ODI 



LXIII. 
AMURI NAYlGATUai 



*Ln regnu d'amuri 
Cui 'VoH girari 
Bisogna imbarcare 
La sua libertà. 

•Però cui s'Imbarca 
Senz^arti e viscottu 
S'annega "ntra un gottu 
Ne junci cchìù dd^- 

*Cu multa accurtizza 
Si pisca uu istanti, 
Ca troppa è tncostanti 
St'Oceanu, oimè! 

^S'osservanu prima 
Di Tocchi ti stiddi, 
SMnflussi, faiddi 
Di Amuri cci né. 

*L*arauri è pilota 
Chi ammutta di pani, 
Circanna lu scarii 
Di genia so. 

*Cn regali esatti 
Cuntempla» talia 
La lattia via 
Cchiù dìntra chi pò. 

*La bussala guarda, 
E pri tramuntana 
La prima quadana 
Ch'acchiana airinsù. 

♦Appoggia la prua 
D'Alcidi a li sifoni» 
E avviva Tordi^ni 
Chi dintra cci su. 

♦Pàssanu lu capu 
Di bona Spiranza 
L'insultu 8*avanza 
Cchiù granni si fa* 

*Lu celebri strittu. 
t£om'è a Gibilterra, 
Nun pena nun guerra, 
Ma spassa cci da. 

♦Ammutta li rimi 
Si vidi la calma. 
Li vili poi spalma 
Pri curnrì cchiù, 

*SbaUdtu, agitata 
Da moti ineguali 
Si tra si in canali 
Va trnilu tìi. 



LXIV. 



♦Nun cchih a Porta Filici, 
Nun cchiu 'ntra dda marina, 
L'Aatunnu s'avvicina, 
Lu friscu spiacirà. 

Lì cafitteri sbignanu, 
La musicata speddi, 
E li puddicineddi 
Nun jocanu cchiù ddà- 

*Ddi fodidduzzi bianchi 
Puliti, e trasparenti 
Ddi corti vistimenti 
Nun s*usirannu cchiù. 

La donna, chi vinìa 
Scuverta, ed attillata 
Nun pò tutt'ammastrata 
Nesciri in chiazza cchiù. 

3 

*Dd*ucchiati, vezzi, e noliti, 
Dd'amuri a tutt*in faccia, 
Ch*ognanu a fari *n caccia, 
*Ncasa si spiddira. 

Coma chidda simenza 
Chi siminara alcuni 
Dintra ddu bastiuni 
Airannu fruttirà. 

4 
^Diversu briu cumincia 

Pri chiddi gran citati, 
C'è la disparitati 
Si fa quanta si pò. 

Pri li signuri nobili 
Ridutti, ed opri boni. 
La cunvirsazioni 
Fissa unni Cisarò. 
5 

♦Pri chisti fa la munnu, 
La carni e lu dimoniu. 
Foca di S. Antonia 
Cui si cunvirtirà. 
Quant^aprinu la vucca 
Carrozzi, e vulantini 
Gran tavnli, e Gstini, 
Tutti commodità. 

6 

♦Si tratta a la francisa. 
Nun su nenti gilusi, 
Su tutti .'•fflttiisi, 
Nun cc'e i.è meu nò tò. 

Pr*ddi è impolizia . 



n 



ODI 



Qualora la sua dama 
*Un joca. *ua baila, 'un ama, 
Ma fa lu latto so. 

7 
Anzi taluni stilanu 
Chi lu maritu va, 
Fri stari in libertà 
Unni la mogghi *un cc*è. 
*Annu morali a parti, 
La Jiggi sua briusa 
'Né nenti scrupulusa 
OgnuDu fa per se. 

8 
*Tutta la sua limosina 
Cu li cumidianti, 
Pirchl su casti, e santi, 
Nò saonu diri nò. 

Cui nun proteggi a chisti. 
Cui nun cci spenni e spanni, 
Nun è signuri granoi 
Né sa Tobligu so* 

9 
*Ma comucclil rinyidia 
^Ntra stu paisi regna, 
Chi fora a tutti sdegna 
Stu bruttu fciri ccà. 

La vonnu gariggìari 
Cu li signuri nobili, 
Pirsuni bassi, e ignobili 
Misi in prosperila. 

10 
^Appena è fattu judjci ■ 
Un piceulu avvucatu, 
Voli routari statu 
Cu fari di lu cchiù. 

Chi lossu! Chi superbia! 
*Ntra sta professioni, 
Quantu mal'azioni, 
Chi aggravi cci su. 

11 
*A forza di dinari 
Lu drittu s*è decisu, 
La pavireddu è 'mpisu.' 
Chi liggi è chista ccà? 

£9 giustu Diu, permetti 
Chi doppu la sua morti 
Li figghi un fannu sorti, 
£ tottu si disfà? 

12 
*Nescino ancora in chiazza 
Certi niguzianti 

1 Non sono pid que' tempi. Nota del R. R. 



79 



Tant'autri mircanU 
Cust'aria accussi., 

Sii misi in cacaticcliiu 
Taluni professuri, 
Chi a forza d'imposturi 
Fannu qualchi fari. 

13 

*Si vestinu a. ciidenza, 
Tincinu li mircanti, 
Scrusciu e carta vacanti, 
Badagghi in quantità. 

Cu sei tari un garzoni 
Tennu di piluccheri 
Basta chi la mugghieh 
Frisala aflaccirà. 

*Nun cc'è suggizioni 
Vri li fìgghiuzzi schetti, 
Tudu si oci pcriuet(i; 
lUa basta-.. 'Un parru cchiù* 

Cui pri cunvinienza, 
Cui pri nicissitati, 
£ poi sta li ber tati 
Finisci a frustustù. 
15 
^Ancora 'un sunnu in liti 
£ lu maritu, e mogghi, 
Chi purcarìi, chi imbroggbi, 
Mischina mia chi cc'è. 

tempora, o costumi! 
Sclamava Ciciruni, 
Seculi cchiù briccuni 
Di chisti nun cci nn'è. 

16 
*Chi senti ddu mastricchiu, 
Ddu signa piluccheri» 
Ddu poviru stalTeri 
Cu tanta vanità- 

Un misi di scarsizza, 
'Na lunga malatia. 
La sua baggianaria 
Pri l'aria si nni va. 

17 
^Veoi lu scancia» e mancia» 
Nun ànnu ch'impignari, 
Nun sannu comu farif 
Mi^ghieri pensa tu. 

Dura nicissitati 
Meritamenii poi, 
Pri chisti sfrazzl sol, 
Pri £ari di la cchiu. 
IS 
"Figgbioli cuigpatitimi, 



80 



ODI 



LasiatimS parrarì, 
Facitimi sfugari 
Ca acattn masìnnò. 



19 



Ma cni B'incugna Iroppii, 
Cui scherza Tntra stu mari, 
Certi! 8*ivi amiigari 
Povira umanilà. 

LXV. 

^ri teUzìoni di Dipuiatu di la Università 
^* 4i Studj di Palermu in pirfuna di S,E- 
^' Giuseppi Vintimigghu Princìpi di 
t^lmunii. 

Dignum laude virum Musa vetai mori» 
HoR, od. XIII. HI). IT. 

*Saztu. oramai di I*Eliconai e stiilTu 
Pi dari corpti ad umbri, e a vani idei, 
O santa Verità, li labbra mei 

'Ntra hi lo fonti attiirTn. 
Ora chi fridda età converti in petra 
Lu corpo, e Tali di la menti in chinmmii, 
Non mia, ma voci pubblica rimbummu, 

Fattcca Hi Triquetra. 
*Non vicenni d' impcrj, e di governi, 
Lordi d'umano sangu spargo a domi, 
A notari vegn'io 'ntra U votomi 

Di li registri eterni; 
*Ma Tomo di la pubblica importanza 
Porlo in cima di Tcpochi a Minerva, 
Chiddu* chi di Tonori nni preserva 

Di gotica ignoranza; 
"^Chiddu chi avviva la dimissa frunti 
A li scienzi, e li sustent amieui 
Ch'elernu vivirà Giuseppi) eu dicu, 

Principi di Belmunti 
*Chi da pianeta, chi propiziu raggio 
Assorbì da lu soli, e poi dispenza^ 
Hrgia profanni cca munificenza 

A pubblico vantaggio 
*Pri «Ili Filosofia s'allegra e torna 
A visiiah la sua antica sedi, 



Unni a cantu d*Empedocli, a Archimedi 

Gudi'u felici joroa- 
*E li Sicoli Genj sviloppannu 
L'ali» chi prima avevanu mpicciati. 
Volano pri li spazj esterminatì 

Li sferi misuranno- 
"Autru la luci anatomizza, e sparti; 
Antro la mobifaria assoda, e fissa; 
L'acqua dividi in arj, e poi la stissa 

Da Tarj forma ad arti. 
*Cni sciogghili cumposti, e li sfìgora, 
E relementi rimarita, e onisci. 
Vidi li novi corpi, e nni stopisct 

Attonita Natora. 
*Autrudi senzu.ed anima a limarmi. 
Cui tili avviva, e cni colonni ed archi 
Opponi di lu tempo e di li Parchi 

A Tinsensibil armi. 
*Foco d* estro immortali chi rapisci 
Soblimi genj a h fortooì, e alloro, 
L*associa in Piodu a lu Pierfu coro, 

Ch'alletta, ed istruisci. 
*Chisti ed autri prodigj da vantari 
Sicilia ti è accurdalu pri li cori 
D'un figghiu a gloria tua natu, e ad anni 

Chi divi immurtalari . 
•Quali midagghia, o nobili trofeo. 
Si divi a la sua gloria In monumenti! T 
Spirami Apollo tu... basta U senlu, 

Lu pubblico Liceu 1 
*Chistu sarà lu tempiu augustu, e più. 
Unni 'ntra li beirarti e li scienzi 
Li nostri eterni avrà riconoscenzi 

Stu tutelari Diu. 

LXVL 

A la Maisià di fiìidinanwu ih Re di li dui 
g^ciUi—In occasioni di la ricurrenza di 
lu so jornu natalizia, 

Privilegiu anticui e granni 
Sempra statu pri li Musi 
Penelrari a tutti banni, 
Puru ancora a porti chiosi; 

Di lu celu 'ntra Tinternu 
Cu li Dei slari in delizj» 
Spissu scurriri rinfernUf 
E portaricci notizj. 

A lo vivo Omero espressi 
Di li Dei laggiontamenti. 
Pirchl a tutti ddi congressi 
La soa musa fu priseilti. 



CANZDNi 



81 



I\ilia iDtni i()(iii sapiri, 
'Ntra sta I)asi-a r^rra chiustt 
Li cuntrasli, o dispari ri, 
E l'intrichi di cida siisu? 
Uanti dici: chi trasii» 
Vivu in Diti. Eu nun cci jurii; 
Chi la Mtisa sua cci jiu 
Chistu SI vi rassictini; 

Pirchl ddocu la gran prova 
Non cunsisti 'ntra l'entrari; 
Prova granni, eh un si trova 
£ DÌtcirinnif e scappari. 

Anchi Milton, anchi Ta^sa 
Li sol Musi cci mannara, 
Chi di Pluiu, o ^iiilanassu 
Lì comhlotti rapporta ni. 

Ma chi jiri ccliiìi cifannii 
Quanne cosa chiara, e crrla, 
Chi li Musi unne chi vannu 
Annu senfìpri porla aporia ; 

Dunca, Musa mia, tu sai 
Quanta divu a lu Suvrann, 
Tu, chi ostaculi nnn ài 
Vacci, e basacci la manu. 

Chiavi 'un àju, un su fasciatu. 
Ne sii ammisu. a un tanlu onuri * 
Cumpatisci lu mia sfata 
Vacci tu, fammi favuri. 

Oggi è f-jsta, pri nui, granni 
Di alligrizza, pirchl torna 
*Ntra lu circalu di Ianni 
Lu cchiù bellu di li jorna, 

Chiddu appunlu, chi à partala 
A la luci stri rignanti, 
Chi a vassalli onesti è stata 
Un benigna patri amanti. 

Dicci.. .(cca m'imbrogghiu anch'io) 
Porla augiirj. . Ma sia a tia 
Lawirarfi? Ah vogghia'Iddiu, 
Ta rispunni, stassi a mia. 



CANZUNL 



1. 



Scritta in tempu^ e neiV occosìmì chi «*tn- 
cominciata a costruiri la Villa Pubblica 
pri lu zelu patriùticu di lu fu Ecemu, 
D. AjrToniNO La Gbua e Talamamca 
allura preturi di Paiermu. 

'Ntra lu petto nun cci k cori 
Coi non godi la marinai 
Cu sta bolla siritina 
'Ntra sta villa chi si fa? 

1 

Già si sviscera ia terra 
Pri impristaricci li marmi, 
Quanto ciarmi, chi rinserra 
La fnntana chi cc*è ddàl 

La gran Genio d'Adtmi 
Da l'esferidi vinutu, 
Va spargennu 'ntra st'ignuni 
La ccliiìi bella amenità. 
'Ntra lu petto ecc. 

2 
Zitto zitto: sento scroscia! 
Tale lacqoa coma casca 
Di dda vasca, e moscio moscio 
Lo spannenti si nni va! 

Chianci, e fa milli raggiri 
*MmenzQ all'ervi, unni si trova^ 
Forsi prova dispiaciri 
A Io nesciri di ddà. 

'Ntra lo petto ecc. 

Senti senti comu ciata 
Lo frischetto 'ntra ssi fronni f 
Cci rispunni innamorata 
La Marina poi di ddà. 

Quanto Crazj, quanto Amuri 
Nni sbu la zzano d'attorno! 
Di lu jornu lu splendori 
Cedi all'umbra chi cce cca. 

'Ntra lu petto ecc. 

Oh li ninfi di POreto 
Vranchi vranchi, linni Unni! 
Giovi scinni, e sta coeto 
S'è possibili cchili ccà. 

Tutti gridano a lo C6lu|: 
Vìva Amuri, viva coi 

II 



82 



CANZONI 



Fioi a DuS tu 1u so zela 
Sta felici libertà. 
Ntra lu pettu ecc. 

IL 

Lì PJSCATVRi 



Sapra hi scoj 
Di mustazzolt 
L'aipa vola 
L'alba si fa. 

Picciotti bed& 
Vinili a mari. 
L'acqui su cbiarn^ 
La rarca ò ccà.. 
2 

Sunati brogni 
Figghi di Tunni^ 
Ca vi rispunni 
ProDlu Tolè. 

Concavi gruUi 
Via risunati, 
Arrisbigghiàti 
L'ecu chi cc'è. 
3 

Sta gran chiaria 
Sparsa d'intornu, 
IVun t)e1fu jornu 
Fidi cci fa. 

Un frischiceddu 
Chi appena ciata, 
L'unna salata 
'Ngrispannu va, 

4 

Deh veni, o Dori, 
Vuci d'argentu, 
Quinta elementu, 
Nova perù. 

Veni a cantari 
Dda canzunedda: 
» Un'Anciledda 
» E forsi cchiù. 
5 

Cci voggghiu a Nici 
Dì pettn quatru, . 
Chi rocchiu lairu 
Mnvennu va. 

La sua pri senza 
L'almi ristora, 
Comu l'aurora 
L'ervi d'està. 



6 

Cinta à la truoti 
Di juncu, e d'arca , 
£ nun s'imbarca 
Nici! pirchì? 

Nici pretenoi 
L'autri imbarcar!, 
Nici piscari 
Soli accutisl. 
7 

Ràisi Andria 
Pripan l'arau, 
Iddè lu chiama, 
Ecculu ddà. 

Avi *na riti 
Di fina magghia. 
Chi la fragagghia 
Scupannu va. 
8 

lama a li nassi; 
Oh chi piaciri! 
Jamu a vidiri. 
Chi pisca cc'e. 

Vidrema sbattiri 
Vivi e virmigghi, 
Scrofani. e trigghi 
A tÌDghi-tè. 

9 
Lu mari invita, 

La friscu alletta; 

Via chi s'aspetta? 

Via chi si fa? 

Picciotti beddi. 

Vinili a mari; 

L'acqui sii chiari; 

La varca è cck. 

III. 



bedda Nici, 
Scuma di zuccaru, 
E chi li fici, 
Ca 'im m*ami cchiù? 

Nun cc'è jurnata, 
Chi *un SI 'ncagnata; 
Chi .«orti rètica 
La mia chi fu! 
2 

Clu ti nni veni, 
Bedda, ad amarimi? 
Vogghimi benir 
Chi custa un si? 



CANZONI 



83 



GnocQ-gDacannu 
Vai rifriddannu! 
Saniti dipèfitani! 
Dimmi pirchl? 
3 

M'ài primportunu, 
Pirelli III sàturu 
.A In dijunu 
Fidi 'un cci de. 

Lassati amari, 
Biddizzi rari. 
Vìa cumpafemunni 
Pri carità. 

4 

'Ntra ssi labruzzi 
Cc'è rincantisimu. 
Dintra ss'iicchiiizzi 
Cc'è un non so chi, 

'N'ama ru duci, 
Chi 8'introduci, 
E manna 'mpàsimu 
Larma a ddl-ddl. 
5 

Fri qnantu aduru 
Sa^ncchiuzzi smabili, 
Bedda, ti ium, 
Chi 'un pozzu cchiìt. 

Si tu 'un ti muti, 
Si tu 'un m'ajuti, 
£u moru, e causa 
Nni sarrai tu. 

IV. 

1 

AUnrtimata 
Jeu chi ti fìci? 
£ vaja, Nici, 
Vaja, chi fu? 

E vaja via, 
Vaja biddicchia. 
Ridi tanticchia, 
Vaja *un sia cchiù! 
2 

No, nuo cci vaju 
Cchiù dda unoi chidda; 
No picciridda, 
No, Ggghia, DÒ. 

Nun ti Bcantari, 
No. gioja mia, 
Autra, chi tia 
Nun amirò* 



Tu puru ajeri, 

ÌMì nni addunavi) 
*uru jucavi 
Cu chiddu ddà. 

Poi si joch'eu, 
Fai lu cucchiàru, 
Ed eu l'ama ru 
Nun dissi una. 

4 , 

Mi nni fai tanti; 
Mi rispittiju, 
Pirchi lu Yjju 
Ca 'un m'ami cchiù. 

Tu mi voi mortu; 
T'àju stufl'atu, 
Cu stu fìlatu 
Mi dici sciù. 
5 

Si, ca spirisciu, 
Mi chiancirai, 
Si sintirai: 
Iddu nun cc'è... 

Ma tu chi chiancii 
No, gioja mia, 
Nun dicu a tia. 
Via, spagna-rè. 

V. 



Forai pirchì nun m'ami, 
Aju a cripari in peddi? 
Ad altri assai cchiù beddi 
Cci dissi sciù-nna-ddà. 
E tu, ti cridi forsi, 
O pezza di sumera. 
Chi autr'asina a la fera 
Di tia nua cci sarrà? 

2 
'Mmatola ti nni veni 
Cu Taria, e lu sfrazfUi 
E via chi sugnu pazzu! 
O qualchi guignalì! 

Jeu cchiù stimari a ti»? 
Jeu Tariti cchiù 'nnormi? 
Va cu reati* va dormii 
Cosa pri mìa nun sì. 

3 
Bon'è ca t'àju ad occhi u. 
Cridirott ch'un mi pisatii ; 
Sti modi picciuttischi 
Cu mia 'un cuntanu cch ù. 



84 



CANZUNi 



Si un vai di francu-a-rraDca, 
Si nun stai cchiù a li patti, 
Chi t'àju a diri? Staiti: 
Però cci perdi 'lii. 

k ♦ 

Ch*a miai chi su tinutii 
Pri onestu, e facci bianca, 
'Na crocchiijla nun manca, 
Certa la truvirò. 

Sarrà carni di vaccai 
Mon jencu, comu tia, 
Almenii è tutta mia, 
Ma in tia 'un cc'è meu, nò io, 

5 

E comu la sai tutta! 
Dayans^i billi-balli, 
Darreri pri tri. calli 
Tu canci anchi a lu rè. 

Cunta cu mia ssa robba? 
Chi cridi ca sugn'orvu? 
'Ntra picciunastra, e corvu 
GFan difìTerenza cc'è. 

6 

Tu cridi ca sti chiacchiari 
Sd ditti pri *un inciuria? 
E chista prima furia 
Fra brevi passir^? 

£ sti paroU a sganga, 
Ti cridi tu, gramagghia. 
Chi sii fumu di pagghia, 
Chi allura si nni va? 

7 

Tìnganni puviredda; 
Vcr'è chi Tautri voti 
Ti Gei sti rivoti, 
Clii poi 'un duraru cchiù; 

Ma Tarcu poi si rumpi 
Si assai lu tiri, e smovi, 
£ truniannu chiovi ; 
Ora sta allerta tu; 

6 

Jeu poi ch'iju a 'nfuddiri 
Cu tia -curuxzu ama tu? 
Nun mi ràju sunnatu, 
p{è mi lu *nzunnirò. 

Agghiuttu, agghiuttu. aggbiutiu, 
Ch'ò steniacu dì fcrru ? 
Ma guarda si poi sferru, 
I^u peju iddu è lu (ò, 

9 

§1 foddi, 81 "nfirnicchia, 
Si fausa, e si ciraula, 
Q\\ pestai chi diavula! 



*Nautra 'un si truvirà! 
Fincmula sia vernia: 
Jeu manca cu vossia i : 
V ossia MKiDcu ca mia a : 
Hongioniu... scucchia. .•eoa* 

VI. 

LU CVNSlGGHiU 



Pri di riti lu veiu, 
Amicu miu, ti chianciu. 
Vidi ca pigghi un granciu, 
Chi *un ti lu scordi cohiù. 

Lu munnu è malu assai 
Amicu cridi a mia; 
Lidda ti cutulia, 
£ 'un ti nni adduoi tu. 

2 

Tu cridi (oh cefu Amuri, 
Chi annorvi anchi lamanti!) 
Chi Lidda, comu avanti 
T\ amatu, t'amirà; 

È veru comu avanti 
Lidda ti cutulia. 
Prima cu pulizia, 
Ora cu libertà. 

3 

Prima ch'era sulidda 
La pòvira picciolU 
Cu fari Talci rotta 
Facia lu fattu so- 

Ora, ch'è situaU, 
Carrozzi, 6 menzu munnu, 
Lidda Orria tuonu 
Né à \n pinseri tò. 

4 

Tu di sta cosa, eu crm, 
Nni SI menzu gquadatu: 
Cho fui da laatru latu 
Jucannuti a bue; 

O mìsa in gravitati 
Pri darisi chi fari 
Cumincia a cuinannari 
Li paggi e lì lacchè. 

5 
Cchiù chiaru Tàvi a diri 
Chi cci ài siccatu Tarma? 
Si tedia, sì sdisarma 

i' t Qqì'sI iollinlcndc, avrò, wrà amicUiu, 



CANZUN 



85 



Lu sanga 'un cct «:unfà* 

Sii genj tanti voti, 
Ch' 'un currifiu di pam; 
S*è chistii 'un ce'è riparu: 
Né àv'idda reità. 

6 
Vidi s'eu su sinceru: 
Sì beddu, e graziusu, 
Sì dùci, ed aniurusu, 
E vai quant'un Perii; 

.Ma chiddé seguitannu 
Lu sti'ì fìmmininu, 
^Nclina cu lu scintinu: 
Gei ài a dari Jiggi tu? 

7 
Rìabìggliiati 'na vota: 
Nni mancanu fodeddi? 
Forsi lu munnu speddi? 
Lassala gnignulì. 

Lìdda è 'ndiuvulata, 
É viva, è pizzutedda, 
Ti à misu la fodedda, 
Juraccì ch'è accussì. 

S 

Vii iassalfì, va chiantala, 
Lu vidi quant'ò ingrata? 
Vidi quant*è ostinata? 
IN un cci pinsari ccliiu". 

Sclògghiti ssa catina, 
Va cerca di sfratta ri, 
Si Qun ti voli amari, 
L*ài a fari a tu pri tu? 

VIL 

USA A FULANU 



Chi cc*è *un semu cchiù nenti? 
À chi non sii cobiti chidda? 
E la tua crucchiulidda 
Nun cci fai cera cchiù? 

Fjgghioli 'un cc'ò cchiù munnii 
]^ cui lu vulia diri? 
Li cia'ikmi, e li suspiri 
Fineru a frustustìi! 

2 

Tu ora si cuntenti? 
Sciala, ch'ai fatta prisa, 
Com'ora chtanci Lisa, 
A])pressu poi cui sa? 

Senti lu munnu è rota, 
Amnri a li s.iitti. 



Forsi li mei viuditti 
Un jornu li farra. 

3 

Teni tu Torsi ad occhiu 
Qualchi pupidda nova! 
Sì, si curuzzu prova, 
E nun ti dicu cchiù. 

Mun manchirannu a mia... 
Basta mi dugnu vinta... 
Jeu sugnu la cchiù tinta; 
Lu restu lu sai tu. 

4 . 

Tu sai... (Bensì àju fattu 
La mia obbligazioni); 
Ma tu sti tratti boni 
Cu mia nun Vài però. 

Appena chi ti cuntanu 
Quattru farfantarii, 
T'incagni, e 'un mi talli, 
Chistu e iu stili tò* 

5 

'Mparissi mi fai lomu, 
Ma nun conusci beni 
Lu ventu d\ihni veni, 
Né vidi Ju pirchi. 

Lu veru piscaturi 
Va in cerca a la maretta; 
Tannu la lenza jetta, 
Capisci gnignali? 

6 

Lu dicu a leta facci: 
Sti chìacchiari, e imposturi, 
Ridundanu in miu onuri, 
E nbn è vanità. 

Tu ora gih mi éenìi; 
Né occurri di spiegari, 
Ti vonnu scavaddari, 
£ Tasinu cci sta. 

Cu mia nun fannu pani 
Però 'un facemu nenti, 
S*eu tiru, e tu Tallenti, 
Ma teni forti tu. 

Voi dari cuntintizza 
A tanti bonavogghia? 
Lassali diri, avogghia, 
Finemula, un sia cchiù. 

8 

Ch'è beddu stari in paci! 
Viviri arripusati, 
O armi 'nnamurati, 
E veru si, o nò?' 

Qualchi peripateticu 



8G 



CANZUNl 



Dici però, ed attesta: 
6hi Amyri 'ntra timpesta 
Sbampa lu focu so. 

9 
E siasi comii Yogghin, 

Tirpesta cci nni a statii, 
E via, canr/zii amntii, 
Fa paci, e dimmi si. 

Si bonu, SI bon rori; 
Ma cosi tinti nn'ài 
Ma mi nn'ai fattu assai, 
Nun 8Ù né dui, nò tri. 
10 

Vidi ca poi la spezzi, 
Nun la stirar! tantu, 
Jeu stissa Vài nni scantu, 
E via. ..chi gustu cc'è? 

Semu chiddi chi semui 
'Ntra nui sti cosi? oh babbii! 
Ognunu si fa gabbu, 
Cui senti fa Vo\h\ 

11 

Pri mia nun ti dicu autru: 
Pensa s'ài cori in pettii, 
Chi tu di lu miu afTettu 
Nni ai provi in quantità. 

Lassami in abbandunu; 
Scurdariti di mia* 
Lu lassù diri a tia, 
S*è prova d'Snestìi. 

CANZUNI E OTTAVI 



1. 



Littira M'illustri D. Giacintu Troysi— 5tf 
lu statu presenti di la morali filosofia, 

Vui, chi chiuditi in pettu 
Sana filosofìa, 
E d intra Tintellettu 
L'oracilli di Astria, 

Chi uniti a lì talenti 
Un'alma dritta, e saggia, 
Spiegati: sta presenti 
Età pirch'è malvaggia? 

Fatt'ànnu vorimmenzi, 
E allaugi soi si vidinu 
E Tarti, e lì scienzi; 
Ma Tomini s'ocidiniil 

Chi cosa vi nni pari? 



* 



Cchiù chi li lami eriscinu, 
'iVcanciu di migghiurari, 
L'omini insalva^iscinu! 

Dirremu: chi li lumi 
Cci fannu stravaganti? 
Ahi manca lu costumi, 
Scienza cchiù impurtaoti! 

D'ogni società 
Su oggetti di grandizxa 
L'arti, e scienzi; ma 
La basi è la saggizza» 

Idda rimetti in atrata 
L'umani passioni, • 
E in forma regolata 
La società disponi: 

Idda sviluppa, e stendi 
Li facultà morali. 
Ed ammanzisci e rendi 
L omini sociali: 

Idda è rutili, e pura 
Filosotìa dì Tomu: 
Ma lomu, o la trascura, 
O abbusa di hi nomu. 

Quannu qualcunu afTattu 
Nun à sensu comuni 
Lu vulgu dici: è matlu, 
O gran filosofuni: 

Metti 'ntra 'na valanza, 
E a li dui lati appizza 
L'ultima stravaganza, 
L'estrema' saviizza. 

E in verità parrannu 
Diciti: cui cci curpa? 
Stu nomu venera nnu 
In oggi cui Tusurpa? 

Ctiiddu di testa sharia, 
Chi a nudda cosa è bonu, 
Chi fa casteddi in aria, 
£ nesci fora tonu: 

Chi teni un capitali 
Di fìlastrocchi a menti. 
Chi parrà o beni, o mali 
A sturdiri li genti: 

Chi oltramuntant cita 
Oturi aspru-sonantì. 
Chi a 'na vocali unita 
Cci ànnu sei consonanti: 

Ch'impugna e disapprova 
Li cosi stabiliti, 
E a modu so rinova 
Liggi, costumi, e riti; 

Chi cu Platani pubblica, 
Quasi 'ntra ':ia pinnata. 



'Na florida Repubblica 
Da stari io scaffarraJa... 

Sn tali 80 fantastici, 
Superbi d'intelleltu, 
Nati cu moddi elastici, 
Ma mai vidinu neilu. 
Vi parinu impiegati 
Tulli a J*oggeUi esleini, 
^ iddi 8Ù occupati 
^à li fantasmi interni. 
E chisti li producinu 
Cu cntusiasmu tali, 
Chi a cridirli v'inducinn 
S'aviti pocu sali. 

Sii dotti, sti eruditi 
^'on da pareli, ed atti. 
Conuscirli duvrili 
Da Toperi, e li falli. 
Vestimi pinni vaghi, 
£ spissu senza macchi, 
Però rubbati a paghi, 
£ sutta su curnacclii. 

Tuccatili cchiii a funnu, 
L'internn esaminali, 
Diversi, oh quantu sunnu 
Di coma vi pinsati- 

Lu yulgu, ch'era illusu 
Da chiècchiari, e pareli, 
Si un dottu vizlusu 
Scopri, dì cui si doli? 

Di la filosofia, 
£ ad idda in coddu jetta . 
Tutta la strammaria 
Di un'anima scur retta. 

Lu vulgu 'mbroggliia, e 'mm 
La ver» cu la fìnta. 
£ mentri Puna trisca, 
L*aulra di obbrobriu è ciofa: 

Lautra chi suUi attenni 
Airopri saggi, e boni, 
E Jn so imperiu stenni 
Supra li passioni. 

E sta saggizza intanlu 
Cu vesti, ohimè! strazzata, 
Muta si sta da cantu 
Povira, e disprizzala! 

Li tempi, oimè! canciaru, 
Filosofia mìschina! 
In quali statu amaru 
La sorti li cunfina! 

Tn, chi a li trona allatu, 
Cara a sublimi ingegni 
Li savj liggi ài data 



isca 



CANIUNI 87 

I A nazioni e regni : 

Tu, chi a li sedi augusti 

Di Ji Vespasiani, 

£ di l'Aurelj fusti 

Delizia di li umani: 
Tu... Ma tu jodi in lia 

Paci, e serenitati. 

Deh chianci, o musa mia, 

Supra rumanilati! 

Chianci chi regna, e spurpa 

La ciarlatanaria, 

£ anchi lu noniu usurpa 

Di la filosofìa. 



IL 
I Liltira a lusig- D. Franciscu Pasqualimj. 

Lasciu li vani tituli 
Judici, e prisidenli, 
Su onuri prì chist'isula, 
Fora di cca su nenti. 

Jeu sci-ivu a lu politicu, 
AlPerudilu e saggili. 
Chi sapi di la storia 
Cavarinni vantaggiu. . 
Vegnu a comunicarivi 
• Slu dubbiu, chi mi veni; 
Dannatu è a morti Socrati 
Da l'erudita Aleni: 

Mentri poi la stississiraa 
Morali suprafina 
Quasi da Diu Confugiu 
Onurasi a la Cina. 
^ Pirchì in un regnu esdlasi 
Dunqui la saviizza, 
E ai castiga in *naulru 
Cu tanta riggidizza? 

E veru, chi 'nlra Tomini 
Nun fànnu eccezioni, 
Pirchi 8ù frequentissimi 
Li contraddizioni, 

Ma Duru anch'è verissimu, * 
Lhi la morali è Innata 
Nell'omu, e perciò merita 
D'essi ri rispillata. 

Ciò non ostanti osservasi, 
Ch'è affari anchi di moda; 
In tempi nun sì calcula, 
In autrl poi si loda. 
' Fu Roma 'ntra cert'epoahi 
E saggia e virtuusa; 
In antri fu un prostribuli, 



88 

E in tuttu viziusa. 

Puru a ddi tempi Seneca 
Massimi saggi, e boni 
Spacciava, ma nun fìciru 
Nessuna impressioni. 

Ma Seneca era un singulu, 
Ne putia dari tonu. 
Mentri lu malu esempiu 
Parlevd da lu tronu >. 

Era un torrenti rapidu, 
Chi cadia d autu a basciu, 
E tuttu straseinavasi 
Cu gridu summii, ^ scascin* 

ili Seneca li massimi. 
Si dici poi, chi esatti; 
E uguah nun currevanu 
Cu li soi proprj fatti. 

Cci crìu, pirchi sti Senechi 
Pur'anchi a tempi nostri 
Cci sii chi ciarmulianu 
Tri strata patrinnostri. 

Turnannu dunquì a Socrall, 
Ultra, chi fu un privatu, 
Truvau in Ateni un popuhi 
Diversi! assai muntatu: 

Lussù, beirarti, e littirt 
Eranu in chiaru lumi. 
Ma muUu trascuravasi 
Per iddi lu costumi* 

Dicchiù, chi la politica 
Di allura sufTria mali, 
Ch'avissi un predominiu 
Cahiù d'idda la morali. 

Vosi a ia testa mellirr 
Confugiu la natura 
J)i un poptilu assai docili. 
Capaci di Cultura 

Pirtantu putia imponiri, 
E fari da torrenti 
Cu strascinare iominì 
A li soi sentimenti. 

Pulev'anchi componiri 
In postu SI clcvatu 
Saggia morali pubblica, 
Politica di statu. 

E pai torna a ripetiri, 
Puteva a manu franca 
Massimi saggi imprimiri 
'^lra cori carta bianca. 



1 Si sa cke S«iieei fu a Itmpo eh« regnava 
Ktrone. 



CANZUNI 



Ma duvi la malizia 
Cci h impressi li soi intrichi, 
Vcii cosi novi imprimirci? 
L'impasti co I antichi, 

E un mistu poi risultanni 
D'nnorridn ircocorvu 
Chi pri duniarlu un bastauu, 
Virga, vasluni e ncrvu. 

No, la virtù nun penetra 
'Nfra rori già corrultì; 
Cci xr.nnii pri riducirli 
Cas fighi, e cosi brutti. 

Sti cori nun conuscinii 
Fiducia, nò amuri. 
Ma sniu, comu bestii, 
Sontinu hi timuri. 

Aloni ritnivavasi 
'Ntra stu cattila statu 
A tempi chi fu Socrati 
A morti cunnannatu. 

Tralasciu a li politici 
f^^aiilri riflissioni, 
Cchisti a Vamicu bastami. 
Ch'avi cognizioni. 

IH. 

I 

* Spacca falba da hi mari 
Kccu già lu sulj adaccia, 
E li tenóhri di sci ce ia 
Cu lu chiaru raggiu so: 

Lassa dunca la capanna 
(ai sta bpdda matinata. 
Fa ciriu passi sta jurnata 
Dori hedda a latu I». 

2 
*Senti coma *ntra li rami 
Ciuciulianu loceddi, 
E li pecuri e l'agneddì 
'Ntra III chianu faonu mmè. 

Oh che bedda da la luci 
Indorata la muntagoa! 
Ch'è vistiisa la campagna, 
E chi Triscu poi chi cc'è! 
3 
'''Nnargintata Tacquazzina 
Ntra li pampini spicchla 
Lu so lumi, o Dori mia, 
Nesci presto, e vinci tu. 
Jamuninni a lu to gratu 
Fertilissimi! jardtmi, 
Tu lu sai, quanne matinu 



CAUZUNl 



La campagna piaci cchiù. 

4 
*Ddu jardinu di piaciri 

È 'na cosa prelibata. 

La 80 ZHgara sparata 

Oh chi ciaurii chi fa! 

Lustri lustri, frischi friscbi 
Sh li rosi, e Tamaranti 
E li pianti tutti quanti 
Sudi rara quftlit^. 

5 

*Ma laranci bastarduni, 
E li Traguli ^ncarnati 
^Ntra li pampini ammucciati 
Oh chi zucca ru chi su! 

Dori mia, si mi cci porti 
Nenti cogghiu, e nenli manciU) 
Ma dui traguli, e 'naranciu 
Dui ciurJddi e nenti cchiìi. 

IV. 

*Duci sonnu yenitinn 
Supra st'occhi chianciulini 
Duna tregua a li mìschini, 
Yeni sonnu, ed unni si? 

Chidda immagini gradita 
Chi lu cori mi ristora 
Porta. ..Ah tu si lentu ancora 
Pirchl tardi, dimmi, dV? 
•Deh veni, ed aprimi 
Ddi vaghi sceni 
D'occddi varj, 
Gh*aliumbri ameni 
Tolanu cantanu 
Fannu zi zi — 

*E Mici amabili 
^Menzu a ddi ciurì 
Chi accogghi e premia 
L*ardenti amuri 
Teni e lusingami 
Sonnu aocussi. — 

"^Ntra st'amabili quieti 
*Duci sonnu spiega l'alif 
O sullevu di li mali, 
Sula mia tranquillità. 

V- 

Gazzetta problewaiica relativa airimpostura 
di lu eodici Àrabu di Vabati Vella. 

*Azzardannu 'na jurnata 
Visitari li murtali 



-89 

Verità fu sfazzunata, 
Ristau nuda a lu spitati. 

^Poesia, chi pri natura 
£ sensibili, in vidirla 
Si nni afflissi, e pigghiau cura 
Di ajutarla, e di vistirla. 

*liila duvendula guardari 
Da li novi insulti, e danni* 
Quali menzu pò truvari, 
Acciò l'occhi all'omu appanni? 

"^Trova a sorti un guardarobbai 
Duvi sarva la Minzogna 
Di li vesti, unni si addobba 
Tuttu quantu cci abbisogna* 

^Poesia nisclu di ddà 
Veli, ed abili sfrazzusi: 
Nnni ciipriu la Verità, 
E dda dintra la cunfusi. 

'^Cu sti adorni munsignari 
A sl'afflitca pri li strati 
Fu pcrmissu caminari 
Senza cauci, e bastunati. 

*Vellai. intantu truvau sparsi 
Pezzi d'abiti mischini, 
Chi avìa vistu lacerarsi 
Verità di rassassini. * 

'^Cerca* cogghi, unisci, accozza ^ 
M*a sarcirli si confusi! 
E 'ntra mentri 8inga« e abbozza « 
Va circannu cui li ausi* 

*Cu sta industria scaltra, e zotica 
Si nni vidi risultata 
Monza turca, e menza gotica 
Una specii di frazzata. 

*Ch'avi a far inni di chista? 
Nun à a moda di lu regnu, 
Nun à grazia, nun à vista. 
Pensa... Ed eccu alza Tlngegnu* 

'^Pronti sempri a li bisogni 
Sulla teniri a lu crocea 
Multi rancidi minsogni 
Di Sicilia, e di Marocca; 

*Nni saelsi una, e cci ammugghiaa 
Sta frazzata tutta in gira, 
E poi figghia la spacciau 
D'un Visir, o d'un Emira. 

*Sta Minzogna Saracina 



i L'abate Velia maltese eha pat>b1icò io Sicilia 
la mentita traduzione d'un Codice Arabo , che 
rigaardava l'istoria di quest'Isola nell'epoca sa^ 
racena, cbe da indi a poco fu riconoiciota Impo' 
stura. 



90 



CàNZUNI 



Cu sU giubba mala mtsa 
Trova cui pri concubina 
Laccarizza, adorna, e spisa. 

'E cridennula dijisangu. 
Comu vanta, anticu, e puru, 
l/inlrodurla in ogni rangu 
Si Ta pregiu non oscuni- 

•Sii diii mascari a lu munnu 
Eccu nescinu: la prima 
Verità cimleni in funnu, 
Benrhì supra fauli esprima. 

•i;aulra occulta là Bugia 
'Ntra 'na spogghia assai bizzarra, 
Ma chi un tempu cumpunia 
La veridica zimarra. 

Tutti dui cercanu a gara 
D'iiicunlrari, e dari gustu, 
Sorli l'anima, e prepara 
Fumu a Tana, a Tautra arruslu. 

Da stu fattu si putrìa 
Da nui diri: chi Fortuna 
Ama Buia la Bugia, 
Sulu ad idda proi e duna. 

Ma poi comu mi spiegati, 
Chi in conuscirla pri tali 
Gik li spaddi cci à vutati, 
Gei à suttratti li rigali? 

Danca s^avi a gludicari, 
Chi pretfsi sulu e critti 
Verità di primiari 
'Ntra la spogghia, chi nni vitti; 

In eflettu quannu doppu 
Scupriu megghiu, armannu lenti, 
La Minzogna fici un scoppu 
E pirdiu li cumplimenti. 

Ma lu dubbiu torna arreri: 
Si la Sorti apprezza, e stima, 
Verità, pi r chi darreri 
Nun la cerca di la rima? 

Cu la lenti, chi scupersi. 
La Minzogna mascherata, 
Pirehi 'un scopri in rimi e versi 
Verità ch*è dda ficcata f 

Si la scopri? e pirchi 'un pensa 
Di emendari li soi sbagghi, 
£ a lu veru nun dispensa 
Di iu fausu li spinnagghi? 

Stu problema a disctfrari 
Si proponi a genti accorti. 
Chi si fidanu azziccari 
'Ntra lu libru di la Sorti. 



VL 



A la Sig. D. Maddalriia Mateb Vindu- 
mani di la jurnata. cìirra ricursa la fé* 
stivila di la sanla di lu so nomu i. 

*Avennu vistu chi la musa mia 
Comu 'na criatedda zizza zizza, 
Pri li curti SI aggira e si fìrria, 
E mi sburdi l'alTari, e li sirvizza) 
Ora chi vecchiu sii, tardu, e melenzu 
Mannu ad iddi, e profittu di Htù mcnzu; 

"Pirelli di uiia nun ànnu chi nni fari. 
Chi uii'omu è omu mentri ch'avi tocu, 
Ma senza focu 'no vali tri dinari, 
Quann'iddu Torsi è accetta in ogni locu, 
Non pri In grazia, meritu, e lindura. 
Ma pirchì parrà in iddu la natura. 

*Jeri duvia veniri ad augnrari 
Li ceiiCumila santi Maddaleni 
A chiddd Maddalena singulari. 
Chi ccntumila pregi in peltu toni; 
Ora m accorgi u quant'è necesaariu 
Lu stiidiari a funnu lu lunariu. 

^Pirelli si uguali a tutti li sennati 
Genti di gustu, avissi studiatn 
Stu libru, chi cunteni registrati 
Li santi, chi già sannu impossessatu 
Di li jorna di Pannu, pri sua stanza, 
Nun avirrla commisu sta mancanza. 

•Ora chi menzu cc'è di riparari? 
Mannu la Musa mia pri fari scusa, 
Fors'idda truvira modu a placari 
Un'atma tantu saggia, e generusa; 
Lubon pasturi cumpatisci, e guarda 
La crapa zoppa, chi junci cchiù tarda • 

VIL 

A. S. A. R. la principessa di li dui St- 
cilii D. Maria Cristina duchissa di lu 
Ginuvisi, — In occasioni di lu so rilor- 
nu in Sicilia. 



Sbuttannu un clascu ohinu a bucca 

(stritta 
LVqua quantu cchiiia nesciri si afTretta 
Tantu menu nni sbucca, e scurri dritta; 

1 Qotste e ]• somiglianti altre stanze essendo 
di un genere lirico, sono state poste tra le cao- 
1 zoni, meglio che tra' poemetti. 



CANZONI 



91 



Ma suggbtuzzannu, ed a guccia sij^cta; 
Tariu: la gratitudini mi ditta 
Paliaari di l'obblighi la detta, 
Ma aibbeni mi spreinii, e mi allammicu, 
Quanta cchiìi vurria diri, menu dicu* 

2 

Chista a stata la causa, anzi i'intoppu, 
Pri cui nun su vinutit cu pristizz^, 
Ma Jentu, lentu, com*im mulu zoppu, 
Ultimu mi prisentu a yo»tr Attizza, 
Sartia cursu lu primu, e di galoppu, 
Savissi lu talentu, e la pruntizza 
Di diri tutta, e di spiega ri beni 
Quanta lu ciascu miu dintra eumeni. 

3 

Ma rifliitennu poi 'ntra li dui mali 
Ciré menu chiddu d'essici apprixzatu 
Pri l'omu lu cchiù incttu , o zuzzanali, 
Chi pri un sconoscenti, ed un'ingrata, 
Pri tantu, comu a tempia d'immortali 
Dia. lu divotu accosta umiliatu 
Confessannu la propria dobolizza, 
Tafiu vegnu a inchinarmi a vostra Al- 

(tizza 

4 

AccioccM, comu fannu li« liti ili 
Pri prodigj, e miraculi ottenuti, 
Chi portanu li torci, e li cannili, 
A la santa, o coi appenninu li viili; 
Jeu seguitaunu slu comuni stili 
Pri attistari li grazj. ricivuti, 
Nun s.'ipennu spiegarmi stijn mutu, 
lì me stissu divotu ofTru pri vulu> 

Vili. 



Cantu funebri pri la morti di lu celrbri 
Sac, D. Franciscu Cahi riformniuri di 
lu gustu pueiicu e letterariu in Sicilia , 
prò fessuri di teologia dommatica nella 
regia Università di Palermu , e privatu 
letturi dinstiiuzioni legali ce 

Gridu di mala tempu ntra li gulfi 
Fu la notizia di tua morti in Pindu, 
Saggia figghiu di Urania. li* ogni pettu 
Scasau lu cori, e in tutti l'occhi amara 
Fii la doggh'ia la lagrima cumparsi. 
Vijulentu scnceau di lu duluri 
L'almi-puncenti dardu. e lu so mostu 
I amintovuli sona si dilTusi 
l>d Uri adarpi, ed a sampugni, a trum- 

(mi , 



Comu da munti a chiani lu ribummu 
Di la ritortu, accisa, sti-epitusu 
Fìgghiu di la timpesta, quann'autunn 
Sciogghi li venti, e movi da luntanu 
Nuvuli oscuri, e lampi, e dragunari. 
È mortu dunea (ripitia un iamenlM, 
Chi echeggiannu scinneva <la lu munti) 
Mortu è Cari, Ju granni, lu sublimi 
Principi di la lira, e di li canti! 
TroDU era lu so pettu di lu Diu, 
Chi a lu sulu aggita^si ardi, ed inciam- 

E a li pronigj Panimi trasporta. 
Di dda, comu da nuvula, unni eccedi' 
Fluidu impercettibili, chi accantu 
Di nautra, ch'ò dijuna ancora d*iddu, 
Sbalistrannu si scarrica, e lavviva 
Docchi-abbaggUianli, e pronta luci, tali 
Trasfundevasi a tutti l'autri c«ri, 
L'animaturi Dia cu lu so focu. 
Ora mestizia scura e taciturna 
Sedi sopra la lira di iu saggiu! 
Cui si fida tuccarla? ah! chi di nui, 
Ahi cruda Parca! £ chi i.i sarrà echini! 

Simili a negghia di dc^sertu sedi 
Filosofial 'ntra li soi niuri, o tristi 
Pinseri la gran perdita si aggira; 
E la mischina, ah trema suspittannu 
Di riturnari a lu timutu jugu 
D'etticu pidantissimu, ntra chiostri 
E 'ntra licei severi confinata; 
Iddu la iiberau da sti tiranni, 
La spugghiau da lu mantu ributtanti 
Di l'obbliqui sofismi, e di pareli 
Di estraniu sona o di scnsu dijuni; 
Iddu a li grazj la spasau, chi a mana 
La cunduclanu, e di li cumpagnli, 
Di li curti, li tavuli, e li fosti 
Erasi fatta lanima, e la vita. 
Canciatu avia lu vulgu lu disprezzu 
In lodi, e stima, e avia distintu ioidJi 
La non vulgari, ma celesti Donna. 
Bedda si tu, ma quanta sfortunata 
Supra la terra, o figghia di lu celu! 
Ahi chi lorrennu fulmini di uìorti 
Vidua ti iassau! spirlu <suo iJdu 
Di li festanti grazj lu curteggiu, 
Chi a vulu ti puriavanu in Parnassu, 
Duv*eri di la su;i di nostri Ini 
L'ornamcntu, e decorni ah chi di nui 
Ahi cruda Parca, e chi uni sana echiuif 
Di lu gran tenipiu sagru a li seie.fiji 
V%vi\ in iddu lu mminu SuLurdoii 



CANZONI 



92 

Hinerva saggia, e trista e taciturna 
Cu li «parsi capiddi 'ntra la facci 
Sì appoja all'urna, e fa di lu so vrazzu 
Arca e colonna a la dimissa frunti. 
Oh comu sbacantau la sua mancanza 
I«u sagru scientificu rieintul 
Sparicchiatu è Totaru! li soi raggi, 
Comu ecclissata, o tramiintaia luna 
Nun rischiaranu echio di l'ignoranza 
Li tenebri, e li negghi! ah! chi dj nui, 
Ahi cruda Parca, e chi nni sarrà echini! 

Morti in iddu rubbasti ^ li viventi 
L'interpetri fidili di PEternu 
Depositariu di li sagri arcani, 
Chi da bravu pilotu aimunziava 
La via sicura 'inmenzu a li fatali 
Contraposti voragini a li scogghi: 
E ora li testi scarpisava ali Jdra 
Di ria credulità precipitusa; 
£d ora da li pulpiti scagghiava 
Li scoti-cori fulmini, e saitti 
Contra la miscreJenza (uguali mostri, 
Benchl opposti df geniu) e ora sfardannu 
La di modestia, di pietà, e di zelu 
Maschera a la erudii! Ippocrisia. 
Cui roe^hiu d*iddu, cui cu cchiu cbia- 

(rizza 
Cui mai cu cchiù sublimi dìgnitati 
Di li celesti, e li divini cosi 
E scrissi, e perorau? ahi chi la vucca 
Suavi di lu saggiu si ammutlu, 
E si ammqtiu pri setnpril ah! chi di nui 
Ahi cruda Parca, e chi nni sana ccbiui! 

In iddu si astutau lu gran fanali 
Pri cui Ibmu attufTatii sinu a gula 
'Ntra un mari immensu di corruzioni 
Vidia li sparsi tavuli, chi Astria, 
La terra abbandunanmi avia lasciatu 
Pri nun farlu d'intutiq naufragari. 
Ora regnanu 1* umbri di la notti, 
Nun cc'ecchiù cui li dissipi, e disperda, 
Cui nni mustri li tavuli, o lu portu, 
La timpesta cchiù 'nforza I ah I chi di 

(nui 
Ahi cruda Parca, e chi nni sarrà cchiuil 

Cussi chiancla di rEliconj Cigni 
Lu desolatu coru; e in luntananza 
Paria sintitsi un strepitìi) un fracassu 
Di centu rutti in IlaggìHati scogghi 
Unni mugghianti in timpìsttisu mari. 
Ma la tua vuci, Urania, fu laurora 
Chi doppu oscura, burrasrusa uolti 
UUimu addiu di rigida sta^'iuni 



Si affaccia nunzia di serenu jornti 
Supra di un carru di brillanti raggi. 
S'intananu li turbini, li negghi 
Si accaslèd'ianu in cima a li munta gni 9 
E avvivata da un gratu zefìrettu 
Kidi azzurra la facci ^i lu celu; 
L*importunu lamentu ormai finiscia, 
CNtona la duci vucca di li canti 
Prifiiogeuita in Pindu alKarpa nata). 

L' importunu lamentu ormai finiscia. 
Quali compensu è a la Virtù la Terra, 
Si in balenami alFocchi soi *na striscia 
Cci movi, pri oscurarla, eterna guerraf 

Gotica ruggia orva ignoranza al liscia« 
E 111 sviluppi! a li gran Geni serra. 
Lingua di aflannu addunca si ammutiscia ; 
La orila, e non Teroi Atropu atterra, 
Lu Geniu so immortali è cca ridenti, 
Spazia *ntra l'Eliconi virduri; 
Chi di lu tempu azzannanu lu denti. 

A yui si spetta, o saggi età futuri, 
Judici di la sua cchiù cumpitenti: 
l)i subliinarlu a li dovuti onuri* 



IX. 



Jntrrpelrazioni di Vaugutj su la statua di 
Europa di lu eUianu di lu PaXazzu^ ab^ 
battuta da un fulmini^ mentri la Sicilia 
vineva minacciata d^ invasioni da la truppa 
nimica^ radunatfi a li spi aggi di la Ca^ 
labria> 

1 

« Delfìcu Ap^llu si tu si lu stessu, 
Chi regni in cima a la muntagna Aschria, 
A mia to Sacerdoti sia concessu 
L'arcani eventi penotrari in tia: 
Qiialordini di cosi a chisti appressa 
Cuva lu Fatu dìntra la sua idia 
Spiegami, e quali augqrj cci à purtatu 
Lu tronu, chi l'Europa à ruinatu ? 

2 
So chi lu celu nlra li gran vicenni 
Parrà di li prodigj lu linguaggiu, 
E ora a dritta , ora a manca un lampti 

(accenni, 
O un fulmini ritortu, vibra un raggiu. 
Dunqui si un tronu rutnata stenni 
La statua di l'Europa, eccu un presaga 

(giù; 
Quali .piosaggui? Si già si sapia, 
«hi ruiuala Europa, ohimè, gimia? 



GàNZUNI 



93 



X. 



Forgi chi la Sicilia amminazzari 
Lu fulmini k pretisu? Ma fratantu: 
Pirchì in Europa la yinni a circar i, 
liuTi gpirisci alPautri regni accantu? 
S^iddu li miri avia pariiculari, 
E diretti per idda^ oh quanta, oh quantu 
Siculi emblemi, e statui di Palermu 
Spizzari avria pututu a colpu fermu. 

Siddu la regia atatua di Filippu, 
Benchì in brunza, ed in autu, ^ rlspet- 

(Utu 
Quartu di Faustriacu inclitu cippu 
Chi a lu nostru Borboniu s'è 'nzitatu, 
Resta dunqui lu Re, dunqui fa lippu 
Lu populu, da cui lu regnu ò ornatu. 
Regnu, populu, re tuttu in sé chini; 
Dunqui lu celu nun favi cu nui- 

5 
So pura, chi a lu spissu sti ruini 
Sii jechì di Felettrica sustanza, 
Fluidu capricciusu senza fini« 
Chi percia mura^ penetra ogni stanza, 
(lira attornu a li ietti, alza curtini 
Senza discrizioni, né crianza, 
Di chistu 'un cc*è da farinni concettu, 
Pìrchi opera da pazzuy e senza oggettu- 

6 
Parrato k Tomu. Parri ora la Diu 
(E repHcannu la preghiera, senta 
'Na viva cìamma 'ntra la pettu mia, I 
£ la prisenza sua già nni argumentu) 
» La libertà di Europa si nni jia; 
I) Chista schiava però pri cchià tormenta, 
x> Strascinannu li soi catini gravi, 
» Furzata è a fari Tautri regni schiavi. 

7 
» Da tutta Europa genti collettizia 

n Contra di la Sicilia sincaraina 
» Cu titulu onorata di milizia 
» Fri spartirsi cun idda la catina; 
» Già spiega pri assaltarla ani, e ma- 

(lixia 
» Ma la rulmini ingliàt di Missina, 
M Juntu a iu focu nazionali, atterra 
M La schiava Europa , chi fa a nui la 

(guerra» 



A S> E. Signuri D. Fidiricu Lauzi Duca 
di Castel Brolu — In occasioni chi VÀutU' 
ri vinta spissu ricircatu di la rispostala 
multi obiigamissimi poesiii chi avia sera- 
tu in sua lodi» 

*Jesi Jesi m' intisi traspurtari 
Da dui cavaddi alati a chiddi autari, 
Unni la gloria soli caranari 
Li saggi, ch'a la.specii faDo*onan; 
Arrivata pinsai di visitari 
La Ripina, chi spargi la splenduri» 
Ma mt senta tirari pri darrerit 
E dirmi: Me patroni, e la lueri? 

^Vossia è vinuiu cca cu dui vittori, 
Chi cci adduau Don Fidiricu Lanza» 
Mi dirrà:L*appi gratis, e pri amuri 
(A la bon uraj. E datimi la mancia T 
Cussi lu vitturinu fa rumuri, 
E pocu manca, chi nun m*attapan€ia* 
Va beni, (cci diss*eu], cci sii obbligata • 
Ma a stu signuri di' , cui Tha prigatu ? 

^Jeu radeva la terra vascio vascio 
Cu li mei muli di lu miili. e tri, 
Quannu di bottu 'ntra stu locu m*aseia 
Senza sapiri coma, né pirchì, 
Dunca chi trasi a fari tantu scasciu. 
Si lu patruni to vosi accussi ? 
Intanto cu sti vuoi vennu avanti 
Di rimmurtali tempiu Tabitantr. 

*Chi ben'istrutti di la qiiistioni 
S^incugnanu a li bestii esaminannu 
Lu mercu impressa, e li distinzioni. 
Chi 'ntra l'armi di Lanza illustri stanno : 
Trovanu li cavaddi agili, e boni, 
Multa aliimatl, e vann*anchi ammirannu 
Lu pilu, Tali, e lu coddo di entrammi, 
E Tugna, e |a svilii zza di li gammi. 

*Poi vutatisi a mia dicinu: Abati, 
Ultra lu merpu chi cc*è tantu notu 
Conuscemu ss'armali, pirchì usati 
Su a ssu viaggio, e stanno sempri in 

(moto, 
Chi lu patruni so s*à fabricati 
Dintra stu tempiu, cui tanto é divoto , 
Stanzi di stili siculo, e obelischi 
Urnati di ritratti, e di rabischi. 

*Cc*é lu ritrattu to, tantu ti basti; 
Nun cci purtari cca Poriginali, 
Pirelli cci perdi quantu guadagnasti, 
Ca ta prizzatu cchiù di quantu vali» 



94 



CANZONI 



Cu la priseiiza la tua f^tma guasti, 
NuD aoounzia Taspcttu un capitali, 
Ma lu ritrattu ti fa troppa oritirì, 
Basta accuse), ringrazia lu pilluri, 

*6hi generusu e prodigi! atleccessu 
'A dimustratu iu so signuriu, 
Chi dintra ralma cci manteni tmpressu 
L'alta lignaggiuv d'unni discinniu. 
La terra Febbu illustra, o lu riflessu 
Torna a se gtissu, e accrisci luso briu. 
Cussi ludannu a tla, stu gran signuri, 
Grisci a se stissu gloria, e splendiiri. 

^Sicché d*uani vinisti ti nni vai 9 
Pirelli è Tura pri nui di jiri a spassu; 
Di Lauza in grazia, comu tu ben sai, 
Lu to ritrattu nun starà mai bassu. 
Statti euntenti ài guadagnatu assai. 
Chi nun è picca chist'occbia di grassu. 
Mi salutanu inGni cu carignu, 
Jeu mi cogghiu li pezzi, e mi la sbignu, 

^Lu vitturinu nonostanti in terra 
M'incueta e perseguita ogni jornu, 
E pri la mancia sempri mi fa guerra , 
Né mi la pozzu livari d'attornu. 
Afferru finalmenti pri'na cerra 
La Musa; e fattucci ad Apollu un cornu, 
Scrissi in fretta sti stanzi ab hoc, ed ab 

(hac, 
E olissi: tè fattlnni un trih-trah. 

*Mi ringrazii assai lu to signuri. 
Chi mi à fattu vulari tantu in autu, 
E chi 'un mancau pri lu so bon*amuri, 
Ch*eu fussi dda cu Omeru , Oraziu e 

(Plautu, 
Ma lu pocu miu meritu sfonuri 
Mi à fattu abbandunari cun un sautu; 
Poi mi lu preghi in termini distinti. 
Chi nun mi mettu cchiU 'atra sti procinti . 
^Pirchi pri la mia età, pri li mei siddi 
Li Musi, chi mi vidinu la giucca. 
Sì un tempu mi facevanu sganghiddi, 
ora di mia si jocanu a la cucca: 
Si Tassicutu sfuinu comu anciddi, 
^Mmattula fazzu la vava a la yucca, 
Su fimmini li musi) ancorchl dotti, 
E si cunfannu cchiù cu li picciotti 



XI 

Accademia di Vantiquarj» 

^Conciossìaeosachi signuri turi 
S'ànnu truvatu 'utra la Bajianaf 



Non unàt dui, non tri, noncincuosoì 
Ma statui multi d'una nova idia, 
Li nostri mecenati 1 e Corifei 
'Annu indossatu chistu onuri a mia, 
D*esponiri a lu vostru intendimentu 
Lu meu qualunque siasi sentimentu. 

*Li mei forzi a stu pisu su inegua 
Ma mi cunveni avirci pazienza, 
Ca li cumanni sunnu tanti, e tali, 
Chi lu negarmi fora impertinenza: 
Vi pregu intanta a nun ajari a mali, 
Ch'eu vi prumettu prima ch*accumenza 
Certi episodi!, ctVin tanta miseria 
Servinu a dari lumi a U materia. 

*Ch'origini abbia mai la statuaria 
Nun vi lu sapria diri tali quali, 
L'opinioni di Toturi è varia. 
Ma 'ntra di nui la conjettura 'un vali^ 
L'unica documentu, chi nun sharia, 
É chi la prima statua fu di sali: 
Ma s'era in pena a la curiusitati, 
TuUi li donni sarianu salati. 

XII 

Mludennu a la perfetta somigghianza» e alla 
velocità (ii lu pitturi IUffaeli Pulitj 
siragusanu» 

Rcstu trasiculi*tu, ancorchl vccchiu; 
Comu Puliti appena iu guardu a tia. 
Tu mi renni h vera effigi mia; 
Ti cridia bon pitturi, ma no specchia ! 

XIIL 

Pri la ceMri villa di lu Signuri Principi 

di Palagumia 

Giovi guardau da la sua regia immensa 
La bella villa di la Bagaria; 
Unni Tarti impetrisci, eterna, addensa 
L'abborti di bizzarra fantasia; 
Viju, dissi, la mia insufficiensa, 
Mostri n'escogitai, quantu putia; 
Ma duvi terminau la mia putensj, 
Dda stissu incoiti inciau Palagunia. 



I Si alludo allo statue poste da uno degli an* 
liclit principi di i'àlagonia io una \iiU pi-es»<J 
j la Bagaria. 



CàNZUNI 



XIV 



Bedda, chi tessi riti a la gugghiola, 
Nan li straccari tantii. vita mia, 
Ca già facisti prisa, mariola, 
Stu cori 'iiira ssi maggbi sbaltuUa, 
Chi bisogn'ài di riti, e di lazzola? 
Lu turdii già 'ngagghiau , suggettu è a 

(tia, 
Succurricci a lu manca la scagghìoìa, 
Quaotu almenu l*affltttu pizzulia. 

XV. 

All'animali nun cai mettn peccu, 
Pirelli è seculu, in cui su li cchiù forti; 
Oggi nun luci, chi stu sulu meccu, 
£ tutti Tautri su astulaii e smorti; 
Senza cuntari lu Crastu, e Ui Borcii, 
Ch*ànnu già doru li soi corna torti» 
Signuri mei, viditi, ca lu Sceccu, 
H un gran mobili alPocchi di la Sortì. 

xvr. 

Nun si pò stari cu la vucca ciunca, 
Quannu lu cori è a tagghiu di lavanca, 
Quannu riguri li spiranzi irunca, 
Quannu Tarmuzza di sudriri è stane»; 
Bedda a li peni mei smoviti addunca; 
Mustrati beddu cori, e carta bianca; 
Cunsolanii di un sì, chi mi arriunca; 
Finiscila 'na vota, e pirchl manca ? 

XVII. 

Ricetta cantra lu filaiu ippoeondrìacu. 

Becipe quattro amici mcnzi pazzi; 
Un ripostu, 'na chiaoca, e *na'ncantina; 
Vinu a zibbeffu, trunzi, e ramurazzi; 
Pasta, sosizza, e carni salvaggina; 
Scattagnetti, liuti e cilarrazzi; 
Baila, cavarca, nata, opra, camina; 
Sempri frosciu ad aremi, e fagghiu a 

(mazzi; ^ 
Sempri testa vacanti, o panza china. 

XVIII. 

Ricetta cantra la sonnolenza. 

Recipe casa 'ntra li quadarara; 
Un reticn nutricu 'ntra lu lettu; 



95 

'Na mugghieri 'mprisusa e gridazzara; 
Cincu pure! chi 'un àjanu rispettu; 
^Na camula chi rudi la cannata; 
Bugna *ntra vrazza, gammi , cosci , e 

(pettu; 
Pinseri in testa migghiara migghiara 
Prova, '6 a ristanti vidirai TerTettu. 

XIX. 

Comu striscianti serpi in primavera 
Mentri in menzu a dui petri si fa via, 
Gei lassa la sua spogghia tutta intera, 
A signu chi cui passa, e li talia, 
'Ntra lì dui nun distingui cchiù la vera; 
Tali si un saggiu va da Patania 
Lassa, senza viniricci scurciata. 
La pcddi 'ntra 'na tila*mpiccicata, 

XX. 

Ricetta fri V Isteria, 

^Recipe ognura pri Temulsioni 
Sucn di cenlunerv), e un stomacali, 
Chi chiama, e cura li tentazioni. 
Poi vesti ricchi, addrizzi sfrazzi, e gali, 
Pri li 'nnormi, ronticchi e finzioni, 
Marilù loccu, e parenti minnali, 
E si cc'è cui cci fazza un unzioni 
D'ogghiu di pirico sana ogni mali. 

XXI. 



Ricetta fri 'u sistema di Micbli trvvata 

'ntra 'tia roeea. 

"Recipe di Miceli la sustanza 
Mudificata bani cu Tessenza; 
Poi Tessenza, li modi, e la sustanza 
Li commini, e nni estrai 'na quinta es- 

(senza; 
Poi 'mbrogghia arreri Tesseoza, e su- 

(stanza; 
Riduci la sustanza ad un'essenza» 
Cossi -ntra modi, 'ntra essenza e sostanza 
Truvirai d'ogni scibili l'essenza. 

XXII. 

Ricetta fri un frocuraturi 

*Reaipe on cirtveddo raggiroso 
'Na facci tosta, e chiacohiari a bon conta, 



/" 



(^6 

Mfsce a cnrialata fatta all'asa, ) 

Spisi dì liti, ed item 'ntra la cunta 
Pista scorci d'onori, e fa ^nconfasn 
Pinnoli 'fiipanniddati cu laffrantu; 
Chistu sarrà un rimedìu famiisu 
Fri arricchiri *ntfa quanta ti la cuntu. 

XXIII. 

« . Ri$etta fri lu eauJt 

^Recipe 'oa varcuzza cu tinnali 
GamoìarU) lenci a manu, e triiiiulitia» 
Fisca pri sinu airAcqoa di Cursali, 
Spogghiati e nata "mmetcu di ddarina; 
^Ntra la varca 'ncammisa poi ti cali 
Quattru moletti, e 'oa capunatina, 
La stra ritomannu tali quali 
Ti pigglii li surbetti a la marina. 

XXIV. 

Ric4tta pri lu friddu. 

^Recipe un camniarina addammusatu, 
'Na baffittedda 'mnnenza, e li tarocchi, 
^Na braaera di foca, e amici a lata, 
Chi fumana, e piplanu locchi lecchi, 
Cilecca, turca, o cappucciu calata, 
Petrafennula dura coma rocchi. 
Rosoli, cuddureddi, e poi muscatu, 
Foi letta, ^e *na mugghierì cu li fiocchi. 

XXV. 

Ricetta pri la figilia* 

^Recipe un libriceddu secentista; 
Chi sia mistica, asceticut e morali. 
Tri fogghi di^colastica Scutista, 
Dialoghi latini, e matrigali, 
Ermogiu, Paracelsu, autru alchimista. 
Un mmanzu spagnolu senza sali^ 
Dacci un*ucchiata, chi a la prima vista, 
Tuttu allocchisci, e ti cadinu Tali. 

XXVI. 

Scherzu ntemporaneu in una conv^rtazioni 
di Donni brillanti, 

^Ora cu mia li donni s^afTratcddanu t 
Ora ca l'anni sotta mi cafiddanu, 



CANZONI 



E la viguri in gran parti struppeddanu , 
£ chi li tanti guai m'impidicuddanu ! 
Eccu li ricumpensi , chi ammunzeddanu 
Li Musi a chiddi, oimè, chi sismidud- 

(dara: 

Chi quannu li miperii si feddanu. 
Tanna Tamici a manciari si afluddanu. 

XXVII. 

Aforiimu supra lomu $ la donna. 

La naturali istiotu sempri soli 
Tirari li dui sessi a sUri amici, 
Iddi però cu smorfii. e cu pareli 
Si trattanu cchiu tostu da 'nnimìci. 
La donna ^h dici mai chiddu chi voli, 
Ma Toma voli cchiù di quanta dlcis 
Si nun fussiru finti e marioli, 
E l'una e l'autra forano feliai. 

XXVIII. 

Ritraitu d'un innamuratu. 

*Visa, uditu, odnratn, gustu,e tatto 
Nun mi sii d'usu cchiù, né di profittu > 
Murlu ramicu miu arsu, e disfatta 
'Ntra catini d'amuri avvintu, e stritia. 
Chistu ch'ora viditi scuntrafattu, 
Chistu fantasma pallidu, ed afflitta, 
Chi è di un sfortunaiu la ritratta, 
Chi amau cu amori graoni , e nun fu 

(critto . 

XXIX. 

Tn occationi chi diversi amici pri mezzu di 
soscrizioni pinsavanu di fari scolpiri M* 
auturi un bustu di marmu, chi fu pot e- 
seguitu a spisi di lu Principi di Trabia. 

*Lì Genii saeìti, e saggi di Triqoetra 
Vidennn tanti glorii e tanti onori 
Prodigarsi a sampugna, lira, e cetra. 
Mentri d'iddi trascurasi Toturi, 
Chi va la vita, e la vicchizza tetra 
Stimpunianno co li sol sudari. 
Mossi a pietk Vanno motato in petra 
Pri 'un sentiri bisogni» né priaiari« 



CANZONI 



9T 



xtx 



Pri la Sig, f), Catarina Brakcivorti, arci 
princìpi $sa di Butera, 

^ Vanta la Grecia *ntra Tauti^ia istoria 
'Na Elena, di cui dici mirabilia: 
'i^a Cleopatra Egitta: e fa memoria 
Roma d'ana Lucrezia, e duna Ercilià: 
Li nostri amichi Yaotana vittoria 
t^TÌ Laudi f, mala so mistèri umilia: 
Oggi però è a lu culmu di la gloria, 
Vanta dui Catarini * ÌA Sicilia. 

XXX r. 

Estemporanea pri "na nova Accademid 

/Viju spaccar! Talba, un venta friscu 
C'uscia da lu Farnassu. e 'mpuppadrittu 
*Ntra st*accademia naia óra di l'riscu, 
E smoYi a puitari tu pitlttu; 
Ma restrti di letànun è maniscut 
Lu gaddu vecchiu, pri quanlu s'èdittu, 
Nun produci autru chi lu tMisiliSiCu, 
Citi spirali di mia? Unnica? mi zitta. 

XXXII. 

hi lu rttornti di S M, Ferriininnu a lu 
guvernu d**pn lu so ristabili mentu in sa- 
luti, Hiciiata ^ntra VÀccademia di lu bon 
Gustu. 

*Si dici ed in latìnu, ed in vulgari , 
"Na vota Tannu è licita impazzir! , 
Benchl na vota pocu assai mi pari, 
Ma li savj accussi vosiru diri. 
Ma in quali occasioni si pò fari? 
I^uturalnienti 'ntra li gran piaciri. 
£ccu la casu nostru singulari, 
Pro redilu felici excelsi tiri. 

xxxiir. 

Pri lu Patri Birnardinu monacu di 
S. Anluninu. 

*Cca riposa lu Patri Birnardinu, 
Botanica pri- vuci universali, 

\ Celebre meretrice siciliana della città di.Ic- 
^», oggi Carini^ 



Salvucchl oeiridla dt chiddi tali, 
Cli'arbitri fom di lu so distinu; 
IH li éoì meriti autra si nni vali, 
L'eirurid'aatru cadiu in iddu a china, 
Lo crepacori cci appurtan la morii* 
Chistà è di 11 grand'omini la sorti: 

XXXIV; 

Esttmpor^nia pri ìiaccadema tii lodi d 
AnciuMEDi, dirriia all' auturi di tu H- 
^cursu. 

•Fri lodari a doviri uirArchimctli 
La mia musa nun à tantu va turi, 
Cci voli un Guiìiu di la prima sedi, 
Un Genlu di lu miu multu maggiuri, 
Ma pri 'un ristari scausu d'un pedi 
l^icu: fu tanta in Iddu gloria, e omirit 
Chi 'na gran parti nni trabbucca, ccedi 
Supra di lu so egregiu lodaiuri. 

XXXV. 

Pri la fuga di Bonapabti daWiiula tU 

V Elba, 

Mentri si pensa sciogghiri lu gruppu, 
CUI la sorti di Europa chiudi é èerra, 
L'ciudaci Corsu acchiappa pri lu tuppu 
La fortuna^ ed armatu in campu sferra - 
Eccu si fa maggiuri l'invilupput 
£ lu tcmpiu 'di Gianu si disserra! 
L'occhi mi bcndu, aimè? l'oricchi attuppu, 
Sonnu la paci fu, vigghiu è la guerra. 

XXXVL 

Lu spicchiu di lu disingannu o sia la 

cululiala* 

'^Oh! vera inclita matri di li Dei, 
Basi, e sustegnu di Tillustri eroi, 
Scinni, ti pregu, 'ntra sti versi meit 
Cutuliata cu li grazj toi; . 
Pri ti'a si fannu spassa li nlchòi, 
Lu spusa abbrazza li figghi non sci, 
La summa di li cosi è in tia appiijata, 
E *un si respira, chi cutuliata. 

*0h cli*è bellu lu munnu cuncirtatu! 



2 L'anzidetta signora Caterina Branclforti eJ 
an'altra bella siciliana dello stesso nome, 

13 



CANZCm 



98 

Oh clìì nischina imirerxa ! oh chi Btn- 

(l>uri! 
LVrou! o poi l'omu è privìloggiatu»^ 
Ogni cosa è criala ìh so faviiri. 
]!enissiinu: > ossia à iltìacchiariatii: 
> ossia mi dica: una a\u(u duluri? . 
Yicchiaja, infirniilà ma mai prunaia? 
Provi, e poi vija, te cutulista. 

*0h! Ix'iìa Primaxcra, oh! comn ridi 
'Nira ciuri, ed ervi la C8mp8f:na tullal 
Siccàru fiiàl hi caudu r.iii ocidi, 
La terra ciacca, ogni riconca è asciutta 
L'Autunr.u ])oi di frutti nni providi; 
L*in\crnu mi fcqucstra a stari sutta; 
'^zumma d* beni, e mali capriata, 
Passnu Taiinu: chi fu? cutuliata! 

"Oh! ch'I* gratu lu mari: ohi Torizonti 
Comii vagu si pinci 'ntra Tarbnri! 
Eccu lu carru) chi guidau Fetonti! 
£ccu la Lcdda stidda di TAmuri! 
Cime si turba! oimòl coiiiu su pronti 
Li turbini, chi portanu Porruri, 
Girne, comu di \rrrtu un ruOiluni 
Dda navi s*a{:ghiultiu! cutuliuni! 
*Chi pczzn d'omu Lonu! chiesa, e casa, 
V^assicuru 'na jiag^'hia nun cci pisa. 
Ogni Santuzza chi v:di la vasa, 
E 'un si la ticca» chi cu la cammisa. 
Al.! marie It!, e frtta già la vasa, 
'Avi cchiù impieghi in manu chi *un ci 

* ( pisa, 

J^ 1 orfana, e la vidnà cc'è aflìdata, 
La cchiù chi frutta è sta cutuliata! 
. 'Oh ! chi bedda picciottal oh eh' è 

( sciacquala! 

/ 



Oh chi vezzi! oh chi aangu! oh chi at- 

( traitiva! 



Oii estasi hiata! 

Ticchi, ticchi I fi ni u... Cutuliata! 

*È I rena, fipghia, o Toma picchìamiu 
Nafct, |oi fa tu cur.tu, poi si smamma» 
Poi Ulva, poi valori, e ogn'autru anaoiìu, 
Dipoi va sulu, e dici pappa, « mamma» 
Poi crisci, e va H donni assicutannu; 
Gira, viaggia, acquista ; già la gamma 
Vacilla, è vecchiu, mori, e in tri assac- 

(cuni 

La scena già Gniu, cutuliunil 

*Cutulia Fortuna, ch'a un'avara 
Pri sua felicità mustra un tesoru. 
Natura cutulia, chi a Io craparu 
Prumittennu cci va Tetà di loru. 
Cutulia lu cori, a cui avi a caru 
Posti ed onori, dignità e decoru; 
Su stilocchi di cutì-a a chiddi dati, 
i hi vomm essih cchiù cutuliati. 

*Sl dunca cutulia Taria, e lu mari, 
lì la natura, e tulli l'elementi. 
Oh! nobifarti di cutuliari, 
Oh! eterna, e prima ligjii di li gentn 
Oh! eroi di dui culuri chi a chianlari 
La vinisti a sti spiaggi cspressaroenti. 
Tu lu Confuciu si, tu llaumettu. 
Tu vera stidda, tu profeta elellu. 



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SDsriBatit 



I. 



i S. A. Jl. p. Leopoldu Borbuxi prin- 
cipi di li dui SicUii dedicannuci t oturi 
li soi poesj. 

« Cui pensa dedioarì un'operetta 
£ com un patri, chi avi a dari stata 
Ad una Ogghia spiiitulidda e schetta. 
Chi ^un coi avi nasca pri lu cciibatu: 

L'illustri sangu in unu assai lalletta, 
In autru la ricchizza. In prlgiatu 
Meritu in chiddu. Ma s« saggiu aspetta 
Provi di cui cchiiì d'idda è nnamuratu. 

Reali Attizza, In miu casu è cUistu: 
Trovava io vui li tri condizioni, 
Ma li provi d'anfiuri 'un l'avia vistu, 
Ora ca viju, chi lu gran via^^iu 
Smuntala nun vi V^ di opinioui, 
Vi la dugnu di cori, o vi la 'nguaggiu. 

ir. 

Fiducia in Biu» 

Lu rragili sapìti essiri nostru 
(iran Diu, chi nni facistivu Timpastu. 
St'qnima ch'àju in pettu e ciatu vostru; 
Siti a sta carni un graziusu ìngastu. 

Pri nui vi rislrincistivu 'ntra u:i chio- 

(stru 
D'uteru santu, ìmmaculatu, o castu; 
E comu ardisci rinferuali mostru 
Li vostri dritti mettiri in coutrastu? 

Funda forsi l'iniqua sua speranza 
Supra li mei peccati, e inulti, e granni? 
Ma lu cumpcnsu oh quintu. oh quanta 

(avanza 
^<?u la Cruci, chi «a turronti spanni 
Misericordia,! £ccu la mia fidanza; 
Ui attuflu in idda , % cciiiìi ii..in tiinu 

alTaoui. 



in. 



In occasioni di essirsi stamj^titi muUifsinù 
componimenti podici pri la riacquistala 
salutiy dopu di una gravissimi molalia 
di S. E, Sig. D. Francisco di AquìSU 
Mura Viceré in Sicilia» 

Si ad orribili nMi timpistusa, 
Succedi un serenissimu matinu. 
Spo^ghia 1.1 trista immagini afTannusa, 
I^ canta ogni ocidduzzu in so latinu^ 

Tali risona in bucca d'ogni Muì^a 
Lu graa li, e lu benefìcu d'Aquin.i, 
Ora chi sua saluti preziusa 
A vuli nostri cesssi Iti destinu. 

Stridirà Torsi rauca qualchi canna: 
Ma 'ntra l'alletti granni la N.it.ira, 
Nuli soiTri liggi da la sua li ranni: 

L'arti 'un cc'ò cca, chi lima> e chi roi- 

(sura; 
Ma gioja, chi si spanni d'ogni baa-^a, . 
Comu inu;ida lu NÙu ogni c!r.a:Mra. 

IV. 

il 5. R. M. di FiRDINANNU HI BCDDC;,^!. 

— In ringraziametuu di una pensionelta 
conferita a fo/iir*. 

Bisnignissimn Re, sceltu da Dia 
Per organa di sua binefuenza. 
Di cui rimpronta viva nni port'iu, 
Pri provi avuti di vostra clinìenza. 

Oh Tingegnu ajiitassi a lu desiu, 
Pri espressarvi la mia riconoscenza? 
Ma Tunu è lardu, e già mi dici; addiu; 
L'autru, senz^iddu, è priva di potenza. 

Ma su rencomj poi la vero paga 
Di li grandi azioni? ah no., traUici 
In iddi un non so eh), chi l'alm appaga. 

Tali avviva, e li campi riprof^ucl, '' 
La suli,'chi li rai s|)argi, e propaga. 
Ma torna a la sua sfera poi 1^ luci. 



100 



SONETTI 



V. 



Chi à iirvutu pri fntmoriali fattu da To* 
turi a S- R. M. in seguitu di la iupra^ 
ditta penxionetta. 

Si è compiaciuta Vostra Maistati 
Conferirinl 'na certa pensioni, 
Cli*ò vera acqua di aprili a sìniinati 
Pri la ristrilia mia condizioni. 

Ma decimi suttralti, e nicnzannati, 
Cednli. assenti, ed antri espenzioni, 
Pri cui nun avi stimmi cumulati, 
'Ntra li primi anni è costernazioni' 

PircIVi Tesitu è certu, ed è per ora; 
L'introitu'è sminz^tu, ed è futuru, 
E ai cci arrivu nun ju sacciu ancora. 
Perciò la pregu: chi si benignassi, 
Pri farmi di la grazia sicuru, 
Chi di li pisi e spisi la esentassi. 

Si trunca li mei p:tssi 
La Parca, chi nun stairoppua li patti, 
Sì è ratta la minestra pri li gatti. 

Murennu a spisi fatti, 
Pagatu aju lu ciauru e non gnslu, 
Lu fumu ò Btatu miu, d*antru rurr'u»lu. 



Vf. 



JHÌ la morH di lu celebri canonicu D Ru- 

SABIU Di-CjREGOR1V* 

L'enurmi ineguaggliìanza, chi la sorti 
Frapponi tra lu debuli e potenti, 
'Ntra re, e vassalli, nobili e pizzenti, 
Etplilibni sul'iu, Qissi la morti. 

Peròi gridau Minerva, tu nun porti 
L'eguali vantu su li sapienti» 
Li cui pinseri, figghi di la menti. 
Resta un 'utra li carti e vivi o forti. 

Cuss^i spira, e rispettu si concilia 
Dintia loperì soi, *ntra la sua storia, 
Grcgoriu nostru, e lu to fastu umilia. 

>CuIma dunca superba la tua boria» 
Chi ancorchì si subissi la Sicilia, 
Resterà d'iddu viva la memoria. 

VII. 

Origini di la Potsia, 

Quannu nuda azzardau la vi ri tati 
Mustrarisi cca *nterra a li murlali, 
Fu sEazzunata, e cu laocbi stuccati 



A li Licei ricursi pri spitali. 

Sula filosofia nnappi piotati, 
L'accugghui la curau di li soi. inali. 
Àia comu cchili appariri pri li strati 
Stanti Todiu di lomini fatali ? 

Cca fu, chi tutti dui si stracaneiaru 
Cu inaFcari, baulti, e dominò. 
Chi da la finzioni s'impristaru. 

La favula è stata dunca, ed è iQ aò 
Salvu-conduttu; e tutti tri di paru 
Cumponnu, o Poesia, Fessiri tò* 

Vili. 

Ali* IlL Sig, Presidenti Cav. D. Giuseppi 
Poli. — In oecasioni di una gravi sua 

mai alia. 

Morti contra di Poli Tarcu impugni! 
Chi fai ? nOetti. Nenti cci guadagnÌ9 
lidocu cci sii 11 troì, o li Cutugni, 
Chi ti fannu ammulari li calcagni^ 

E datu, chi Taccarpi, e lu sgranfugnl 
Anzi lu pisti, o chi nni.fai lasagni, 
Da riminortalità comu lu scugni? 
K da li cori umani lu scumpagni ? 

Un beni chi perdi cchiù si apprezza; 
Un uinu insigni, ciii da tia si accozza, 
E un vinu chi de|H)ni la sua i'ezza* 

Pensacci duncs, li toi oimti 8Ìx>zza... 
Jeu cuss'i dissi: idda lu dardu spezza, 
£d a lu muru si sbatti la crozza. 



IX, 



A V Accademia Patriottica. — In occasioni^ 
di un discursu reeitatusi a favuri di Ttc^to- 
masicilìanu. 

Vivi la matri vostra, Iddiu la guardi 
Amatila, e 'un circati 'na matrigna: 
Sia cura, e triddu di muli-t)astardt 
Lu zappjri di Testenja vigna. 

L*istintii di natura anchi a li Pardi, 
Anchi a li Tigri stu duvir'insigna; 
Urla lu Lupu quann*à fami, o s'ardii 
Me s^impresta lu gergu di la Sigua' 

Lu sulu Pappagaddu 'nfurgicata 
S*àvi 'na Imgua pri parrari a matti, 
Faceiinu dVicedd'-omu capriata. 

Multi accademj uu sacciu accussi fatti 
Grec'-ltal i-Latini. Allurtiuiata 
Ch aviti 'iit^su? ^Na sciarra di gatti. 



SONETTI 



tot 



X. 



Chi duvia iirviri fri Magistrali in Mi di 

la muiiea. 

Splendi stìddata la celesti lira, 
É liggliia di lu celli l'armuiiia, 
Armonica ogni sfera in aria gira, 
Saj^gia di Samu ec.cii mi appellii a tia . 

J>i 111 Tartaro Orfeu disama Tira, 
Sargi Tebi da graia miludia, 
Pani a d»iringa nova viti inspira. 
Musica di li cori è la magìa. 

Speira, e arrimodda alpestri e dari 

(pelli, 
Scoti li pigri, e a vili dà caniggiu, 
Spiega, trafundi, ed eccita ralIeUi. 

Metti in fuga ogni Genia malvaggiu , 
Tocca Tintiini tasti a li diletti, 
hi eternu gaudiu anticipatu saggia* 

XI. 

AUJU. Sig. Marchisi D. Agustimu CabAil- 
LO.— IVf un cumpUmentu di eami salvag- 
ginat chi Coturi^ pri un sbagghiu di cui rra 
siaiu incarieatu di dividida^ nun rtctViu. 

JNuD a viri rigali à 'na disgrazia, 
Ma sta disgrazia incladi anchi un van- 

(taggiii, 
Cbi*un s'àvi obbliga, e a nuddti si rin*- 

(grazia; 
£ un*oma cu lu so campa da saggia. 

Pura st'occhiu di grassa, chi nun sazia. 
La sorti mi lu nega pri cchiù oltraggiu: 
Mi fa schiava a la vostra bona grazia, 
Senza tastar! lu porcu salvaggiu: 

Pirchl m*insigna la Religioni, 
Chi Tatti roeritorj, o li piccati 
Si fannu ancora cu rinlenzioni. 

Perciò, Signur Marchisi, meritati) 
Chi eu vi professi un*obbligazioni 
Ctt labèri asciutti, e li denti mandati. 

XII. 

A lu supradittu in occasioni di raccuman- 
darci un agrimensuri. 

Cui li debiti soi Dun pò pagarif 
Ed e di facci bianca, omo donuri. 



S*èvi *na gioja si la va a 'roplgnarì, 
O la cedi a lu proprin credituri; 

Chislu sagacia. Nun pozzu sodisfar! 
L'obblighi a un Gasaceli Agrimensuri, 
Orna 'ntra lu so impiegu singulari, 
£ chi mi a fatta varj[ favuri. 

*Aju 'na gioja (Tali apprezza in menti 
Ddu filiddu di grazia, di cui ((ignu 
Vostra bontà mi è fallu, o Presidenti): 

Chistaf si permetliti, mi la 'mpigna , 
O la cedu, acciò chiddu si Tassenti, 
Ed in miu locu ad iddu vi cunsignu. 

Xllf. 

inrispoilaadun iwoiìu di Vaccadrmici di 
poesia siciliana chi dopu varj e dìsgra * 
ziaii vicenni avianu fissati li soi raduna' 
menti in casadi C illustri marchisi Rocca- 
forti. 

Sia la merita vostrui o vostra sorti» 
Vi lasciai 'nvaddanati, oravi trova 
Appiccicati ^ntra *na Uocca forti 1 
Piaciri granni in verità nni prova. 

Cussi vitti virmuzzi in menzuairorti 
Rannicchiati 'nlra mi stucciu fattu ad ovu, 
Sfuiri, mentri già parianu morti, 
Cu Tali aperti» e vistuii di nova. 

Muvenna dunqul Tali da sta Rocea 
Siti io Farnassu senza chi, né bau, 
Firriatilu tuttu ca vi tocca: 

Di mia a cui spija dirriti: scacau; 
La vostra grazia^ ch*unni tocca stouca, 
Nni fici cottu a fuma un muciumau. 

XIV. 

Contro VcAusu in medicina di lt$ sistema 

di Bbaun. 

Di la sua vita airultimi slmani 
Lu vecchiu Nanna miu Camilivari 
L'estremu falu vulennu evilari 
Tinnì 'na giunta di Brauniani. 

Decisiru : li solidi sii sani; 
Ma la diretta debolizza apparì, 
S ecciti cu gran stimuli e manciari 
Carni, sosizza, pi mici, e faciani ... 

Fratantu cehiu si avanzanu li baschi; 
Sdillìnia ! ... Ed iddi esclamanu: £ pri- 

(senti 
Debolizza indiretta 10)^ M ciasehl ... 



102 , SONETTI 

MorM.. Eh beiM... comporta? Nin h 

Ìncntì , 

E fu curatu inagistribilmenti. 



XV- 

AlCiUustri Sìg. Presidenti Cav. D. Giusep- 
pi Pulì— — /n risposta ad un so suneltu 
in lingua siciliana. 

Qiianoa la sorti voli fari un dannu 
Ad un nniinictt so partictilari, 
Senza ciri#(Ia si avissi a ìncommodari, 
Bast'a farlu pjeta memorannti. 

Diicentii mila versi oggi nun vannu 
Nò a procacciarvi un tozza, oèapagari 
Wi siili d(3tt:i, e sia di tri dinari, 
Nò a sgravarvi di un càncaru, o malannti. 

B vili, signuri D. Pippu, Triscu, e tinnii 
Faceti versi l E hi peju è, ehi sunna 
Bonissitni, e di fari a tutti spinnu. 

Nun vi basta tuccarici hi funnu 
A li scieniLi 7 Vuliti iri in Pinna? 
Ma daticci un addiu primu a la munnu. 

XYI. 

Scritlu in iempu ch'era preturi />. Anruifi. 
MU La Gaoa Talahasica altura mitr- 
chisi di Hegalm^'ci. 

La testa Orotu isau da la curronti, 
£ vitti a li s )i spiddi un Parigina ? 
Si strica rocchi, cacchicchia cchiìi vtci- 

(na: 
Santa pri l'armi, dissi, è conuscenti 1 

È iddu, o nun e iddu ? oh ceriamcnli 
Nun la sbjgghiu, è Palermu meu cucinu 
Tale ch*c linnu, p.iri u'amurinu ! 
Covnu ringiuviniu nlempu di nenti 1 

A pedi di Voscenzi patrun miu; 
Godu in vidirlu prosperu e felici; 
Tanta riccu però nun vi cei criu. 

Palermi! aggiusta unbuccuUi* epoidici: 
L'abh'in danza e scarsizjui la fa Diu 
La pulizia là fatta Regalinici. 

xvu. 

Umbri, figgili a la notti, chi ub'taiinu 
Stati *ntra gratti, ed orridi turcsli, 
|>ch ! chi l'cstreoiu. m.iu spirìtH rosti 



A chiaoeiri co vai iu propria dannu. 

Sì mai oca jundi, a casa caininannu» 
Chidda chi l'alma di rigori vesti. 
In flebili laménti, e vuci mesti, 
Dicitticci: murlu, niuriu d'affanna. 

O^nrinutili lagrima si forsi 
Bjgna la fridda ciniiiri«. Vin spirati, 
Chi^sia compassioni di cui morsi: 

h strania *ntra ddu cori la pietaii; 
E si ciiianci nni è causa, ciii si accorsi 
Chi morta iu » nun cc'ò cchiu cui prì 

(idda pati. 

XVIIL 

> 

Ltnsonnu di 2S anni. 

Sunna!: chi un f(^ru turbini di guerra 
Scossa l'Europa avia da capala funnu, 
Ed abba.ttuti augusti troni a terra. 
Ed ogni sacru locu risa immunnu: 

Stava pri liggi: < cui à cchiìi forza 

(aflTerra» 
L Insolenti, TAudaci, o Vacabunnu 
Uava Iu tomi, e co era un. serra-serra» 
Parevami la fini di iu munnu: 

L'omini chi muriaou a miliuni, 
Di fami, pesti, spati, jazzi, e focii: 
Tuttu era in aria, ed a caiicavulani; 

Era arrivatu Iu miu sonnu ddocu 
Chi mi arrisbifcgiuu ntra unarrivulani, 
£ ritrova li cosi a Iu so locu» 

XIX. 

Recilatu^ntra la sala Senatoria in occasioni 
di unaccademia esprcssamenti radunata 
pri ftsteggiari tu ritornu a Iu tronu di 

FiRIIINANNU IIL 

Ridimi relomentil Un zefirettu 
Spira da Iu Parnassu, e 'mpuppft drittu, 
Gea di cigni oretei 'ntra coru elettu, 
E di cantari smovì Iu pitittu. 

Duci è sfugari da hi chiusu peitu 
Li gioju in canti ! E cai pò stari zitta? 
Di pubblica alligrizza è ungransuggeCtu 
Lu ro, chi assumi Iu so innata drittu; 

Chi guidata d' Astria lu tronu ascemM» 
Chi di la patria va ramiiiarginandu 
Li chjjghi aperti «li Jl rei vlcendi. 

Giubilu e cliìBtu, ch;autu sbuJaz^andu 



SONETTI 



103 



I>a cori in cori, manifesUi rendi, 
Chi io iddi rìgnaii semprì Firdinando. 

XX. 

Pri la munificenza di S. A. R. Leopoldu 
pri avirci faitu mniari una mìdagghia, 

"Fara slupi ri a la postcritati 
ÌJù sentiri} chi un Tassu, e un Jrioetu, 
Chi a rimmortalità 8ediim ^ncuf^iu» 
Appena in vita foru calcuiati. 

£ un Meli, chi sii genj sì elevati 
Venera, stannu all^infiniu so pestìi , 
Vijo se stiséu 'ntra mi ragghi rspostii 
A la sua propria, e a li futuri rtati. 

Opposi a li dui priiiù la Forlunu 
Cu pedaniisca invidia, e un Eminenza 
Di li heirarti, e littiri dijuna; 

Lultima adotta di Tonuri a soldu. 
Poi lu cunsigna a la munificenza 
D'un Sorbonicu Germi a un Leopoldu. 

XXI. 

A S. E' la principisì^a di Trabia' 

^Parru seriu, nond*omu,chisi sonna, 
Jeu sempri fui divotu di sant'Anna, 
Pirchì la matri fu di la Madonna, 
E di lu nostru l^edenturi nanna. 

Ora mi appoju cchiù 'nira sta culonna , 
E di versi coi appennu 'na ghirlanna, 
Pirchì à datu lu nnomu a ^na gran donna, 
Pri cui tuttu lu munnu grida: Osanna. 

Osanna gridu aneli' iu, e a tutti l)anni, 
E supra tuttu in. casa di Trabia 
Si replichi st' Osanna pri milli anni. 

Però cci voisghiu *ntra sti festi a mia 
Milli festi di chisti allegri, e granni 
Cu sta nobili, e illustri cumpagnia. 



XXII. 

In occasioni di un pranzu datu dalVlll.sig. 
canti Castelli a li fondaiuri di Vacca- 
demia ticiliana radunati pri organizza- 
ri$i, 

^Si 'ntra lu latti di 'na Itìpa acursi 
Lu rumanu gran geniu triunfanti. 
Da cui rinvitta ospitali sursi, 






Chi di lu munnu fu la dominanti; 

In nui la vili, (non già lupi, ed ursi) 
'Nira Taugurj cchiCi prosperi e brillanli» 
Cuncerta n*accademia, e a larghi sursi 
ViveuìU Pcstru, chi* si sciogghi in canti. 

Conti vui, no&tru Eomulu, li mura 
Difinditi d'attornu da l'audaci 
Esterni insulti d'ignoranza osciira. 

E si di dintra un qualchi Riniu. ah 

Taci, o Musa, rispetta la futura 
^egia di li toi soru, o di la paci. 

XXIII. 

A V Amicizia — Fccìtatu 'ntra V accademia 
siciliana, in cui D. Fbavciscu Samp«lu 
fici un discursu wpra Vamicizia di Da- 
mani e Pizia. 

*Viju antri mia, bt^nchl da mia divisi 
^^partirisi da mia li sci diletti, 
E li peni addnlcirimi, e li pisi, 
^anta Amicizia , oh quantu giuvi e al- 

(ItUi! 

Tu mulh'plìchi in lochi, ed in paisi 
I esistenza di un suin, e tu permeili, 
ehi un cori apertu alFaUtru ai palisi, 
E li cunsigglìi soi sinceri accetti- 

Tu dintra l'almi virtnusi e forti, 
Metti radica tali, chi resisti 
Ad ogni sfoizu di 'nnimica sorti. 

E in fatti eroica gara producisti 
In Damuni, ed in Pizia pri la morti; 
Ma cessi lu Urannu, e lu Yrnciati. 

XXIV, 

L origini di la Favula. 

*Nuddu esponi *na gioja prizinsa 
A Tarbilriu di tutti, e boni e mali, 
Ma si la sarva in marzapani chiusa, 
Pri larinnusu poi 'ntra festi e pali. 

Cussi la saggia Antichità gihua. 
Di multi verità cchlu principali, 
IJ chiusi sutta scorcia favnlusa 
Pri occultarli a lu vulgu zuz^^rali. 

Pirchì a stu munnu la bugia rignannn. 
Cosa chi cu lu veiu avi rapportu. 
Passa pri lu cchih gravi contrabbanniu 
Sul u di ApoUu qualchi figghiu aecorti.v 



/ 



SOLETTI 



104 

Li veritli *(itra fanali adumbranha, 
Arriva ad ottttiiroi un paMapbrtii. 

XXV4 



Su lu lìroposiiu di fnuUi fogghi fmlhlici 
maledici chi n stampavanu nrllu 1812 
in Palenuu, 

^Mentri ceca Discordia infuria, ed ardi, 
E scoti di l'Europa impcrj summi. 
Tu Sicilia da tia slitsa tr sfordi, 
£ di fogghi maledici rìmbummil 

Dicci a li fìggili (oi muli-bastardi. 
Chi senza la cuncordia si succummi, 
L*al1 anza assai pò di H gagghiardi, 
Ma ki tanti oani corsi ntra li lummi. 

Sii slilocchi di cutra carti e stampi, 
Chini di maldicenza, e cosi brutti, 
Anzi di l^odj attizzami li vampi. 

Carri, paz», a Tabissu, chi ti ag- 

(ghiutti, 
Miraculu d'Iddiii, chi ancora campi 
Cu li visceri tpi, guasti e corrutti* 



n. 



A Iv jnlturi D, GirsEPPi Patania doppn 
di aviri visitain lu so studiu di pittura ^ 
e di avirlu truvalu in cumpagnia di di- 
rem attirati chi lu videvanu pinciri* 

'Dissi i chi nenti invidio 'ntra stu 

(munnu 
S'àju un tozzUi e |a paci sta cu mia; 
Ma doppu cbVii coiìusciu a Pataniaf 
Ili la mia iudifTorenza nnn rispnnnu. 

Vidlri un omu riccn sinu a funnu 
DNina fecunna e ricca fantasiat 
- E quantn pensa, imagina, e disia, 
Lu crea, ed aiiitiia in tili nettu e tunnu. 

Vidirlu *ntra la stanza 'mmenzu a tanti 
Parti di lu so genia, e curnnatu 
Da genti saggia e di bclfarti amantr. 

Cunfcssu a tali vista, chi tentata 
Jt'U sugnu da li rnvidia, non ostanti 
Ch'àju lu tuzzu e la mia paci a lata. 

XXVIL- 

Pri In cfipu it aiinu a lu mairchisi ìf. ff^ 
*Signur marchisi ^iira lu terza celu, 



!>*unni chiuvìtl a vostri amicr manna, 

Jcu di viniri a rivirirvi anela; 

Mn vurri:i a mcnza scala *na locanna. 

Mentri chi 'n carta stu disiu rivelu. 
Chi m'impegna in tempn, e chi mi affanna , 
Mossa a pietà di mia lu Dia di Delu 
Opportuna lu Pegaso mi manna; 

Dicenniimi: È ria mia multo ben visto 
Sta signori, h tu li mei doviri 
Saota, cavalca, ca totto è provistu* 

Dicci, jeu vegnu a farivi sapin, 
Chi di sti et pi d'anni coma chistUi 
M<llit occhili, vi nni restano a godiri. 

xxvriL 

A Ih confi CajJtjlli, poi principi di Tur- 
rimuzzft cantra alcuni poeti siciliani. 

* Scovai di poddicini *ria cioccata, 
n allora ti sjntii ciuciolfari 
Co la scorcia a h frinzi 'mpiccìcata^ 
Mi lusingai, chi mi uni avia a priurì 

Ma ora ch'ànnu la cricchia già spuntata , 
Si mettinu *ntni d*iddi ad aggaddari. 
Nò trovo a cunlintirli nndd.i strata, 
^è *nzcmniula, ne suli vonnu stari. 

Corca ognunu compagni a suhi oggetto 
Di piitiricci dari pizzulunl; 
(Dicinu cliist») appara lo, ch'en metto. 

Cui s*arrilBica slaricci in comoni ? 
Si mia chi pri accordarli m' intromcllu, 
Pri la f:?cci mi tirano a sautimi. 

O Conti miu patroni. 
La cinsura pri quanto io viu, e senta 
È di pizzuliari lo stromcnto. 

Da chistu io 'nni argumontu, 
Chi pri cuitari sti sautampizzi 
Lo menzo è di tagghiaricci li pizzi* 

XXIX. 

In lodi di Cabali I). Vincenzo Raimondi 
pri la traduzioni di alcuni pezzi in la- 
tinu di li poesj siciliani di IVturi. 

*Un cannistru di frutti eu Ir itti in 

(Pinnu 

(1) Sì allude al comitato ceniorioy che li era 
volato introdurre nell'Accademia Siciliano, ilqnale 
dovca passare a rÌTÌsione tatti i componimenti 
pria di recitarsi, il che contribiAii disoioglierU. 



SONETTI 



\m 



TVnna spcrj pinli.ln rggi fra nul, 
Brlli da T ti a qn.iiiinqui oinu spinnu, 
Mtisi, esclaiTiai, oli fortunati vui! 

Dissi una (iì'idi: robb.i tua ti vitmu; 
E puru tu liun li conusci echini, 
Di^tua smemoratizza ti riprinnu» 
Nun sai cui oca primù n cfjìamarli fui? 

Sti pumi pregiatissimi, chi tocchi, 
Su prudutti da J'arvuli, chi a scacci! 
Tu chiautosti a li lati di li rocchi; 

Fassau Raimundi scculi ntra un sbrac- 

(cu, 
Vinni, e sv.pra f\\ {rwv.cuì 'nzitau brocchi 
Di Torti di Virgiliu» e Oraziu Flaccu. 

XXX. 

/n lodi di*ia prima Idlcrinn In s/i;. Cam pil- 
li: fri tu balla «/•//« tcatru (Jarolinu di 
l incuti tu di Armida, 

''Nun su favuli no li maghi, e fati, 
Né poetici sogni la magìa: 
Nun esisti 'ntra spiriti dannati, 
r<c ili grazia, arti, avvenenza, o simpa- 

(tia. 

Né la vaga Cumpilli la truvati, 
Ch'ora si mastra eguali ad una Dia, 
Chi gusta la sublimi voluttati, 
K nni fa parti ancora a la platia. 

Ora in idda si vidi la brillanti 
Alligria, clf a turrenti si propaga, 
E *nibriaca di gi<'ja va baccanti. 

Ora s'abbatti, smani i, e la sua «hiaga 
Dis a i\i Pi idica ricci ogni astanti, 
Vuliti cchiìj proilgi pri 'na maga f 

XXXI. 

Composlu su la spiranza chi la maìstà di 
lu Re e la Bigina aivnnu cumpatitii he- 
nignamenti li poesj siciliani , si fussiru 
fnvogghiati di conusciri Voturi* 

*Quantu mcgghin pri mia, eh eu fussi 

(statu 
Non Meli oturi di ogni libru miu, 
Ma libru stissu, acciocchì fussi anch' iu 
Da r augusti Patruni tolleralu. 
Ma mentri chi miu figghia è gnccid* 

(da tu, 
Jcn mi mora dì fami, e di disiu, 
Iddu sta in autu, ed eu 'nterra mi viu. 



Idtlu è sufTcrfu, ed eu su scarpisafu. 

Fortuna a li mei figghi rei fa onuri, 
IMa vicinu a lu padri 'unsi cci accamprì, 
Maestà currigiti lu so emiri : 

Sumministrati Togghiu a la mia lainpa; 
Possibili, chi nenti pri Toturi, 
£ poi tanta bontà pri la su» stampa ! 

XXXII. 

Pri la morii di 5- M* M. Caru ira di 
Austria rigina di li dui Sicilii* 

*Nun cchiù r Europei munti, e li n- 

(verni 
V[ strepili ccheggiavanu , e rimbtuì'mi' 
l»i li tammuri marziali, e trummi, 
E di li brunzi miichìni d'inferni; 

Nò cclilu strappati a forza da malerni 
Vrazza li cari figghi a peni sir^mi, 
Vinianu esposti a ferru, a baddi, a bum- 

(mi 
Pri ani]»Ì7.iusi voluttà superni. 

Spurgiuta avia la Paci la serena 
Testa d'in cclu, chi di Tempia f^uerra 
L'ira, hi sdrgiu, e li Ibruri anVenn.- 

Ma la felicità nnn regna in terra, 
Eccu la Parca, oimè! cancia la «cena, 
E Maria Carolina Augusta atterra! 

xxxiii. 

Pri la h€nefi,Qenzu di monsignuri I ori:'' ^;)*- 
civiscuvu di Paltrmu, 

*Aju apprlsu innltrànnnmi neir«'nni 
Chi regna da li camma ri a la sala, 
Cugghiuniata ntra li cnrti granni. 
Ma imbeliettat», e in abiti di gala: 

S'insinua duci duci in tutti banni,^ 
E fa spissu carizzi cu ia pala... 
Cca però meli da li labbra spanni, 
E muli, eH oru splendida rigala. 

Cca ntra la mitra , e fascia oggi si 

(stalla, 
Spoeghia l'indoli antica, e si modella 
Su li viriuti di Minerva, e Palla. 

Suvrana metamorfosi novella, 
Canciata sta C:isalidi in farfalla, 
Cugghiuniata, ardiscu dirlu, e bella! 



'4 



106 



SONETTI 



XXXIV, 

Supplica a S. R, M. ^ 
Siri 

Giuvanni Meli vassallu fidili 
A lu benignu so munarca esponi 
Chi la sua miscbinedda pensioni, 
E già consunta da mali suttili. 

Li pensioni su comu in aprili 
Li semincrj chi in se stissi boni, 
Però suggelli a vicenni erodili, 
Risini, siccilà, inondazioni; 

Prezzi accrisciuti, e introiti mancati^ 
Si cerca tutta ed autra nun si trova, 
Chi la vacanti litulu di Abati, 

Chi Don lu pò irapignari né per ova, 
Né pri pani, si vostra Mais tati 
Supra di 'na cumnìenda 'un ci lu 'nchiova. 
Quattr'ordini si trova, 

E 'na tonsura diutra Tarma già, 
Pirtantu è Preti, cchiìi di 'na nnelà: 
Cadenti è la sua ctìi> 

E 'ntra lu brevi d* sua vita spazia. 
Pensa raccomandarsi a San Pancrazio'. 
Di Aogustu ottìnni Oraziu 

Un pudiri. e Virgilia anchi TottioDi. 



Meli non k pudiri, e nan i nninni; 
Vularl senza pinni 
Li cigni Asclirei nun ponnu; ìnpinnau 

(rali 
Cesari a chiddi cu li soi rigali. 

Gloria tfrrena 'un vali, 
Benchl fussi distisa, e fussi eterna, 
A ristorar i un stomacu a lanterna. 
Quannu la sua lucerna 
Faceva qaalchi lastra e qualchi spicco, 
Cu li àuduri soi si sintia ricca. 

Ora lu meccia è siccoi 
Forzi , occhi e menti ci vannu man* 

(cannut 
Nò pò jiri malati visitannu. 

Non parru di lu dannu, 
Chi ad iddu fatta cci à la poesia 
Cancillannu di medico l'idia: , 
Cu estrema pulizia 
Cci à sottrattu larrusto, e Tà lassata, 
Comu salami a famo cuvirnatu. 

'Ntra sto cattivu stato 
Di vecchio bisognusu, e mali sano, 
Chi aotro pò fari? A vui stenni li mano: 
O voi, Patri e Sovrana, 
Cumpiacitivi, mentri Meli campa, 
Sumministrari l'oggbiu a la sua lampa* 



\ Abaiia TacABtg cbe Vwxon domaidart? 



$D1^ MTllElSI 



DITIRAIID. 



SARUDDA 

Sarudda, Andria hi sdatn, e Masi I* 

Corvu, 
Ninazzu lu sciaocatu, 
Peppi lu foddi, e Brasi galioia 
Ficiru ranciu tutti a taci-maci 
'^Ira la regia taverna di Bra vasca, 
Partannu tirrimotu ad ogni ciascu. 

£ doppu aviri sculatu li vutti, 
All(*gri luiti misiru a solari, 
£ ad al)l)allari pri li strati strati, 
Kumpennu 'nvitriati 

'Ntra Tacqua, e la rinj^^rra, sbrizziannu 
Tutti ddi genti, chi jianu 'ncantrannu. 

£ intnntu approssu d'iddi 
Piccioli, e picciriddi, 
Vastasi, e siggittcri, 
Cuccliieri cu sUfTeri» 
Decani cu laccliè, 
Cci ijanu nppressa facennucci ole. 

AllurtlMuta poi determinaru 
Di jiri aJ un tìstinu 
D'un so vicmu, chi s'avia a 'nguaggiari, 
£ aviti a pigghiarì a Betta la Cajorda, 
Fiiighia bastarda di ira Decu» o Narda: 
L occhi micciusi, la facciazza lorda. 
La Yucca a funcia, la frunti acucchiara, 
(ìtiorcia, lu varvarottu a cazzalora, 
Lu nasu a brogna, la facci di pala, 
Porca, lagnnsa, tinta, macadura, 
Sdli^riatiia, ^mprisusi, micidara. 

Lu Zitu era lu celebri Zju RoccUf 
Cli'eru (Jivotu assai di lu Diu Baccu, 
Nudu, mortu di fami, tintu, e licca ; 
£ notti e jornu facia lu sbir|accu* 

£rana chisti a tavula assittatì 
Cu li so' amici ii cchiu cunfidati; 
'NtraJ'autri cunvitati 
(c'era assaltata a punta di b.ifl'ctta 
Caltrina la Niura, ^ ' 

Narda Caccia-diavuli, 
Bitta zza in Lingula. 
Ascila Ah //a-lil', 






E Rosa Sflncla 'Ntossica-mariti. 
Erana Junti a la secunna posa, 

Cioè si stava altura stimpagnaonu 

Lu secunnu varrili, 

Ch*era cliìddu di dodici 'ncannila 

Ben sirratu, 

'Nvicchiatu, 

Accutturatu, 

£ pri dittu di chiddi, ch*ànnu pratica. 

Era appantu secunnu la prammatica. 
Qaann'ccca a rimprovtsu; chi cci scop- 

.(pana, 

£. co .MI corda fràdicia, si jèttma 

Sii capi vivituri li cchiù 'Df4n.nri^ 

Chisti sei laparderi appizzafcrri. 

Chi sgherri sgherri dlntra si cci *nfilana, 

Vennu ad ura, ed appantu, anzi rincap- 

(panu 

Cu lu Var ili apcrtu e si cci allappanu. 

Primu di tutti Sarudda attriviju 
Stenni la nianu supra lu tìmpagnu, 
E cu on imperia di Alessandru Magnu 
A lu 60 sttli, senza eia, né bau, 
A la spinocela aliarci s'appizzau- 

Poi vidennu dda 'ncostu ^na cannata 
D» vinu 'mpaj^riata, 

Cu^ un ciauru tlii pareva 'oa lT^lsìa, .] 
La scuiua, chi vugghiova, e rivugghìii. 
L'aguanta, • mentri l*àvi *iilra. li pugni, 
Grida: curnuti, tintu cui eci *Dciigoa« 

lo [ama, tòUnn, 
SciàlUiu, sctàllaba, 
Tummai ttiinma, fuTuma, 
Cori cunteuti, e lutamiima ewiipà* 
Caenati, arci-Anmti, ansi pùrpiint, 
Tumma» tomnia , eunpagnu • a trineh- 

(vjynt; 
Chi eu 'pa *n.:irrtggbiata di •eiroppu 
Si cdimpà allegrtu o ai viBetogo*iiitoppu; 
fi cci U fari aauti, eoraii fiddìiiai. 

^ L'avirrA pri on solteoni cficanica 
Erramu, t.utu, putninasza e vili'i 
Cui. di nt|i chista sira 'un i*iiiibrìacai 
E chi nun crepa sutta lu farrili. 



1 8 poKS j 

ScalU^si lu diantanii 
Chi voggliiu fari un brinnisi 
A Paicnnn lu vccchiu; pirchi in \n\h' 

(blicu 
Piscia, tì*'.rìpiscia seropri di cunlinu 
'Mra Ij funtana di la Feravccciiia; 
E pisciannu, e ripisciaimu 
Lu inibcliinu cchiù s'invecchia. 

Jeu vivu in noinu to, vecchiu Palermu; 
Pirchl eri a lempu la vera cuccagna; 
Ti mantinivi cu tutta ia magna, 
Cu spaia pala, cu curazzj ed ernui: 

Ora f.'i lu galanti, e pariginu, 
Carrozzi, abiti, sfrazzi, gali e lassù; 
Ma 'nlra la fìtinzla dasti lu mussn; 
Ca si fallutu, oimè! senza un quatriun. 

Oziu, jocu. superbia 'inmalidiUa 
•Tànnu purtatu a tagghiu di lavanca; 
Tardu ora ti noi avvidi, e balli l'anca; 
Scuita lu dannu, pisciati la sdilla. 

iMa vàjanu a diavulu 
Stridei sì malinconici, 
Dora 'noavanzi in cumpagnia di Bacon 
Vogghiu lari la vita di li monaci. 
Quali cantannu, vivennu o manciannu, 
Campanu cu la lesta *nlra lu saccu. 

Quannu di vinu 
£u fazzu smaccu, 
Tulli li càncari, 
Tutti li trivuU 
Li pisiu, e ammaccu. 
Sorti cornuta mi ài sta grazia a fari, 
Chi cantannu,© ciullannu, conm un matta, 
Pozza tanta cantari e poi ciullari, 
Pri fina, chi, lacennu un bottu, scattu. 

l>i stu gotta, chi pari 'na purpània, 
Mentri lu vinu in pettu mi dilluvia, 
Eìi senta, amici, 'na calura strania, 
Chi dmtra va sirpennu càvia cùvia. 

Ed intantu li sS elfluvia 
A Ij Ijsti si uni acchiànanu; 
r>li gira coma strummuia, 
]\ii va coma un animala, 
Mi fa cazzicatùmmula * 
Lu beddu ciricòcculu; 
Li mura mi firrunu; 
Li porti sbattulianu; 
Lu sola fa la vòzzica; 
Li manna, oimè! s'agghiòmmara; 
ti testi già trabbàllanu; 
Tavuli seggi pri aliigrizza ballanu. 

Sàrvati, sarva; 
Chi tirriblliii! 



! OsiifrJi, ./.j'.rJ;, clii slnjrttrìu! 
1 Si n:ii vinni lu diliuviu! 
(«iovi à già sbarracliiati 



Caiarralii e purticati! 
L'autu £:n{)irlii pnrpurina 
Chiovi vinu: allerta tulli; 
Priparati tini e \utti. 

Ct'isci la china; 
Oimè! unni scappa? 
Dintra 'na lina 
Trasu pii lappa; 
No,- nun è tina, 
l/igghiavi sbagghiu, 
E un quartahiru 
Senza sluppagghìu; 
Chi ciila, e chi pircula 
L^ambroaia biata, 
13inlra sta sollennissima cannata. 

Dammi, o cannata, 
Naulra vasata... 
ChÌ2»ta è giiaraiiccia. 
Chi cui ia lempira, 
Merita in faccia 
Sarrabuli* 

L'aciiua *a» fu falla no pri mari tarisi. 
L'acqua fu I^tla pri starisi virgini, 
O 'nira la mari, o 'nira ciuim, o *ntrà 

(navali 
O 'nlralgiii, o Vira puzzi, o *ntra fan- 

(taoì, 
Pri li gr<i.h i, li pisci, e li giuranì. 
Si Togghiu (ci jiinciti, si sta sùvuli; 
'Mmiscali cu !.i lorm fa rimarrij 
\Mmiscala cu la vinu ia catarri. 

Dunca a menti timtilu 
Stu mutlu praclribìli, 
Chi Tacquo mali faciri, 
K vinu cunrurtibìli. 

Cui diiia di stari allegru, 
Viva sempri vinu niuru, 
Vinu niuru nata in Mascali; ' ' 

Chi pri smorha signurili 
Sì djsprezza in un barrili; 
Poi si accaUa coma archimia, 
*Mbuttigghialu, 
'Ncatrau)alu, 
Sigillalu, 

Da un irusteri, tutta astuzia. 
Chi ccì grida pri davanzi, 
Trinch lansi, viu de Fransi. 

Pri la monaca racchiusa, 
Ch'avi sempri ostruzioni, 
Facci pallida, o giaruuia. 



1 



POESJ 



ùteri i« oooviiUiani, « 

Vivu, viva a tuUu.cìatii, 

Lo Riuscatu di Catania, o Siraguta; 

Nun è cura radicali^ 

Ma inìnura li soi mali. 

A li schetti alTnintuseddi» 
Chi su timidi, e scurtisi, 
Calavrisi 
Li sbulazza, 
£ li fa nesciri in chiazza. 

Li cattivi li mischini, 
Chi 9u scori, e 'ngram;]^(;hiati, 
£ ànnu l'occhi sempri chini 
Dì li tempi già passati, 
Fri iiun aviri cchiù Glati e baschi 
Durmissirti la notti cu dui ciacchi. 

Maritati, chi o li siddi, 
O la scura gilusia, 
Va livata ralligrid. 
E vi a ri su laschi, o friddi, 
Si vui tummàti nialvacia di Lipari, 
'Nfurzati* e quadiati comu vipan. 

Pri chiddi debuli, 
Chi 'ntra lu siomacu 
Cci ànnu lu pìuiu. 
Chini di viscidti, 
Di llemmi, e d'acitu, 
Cu facci pallida, 
Cu carni sfincidai 
t)iviuu vivirt 
Lu risalaimi, 
Chi è sanatodos, 
Anzi è lu lapidi 
Di li filosofi; 
£ si vivennulu, 
£ rivivennulu, 
Nun si sullevanu, 
Ne si ristoranu, 
Torninti a biviri 

A' battagghiuoi 
Varrili, e ciaschi, 
Fincliì abbuluni 

Cci ncscia pri Toricchl, e pri li naschi* 
Pri qualchi malinconica mischinu, 
Chavi lucchi 'nfurrali di prisuttu ; 

£ 'ntra un munnu di beni, e mali chimi, 
Lassa>. lu bonu, e s'applica a lu brutta; 
Chi sta mcsiu » e distrattu 'ntra un fi- 

(slii.u 
E ntra lastimi poi s*àpp1ica tuttu; 
Vinu di li Ciacuddi lu quadia, 
E lu guarisci di la sua fuddìa. 
Si qualchi UàcchijLra 



109 

Simplici, e (ennira, 

Senti 'nira Tanima 

Qualchi simpatica 

Verrai, chi rusica, 

£ prova spasimi» 

Sintomi, e sincopi, 

Granfi di mùtìri, 

Cu atretti sierici, 

Ed autri strucciuli 

'Nlra ventri, ed uteru. 

Si la volt poi "nzirtari, 

E scacciari 

Sti fantastici viritìa^zi. 

Viva guarnaecia di li Ficarazzi: 

Trii'clU) turami la guarnacccia» 

Chi un diavulu a nautra caccia. 

iiisogna cunviniriy amici cari, 
Tuti'i li vini sunnu beddi e booi; 
SAnnu la vera ambrosia di U Dei» 
Ma in bona paci dittu sia 'ntra nui* 
[Sacciu, chi parru era cu masi ri mei) 
Lu vii;u cchiù eccellenti, e prelibata» 
A miu pariri, e chiddu accatta ratu* 

Chistu vinu è accussi fìnu» 
Chi da dami, e cavaleri. 
Da magnati, e da fruitori, 
Cu lu mussu strittu, e 'ncuttu, 
É chiamata vinu asciutta. 

Li francisi 'nnamuraii 
Vonnu vini dilicati: 
Vonnu a Cipri, ed a Firenza, 
A Pulcianu, ed a Burgogna, 
A Sciampagna, ed a Bordò; 
Jeu dirria' cu sua licenza: 
Chi 'un su vini chisti tali, 
Ma sunn'acqui triàcali. 
^ E si lu 'Nglisi si vivi ià birra, 
È signu incuntrastabili, 
Chi 'ntra li sci ricchizzi è niiserabili; 
Nui, chi vivemu vini spirdatizzi. 
Sema cchiù ricchi di li soi ricchizzi. 

Oh Casiedduvitranu beni miul 
dammi di lu mia cori, vita miai 
A pinsaricci sulu m*arricriu, 
Lu gran piaci ri, ch^eu prova di tìa. 

Oh Catini Carinil oh noma! oh idia! 
Chi mi trapana l'arma di ducizza! 
Oh Arcamu! oh Ciacuddil oh Bagàrial 
Ricetta di la vera cunlinlìzza! 

Chiova sempri lu sali a vui d'intornu 
L'ìrTìUSsì a li magghiola cchiù 'propizj ; 
Ne mai vacca cci ar raspi hi so cornu; 
^è tei accostinu mai mcrri, e malvi/J. 



1 1 POBSI 

Oh Bacca allegra-cori, 
Straviu di li murtaii, 
'Ntra gotti e cautamplori 
Annoi tutti li mali. 

Prì tìa lu munsignaru 
Dici la virltati; 
Lu pigra fai roassaru; 
Scacci la gravitati. 

Pri tia lu sangu tarda 
RÌYUgghi 'ntra li vini; 
Fri tia si fa gagghiardu. 
Cui h debuli di rini. 

La gilusia tu scacci, 
Asciughi tu li chianti; 
Tu levi di la facci 
L'affruntu di ramanti. 

Tu Testru in testa attizzi, 
Nun suJo a li poeti, 
ìtf'anchi a lu vulgu *mmizzì 
D*Apolla li secreti. 

Benciù iu sia cuticunii 
Avvezzu a li taverni. 
Un sulu to vuccuni 
Mi fa scappati perni. 

Vogghiu cantari, 
Vogghiu ballari, 
Vaja sunatimi 
Li scattagnetti; 
Vajanu a chncaru 
Corni e trummetti. 
Nun vogghio cimmala, 
Né vijulinu, 
Mancu sartorio, 
Nò miniiulinu; 
Chisti mi pracinu, 
Però mi spirano 
Certu pateticu, 
Chi fa addurmisciri; 
E catàmmari catàmroari 
Mi fa jiri in visibiliu. 

Sì vuliii, ch'eu canti 'na canzuoa 
Vogghiu sunata fa napulitang, 
Cu* un tammureddu ciiinu di cirimuli, 
Cu lu liutu, e la citarrj chiana. 

Amuri liti fa in jiettu ticchi-t'cchi, 
Lu aenziu va pri Paria ab hoc> oabbac- 

(chi, 
Ka bedda fa a la gula nnicchi-niiicchi; 
j\iinò! ca scatlu comu un tricchi-iracclii; 
V:m:i, ca li farro salatnilicchi; 
.* M lo» biddiz'AÌ quaulii sii vigghiacchi! 
l;.M|"a caim^aa mia lu fai !• ricchi, 
\.\; (iìintììi a la gilj iracch -Uacclii 



Caspita! caspita! 
Hi pigghia slncupa, 
Nun pozzu cchiìi. 
Già mi pricipifu, 
Cumpari Brazzitu, 
Tenimi rà. 

Ahi! chi sintòmu, aimò ! 
Chi motu di riversu, cheu mi sentu. 
Prima ch*cti mora cca« comu un stè-stè, 
Sintiii, amici, hi mia tistamentu* 

Quaunu mi scatta l*arma, e lu batti- 

(simu 
Vogghiu, chi vegna in loca di cunveniu 
Cu li carrabbi in manu, e vulti incoddu, 
Tuttu tuttu Pmtcru lummardisimu. 

Vogghiu chi lussa mei stassiru a 

(moddu 
Dintra 'na tina, china a tinghi-tò 
D*un vinu, chi pò vivimi lu re. 

Nun vogghiu essiri esposlu supra (erra, 
Ma 'ntra hi Burgu dintra un magaaenu; 
Vogghiu, chi si facissi un uiusuleu, 
Aulu tri canni e cchili di lu tirrenu, 
Di stipi supra stipi, e supra jeu: 
^i s|n'zz.nn ddu jornu in mia memoria, 
Gotti, orrabbi, carrabbuni, e ciaschi^ 
^Uiiassiru li locchii e li mariona 
Li quartalorj, e tutti Pincautini. 

A vuccht chini, taveriii, e facchini 
*Antiu a cautnri) ed àiinu a ceiebrari 
L^olTìziu di vinti pistammutta. 
Senza ristari mai cu \ucca asciutta, 

Vi lassù ntra iu vinu, o cari amici, 
L'unicn gran segretu impareggiabili t 
l^ri cui putiti farivi felici. 
Ad onta ancora di la sorti instabili, 
£ quannu arriviriti a ^mbriacarivi, 
Sta ir unno tuttu guai, "mbrogghi e spur- 

(cizj, 
A modu di portentu, ed arti magica', 
liivintirà teatru di delizj. 

'Mmatub, 'mmatula, 
Tanti spargi rici, 
Tutti s*a(rumanu, 
Ciusciaimu mantacii 
E fannu premiri 
Chini d'inchiastri, e intrichi. 
Li storti, e li laiiiiniclii, 
Pri circari a tanti mali, 
Lu lapis midiclna universali. 

Jeii nun uegii, chi si dii^ 
Ma nun sta \itra lì burnii, 
Nlra li slitti, 'ntra rarmarii, 



Di afTuoiati nriimatarìi'ì 
Lu truvirilt, 

I girinti 
Di lì lummardi, taverni, o facchini, 
Li stipi, \uUi, qnartalori, e tini. 

A li ^nniiìiici mei, pri cìmnlìrisi 
Li ci va di li corna, ru tnlti las^u 
Ddi pinscri, clii sfratlu, e cnannu a spassa: 
Si smiduddassiru, 
Sfìrniciassini, 
(^ irca l'origini 
Di nitinnu, e d*omini, 
Di venti e grandini- 
Pri quali causa 
Nun pò firmurisi 
\jn iHuIu, un asimi, 
'Na petra in «ria? 
Pirelli producimi 
Muori, ed orli 
Longlù li vrocculi; 
Cliiatli li cavuli; 
Bussi li fràiili, 
Ci troia torti? 
Pifchl lu Yii;ti 
Dintra li fauci 
Nni punci, e iiiìijszica, 
Gatligghia) e pizzica. 
Titilla, stuzzica? 
E l acqua si «uh cala 
Locca lecca, iiiuscia muscia 
Jeu Bti dubj, sti pinscri, 
Nu li sciogghiu, né indovinu; 
Bla Pannegu, tutti interi, 
'Ntra 'na ciotula di vinn. 

Viju li genti a qualtru a quali ru ! 

(oìmè! 
Sta nuvula 'utra Tocchi chi cose/ 
La ti'sta pisa at^sai .. chi cosa cci àju? 
Li gammi nun uui>orvanu!... chi fu? 
Jeu ca...eu ca...eu caju*.. 
Tcnimi...ajutu...ivl/. .nun pozzu cchiìi. 

Cussi lu Su Sarudda 
'Mmenzu la fudda lascu s^ahbanduna, 
Cu l'occhi 'nvitriati, 
Li yrazza sdillassati» 
Lu petto mantacla. 

Parrà già cu li naschi, e tartagghla.*. 
Abbucca...ra un gran sforzu e sì ripig- 

Tghia... 
Camina un pezzu ad or8a...cimiddìa... 
Poi pigghia un strantuluni...si rlcupa-.. 
Gira...stK)ta...trabaHa...allartim,ata 
JSùfBti 'sterra *oa stramazzunata. 



POESJ 111 

Cursiru allura li cumpagni amati, 
Tutti 'ngriciati ancora pcju d'iddu,* 
Lu spincinu esi-esi a cuncuuMiddu: 
Poi 'nira li vrazza, comu un picciridduv 
Si lu purtaru a cavu-cavuseddu. 



PiR&FBASI 

Di lu dialogu ili li Monti , scrxtlu da In 
celebri Bcrnabdd Fontanelli. 

Jnteriocutori — Aristotili e Anacreonti 

Arixt, Mai mi sarria cridutu» < 

Chi un atituri di allegri canzuneddi. 
Ardissi cumpararisi a un filosofu, 
E ad un tali filosofu, ch'avia 
'Na riputazioni comu mia! 

Anacr. Tu multu in autu ài fattu risunari, 
Stu nnomu di filosofu, e si vidi, 
(^hi nni si lesu, e tinni voi prìari. 
Cu li mei canzuneddi eu sa arrivatu» 
Ad cgsiri chiamatu 

«Lu gaggiu Anacrconti» e a raiu pariri 
Stu titp.lu di saggiu vali cchtù, 
Di c'hiddu di filosofu chi ài tu. 

Arist» Cui fa datu stu tilulu uu sopia 
Fv)rsi nzoccu dicla, 
ìMa rosài fattu. comu ài moritaiu 
Stu titulu onoratu? 

Anacr» Jeu nun àja fati'autru hi vit» mia. 
Chi vivi ri, cantari, 
Fari Tamuri e stari in alligna; 
£ cu sta mia manèra di cariipari 
Mi s'è accurdatu in ogni età fratantu 
Lu titulu di saggiu, e mi noi vantu. 
Qviannu tu di (ilosofu lu nnomu 
A gummi stenti ti lai procacciatu, 
E infiniti travagghi t'à custatu. 
Dimmi la viriiati: 

Quanti notti ài impiegatu a discifrari 
L'intricati e spinusi questioni 
Di la tua dialettica. 

Ch'apporta a cui la studia la febbr'cttica? 
Com'ài fatiu a componiri 
Grossi volumi di .materj oscuri, 
in cui farsi a lu spissu 
Nun. cumprinnivi tu mancu a tia stissu? 

Arist. Benissimu. Ti aceordu, 

Chi pri arrivar! a la vera saggizza 
Tu li ài saputu scegghiri 'na strata 
Ccbili commoda, e cchiù grata; 



112 



E ti supp^gnit eomm'nbil itati 
Pri aviriti travatti 
Cu la simplici lira e la huttigghia, 
Lu menzii d'acquista riti cchiù gloria, 
Chi cu veggi) i e travni^ghi di mult'anni 
r^un sì acqiiistani omini dotti, e granni- 
Anacr. Tu cridi trizziari? £u ti sustegnu, 
Ch'è muUu cchiù dimcìii 
Lu vìviri, e cantari 
Com'eu aju viviitu e àjii cantatu. 
Chi la filosofiiri 

Di 1(1 nfìudu, (^irài tu filosofatu, 
Pirelli (attenti!, chi cca sta In busillis) 
Pri biviri, e cantari, comu mia 
Bisogni aviri Tanima espurgata 
Di li rei, violenti passioni; 
Oh quantu sta savurra^ e sta munnizza 
Si opponi a la saggizza! 
Bisogna poi nun aspirari mai, 
A cosi chi *nn dipendinu da nui: 
(Avanti ca cc'è cchiui;) 
Di slari sempri espostu e priparalu, 
A pigghiari hi tempu comu veni; 
Ed abbisogna in summa 
D'aviri prima 'ntra In propri» inlcrnu 
Misi beni in asscttu, e priparati 
Militi picciuli coi^i 
Da Tomini, anelli dotti, trascurati. 
E 8ibl)eni *iin ci vogghia pri st'espurgu 
'Na summa dialettica, ma piiru 
L'arrivaricci e un ossu mu!lu diiro. 
A lu cuntrariu poi c:i itienu spsa 
Si pò filosofari, 
Comu filosofaru li toi pari. 
Nun fusti' pri arrivaricci obligatu 
A guaririti primi 
Di Tavarizia, o dì Tambizioni; 
Ma ti godisti larghi pensioni 
'Ntra la superba curii di Afossandru: 
Nni ottinisti uo rigalu 
Dì cincu centu mila scuti, e chisti 
Non tutti li spinnisti 
In sperimenti fisici a tcnuri 
Di la gran menti di hi donaturi: 
Dìcu in conclusioni, 
Chi sta tua serti di filosofìa 
Porta a cosi« chi scordanu lu tastu, 
£ a la filosofia fannu cuntra'stu* - 
Arist. Bisogna diri: chi Torsi cca jiisu 
Ci siami mali lingui, e chi sti tali 
DI mia tajanu fattu 
Cattiva lu ritrattu. 
Ma siasi comu vogghia, convenemu 



POESJ 

I 



rhi l'omu è omu in quantu à la ragioni, 

Nti eco cosa cchiù dJgna, ch'insignari 

A sirvirinrii d*idda 

Pri studia ri a funnu la iNatura; 

I^ sviluppili Tintricati enimmi. 

Chi cci [»rosenta sutta forma oscura* 
Anacr, Vij«i, e stupisciu. lusu di li co«i 

Com\N eanciiitu "ntr^ l'umani testi! 

E chi-5.1 chiami tu filosofìa? 

E stirncchiata assai, cridihi a mia* 

A li Olirti: la vera 

l^'Mosofìa riguarda li costumi. 

Ed è cosa ammirabili in so stistrv 

Kd utili anelli all'omini; 

Mj a chisti nun cci sona 

Di aviri stu suprossti. 

Chi s*ingcrisra 'ntra ralTari 4*ii|di, 

E reoolassi li direzioni ^ 

Di rintcrni sfrinati passioni. 

Pertantu U stramannanu 

In celu a situari li pianeti» 

A calcularinnt li moti, o puru 

L'abbi jaiiu a percurriri la terra 

Pri esaminar! tutti 

Li soi mutoriali, e li produtti; 

Cercami insumma sempri d' impiegarla 

Luntana d'iddi pri quantu e possibilii 

Acciò non iscopri«si 

Quantu cc'c in iddi di ropronsìbili. 

Frataniu comu vonnu a pocu spisa 

Chiaiharisi fìlosofì ànnu usatu 

Li monzi e racciì riizza 

Di e^tondiri stu nnomu ìnsinu a oh iddi. 

Chi oss(Tvan!i li sliddi, e a chiddi tali. 

Chi studianu li causi naturali. 
Ansi' E quali nnomu mai 

Cridi convenienti 

Di darisi a sii genti? 
Anacr. Nun a chi fari la filosofia. 

Chi cu Tomini suli, e n«'nti alfaltu 

Cu lu Tfslu di tutlu Tuniversu; 

Pensa alfastri TAslronomu, 

Lu Fisicu contempla la natura, 

E alterni lu Filosnfu 

A la perfezioni di se stissu. 

Ma a sta condizioni tantu dura 

Cui si lavirria 'nlisu 

Di essiri mai Filosofu? Nessunu. 

Ed eccu lu motivu, 

Pri cui sii dispinsalu 

A li filosofi essiri Filosofi; 

Mi tutta chistu ben si vidi coma 

Vinni a Fisici, e Astronomi stu nnomu< 



POESJ 

In quanta a mia nan sugna stata mai 
Di st'omuri bizzarra. 
Da iinpegnarimi a rendiri svilata 
Qaantu nataraa nui toni ammacciata; 
NoDOStanti mi pozza millantar! 
D'essirci menu di FilosoGa 
In tanti libri scritti apposta pr*idda,' 
Chi *nira qualcuna di ddi canzuoeddi, 
Chi tu disprezzi misu in gravità. 
Yàjanni per esempiu chista ccà. 
Si Vera proiugassi 
La vita eu circhi ria 
Alenzi, pri cui abbundassi 
Dintra la cascia mia. 

Acciò quannu la morti 
Mi battiria li porti 
Putissi cu li *pninni 
Diricci : TA yattinni. 

Ma si la Parca *un cura 
L*oru nò li dinari, 
Pirchl tanta primura 
A cogghiri, e imburzarif 

Si lu dcstinu e tali. 
Chi nun si smovi a ueati, 
L'afflgirni nun vali, 
T^è Vanna complimenti, 
Chi resta dùnqui a farit 

Godiri di la vita 
Mentri chi pò durar! 
Passarla divertita]: 
L'amuri, la buttigghia, 
D-un viiiu chi suttigghia 
LI canti ralligna, 
La bona cumpagnia. 
AriiU Si iu Filosofia nun voi chiamar!, 
Si non chidda? chi guarda lu costumi» 
Dintra li libri di la mia morali 
Trovi cosi, chi misi a paraguni 
Yicinu chista, e l'autri toi canzuni. 
Pirchl -da oscuritati, 
Di cui rimproverati 
Sunnu alcuni opri mei, 
(E chi in qualch*una forst si cci trova) 
r^un cci nn'è, né prevali 
'Ntra li miei libri supra la morali, 
E la munnu cunfessa : 
Chi nun ce e di cchiùbcddu,ediccUtvi chiaru, 
'Ntra Toperi cchiù boni 
Di quant'eu scrissi su li passioni. 
Anac.Ùh cbiabus^IohchiabnsulNunsi tratta 
Di definir! metodicamcnti 
Li passioni (comu mi si dici 
Chi ài fatta tu} di vincirli si tratta. 



113 

L'omini eondìscindiDa a mostrar! 

Li proprjmalt alla Filosofia 

Acciò li conusciss! ; 

Ma 00 a Toggettu, chi eci li guarissi. 

Sii malati, chi làstìmi, e lamenti 

Cuntanu pri sfugars! a lu medicu; 

Ma poi dieta» oibba, 

Nò vonno oprar! li medicamenti. 

'Annu perciò travata lu segreta 

Di farisi 'na Uli 

Specia di morali, 

Di coi la vicinanza dMddi sia 

Qaantu vicina cc*ò Tastrooomia» 

Putiti mai tratteoiri li risi 

Sintennu genti additt! a lo goadagou. 

Chi pri aceriscirla echio! 

Predicano disprezzo a 1! ricchizzi^ 

Chi dtffirenza oc*ò atra chisti talif 

E lu sorci rumito, chi ^ntaoato 

'Ntra*na pezza di eaeiu piacintinii 

Fatto so riverenza chiatta, e tunou, 

Predica l'astinenza, 

E lu sommo disprezza di lu moonu? 




L 



Veneranda Silenzio, chi ti aggìuochi 
*Meora 11 rami di sta silva oscura, 
Unn'autri nun ti sturbanu chi cucchi : 

Scusa, s*eu vegnu in chista iosolifura 
A sturbar! li toi muti riposii 
Cu chianciri la mia mala vintura : 

pelri, trunchi, o duri e surdi cosi, 
Felici, chi di stupida sustanzà 
Natura mairi cincir! vi Tosi. 

Ahimèl chi lo mia cori ò fatta stanza 
Di pietusa mestizia pri lu sensu^ 
Chi natura ci misi in abbunnanza! 

Amu pri mia turmentu, oimè! si pensu; 
Amu, bY eu dormu^ ed amirò a la fostsai 
Cinniri nuda senza miu cunsensu. 

Aimè! chi ogni mia fibbra appena smossa 
Trema tutta» si scoti, e un sulu sguardu 
M'arriva a penetrar! sinu all^ossa. 

L'imaggini di chidda pri cui ardu. 
Mi sta accussl*ntra rocchi, chi a sUi punta 
Mi pari» chi cci parru, e chi la guardu. 

vita di l*arma mia, òccumi juntOi 
Pri amar! a tia, ntra sti penasi istanti... 
M'aimè! ca srui» e nun mi duna cuhtu? 
L'ervi) e li trunchi, chi mi su davanti, 

15 



tu 

ScUmana in ogaìmolo, io ogDi geriu: 
Uon'ò la \Ua. tua, misera amanti) 

D'unni mi votu, oimè! cchiù mi funesto 
Tenebri, orrori, lutiu, crepacorii 
Tacitiy oimèi chi d*uD jacobu mestn» 

Senta 'na vuci» chi mi dici: mori. 

II. 
Lu ùhiantu «TEbìclitu 1) 



Spelunchi. avvezzi sulu a riferiri 
L'aspri lamenti di li svinturati. 
Chi nascerà a lu munnu pri patiri; 

Fantasimi, dhi infausti guvirnati, 
Pri menzu di Torruri, e lu spaventu 
Sti lochi à la misttzia consacrati; 

Eccu, chi in olocaustu iu vi presentu 
Teatro orrennu di miseria umana, 
CLista chi vita chiamanu, ed è stento. 

Stenno li vrazza a la spiranza vana, 
Ma poi mi avv'ju, eh' è la sola pena, 
Chi nui da lu non essiri alluntana; 

Chi si un lampu serenu luci appena, 
Di un subiia svauisci a lu pinsari, 
Chi affannu e morii, chiudinu la scena. 

Omu superbo, e ardisci cchiù vantar! 
Lu pinseri.Ja menti, e la ragiuni, 
Ddi tiranni, chi t' ànnu a lorminUri? 

Sutta un giogo di ferro a strascìnuni 
Lu bisogno ti umilia, e T avveniri 
Ti pisa supra comu uo bastiuni. 

D'unni a li mali toi, donni poi aviri 
Riparu e scampu, si co punta acuta 
La menti stissa ti veni a firiri? 

lovidiirai la stupidizza bruta. 
Chi licca lu cuteddu, chi T ecidi; 
% mori comu vampa, chi s' astuta. 

Miseru, oimèl si chianci, oimè! si ridi, 
Miseru forsi cchiù, chi un cecu, o pazzo 
L'infinita miseria non vidi. 

Quali fannu di tia vili strapazza 
Li passioni, venti impetuusi, 
I>a v.uì si spintu, e non vidi lo vrazzot 

L'ambizioni, oimè! Vattacca, e cosi 
'Ntra un angulu di sala, e alliscia e indora 
Li pionuli chiù amari, e intossìcosi. 



(i) L'autore in questa e nella segoc^nte elegia 
si è proposto di mettere in vedala molti pensieri 
cbe naturalmente si aflacciano alla mente del fi- 
losofo privo del YaniaggtQ dulia rivelaùoD^, 



ELEGIE 

L'intresso di Io cori, caccia fora 
Li doviri cchiù santi, e listi listi 
L'odiu ti sbrana dintra, e ti divora: 

Ora a lu beni dautru ti ratti isti ^ 
Ora godi d*un mali, ora ti penti. 
Torni a pintirti poi ca ti piutisti: 

La gilusia fagghiazza; in peni, e stenti 
Amuri ti fa scurriri la vita; 
L' ira in bestia ti cancia» e Toziu in nenti. 

A middi eccessi gioventù t* incita^ 
Pabbatti e stolidìsci la vicchiaja, 
Chi è di tutti li mali calamita. 

Ora Vorrenwa povertà t'impaja 
Sutta la smunta fami, e pri cchiu luttu 
L'asinu ti quacia, lu cani abbaja. 

Ora infangatu, e in middi vizj bruttu, 
Piaciri 'un cc'è, chi a tua lascivia basti. 
Quasi d*umanità spugghiatu in tuttu. 

Miseru! e in quali abissu penetrasti 
Cu rospi rari Tauri di vital 
* Ahi quantu caru Tessìri cumprasti! 

Complessn miserabili di critai 
Unni regna la barbara incirtizza. 
Chi spargi di velenu ogni ferita* 

E chìstu è romu?..Ahi nenti;ahi stupidizza 
Assurbiti di mia sinu a lu nnomu, 
O canciatimi in cium! di amarizza* 

Coi è lagrimi chi bastanu pri Tomu? 



in. 

Su lu stisiu suggettu. 

Nivura malincunia, tu chi governi 
Cu lu to maotu taciturnu e cupu, 
L' immensi orruri di li spazj eterni, 

A tia '«tra li diserti urla lu lupu; 
Pri tia la notti lo jacobo mesto 
Di luttu inchi la valli, e lu sdirrupu; 

La scura negghia di cui Talma vestu 
Mi strascina pri forza, e mi carria 
A lu to tronu orribili e funesta. 

L'umbri caliginusi, amaru mia! 
Unni sedi la morti e lu spaveutu. 
Su la mia sula, e infausta cumpagnia^ 

Purtatu supra l'ali di lu ventu, 
Murmura 'mmenzu Tarvoli e li grotti 
Di TalDitti murtali lu lamentu. 

Fatta centru a li lastimi di tutti 
L' infelici alma mia china d'affannu, 
Lu tristu amaru calici s'agghiutU. 

Chist'atomi, ch'eu staju respirannu, 
Su li sospiri di tanti mischiui, 



Chi stannu a sVtxvà l'anima esalanna; 

Sti terri ch-eu scàrpisu Bularioi, 
Sdnnu (oh vicenni infaasti, o lagrimusil) 
Su di regni e citati li ruini; 

St'ervi, gtt pianti, st'arTuIi rrunduai 
Su cadaTiri J Vimini e òì brati, 
Cu terra ed acqaa 'nzemroula cunfuai. 

Cci stanoo attornu friddi e irrisoluti 
L'umbri cumpagni antichi; e li scuntenti 
Sii condannati a alari sempri muti. 

Volanu intantu Turi, li muroenti; 
E ogn*unu d'iddi porta aupra l'ali 
Stragi, ruini, guai, travagghit e stenti. 

L'origini qual'ò di tanti mali? 
Ln senso, oìmèl ^u senso ohi repugna 
Donirsi a corpi (ragiU, e rourtali. 

Cussi tiraniiu Toma yìvo incugna 
Ad un cadaveru pùtrido, ed unisci 
Carni a carni, ossa ad ossa, ed ugna ad ugna 

Si lu sensii a li Dei si riferisci, 
Quali fatalità barba ra> e ria 
A sto sfgno l'umilia, o assoggettisci? 

Piaci Torsi a li Dei la tirannia? 
O Torsi si dirrìi: chi cchtù potenti 
D'iddi lu fato, e lo destina sia? 

Forai è in pena di Tomo sconoscenti? 
Ma pirqhl nni pariictpa lu bruto, 
E ogni animali siroplici, e innoeoenti? 

Innatu a la materia, o so attrilmtu 
Porsi è lo sensuP ma pirchl guastannu 
L'ordini m idda, lu sensu è Onutu? 

Porsi esisti da se? ma unn'era qoannu 
L'ordini di lo corpo, e l'armunia 
Non era ancora jutasi furmannuf 

É Torsi parti dì feterna idia? 
Di la causa increata? e s' idda è eterna^ 
Pirchl fu in tempo V esistenza mia? 
.Lo pinseri, chi s'agita e s'interna, 
Nun discorni chi tenebri, ed orruri. 
Di cui resta abbagghiatu, e si costerna; 

Porsi st'abissu d'ombri cussi oscuri 
È r infinito limito faUii 
Sitaatu 'ntra TomUf è lu fatturi? 

Indarnu umana menti azzanna l'ali 
Dintra di sta caligini profunaa, 
Clii a penetrarla la sua forza *on v^H. 
' Chislo è lo sagro velo, ciii circonoa 
La prima essenza, centro, comu uo sasso 
Di li diversi circuii di Tuona; 

Chi presenti in ogni opra, in ogni passoi 
Penetra, avviva, ed occulta a lo senso 
La mano, lo disignu, e lu compasso. 

Oh tu, causa, principio, eternu, immenso 



ELBGIK. \\^ 

*Ntra li taali attributi \in sarra i l)^t 
E infelici nni voi sansa c«mpeii4i|^ n* 
Lu mali è gloria a ki lo eecekjii.jlri^m] 



IV. ■ :;' -■ 

■ 

Su lu sUsm iugfUu* . 

Notti, chi rendi *• Ij. terreni oggetti 
Lu vero aspetto so nlvoru, e tristOf 
Dì coi la luci nn'impidia l'effettit 

Ceca al to, nò ^aoiri globi ài vista 
In tia dispersi e 'ntra lo prlmu oenti 
Gemellu to, corno sarà di chisto. 

Sta fragili mia spogghia già cadenti 
Sotia di li corvini toi grand'ali 
Sarà tornata a soi primi dementi* 

Lu pinseri però raggia imaiortalt 
Di eterna loci spetta a Io. so toUu 
A la sfera aoprema originali. 

Intanto mentri chi pu peni, e latta 
L'ìntressi di slu massa di sostanza» 
Da la terra aburzatumi, jeu acuita. 

Quanto stu alloggio di terrana stanza, 
Qoantu caro mi costa! Oh enormi usora 
Fri una pinosa efimera tardanza! 

Appena chi nn'impresta la natura 
Lu so tirrestri fango, oh quanti mali 
Manna missaggi a rimburzarlu allural 

Cuvi, frevi, valori, ed autri tali 
Malanni, o infermità tormentatrici, 
Pri cui sto munnu è allocchi mei spitalil 
Chiddi, chi'oa anno addosso sti noimici 
Sunnu da li passioni turmintati, 
Prutti di la fangusa sua radici. 

Quasi fussiru pochi l'espressatt 
Mali chi all'oma manna la natura , 
Quant'aotri lu so funou nni i acovati! 

L'odio tinaci» la sqiiorta paora. 
Lo tradimento, ehi ^i toni forti 
A la silenziaria eoogiura; 

La vinditta, chi àv'armi di ogni sorti; 
La guerra chi di l'utili metalli 
Nni à formata la faoci di la morti: 

Porta di appresso, e 'ntra li soi intervalli 
La zarca fami./O smunta oariatia. 
E la pesti chi colpo mai non falli; 
La spogghia orfani e vidoi ippocrisia (1), 



(1) Vae vohis Seribae et PhaHsaei hyponrifae 
quia eo medetis domos viduarum, orationes lon - 
gat orantet] propter hoc amplini aceipieti$ ju- 
dwium, Ev. soc. Matt. cap. t3 vers. 13. 



116 



ELBGIB 



Chi spiMl i insanguinala e toni)>j, e olarl: | 
L'invidia Ai li eori eamalia : | 

VmMtimA idropica, aatotari 
Chi OMl pò la aua sili vljalenta 
Di appropriarsi celo» terra e mari ; 
E ravartiia magra, e macilenta, 
Chi a lihi doppili mila a lo saspettu 
Yigghia rinleri notli, ed arriventa. 

'Ntra un cori di ali roi aliti infeliQ 
Putri mai la saggiata la costumi, 
E la giusUaia aTiriccI ricettut 

Ma comu 'sti fangosi, infetti fumi 
Ponno essiri io contatta, e tormentar! 
Stu chiaru raggio di celesti lumi? 

Cca mi^ perdu! Iddu sttssa rischiarari 
T<9nn pò stu grappa oscuru, e portentosut 
Unni si tennu sti esseri a taccari ; 

Uh lu motiTu sa, pri cui sta 'nchiosu: 
E "vidi'ncatinala la sua sorti 
Danin sovraou decretu imperioso. 
. Benchl fragili siano li porti 
Chi chiudiou stu luctdu halenu, 
Nuddo pò aprirli, saWu chi la morti* 
La morti ? Ma quantu orridu è lu trenu 



Inginocchiata avanti a la gran Dio; 
Preservami, dicisti, da la trista 
Corruzione lu paisi mio: 

Jeu fui Tantica toa cara conquista, 
Chi facisti in Sicilia, e sin d*aUara 
Tua santa grazia mai persi di vista: 
Per idda abbandonai li patrj mura, 
E si tatCora mi su tantu a cori. 
Quanta petti sparteoza essirmi dura? 
Fallo, o Dio, pri Tacerbi batticori. 
Ch*iu pruvai qoanoù sola a pass'incerti 
Partivi io tutto simili a cui mori. 

Pri voschi, e pri camini aspri, e diserti 
Mi strascinava la tua grazia santa, 
E li pedi di sangu avia cuverti. 

Comu timida cerva, chi si scanta 
A un movi ri di pampina, eo trimava 
Qiiannu scutia lu venta qualchi chianta. 

Una niura spilunca, chi s'incava 
Ntra un vausu, mi accoggblu la notti oscura. 
Ciii. comu Tocchi mei, sempri grundava; 

Dda, trimannu di friddu, e di paura, 
Unia cu li jacobi li mei chianti, 
Ngramaggbianou d'intornu la natura. 



Chi Taccumpagna! Oh mìsera, ohscuntenta 1 A lu pinseri miu stavano avanti 



Umanitàl lu carceri terreno 
Ti affliggi, e lu scappami ti spaventa! 

V. 

Tributu di lodi , e di remumeniu di grazj 
a S, BusutiA virgini palermitana^ pri a- 
viri prtservaiu la Sicilia da lu flageUu^ 

* chi a devastalu VEurcpa. 

Salvi virgini santa coronata. 
Di rosi, chi produssi la Quisqoioa, 
Quanno da li ioi pedi fu tuecata. 

Stu tributu di gloria a tia disttna 
La patriota musa, chi ti ascrivi 
Prima sua, poi celesti citadina. 

É pocu .cosa a quanta idda ti divi; 
Ma di lu celu a un^anima felici 
Cosa pò dari cui cca'nterra vivi ? 

Prima Iddiu sia lodata, chi ti Rei 
Cussi adoma di grazj, e virtù rari, 
E amanti di la patria, e protettrice 

Tralascio li prodlgj singolari, 
(Cui pò cuntarii ?) chiddi da TEterna 
Chi ài saputo pri noi sempri impitrari* 

Parrò di lo prisenti aspro governo 
Chi fa di Eoropa lù flagellu riu. 
Vomitato io Parigi da rinferno» 



I Li carizj domestichi, e la caro 
I Abbandonato patri smaniantì. 

Tutta insoppata poi di chianto amara 
Cadia svinata su la dura rocca, 
Tutti dui friddi, e .immobili di paro. 

Ma appena, ehi la tua grazia mi tocca 
Torna a lusati uRlzj la vita. 
Né cchiA lu sango 'ntra li vioi arrocca. 

La luci avenno appena culurita 
La facci di li cosi, un novo orrori 
Si fa davanti all'anima smarrita: 

Vaosi sconnessi, massi informi, e duri 
Mi pennino a la testa; e sotta stanno 
Lavanchi, e precipizj traditori: 

Nescio, e di rocca in rocca rampicannu 
Ora a on fico sarvaggiu, ora a *na ciacca, 
Vajo la vita misera affidanno '• 

Lacerata da spini, e smonta e stracca 
Juncio 'mmenzo a lo munti destinatu, 
Chi mi presenta un vauso, chi si spacca : 

Sii tu pri sempri, eu dissi, veneralo 
Sagru 'ritiro, che lo santo amori 
A l'amata soa serva a designato* 

Co palpiti fratanto di terrari 
Lo s^nso mi dicia : è donca chista 
Di l'Avi tei risii lu splendori ? 

Ohi si vidissi, patri io qoali tristo 
Loca mi trovo sola, e derelitta! 



Ma... ehi dica iuf posseja tutto in Cristu. 

Da tanti dardi Tanima trafitta 
Immobili mi restu a meditart 
Quanta a la menti lu pinseri ditta. 
Mi fa la grazia tua poi triunfari 
Ganciata lu rìmbrezzu in sìcurizza» 
Mi Tajui coma serpi ad intauari. 

L^eotrata mi cuntrastanu cu asprizza 
Li pendenti ruvettf, e da li lati 
Di li stirpuni Taspra ruvidizza. 

Pura Tinti Tintoppi, ahi quanlu ingrati ! 
Jea mi senta rinata a nova vita 
'Ntra ddi sacri silenzj biati. 

E ca la roanu debuli» e imperita, 
L*essiri miu sculpisciu io un macignot 
E Toggettu pri cai sii dda rumita - 

E ad eterna memoria cunsigna 
Di li mei patrioti sempri cari 
Di santu amuri sto sotlenni pignu. 

Tu stissu poi da TAngiU guidari 
MTi fattu in munti alpestri, e pilligrinut 
Pri la patria protcggiri e guardar!. 

'Ai cunsignatu a mia lu so destina 
In premiu di la pena ch*iu pruvai 
Lasciaodula pri tia, Spusu Divino. 
Ora la viju prossima a Fi goai : 
Li seduttrici massimi infernali 
Giranu pri TEuropa comu sai; 

'A currulta sta pesti' universali 
Malta di la Sicilia vrazza drittu» 
Napuli, soru sua difisa mail. 

'Na terribili armata 'ntra lu strittu 
Di Malta, e di Sicilia, predici 
Multi sciaguri pri sta regnu afflittu. 
Di Tarmi sol spuggbiatu Tinfelici 
L'incauta soru sua rinforza, e spisa, 
E agghiunci forza a forza a li 'nnimici. 

Nun resta a la Sicilia autra difisa» 
Chi lu miu patrocinio, e sula in mia 
Tutta l'intera sua fiducia à misa. 

Mai senza grazia eu mi partì da tia: 
Cuncedi dunca chi da tanti mali 
La cara patria preservata sia : 

Sii sensi, o Vìrginedda, tali quali 
Spiegasti, non cu gesti o cu paroli 
Ha in frunti ti li lessi Iddiu iromortall. 

Eccu ddu cennu, chi reggi li poliy 
E tenì In equilibriu e sferl, e munni, 
Mustray chi quantu brami approva, e voli, 

E ti apri lì giudizj soi prorunni 
E in iddi trovi, chi a tua gloria Iddiu 
Li forti, e armati umilia, e' confunai; 
E chi la tua Sicilia scigghiu 



ELEGIE 117; 

Pri Tarca di Tallianza, a farla esenti 
Da-lu comuni aspru flagellu ria. 

Perciò cunsigna in manu lu tridenti 
Dumaturi di l'unni, e di tempesti 
Airinclita Brittagna in tali accenti : 

Pri opra tua la Sicilia illesa resti 
Da li fulmini orribili di guerra, 
All*Europa infóstissimì, e funesti. 

E si lu Francu cummatteoou atterra, ^ 
Rubba, e spogghia li regni, e abbatti tcmpj, 
E porta la miseria su la terra. 

Tu da mia Tatta contrapostu all'cmp]. 
Salva, rendi feltci, ed a lu mnnnu 
Dà in Sicilia lu grandi di Tesempi. 

Apprendanu li regni \ chi in tia samiu 
Li veri miri generosi, e santi, 
Pri coi lu socio appena ti è secunnu... 

Ma quali o Yirgincdda, a Ila davanti 
'Ntra li giudizj di TEternu appari 
Tristu flaggcUu Malta minacciami 1 

Tu, a li cui manu Iddiu depositari 
Vosi contra stu mali li saitti; 
Torna in nui sU portenti a rinovari; 

Suspenni di reterna li vinditti» 
La Sua misericordia intercedi 
A li piccati nostri, e a li delitti. 

Chi rei flagelli mai mettano pedi 
'Ntra sfisola, o tumulti o goerri, o pesti. 
Né carestia, ch'è d'iddi iniqua erèdi. 

Chi alluntani li torbidi, e molesti, 
S fazza di Tumani volontatl 
Linei tutti ad un centru pronti, e lesti. 

Centru h beni, e la felicitati 
Sianu, e requilibriu perfetta 
Di tutta quanta la societati : 

Ch'indrizzi sempri a In giusta, e a In retta 
La vulùntà di cu* cuverna, e ingegno 
Gei dassl, e cci sculpiss^ih mentì, e in ptrtta 

Lu pubblicu vantaggia di lu regnu. 



CA^TEVImI 



I. 



La eonsulazioni di li Giusti. — Diulogn 
'ntra TEspEaiENzi e la Religioni. 

Esp. D'unni veni, clii Tizio, e chi Sem pronai. 
Mula lo primn, chi joca di groppa, 
L'autro Inpn echio astutu di undemoniu, 

Vannu felici cu Io ventu in puppa, 
'Mbrugghianno li marreddi otri^ fanimula 



118' . 

K mai vonnu a la pettini stì griippa 1 
PircUl Martinu leggiu ^nà cìrimu'a» 
*Ayi li manu 'mpasta, nonostanti 
Chi da sacchi non soi spargi la simula? 

E pircbl a Cajiì scuma di farfanti, 
Lignu tortu da mittirisi a. lu focu 
Cci abbunna scmpri Tacqua pri di vanti? 

Nuddu ci dici : levati di ddocn, 
E in canciii di una Turca) chi rimpichi, 
*Avi li megghiu posti in ogni locu? 

Pirchl da tani* imbrogghi e tant'intrichi 
Nosci sempri sinsigghiu? e alFomu bonu 
Si cc*inculpanu iosinu a il maddichi ? 
Appena chi scancella manzu tonu> 
Ad iddu ad iddu grìdanu li genti. 
E cci junci lu lampa cu lutronu? 

S*ò dottu, virtuusu, o 8*è prudenti 
Va sempri a coddu sutta, ed è gran sorti 
Si nn'avi quantu tira co li denti. 

Vtjii sti cosi tutti strammi, e storti, 
Spiju, e nuddu ragiuni mi nni duna, 
Tantu ehist'ossu a rusicarlu è forti! 

Dicinu li poeti : la fortuna 
Reggi stu munnu, e chistaè ceca, e pazza, 
Vunca a "oa pazza un munnu s'abbanduoa? 

Dunca la svinturata timana razza 
É destinata pri jocu, e sgattigghiu 
Di un*orva, scatvarata magarazza? 

Dicinu alcuni: chi stu munnu p figghìu 
Di lu scunnessu Caos, e a lu patri 
Divi dari pri tantu un^assimigghiu, 

Perciò sta cbinu di assassini* e latri, 
Di liggi) chi si scornanu*ntra d*iddi, 
Di omicidj, o svintricati squatrii 

Mft viju.poi lu cursu di listiddi, 
Sempri ordinatUi e in ordini perfettu 
Li staggiuni ora caudi, ed ora friddi! 
Scntu, chi resta la rimorsu in pettu 
' Di un mali fattu! E so, chi nni adduttrina 
Uinternu sensa di lu giustu, e retta ! (1) 
Ma pirchl chiddui chi a aeguirlu inclina 
Striscia pri terra, e l'autru infesta, e scialu 
Lu pista e si diverti a panza china? 

Multi ànnu dittu : Lu principiu malu 
Perseguita li boni. £ chi nni Tazza 
Di l'autrUf s*un mi ajuta, mi lu salu ? 

Si iddu mi lassa dintra rintrillazzu 
Pirchl 'un pò, e non voli, o si rincrisci, 

(ì) Haee est enim in nobis non faeta. Mei nata 
l$x; ad quam non doeti, sed nati »umut; quam 
non didicimui, sed ex natura ipsa auj-imus, ts> 
pressinius^ Cicer. 



CAPITOLI 

É imputenti, o crudili, o pntrùnazzu. 

Dicina antri Glosofi : Surt:8ci 
Chiddu, chi avi a surtiri, e ancorché brattu 
Lu mali stissu in armunia finisci, 

Cussi un palazzu si vidi custrutta 
Di petri parti supra, o parti suttat 
E insiemi uniti poi formanu un iattu. 

Ma chista appunta è chidda, chi ributta: 
Pirchl airomini pii, saggi, e benigni 
Titcca a stari a lu vascia in fossa, o grutta» 

£ supra su li birbi, e li maligni? 
Lu viziu danca si voli in triunfa? 
Cosa nni avema a diri di sti signi? 

Scusami bona matri qaannu*eu strunfu. 
La tua buntati forsi mi pirduna 
Si non avennu mereia, jettu trunfu. 
ReL L*influssu di la prospera furtuna 
Guasta li cori si su boni, e svela 
Subitu chiddi d'induH briccuna. 

Perciò si on venta friscu uncia la vela, 
L'omu o si fa malignu o si palisa. 
Vali a diri ; o si cancia (2), o si rivela* 

Eccu la tua difficoltà decisa, 
Pri cai tu vidi in terra dominar! 
La mala genti e sempri in autu misa; 

E pri chistu eu vi esortu a nun bramari 
Summi ricchizzi, ma quantu vi basti 
Pri li discreti mezzi di campari(3}« 

Li posti cchiù eminenti, e ricchi fasti 
Metiinu l'omu supra di la liggi, 
O almenu in istatu da farci cuntrasti* 

Perciò ritorna a l'antichi vestiggi 
Di lu statu seivaegìu, e cchiù di tigri 
La propria spocj lacera, e trafiggi. 
Esp. Dunea li liggi sunnu tardi e pigri, 
AnzMnutili aSattu pri li granni, 
Ricchi, potenti, e cu vadedda nigri? 

Dunca su fatti pri li varvaianni, 
E non pri chiddi chi ànnu 11 scagghiuna? 
Eccu la gran surgenti di li danni! 
Rei. La liggi o figghia, la virtù canina, 

Ama li boni ed odia li mali... 
Esp.Voììl quant'àvi, che ou senta sta canzuna» 
Nn'àju Toricchi chini a 3igna tali, 
Chi spissa m*è sguazzatu pri la menti 
L'onou fattu da dai metà rivali; 

L*uaa chi ponza, e parrà saggiamentl 
L'autra, chi opra da furba, e da maligna» 
E mai 'nlra diddi su consenzienti. 

(2j Luxuriant animi plerumque secundis. 
(3) Nec divitasy paupsrtates ne dederis miehi 
Domine, Dav- in psal. 



CAPITOLI 



119 



Rei • E dici beni : la ragiuni iosigna 
Cbiddu chi divi farsi, ma Tu senzu 
Spissu si opponi, e nun lu disimpìgna. 

Perciò di i*omu si noi vidi meozu» 
Chi pensa, e pri la cchiù parrà da saggiu 
E l'autrii è tutto a lu niali propenzu. 
Esp, Ila pircbl Tomu perfida e malvaggiu 
(Cbist*è la spina chi Tocchi mi scippa) 
Canta vittoria supra di lu saggiu? 
Bel. Lu viziu nun lu negu» sciala e trippa 
*Ntra palazzi, e teatri, e spenni e spanni, 
E la virtù 'ntra la miseria allippa. 

L*adulaturi ò in grazia di li graoni, 
L*ambiziusu otleni posti, e onuri, 
L^usurariu arricchisci *ntra pochi anni.^ 

Spissu ancora lu latru, e tradituri 
Prospera, acquista, usurpa, encomiata 
Da birbi uguali ad ìddo, e adulaturi..« 
E^p. Ma si da un regnu ricca, e populatu 
Levi chisti, cui resta? lu mendica 
^«oggiOf pri tia, ma inutili a In statu- 
ite/. No figghia, avverti beni a quantu eu dicu, 
La miseria in riguri fu addussata 
Salo airaccidia pri decreta antica: 

Poi si vitti a la gola accumpagoata, 
A lu jocu, a lussuria, e a cbiddi tali { 
Chi annu fatta *na vita scialacquata, 

Pri cui vanou a moriri a lu spitali; 
Ma Toma diligenti, ed onuratu 
Kun sarrà riccu; ma nun tanta mali. 

DuDca turnamu alTomu scelcratu, 
(Tralascia lu so interna) ma ti accorda , 
Chi fussi allegra, saziu, e beatu, 

Si sti piaciri li pisi di lordu 
Parinu assai, ma a scegghirni lu netta 
Scnmpariscioo tutti a primu abborda. 

Pura veri, e reali ti Tammettu, 
E ti ammetti di chisti la duraU 
Sinu a la morti; ed a lu catalettu- 

Ma uD cursu diooa vitaà 'na fumata; 
La vera vita, chi *un finisci mai 
Comincia quanra chista è tirminata. 

Figurali un teatru, anni ta fai 
La figura di re pri un paru d'uri, 
Ma poi finita passi ^ntra li guai. 

Para lu paraguni a la riguri 
£ pocu assai riguardu a lu suggettu 
Chi cu Teteroità duo cc'è misuri. 

Passamu avanti : ti pari perfetta 
L'ooiversa* chi esisti? Dunca è saggia 
A Tinfinitu la so architetta. 

Dunca s^al di ragioni un sala raggia. 
A an Esseri infinitu cci poi dari 



Cumpagnu?pd un campagna poi malvaggiu? 

Si potti da la nenti Iddiu criari 
Sia macchina stupenda, d*iddu in fora 
Cui cc'ò chi la putissi guvirnsri? 

Dunca mittcmu da parti per ora, 
E pri seropri li termini di fata. 
Sorti, distinu, e di fortuna ancora (1) 

Dirmi: si l'universa è organizzala 
Mirabilmenti; però la murali 
Viju di Toma assai disordinatu. 

Cci trova tanti inganni, e tanti mali. 
Guerra surda intestina, e guerra esterna, 
Tradimenti, assassini, .odj mortali. 

Rispundu : chi lu fisicu da eterna 
Saggia menti si'regula, e diriggi, 
E I omu da se stìssu si guverna. 
Esp. Pirelli a stu armali nun ci detti Uggì? 
Pircbl la lassau scapulu? a ^:h\ servi 
Sta libertà? cchiù lu invaddnna e affliggi. 
Rei. Rispanni chi pri soi guidi, e preservi 
La aula Uggì naturali basta, . 
Quannu appuntinu la sudisfi, e osservi. 

'Avi dicchiu 'na vusciuia assai vasta, 
Jeu dicu la ragiuni, cu la quali 
A tutti quasi Tesseri suprasta. 

Columbu per esempiii, era un mortaci. 
Un simplici pilotu, e nun avia, 
Chi un ligna fatta a tutti Tautri eguali; 

'Na vusciuia a la stissa forma, e Idia, 
Com'ànnu tutti^ ma chi megghiu assai 
Usu di tutti Taatri nni facia; 

Appi timpesti, e vero, suffriu guai. 
Ma li fatighi fora curunati 
Di gloria tali» chi 'un finisci mai. 

Dimmi : cui Vtra li vasti esterminati 
Pelaghi di Toceaou lu diressi ? 
La vusciuia unni Tocchi avia fissati. 

Cassi Toma sbatlutu da Tinteressi, 
Da guai, calamità, da passioni. 
Chi ora feroci, ed ora su depressi, 

È navi in mari a la discrizioni 
Di Venti impetausi minaccianti 
La sua ruina, e la perdizioni; 

Si si metti la vusciuia davanti 
Di ragiunif e cun idda si diriggi 
A li timpesti, e guai regai custanti, 
Esp. L omu in confirma di I innata liggi 
Nni espressau nautra sua. Ma d unni veni 
Chi iddu stissu la lacera e trafiggi? 



(1) Noi te. 
Noi faeimus fortuna Deam, coeloque loeamtu. 

Jttven. Sat. X. 



120 

Pircbi sempri malizia si teni 
Lì retini a li manu, ed ìnvadduna 
Lu aaggiu, e vìrlausu omu da beni? 

RiL La iiggi.ca dissi, la virtù.eiiruna, 
Ama li boni, ed odia li mali; 
Ha cui distingui sani sti muluna? 

Di scorcia e forma sannu tutti ugnali» 
Lu sqFu tagghiu e chiddu chi decidi, 
Va chistu supra Tomu mancu vali. 

Lu eori e la cuscenza cai li vidi? 
Spicca la cera, e chista pri scaltrizza 
L^ànnu cumposta cchiu li genti inGdi. 

Pirelli lu bonu ostenta cu franchezza 
Lanterna sua riJacia,.e si trascura, 
Nò sapi a tempu tarisi munnizza. 

Aggiuncif chi abbundannu la natura 
D^erbi salvaggi, e spini, Terba booa 
Nun trova campn, e si sufTuca altura. 

Nun sofTrinu lu tastu, chi nuo 'ntona 
Cu li so cordi li maligni genti, 
£ dicinu livatilu ca stona. 

Nò permettinu mai, chi lu prudenti, 
Lu bona, e saggiu mQtta manu in pasta, 
Sarria per iddi satira evidenti. 

Lu chiara cu Toscura si cuntrasta; 
Cussi pri smascherar! un sceleratu 
Lu contrapostu di lu bona basta. 
Esp^. Chi un omu da nautr'omu sia ingannata 
È la cosa cchiù facili, e suggetti 
Su a stu guaju lu ro, lu magistrata. 

Ma chi s'inganna Iddiu, ch'avi perfetti 
'Lumi, nun è credibili; e si scopri 
Tutti sti mali, pirchi li permetti? 
J?e{. Pri dui mutivi: primu acciò si adoperi 
La fidi di lu giustu a li travagghi 
Pri essiri santi, e meritorii Topri. 

Secunnu pirchl su fumi di pagghi 
Li beni di sta munnu, e Tabbanduna 
A cui si appaga di scorci, e ritagghi: 

£ a cui si fida echiù di la fartuna^ 
Chi di li beni eterni, ed Insensata 
Tuttu a la terra fragili si duna. 

Chista pri figghi proprj l'i adottatu 
Nni fa spini, chi prospera, e nutrisci, 
SufTucannu la grana seminatu, 

Né cridirl, chi Iddiu ccanterra allisci 
Li mali senza oggetti: o cu sti menzi 
L'omu bona s*esercitdt e patisci: 

O duna tempu a ddi mali simenzi. 
Acciocchì cu lesempj, • li consigghi 
Dumisticarsi alcuna d'iddi ponzi (1). 
(1) ffe puietis gratis esse tnalos in hoc mundo. 



CAPITUtl 

Lascia infini liulabbj, e meraviggbi* 
L'omu di la natura è lu malignu 
Unn'idda impiega tutti li 'mmizzighi; 

E dici a li sol genj: a vui cunsigna 
Di la trasgressioni primitiva 
Stù leggitimu miu veraci pigna. 
Lu figghiu di la grazia in terra arriva (2)« 
Comù an estraniu fé in veru lu so regna 
Nun è di fangu, e crlta e ciaca viva] 

Perciò è guardata ca disprezzu,esdegnu. 



11. 

Avvertimenti morali e politici . 

A tempi chi la Grecia ciarla 
D'omini granni intenti a cultivar! 
Lu bon costumi, e la filosofiia, 

Un Saggio, avennu 'ntisa celebrar! 
La fama aautru saggiu, e ben sapennu. 
Chi a stu munnu cci è sempri eh'imparari, 

E multu cchiù da l'omini di sennu, 

ÌChi di la specj umana a la vantaggia; 
ji proprj lami vannu diffannennu) 

Pri truvarlu intraprenni lu viaggia; 
E arrivata, un dialagu s^intessi 
Di san'idei'ntra l'unu, e Tautru saggia. 

In chisti senzi pressa a poca espressi: 

Lu distintiva (dimmi tu. ch'ai lumi) 
D*omu saggia quarè?*..Lu bon costomi. 
'NIra li saggi lu primu quali scegghin?... 
Cui parrà beni e pocuy ed opra mcfgghiu* 

Qual'è la scola, chi forma li saggi ?•• 
Esperienza, studiu, e disaggi. 

Bastanu da se sali iiggi boni 
A regulari stati e nazioni?.. 
^ Senza costumi li Iiggi eccellenti 
Su senza mastri Tottimi strumenti* 

Ma mi sapristi tu diri cosa sia 
Chidda, chi nul chiamamu ippocrisia?.. 

É lu censu di omaggi, e di tributi. 
Chi lu viziu paga a la rirtuti. 

'Ntra r iduli, ch'in terra sunna, e fora, 
Cui ^vi cchiù cultu,e cchiù seguaci?. L'oru. 

Chista vita zocch'è?.. Jocu di scacchi, 
Finutu, r6| e pidini entranu in sacchi. 



I. -1 / ^^"' esse mcuos %n noe munao, sed ego elegi vos de tnundo, propterea odit vt 

et mhii ìfoni deillis ager% Deum, (/muti malus 1 mundus. Evaog. S, Ioana. c«p. xv. vera. xix. 



aut ideo vivit ut eorrigatur: aut ideo vivit ut 
per illum bonus exereetur, 

Div. Agast. in tract. soper psal. 

(S) Si de tnundo fuissetis, mundus quod suum 

erat diligeret; quia vero de mundo non estis, 

sed ego elegi vos de mundo, propterea odit vos 



CAPITOLI 



121 



Quale Toma a liimannu celiiù Telici?.. 
Cai si cci cridi...E cai la echiù infelici?.. 

Coi ai cci cridi.. «E cui mentri in dinaro 
Abbonda, ò poverisaimu?.. L'Avara. 

Mi aapristi tu diri cui cci sia 
Cchiù riccu in terra?.. Cui meno diala. 

È coraggio 'ntra guaì non avvilirsi?;. 
Ma è cchiù 'ntra faugi non insoperbirsi. 

Cos'è la nobiltà?.. Zeru; nna conta 
Da deci in deci a meriti s*è ìunta. 

Cos'è rOnuri?..È di virtù rimpronta» 
Ch* in mancanza di chlsta oggi si appronta. 

S^za li grazj coma cridi, e chiami 
Tu la biddizza?.. L' isca senza Tami. 

Cui da ramori grati Trotti oogghi?.. 
Cui Don gilasu ama la propria mogghi, 

E chi eridi a la eeca, o è ben fundatu 
Essiri da la atlssa riamato* 

Di «A omo corno 1* indoli s velari?.. 
Mettila io libertà di fari e sfari, 

Chi si valuta cchiù di quanto vali. 
Ch' impressioni Siraotri fa?. D'armali. 

Coi Tamicizj attacca, e fa dorari?.. 
Uugoaii indolii e modo di pensar!. 

La consegoenza di qaantV>ra dioi 
Donca qoarè?. chi noi saremu anricì. 

Dissiro, e s' abbraiEzaru tutti dal 
L'uno di Tautro sodisfatto. Intanto 
Yanno suprajunceono sempri cchiui 

L'odituri, chi aspirano a lo vanto 
Di apprenniri la bona saviizza. 
Chi in chiddi tempi era stimata, oh qoantu! 

(Tempi felici!) ognonu cu dnelzia 
Prega lu saggiu a sedirt, e parrari 
Di la scienza, chi li cori addrizza» 

Ed iddu cussi metti a perorari: 

O tu chi fati voi vita decenti, 
E li scogghi scansarl di V erruri» 
Ofiserva sti p)*ecetii esaltamenti: 

Primo adempisci co lu Crlaturi 
A tutti l'importanti toi doviri. 
Poi cfrea 'ntra lu munou a farti onori. 

Di li talenti non t'insuperbiri: 
Cedi a la verità, ne ti ostinari 
Pri amor propriu, e pri pompa di sapiri. 
' Autrichi onesti genti 'un Treqoentari, 
Con iddi accorda li toi sentimenti. 
Cerca in iddi d'apreodiri» e imparari. 

Quannu intraprendiri un affari tenti 
Chiddu, chi pò avvinirinni li schera 
A ta. tua fantasia lotto presenti* 

Cerca di diportanti in roanera 
Da essiri pri li merilt esaltato, 



Non pri maiieggi, o via poeu sincera. 

Lo to discorso sia sempri adatattato 
A chiddi co eoi parri, o teni cara 
Di nun nesciri mai di siminato. 

'Ntra li discorsi toi risplenda pura 
La verità- Sinceru alPoechi mei 
Lo facchinu da nobili figura: 

E da vili figurano, e plebei 
Li magnati si su fintiv e bogiardi: 
Fidanu sopra la bogla li rei. 

Chista li cori fa vili e codardi) 
Lu decoru di Tomini sRgora, 
£ li porta a lo fosso o presto o tardi. 

Di non smentiri ca li fatti cara 
La lingua toa: s^impegoi la parola 
Sia chista Inviolabili, e sicura. 

Prima però chi da la vucca vola 
Zoocu prometti, masticalo beni. 
Rinettilo, e profitta di sta scola. 

Un grato abbordo, e alTabili sostenl , 
Non già familiari ma decenti, 
E franco co qoalonqoi citi li veni. 

A Timpronto on decidiri mai nenli; 
Ma prima a la valanza appennl episa 
Ragioni e circostanzi esaltamenti* 

Ama ma senza iotressoi ed ogni offlsa, 
Senza ponto avviliriti perdona, 
Cossi on anima granol si palisa. 

Co chiddi chi produssi la fortona 
'A li gradi eminenti» sii sommissu 
Senza bassizza vili» ed importona. 

Tèaili in gosto a tolti | chi a lu spissu 
Qoalchi pìtrodda servi a la maramma; 
Jb* trovi in qualohi amicu antro te stisso* 

Liti nun intraprendiri, ohi mamma 
Ti attiri in casa, toa, ohi la divora; 
£ a'aotm perdi un vrazzo, lo'na gamma. 

Cura l'intressi proprj^ nò fora 
Intricarili a scoprir!, e aspiri 
L'inlerni affari di qualciraotru ancora* 

'Mpresta ma senza frutti, e (a p>aolri; 
Ma "mpresta co giudizio, e prudenza; 
Favori fannl a totto to poliri. . 

Si li obliga 00 doviri, ricopenza 
Cu bona grazia, e sempri nobilmenli: 
Cussi eoi è grato e generoso ponza. 

Bilancia entrati» e spisi esattamcnti, 
B pensa: chi lu prodlgu, e lu avaru 
L'unu mori, autru campa da pizzenti. 

Nun li muslrari aiugulari, e raro, 
Nun figurari mai né cchiù, nò menu. 
Ma chiddu chi tu sì dimustra chiaru. 

Li vani desiderj leni a freon, 

te 



122 



CAPITULI 



Sacci, chi In cehiù riccu di lu munou 
È cbiddij chi desidera lu menu. 

Gumpatisci li miseri, chi suomi 
Oppressi dadisgrazj, e cu Pamici 
Sii Teru amicu di lu cori in funnu. 

Supporta d'iddi li difeUi, e dici, 
Biiitra te^ stissu: eu puru àju li mei» 
Semu tutti macchiati di na pici. 

Si provi traversi!, disastri rei 
Nun t'avviliri, ma Tatti curaggìu. 
Né sfugari cu i'autri li nichei. 

Duvi regna discordia tu da saggiu 
Porta la paci. Mun ti vindicari, 
Chi cu li benefici di ogni oltraggiu* 

Riprendi senza a8pri2za« e si a lodar! 
Lu meritu t'invita, la tua lodi- 
Sompri luniana sia da Tadulari. 

Ascuta compiacenti, e ridi e godi 
Di lonesti motteggi, e li tol sali 
Siana dec«'nti, naturali, e sodi. 

Rigiiard*ogn'omu quasi originali 
'Ntra lu so impiegu, e pri ostentazioai 
Non criticali mai^ né diri mali. 

Sii lu modellu di li cori boni 
Gratu a li beneCzj, e li toi detti 
Paga si n*ài senza dilazioni. 

Prevcni di Tamici toi diletti - 

Li bisogni^ e sparagna a li mischiui 
La pena di scopriri li sci petti* 

Dk, ma nun dari pri secunni fini'9 
Nò pri fama di splendìdu acquistar!, 
Ne chi oltrapassi mai li toi confini. 

Ma guardati però di rinfacciari 
O In jocu, o in seriu mai li complimenti» 
O a Tamlci comuni confidarti 

Si ti scomponi *na bili nascenti 
Frènanni li traspòrti; ò 'un diri mali, 
Multu menu di cui nun è presenti. 

Campa sobriàmentl, e in modu tali 
Regula li toi entrati, chi ti avanzi 
Pri r infortuni qualchi capitali. 

t)i lu guverno, e di li soi finanzi. 
Non V impicciar i; bada a dar! assetiu 
A la tua casa, ed a li to sustanzi. 

Ossequia, loda, e tratta cu rispeitu 
Qualunqui omu, chi in arti, o 'ntra scienzi, 
O 'ntra saggizza s'è risu perfettu. 

Nun ti tenti T invidia, e si tu ponzi 
Dì superami alcunu li toi fatti 
Lu dimustrinu, e non li maldicenzi. 
Cu li servi duci/za, boni tratti. 
Confidenza non gii, sgarbi nni abbaschi^ 
Allisciati sgraofugnanu li gatti. 



LMntressu 'ntra lu jocu non t< offuschi» 
Scmpri serenu, placidu discurri. 
Né sianu V occhi a li doviri laschi. 

Pensa aggiustatu, e parrà quahnu occorri 
Lacconicu, benlgnu, e senza ingannu; 
Gradisci tuttu« e quannu poi succurri. 

Segretu granni in ogiiì pena, e aflannu 
È di lu guarda sulta tia fissar!, 
E nun in chiddi, chi sopra ti stanno* 

Li debitori non tiranuiggiari, 
Usacci boni modi. Si un segretu 
T* è confidatu nun lu riyelari. 

'Ntra lu trattari sii sempri diseretu; 
Nun ti vantari di li pregi toi, 
Li sannui nun li sanno sta^cueto» 

Scanza da lu to cori quanto poi 
Li forti ed inquieti passioni. 
Chi fanno naufragar! anchi Teroi. 

'Ntra Tandamenti toi, quantuoqui boni» 
Guardati da Testremu viziusut 
Sta *ntra lu menzu la perfezioni. 

Si acquista la virtù sulu cu Tusu, 
Perciò cn sii precelti anchi coi voli 
Pri ossiri on omo saggiu, e virtuuso. 

Chi adopri cchiù (atti, chi pareli. 

ni. 

Liitira a lu re«. sac. D. FRAMascu Paulc 
Nasce* profeiswri di eloquenza foltna, ed 
italiana nella A- Unigenita di Palermu. 

Nasce to chi lu megghio ti attapanci 
Hi li classici greci, chi ti appappi, 
E chiddo, chi 'on ti piaci ti lo caocl: 

Chi si erodilo, co li colti, e cappi, 
E di saggizza.poi nni divi aviri 
Provisioni sino *otra li *nnappi; 

Fammi 'na grazia: mi sapristi diri 
(Sipporo in terra esisti realmenti) 
Cos' é, ed onni si posa lo piaciri? 

Giacchi vijo, chi corrono li genti 
In cerca lotti d'iddo: però lotti 
Lo cercano pri 8trati]diffirenti: 

Coi hi cerca in burdeddi, ed io ridotti» 
Consoma la saloli, e lo contanti, 
E si nni torna poi co^ranchi^rutti.* 

Cui curri a la sua amata spasimanti» 
E coi sta appittimatu Tori interi 
Como fossi na tO!t:ia dda davanti. 

Coi 'ntra li corti fabbrica chimeri, 
Sempri tinenoo io pizzo a lo vento 
Pri osscrvari si spira^como ajeri. 



Cui presnmenna di In to lalentii 
Tenia dì sciiminìggliiftri a la naiora 
QuantMdda ammuccia alPocchiu chiarii, e 

(attenta. 

Autni di la so secala non cura 
Torna sempri nnarreri, e si contenta 
Di vecchia storia, e antichitati oseara. 

Cui lu cerca in an putru, e 'na jiimenta; 
Cui'ntra ricca carrozza in nova idea, 
Chi pabuhi a Finvidia presenta. 

Alcuni *ntra 'na buttigghiaria 
^i vini prelibali oltramontani, 
Chi apportano la g'eia, Tallegria: 

Li miri di sti tali non su vani. 
La 'nzerlanu da on latii; ma è 'na pena 
Ca nun|CÌ lassa rintciletti sani. 

Aotru In cerca 'ntra campagna amona, 
Autrn pri unico so piaciri adoita ' 
La caccia dovi curri a tutta lena, 

E lassa in letto friddu la picciotta, 
Como fa ri leva ri a mecenati, 
*Na lira multa cchià sonora e dotta. 

Coi hi cerca 'nlra snmroi smisurati, 
E si soca la sarda acciò sparagni, 
E fa sborzì ad usuri sccleraù: 

Orgi, ligumi, frumenti, castagni 
Sarva. ed aspetta fami, e csristii. 
Pera lu munnu, purché idda guadagni. 

Autru sprezza tìmpestì, e traversii; 
*Ntra un lignu, olii hi sbatti comu bozza, 
Ya viaggiannu pri Tnodusi vii. 

Naotro veru manciuni sbarra-tozza 
Lu cerca ^ntra li pranzi cchù squisiti, 
E quantavi davanti si scaddozza. 

Autru resisti a ia (ami, a la siti, 
E da Tocchi lu sonno si distogghi 
Pri calculari distanzi iiifìniti, 

Oa scioggliiri un problema,e si hi sciogghi 
Tripudia, e jetta in aota la birritta, 
Friiltn, chi da li soi sudori cogghi. 

Cui jucannu bestemia ia sua sditta, 
E nonostanti sécula a'jucari, 
•Ddu gustu è in iddu castigo, e vindUta. 

Ma chistn è poco; chiddo chi a mia pari 
*Ntra Tomu un paradossa senza ugnali, 
E eh (Sto chi ora vegnu a dumaiidari : 

Tirchi Tizio, Sempronio, ed autri tali 
'Ntra un medesimo oggetto a on lempastisso 
L^uou cci vidi beni, e Tautru mali? 

Uo campa di battagghia ad occhio fisso 
Guardano dui: chi orruri! Tunu sclama; 
L'autru: oh bellu spittarolo ch*è chissu! 

L'oratori additaono a qualchi dama 



CAPITDLI . . 123 

L'algebrista, chi calcoh' distenni, 
Dici*, scienza mula! e cc*è cui Taroa! 

Chistu da lu so latu poi riprenni 
L'oratori pirchl prodigo, e sbriccu - 
Cchiù di quanta pussedi sfraga, e spenni. 

L'antiquariu si cridi a funno ricco 
Pri vasi etnischi, e pri baiati, ch'knna 
Qualchi asterisco chi fa appena spicco; 

E sdilltggia Taslronami, chi vanno 
Miliiina di migghia sempri arrasso. 
E di sto munnu pocu, o nenti sannu. 

Lu prodigu, chi campa di jocu, e spassa, 
Si mar scontra un avaru priji strati 
Cci pari di vidiri a satanasso- 

Chistu a rincontro, dintra d^idJu pati 
Vidennu chi qiialch'unu spenni on grano 
Pri qualchi vasu d'acqua 'ntra Testati. 

Insumma è Tomu un essiri assai strano 
Curri, si affanna, acchiappa lu piaciri, 
Né, cehtù lu vidi quannu Tàvi in manu* 

È chistu forsi Amurl, chi scoprir! 
Psichi tetitannu a lumi di lucerna 
Si hi vitti di un subito spiriri? 

*Nzumma cos'è sta trizziata eterna? 



IV. 



A li signuri aecademici di lu Bon^Gustu. 

*IVli è vinutu hi misso ad avvisari, 
Ch'in lodi di lu re nostro patruni 
Duviasi in oggi un accademia fari. 

^Nenti cchiù giustu, e nenti cchù comoni» 
Chi ludari un re booo, ma sto tema, 
È trattatu da tutti li persuni. 

^ Lo vecchio stissu a cut la vuci trema} 
Lì picciotti, e vestasi di la posta 
Parranu di lu re cu gioia estrema. 

*Dunca, signuri mei, quannu nni costa» 
Ch*è accademia ogni strata, ogni caffè, 
Pirchl si teni un accademia apposta? 

*Mi dirriti: eleganza dda 'on ccino*è, 
Parranu senza metro, e li concetti 
So vecchi quanto Tarca di Noè. 

*E veru, ma crid'iu, chi su ccblù accetti 
L'espressioni nati di lu cori 
Simplici, naturali, puri, e schetti. 

^Riplichiriti: ma lu versu 'un mori, 
Resta a luttari cu l'eternitatt, 
Como in un munti hittanu li tori. 

"SulPali di lu verso in ogni etati 
Viilirà in auto, chiaro ed iininortali 
Lu nomìi eccelsu di sua maestati. 



124 

"Dicìti bonu, ipa sU sorti d*alì 
Pri vutari tanrautu oun TàoDu 
Li spereia-gai) ma Tacquìli riali. 

^Nun cridlU. ch'eu atassi disprizzanou 
Lii Yostru summu merita) e valuri, 
Sulamenti di mia staju parraimu; 

*Chi Vttlenou aspira ri a tafit*oDuri 
Toccai la lira, ma a dda sonu villi 
Hettirisi io bruddu ninTi cu pasturi, 

*£ st ari attenti cu rorìcchi dritti 
Li Satiri, o cu uo jiditu a la vucoa 
Facianu sìgnu di atartsi zitti. 

*Poi mi apparsi Minerva cu la oucca, 
£ mi dissi: elii fai, babbu chi pensi? 
Nun su temi pri tia, taci ed accucoa. 

'^Nuo ai ponou otteniri sti dispensi: 
Pindaru* Omeru, Oraziu, Maruni 
Custaru a la natura sforzi immensi. 

*Poi spossata rumpiu supra un pitruni 
La furmay e tutti Tautri ordigni aoi; 
E tu cu stu scurdatu calasciuoi, 

Tu preteoni cantari re, ed eroit 



V. 
In lodi di MoBFEU. 

Beato cui di Morfeu è in grazia, e godi 
Di stu Diu li deiizj e li favuri. 
Chi secreto dispensa in varj modi. 

Lu sonnu è pr'iddu un'estasi in cui Turi 
Passa tranquillo, ed anchi si pò diri: 
Una manna, chi à tutti II sapurl- 

Passa da li piaciri a li piaciri 
Sempri gustasi* e sempri variati* 
Lu ehi vigghiannu raru si pò aviri. 

È lu veru pàlazzu di li fati; 
Li cchiù strani prodigj ntra la menti 
Li vìditi durroennu, e li toccati. 

Yulati supra Tali di li venti, 
Scurrlti mari, girati paisi. 
Ed è lu bellu, chi *un spinniti nenti* 

Li poeti truvaru in iddi estisi 
L'orti Esperidi, e Flsuli 'ncantati. 
Li ciumi di Acheronti, e Campi Elisi. 

Sbaviti guai su tutti cancellati, 
E a lu momentu chi lu sonnu veni 
A nova vita siti già rinati : 

Un teatru di varj e vaghi sceni 
S'offri a la menti, ed idda nn'è contenta, 
Pirchl a la varieti si adatta beni. 

Ora la donna mascula divento, 
La vecchia torna giuvina* e a la brutta. 



CAPITCU 

'Na bella facci un speecbio oei presenta: 

Cui boo carallu ai trova di autta, / 
Cui trisca 'n*alle{jra compagnia» 
Cui la terra ntra on sbraccu scurri tutta. 

Ògn'unu vidi dda zoecu deaia: 
L'ambiziosu posti* onori, e gali, 
L'avaro li dinari chi palia. 

Lallegru sonna balli, jochl e sciali* 
E lu gulutu gusta di Lncullo 
Li ìavuii ^squisiti, e sensuali: 

Di lo facianu* sturiuni, e pullu 
Si delizia, si spassa, e si compiaci* 
Chi metti robba assai *o|ra lu baullo. 

'A lu vantaggio r chi la naasia taci. 
Né si risbigghia cu iodigestu, e mali. 
Ma sanu asciuttu cu fami viraci. 

Lo cacciatori ammazza gran cignali* 
Fa fora tiro colpi sorprendenti 
Senza manco allordarisi li stivali. 

Lo *nnamuratu mio fa cchiù lamenti, 
E mentri strinci, e basa li chiomazza. 
Amuri lu cumpensa di li stenti. 

La sua diletta in Iddi A 'ntra li vrazza* 
In iddi ai delizia* e in iddi trova 
A li timpesti soi calma a bonazza. 

L'amorosi diletti* ch'iddu prova. 
Non lassanu rimorso riuJiimani* 
(Salvo lu casn) 'nzamai (chi Tapprova]* 

Su li deiizj sempri interi, o sani, 
Pirelli la menti in sonnu 'un è svagata . 
Da i'opra di li sensi incerti, e vani. 

Cui consola l'afDitta, e desolata 
Inooccenza *ntra carceri, e oatini 
Pri sbista, o prepotenza connannatat 

Tu Morfeu* senza chiavi, ne vìrrini* 
Penitri li ferrati, e chiusi porti, 
E curri ad abbrazzari sti meschini; 

Li rallegri* e diverti* e li conforti 
Co li bizzarri imagini ridenti* 
Chi supra lali di farfalla porti- 

Tu li vinditti fai severamenti 
Centra li scelerati, o li tiranni* 
Ch'Annu oppresso li giosti. e TinnoccentU 

Oh ai chisti vidlssiro I aOannl 
Di l'oppressori soii Li larvi orrennl 
Chi 'ntra la menti, o Morfeu, tacci manoi. 

To di la sorti ringiostizj ehieoni* 
E chiddi, chi su miseri vigghiannu, 
Filici in addurmiscirsi li rennl. 

Cu sCecquiiibriu tu vai rcgolaooo 
L'umanità, chi a tia vinni affidata 
Pri risarcirla d'ogni angustia, e danno. 
Kun a osumma la genti afortutiata 



CAPlTuLt 
Nodd^autra oechia di gtassu^ntra sto munnu 
Chi lu sonnii, ed oh russi di durata) 

Dirri qualch'unu di intelletlu tunnu: 
Vani fantasmi su Tidel suonati. 
Ne cc*è nentì di sodu 'ntra hi fonnu. 

Jeu ccì dumannirria: Chi cci truvati 
Di sodu 'ntra li cosi dì la rifa, 
In cui tanti fatichi cc'ifnpiegati? 

La festa, li piaciri, l'esquisita 
Cena, chi gudistivu èri sira, 
Oggi unni sunnu? Qgni cosa è svanita. 

Chi yì restau, diciti? Li sospira 
Pri qualchi malatia, pri qualchi detta, 
l'idea sula, chi in menti si aggira. 

Lu stissu h lu sonnu; vi diletta 
Mentri chi dora, e quann'è terminata 
Svaoiscit e reata V idia aula, e schetta. 

Cussi paragunannu lo passatu 
Tempu, e ogni cosa in vita ditta, o fatta, 
Cu li sonnora è tuttu equilìbratu, 

Zeru via zem zeru, e pari patta. 



125 



VII. 



VL 



lìitrattu di un cerlu fUosofuni di la- pasta 

antiea. 

*Uo certu gentilomu, a coi si vidi 
Ln nasu cavalcatu di un occhiali, 
Chi sola si lo leva quannu ridi. 

*Chi va pri strata cu *na flemma tali. 
Como si appontu sutta li soi passi 
Cci fossiru ova, o vitra^ o cosi uguali. 

^Chi ora cu lu quatranti, e li cumpassi 
Cootempla l'astri, ed ora cu li figgbi 
Metti a jocari pri nascati o zassi. 

*Cht trova boni tutti li cunsigghì. 
Chi accorda totlu, e pri 'un s'incuitari 
L^asinu attacca a**tutti li cavigghi* 

*Chi sulu cridi sèriusi affari 
Brighi di compagnii» bigghiardi, e eeni, 
Unn'arma fogia, e teni fucolari. 

*Cbi tira augurj, e fabbrica cfaimeri 
Supra li chiaravalli, o supra un cani, 
Chi piscia ammuru cu Tanca *nnarreri. 

*Cbi 8*agghiutti li vommara pri pani. 
Ma pircbl ivi lu stomacu indigestu. 
Poi li vomoiieai altura sani sani , 

^Comìcu è ogni attu, comicu ogni gestu, 
Comicamenti è patri, ed è marita. 
Ed io comica fa tuttu lu restii. 



In lodi di lu Pdrci. — Ricitatu in una ci- 
calata Vannu USO. 



Si eoa cc'è alcuno di Porci 'nnimica; 
O si nni vaj.i, o s*attuppi Toricchi; 
Chi quannu parru qualchi cosa dicu. 

Su poeticchin, è veru, annetta oriccLì; 
Ma in tempu di diltuvin ognuna nata; 
Ed eu natu cu Tautri beddi-sp echi. 

Voggiiiu fari a li donni cosa grata 
Cu lodari iu Pnrci; e veramenti 
É cosa digna dVsstri hidata. 

Un certu moralista assai saccenti 
Sosteni: ch'è piccatu riservatu 
L'ammazzarli; e lu prova cu argumenti; 
Chi siccomu commetti un gran piccatu 
Cui ammazza un figghiu, pirclil spargi iu idda 
Lu so sangu, cu cui Tlih giniratu. 

Cussi tra nn piirci, e un propriu picciriddu 
La dillìrenza è 'ntra lu picca, e nentii 
Pirchi su sangu propriu, e chistu. e chiddu. 

E nautru auturiy medicu eccellenti, 
Sosteni: chi lu purci, quannu suea, 
Ccì apporta di li milli giuvamenti. 

Cc'è nautru insettu, dittu sancisuca. 
Chi giuva, ma mi pari suvirchiusu, 
Pirchi sucanou li vifii v^ asciuca; 

Ma lu purci è discretu, e 'un è nojusa, 
Suca lu sangu impuru, e non fa mali; 
E mancu 'ntra la peddi fa pìrtusu. 
Comu si fussi un cucina carnali» 
Cunvirsannu cu tutti in coufìdenza* 
Vi sapi a diri cu* avi lu vracali. 

Alcuni ^nnu lu ciurì, e quinta essenza 
Di lu sangu cchiù nobili, e gentili* 
E su digni d'attizza, e d'eminenza. 

Generaimeoti su tantu civili. 
Chi si dici, sagnannu a li bambini; 
É un muzzicuoi di purci suttìli. 

Li purci poi su astrcilogi, e indovini; 
Si scattanu a lu foco è signu bonu; 
Si no, cci sarrà piaggi, o aotri mini. 

Lu purci abballa sulu, e senza sonq, 
Specialmenti quannu è 'ntra lu lettu, 
Fa belli cnprinli, e cadi a tomi. 

E min.sàrria ochiiS megghiu di russettu 
Lu farisi di porci mozzicari 
Li donni, ch'anno pallido i'aspettu? 

Ccliiù megghiu culuritu si pò dari 
Di chiddu, chi cu tanta rurtisia 
Soli iu purci a la peddi lasaari? 



126 

ÌAiìMu echio, ca si ri la simpatia 
^Ntra donna, e |Hirci; li fcxleddi, e vesti 
Nni dunanu 'na prova a cu' si sia; 

Nni fa niaceddu, è veni, cci la 'mmesli 
Doppu ciré sodisfatta, poi Tocidi, 
Pn a^pagari U vogghi sot Turesti; 

Ma chistu nun fa casn; gik si vidi. 
Chi anchi i'om'u avi in idda sotti uguali) 
Si Africa chìanci, rA»ta non ndi, 

Sif'chè pri privìleg^iu speciali 
Lu l'urei avi la possit addrìltura, 
'Nira fiiodesMni, fodeddi* e fodali. 

Qualchi amanti, chi leggi sta scrittura, 
Scummettu chi disia *Dtra sii momenti 
Di trasmutari in purci la ftgura* 

Si cci purria passari; finalmenti 
Li purci cumu gii s* è diniustrata 
SA nostri consanguinei parenll. 

E poi« si proibiti a- un 'nnamurata 
Di li casteddi in aria lu piaciri» 
Lu regnu dì 1* amuri è ruinatu. 

Sicutannu ora a scurrirl, e f idiri 
/Nzoccu cc*è 'ntra Tarciva di Parnassu, 
S inlornn a purci chi si pò cchiù diri 

Un granni auturi, chi eu lu cumpassu 
Misurava li cosi sottil menti, 
Liltiratu chi fici gran fracassu, 

Prova, e assicura: chi Virgifiu menti, 
Qnantu iddu dici: chi Fttori ad Enia (l) 
Lu liberau da lu gran focu ardenti; 

Ma voli, chi *ntra mentri Troja ardia, 
*Mputiri di lu grecu arrabbiatu; 
Lu su figghiu di Veneri durmia; 

E un purci so parenti, chi addivatu 
S*era cu lu so sangu geperu:;u, 
Cu un grossu muzzicuni V k sbigghiaiu; 

Iddu si leva tuttu frittalusu, 
E videpnu chi dda cc'eranu sb rizzi. 
Si carrica a so patri, e scinni jusu: 
Quannv passaru poi sti scuntintizzi 
Chi liberu sì vitti a parti boni, 
Juntu a Teccessu di li soi gfannizzi, 

Biguardannu la sua obbligazioni, 
Chi duveva a lu purci, fici fari 
Una statua dVgual proporzionit 

E chista poi la fici situari 
^Ntra la chiazza cchiù granni cu st^i scrittu. 
Hancj vult Eneaii solum adorari. 

Mentri ognunu era deditu, ed additta 
A guardar! sta statua, taolu brava, 
Viiini lu ventu e la purtau in Egitto* 

(i) taerd. Uh. II, paf . f70. 



CAPITOLI 

L'egVziann, chi alhira adorava 
L'agghi cu li cipuddi, quannu vitti 
Pri P aria chìsla statua chi volava, 

Subilu curai, e l'adurau; ca critti 
D'aviriccilla lo celu mannalo 
Pri consolu, e sullevn di T afflitti. 

Cossi pri tanti secuU aduratu 
Fu lu gran Purci, e ai tenia felici, 
Dìi d'un purci era a'iura muzzicatu. 

Aviti 'ntisu, carissimi amici. 
Di lu Purci, taiit'utìH a li genti 
Lu saggio Eggittu chi stima nnt ficiT 

Virgogna di lu seculu presenti, 
(-hi non sapennu li soi qualitati, 
Lu Iratia e stima pri cosa di nenti. 
^ Purci. vui chi a sto loco vi,trovati, 
Ctimpatili^ ca chisti su li scorci, 
Aulri lodi, ed encomj miniati. 

Jeu prega a Giovi cu cannili, e torci, 
Chi li tazza cchiù vili di li sorci, 
O chi li moli a totti ia Unti Porci. 

A chiddi chi disprezzanu li Purci. 



VUI. 

In lodi di la Mosca. — Rìcitatu nellu Yen. 
Monasteru di S. Martinu V annu 1768 
in occasioni di una cicalata rappriiintata 
$upra lu stisìu sugellu da lu P. />. Jachi- 
N o M 071 ROJ 1 pot abati mentii$imu di T^r- 
dini Cassinisi» 

Paobhhi. 

Cchiù chi penzo, e rifletto*ntrame stissn 
Cchiù mi confirma, chi tf encomj, e lodi 
Nun ce è suggettu cchiù digna di chissà; 

Infatti omini granni, omini sodi, 
A cui nun manchirevana talenti, 
[Me lingua da spiegarisi, nò modi. 

Puro chisti di tanti bravi genti 
Co qualrhi spiciedda si nni sbrigano, 
E di li moschi dicinu portenti. 

Ultra di li ragioni, chi s'alligami 
In favori a li moschi, esempio tali, 
È. 00 junciri airanciovi ed ogghto e rigano. 

Cchiù: chi lo munnn a chidkli genti mali, 
Chi nun sannu sojfriri musca a^nasti, 
L*àvi pri spezza-coddi, e pri brutali* 

Tanto dunqui nni resta persuaso 
Di rosscquio per idda, e lu rispetto. 
Chi III stisso cacciarla è an grand*accasu. 

E qoanno on babbo, oo stólita perfetto 



CAPITDU 



127 



Guarda, ed ammocct muschi inponementi, 
L'ignoranza cei scusa hi difettu; 

Puru e fattu hidibriu di li gonli; 
Chi un tacitu cunsensu universali 
Da li fatti palisa la sua menti. 

Cui duoqul aspira a farisi murlali 
CchiA di Cesari Agustu in Campìdogghiu, 
Mustri cca tu so.funnu e capitali. 

Mentri eu. prima di nesciri hi sfofsghin, 
«^piitu, pigghiii tabacca, e mi cci 'ncarcu, 
Signuri mei, attenti cca vi vogghin, 

Chi iu sugettu e granni, e di rimarcu. 

PARTI PRIMA, 

• Cui nnn évi la. vista affiittu lasca; 
Coniisci, e vidi da sei migghia arrassn, 
Ch'avi tri parti d'omu io se la mosca. 

Vegna Archimedi, e cu Iu so cumpassu, 
Ch m terra epilogau tutti li sferì, 
Fàzzanni una, o sia menza cci la passu. 

Pazza Iu ficateddui Iu giseri, 
L'ovannonitetì* la matruzza; e fazza 
Vudeddi, arterj, e vini tutti interi* 

Viditi ora la genti quantu è pazza; 
Vammira un roggiu, pirchlè machinusu , 
E la musca la pìgghia, e la scafatzai 

Timu, chi mi dirriti, ch'è un abuso i 
Preggiarni di li doni dì natura, 
LI quali venou tutti di dda susu; 
, Ma lassaonu Taspettu. e la struttura , 
É saggia* e. pia, ouo so'u al'*occhi mei. 
Ma al mondo cieeo^ che virtù non cura. 

Cu' a li spitali 'ntra chianti, e nichel 
Va a visiUri Kfflitti 'nchiagati, 
Ancorchì vili, poveri, e plebèi T 

O moralisti, o ascetici, accustatlj 
O gran mastri di spiriiu viditi 
Di la Musca la summa caritati I 

Yasa li chiaghi, comu vui liggiti 
Di II santi di gran perfezioni. 
Chi di giuvari all'autri avìanu siti; 

Li fa pri carità stoperi boni* 
Plrchì pri genio so sarria guluta, 
E ama li pranzi di distinzioni. 

Anzi d'un fino gnstu è provlduta^ 
Chi a Iu meli cci duna In primatu, 
E resta in iddu morta, e sipilluta. 

Jeu cci su in verità troppu obbligatOf 
Pri tantu *un mi Tabbrazzu, e *un mi la vasn 
Pri nun mustrari ca sugnu affittato. 

£ quantn è sobria poi ? Cu* un sulu vasu, 
Chi sarrk menu assai d'un jiditali> 



Si nnlnchi pri la vucca, e pri Iu nasu 

Dipoi pri discritizza 'un cc*è legnali, 
Vi ònura spissu a vèntri a manciari; 
Ma la pitanza resta tali quali. 

Poi su discreti ancora a lo trattari ; 
Si una mosca v^ìncontra e pri accidenti 
Vi posa 'ntesta, *un si senti pusari. 

Quunnu si fossi un frati, od un parenti, 
Chi vi solassi 'intesta, o vi la sfunna, 
vi la 6tur<li 'nira un tempo di nenti. 

So verità si o no? Su di la nonna 
Li fauli, chi contava a cofotaru ? 
Cu* avi chi riplicari, mi risponna f 

Nun dico Io talento quanto è raro. 
Chi s'idda avissi cchiù provisioni 
Deccetray valiria quantn un nutaro. 

La Tarantula, chi è cognizioni, 
E sa pi, quantu è ricca dda midudda 
Di lielli littri, e derudizioni. 

S^affanna, saflatiga. si smidodda 
Pri tessiriv ptt strétrì. e filari 
Tili, curtini, e pavigghioni a fudda. 

Tutto chlstu pirchi ? S'àvI a pigghiari 
'Na Musca, e poi suearci dda dottrina, 
Misa *ntra li midoddi a tri stilar!. 

Infatti noi videmo, cu chi fìna 
Politica si reggi, e si coverna 
La volanti repobblica moschina. 

In idda cc^è pri prima liggi interna. 
Chi « otfinta 9uint tomunia » né cc*è ranga 
'Ntra la Musca di curti, e di taverna. 

Tutti vantanu aviri un stisso sangu, 
E cui è nata in palazzn, sì cunfessa 
Simili all'autra nata 'ntra Iu fango. 

Ogn'internu duviri, o l^ggi espressa 
Si fa non pri timuri, ma pirchi 
« Un^alma grande è teatro a se etessa ». 

Platuni, ultra lo so numero it\% 
Chi sempri a tutti Tautri preferiu, 
Di li Muschi nni senti anchi accussl; 

Dda repobblica bella, chi lincio. 
Fu un simbolo scurciatu tali quali 
Di chista di li Muschi, chi cant'io. 

Anzi in chista è la vera originali 
Età di Toni, unni ogni jorno è festa* 
Ogni jorno è coccagna, ^ carnovali. 

L*omUr Tarmali, l'aria, la foresta 
Servi a li Muschi* e 'nzumma 'nzoccu esisti* 
Voli nun voli, li cibi cci appresta. 

Li furmiculi vaoou listi listi, 
Travagghia l'omu* Papa, e 'nzpcco cc>. 
La Musca mancia, e si vidi li visti. 

Lu cocu- si apparicchla un fricasè» 



128 

Prima chi Hi UsUsbi Io patroni. 
Ogni Mu^ca si no*iffichi a tinghitè 

£ d| poi lutti mancianu io comaoi; 
Ne di primi oecupantis cc'è la liggi, 
Com'è. *iitra cani* e gatti, e "ntra pirauni. 

O Musclii, 'un sili Muschi, ma prodiggi; 
Rispeltu a 'na repubblica accusai 
Saggia, li nostri *un su chi regni Stiggi. 

iVintressu 'un ci nn*è idìa» senza un tari 
In vui si mancia* si vivi* e si dormi; 
In noi aachi si paga un no, ed un si. 

lo vui si campa uguali, ed uoiformit 
E tutti siti un corpu io armunia; 
Ma 'nlra di noi, nun cci nn'ò dui cunformi. 

Io vui d'ambizioni 'un cci nnè idia^ 
Né cci sonno imposturi, e bricconati; 
Ma in nui, eo scugnu a Tiziu, eTiziu a mia. 

In vui cc'ò chìdda vera povirtati 
Di spirita, e 'un ai pensa a l'indumani; 
Nui da J'invernu pinsamu a Pestati. 

E cci su abati, priori, e decani. 
Chi sàryana li duci eternamenti 
'Nchiusi, e stipati 'ntra ii marzapani. 

La soperbia in vui nun regna nentì; 
Ma in nui (nun vi dicu autru) 'nlra li sali 
Su airarvalu appizzati li parenti; 

E cc*è qualcuou, chi mancu avi sali. 
Ma pirchì lu so Tritavuappi un aeeccu» 
Leva pri iosigna spiruni, e stivali. 

H un cc'è Pinvidia io vui chi fa lu lecco, 
Criticannu ogni cosa; e io nui cc'è geoti. 
Chi a li prodigi stissi metti peccu. 

In voi si mancia, e vivi allegramenli; 
A nui 'nzoccu manciamu nni fa pesti, 
Ch'avemu tanti 'mbrogghi 'otra la menti, 

*Ntra vtii stissi' nun cc'è cui vi molesti, 
NuD cci su latri, né manca briccooi; 
Ma io nui cui la pò 'mmestiri la 'mmestl. 

In yui..,ma chi cumparu ? oru, ecarvuni? 
Oimè I 'otra chi sfuon^tu mai trasivi 1 
Mettu in confruotu lì' achiavi, e patruni ? 

Mi staju omu, pirchl accussl naacjvi; 
Del restu fuasi Mu8ca...0hl alto un poco, 
Chi cc'è 'na 'mbrogghia* e nun la riflittivi, 

E cbista appuntu è chidda di lu cocu, 
Quali prl sparagnar! passulina, 
Li immisca cu li cibi* e metti a foco» 

Faceoduli io auffritlu, o a jilatioa* 

PARn SBGDirHA. 

Cca 'nforzano U dogghì, eccelsa Mnaa-, 
Vedimi a diri ta la nobiltati 



CAPITUU 

Di la Musea gfeinUli e luminosa. 

Li codici ocniù antichi, e ochiù scordati. 
Chi nuD li sapi ieggiriomu natu, 
Eccettu li poeti llluminatif 

'Nlra li cosi cchiù dìgnilinna nutatu(i} 
Chi la munno in origini quann'era 
Né tanta vecchia, né tanta afrottatu, 

D'omini prodacia *oa razza intera, 
Chi pri statara, coraggio, ed ingegno, 
iaava sopra tutti la bannera; 

Chisti di caminari avevano a adegna 
Terra terra, e a dai pedi, comi Poca, 
Di volari si misiru io impegno; 

Si fannu Pali, e pigghlaoo la vocai 
Prima di chiuppu in chiuppu.e qualch'ardita 
Di munti in monti, gii abolazza, e joca: 

Qaalch*autru finalmenti incoraggitu 
Si iassau jiri alPiaoli remoti. 
E fu PAdamo Antillicu, o Taita; 

Aotri sino a lu carro di Booti 
Joncéru; ma ristarà ammaluccoti, 
Pirchl ancora circavanu li roti. 

Ohi 01 fussira aempri divirtuft 
"Nlra sti cosi inooccenti, e natoralif 
Senza, abusari mai di la virlutil ^ 

Ma troppu inanperbotiai di Palii 
Multi picciotti arditi, oacapiatrati 
Vulara in oelu, uonl li Dei immortali 

Junceru stracchi, sfatti, edaflamati, 
Perciò dettiru sacco a li bottigghi 
Di nettari, ed ambrosia 'mpapanati. 

A Pasaaltu improviau, a Ubiablgglil 



(ì) Qoi il noatro Aolora alloda, nratate aleone 
poche circostaDre, alla favola degli Androgini si 
celebri nel dialogo di Platone, intitolato, il Bat^ 
ehBtto, favola, che questo filosofo meife in bocca 
di Aristofane. Gli liei , dice egli , nella prima 
creaiione delie cose Ibrmarono l'aomo di una fi- 
gora rotonda con doa corpi, e due faccie, quat- 
tro piedi e dne «essi t arriochironle inoltre di 
ana fona straordinaria. Gii uomini aoperbi 4i 
si gran for«a, ne abusarono ingrati , e risolvet- 
lero di mQover guerra agli Dei medesimi. Sene 
s iegnò ii padre degli Dei. e pensò distmggerli» 
come una volta distrotto avea i Giganti , rei di 
aver tentato di salire al cielo-, ma poi sol riOas- 
|o che così verrebbe a distiufcgera il genere u- 
mano, si contentò in castigo del loro attentato dt 
dividerli in due uguali, giudicando cosi di mino- 
rare negli uomini la forza insieme, e ]*ardire. Or- 
dinò nel tempo stesso Giove ad Apollo di ag- 
giosure qne* doe mcizi corpi , e di stender m i 
due mezzi petti la pelle neseasarla a coprir la 
carne, che venne ad apparir nuda dietro alla fud- 
I detta separazione. Quanto sono tra loro aiBoi i al- 
> Slami da' filosofi , e i sogni del poeU I 



Si sparsi tucì eb^erann Titani, 
Yiniiti a rinoyari li scampigghi; 

Perciò cu tuoi inusitati , e strani. 
La turba di li Dei» currcnnu a Giovi, 
Dieta : fitemu d'agghi, comu cani. 

Iddu da lu so postu nun si smorii 
E iualzannn lu fulmini, sdignatu 
Dissi : riouvirò lanticbi provi. 

Poi riflettennu seriu, e pusatu, 
Stimau beni appurari da se stissn 
Lu chi, lu comu, e quantu era passatu. 

Li vitti, e conusciu : chi ardiri è chissu?. 
Gei dissi, fraschittuni impertinenti? 
Quantu va, quantu vai ca vi subissu? 

Riguardannusi poi, ch'era clementi > 
Si cuntintau* riducirJi in muddichi, 
'Ncancia di anuichilajrK tolalmenti. 

Li metamorfosi a ddi tempi antichi, 
Eranu in moda, comu a tempi nostri 
Sunnn in moda li cabali, e T intrichi. 

Ch'opranu purn canciamenti, e mostri 
Nellu regnu politicu, ed ancora 
Nelln regnu morali di li chiostri. 

Giovi dunqui in gridari: fora, foraj . 
Sta sola vuci tantu li culpiu. 
Chi persiru a l' istanti la parola. 

Lo corpo s'aggrioiau) s impicciuliu» 
Si ridussi ad^uo esimu (oh stupenni 
Prodigi !}^DÒ però ddoco finiu. 

Gei spirìsci lu coddu, e si cci renni 
Lo ventri aneddi aneddi, e la sua schina 
Di virdi, e d*oru macolatu spleoui; 

Benchl lu tottu pri coluri inclina 
Terso lu^foacu; e cci arristaru Tali, 
Però di spogghia dilicata e fina : 

Di modu, chi lu volo non privali, 
Pri jiri troppo in auto, a distorbari 
Li sommi Dei celesti ed immortali. 

*Aoou per occhi (cosa singolari !) 
Sopra tri roilia, e tanti finistreddi, 
Chi a gran stento si ponno nomerari : 

L^occhi a la facci sempri stanno beddi; 
Rischiarano anchi Tarma, chi a li casi 
Gc'è tanto lomi, qoanto cc'ò porteddi : 

Ora tanti, e tant'occhi su la basi 
Di Teccellenti sol cognizioni, 
Pirchlonoc'è idìa, chi da li sensi 'un trasi, 

E quantu cchiù li sensi sunnu boni, 
E cchiù multiplicatif ed abbundanii, 
Tantu cchiù cc*ò d^ idei provisioni : 

Ma la duttrioa, lo sapiri, e tanti 
Antri doti d^ ingegno, e di saggizza 
Frottauo ia vita gaai» travagghi, e acanti; 



iAPlTuLT 1 29 

Pirchl r invidia T ignoranza attizza; 
Li gnuranti su forti, pirchl assai; 
E di li saggi nni fannu sosizza; 

Perciò la Musca nun riposa mai; 
'Avi nnimici ociusdi, omini, insetti : 
Né tant*occhi la scanzanu di guai. 

Si si ripara sutta di li tetti. 
Trova insidj tramati; e si va fora 
D'autri 'nnimici rei prova TeiTetti; 
'Pispisi, pettirussi, turdi, e ancora 
Li stissi rusignola, ed autri tanti. 
Chi a dirli tutti 'un finirla per ora; 

Cci tiranu a la peddi tutti quanti 
Cui pri forza la veni ad assaltari, 
E cui r insidia cautu, e farfanti. 

Ne cci giuva lu jirisi a canzari 
Dintra li gran palazzi, e li muschei, 
Chi a nomu so Maumettu vosi alzari. 

La scannanu anchi in facci di li Dei, 
Diocleziano stissu, omu di boria, 
Militau contra d* idda, e alzau trofei. 

Pri immurtalari cchiù la sua memoria, 
L'arcu avia dbru, e un tantu impcraturi 
Jeva superbo poi di tanta gloria. 

E qoali insetto meritau st'onuri, 
D*essiri d*un gran Cesari rivali? 
Ma 'un so s'intornu a littiri, o a valuri; 

Probabili chi thistu aveva a mali 
Lu sentiri, pri quantu mi lusìngu. 
Ch'era cchiù dotta d'iddu, e avia cchiù sali. 

Ch*'un sapri libru, ne alleggi un ringu, 
Chi la musca ansiusa di sapiri. 
Non veni e scurri cu passu ramingu, 

Lo leggi, e lo rileggi co piaciri; 
Poi gridanno a i'oricchi, s'avviticchia, 
E 'uzocco a letto veni a riferiri. 

Ch'è graziusa, ch'è sapuriticchia, 
Quannu veni la notti dda moschitta, 
Sunannu un vijulinu 'ntra l'oricchia ! 

Ch*ò belJu, quann'essenno po' a Taddritta 
Si nni veni, sunannu la vijola. 
Un muscagghiunl, comò 'na aaitta! 

Chi prego chi vi fa! E gira, e vola. 
Lesta, sbrigato, e co dda contintizza 
D'un picciottu, chi nesci di la scola! 

Infatti metti in briu, riscalda, e attizza 
Li vacchi, li viteddi, e li *jinizzi, 
Quannu con' iddi dimura 'na stizza. 

Non occurri, ch'alcuno vi V immizzi. 
Si sa, chi 'ntra Giononi, ed Io gik vacca (1), 



(i) È nota la favola della Ninfa Io, amata da 
Giove è cambiata in Vacca. 

17 



130 

'Na Musca ricomposi ddi friddizzit 

Chi nientri chista a curriri sì stracca^ 
Vidcnnula naischina riscaldar!, 
Giovi d' interra in aria la sbracca : 

La fici a lu Zodiacu traspurtari; 
Ed è troppo probabili) chi dd^ 
Anchi la Musca s'appi a carriari. 

La Musca duna ancora agilitli 
A li bestj restivi o ch'^nnu addossa ' 
Lu mali graoni di Pantichità : 

Li gattìgghia) e li punci sinu alfossa; 
O si cci metti sulta di la cuda, 
Pirchl cci pari un locu cchiìi riddossu* 

Punci ànchi a nui, ma sulu a parti nuda; 
£ cKista è scola d*onest^, e crianza, 
Chi dici amniuccia ammuccia carni cruda. 

Chi amuri, chi à pri nui I chi vigilanza ! 
Viva, indefessa, in ogni locu, ed ura. 
Chi fidi I chi amicizia ! chi custanza ! 

O Muschi, senza vui sarria natura 
Zoppa, difiltusissima? e mancantii 
^è ottimu sarria stu munnu ailura. 

Quannu v'aju schirati pri davanti. 
Mi parili giannizzari accaippati 
Apposta, pri criarimì regnanti. 

Ciovi vi paghirà la caritati 
Di qtiant'amuri, e quanta afiezionij 
Cu lu vostru bon cori mi pur tati. 

In signu di la mia obbligazioni, 
Di chist*erjcomiu scritta in vostru onari 
Vi noi farroggiu 'na donazioni. 

Mò vogghiu mi siati debituri; 
E forsi mi viniti a visitari 
Pri chistu picciulissimu favurt. 

Unni vi pregu a nun v' incommodari; 
Stali cu libertà; eu su a Tantica, 
Cirimonj cu mia *un aviti a fari : 

Si ^un mi Griditi) chiaccu, che v' impica. 



IX. 

Ad un Cavaleri, 

Stu vostru fari di la notti jornu, 
E. di Ju jorou poi farinni notti, 
Su cavaleri nun mi piaci an corna. 
, Siti un omu di gastu, e 'atra li dotti 
È spatatu la vostru varvarottu, 
Pri stari a foca viva in frizzi, e botti. 

Ma dipoi v'aonigati dintra an g;ottu; 
Chi uneonu tanti pregi a stu sistema* 
Faciti ori li gatti an panicottu. 

Scumuiettu, chi quana'era coma crema 



CAPITOLI 

La vostra curpicciolu, fu animata 
Da qualcht Ciurravia cu la taddema- 

É veru, chi in Sicilia s'è datu 
Un Cola-pisci; ma 'un cc'esempiu poi 
Di un Cola-caccu, o un Cola-gnacabbatu. 

Sta primu esempiu, chi 'ntra Tanni sol 
Fici lu mannUf siti vui^ chi ancora 
Sariti originali, unica eroi» 

Siti lu stili chr a nui spanta fora 
Da Tassi di la terra» pri mustrari 
Lu jornu di Tantipodi, e Taurora: 

Cu Turi, in cui si vannu a visitari 
L'omini di dda sutta, e vannu a cena» 
vannu *otra li strati a pdssiari. 

E certu, chi starrissivu cu pena 
'Ntra la stanza» unni stannu li *Biati, 
Chi mi figuru lucida» e serena. 

Diu vulennuvi fari cosi grati 
Giacchi Tarma lu jorno nu lu gusta, 
O vi la jetta *ntra Toscur itati, 

O puru cU'è la megghiu vi raggiusta. 

I. 

Lu Tbmpiu di la Fortuna. 



Era la notti e luceva la lana^ 
Quanna 'ntisi 'na vuoi a la strasatta; 
Guarda, chiddu ò tu tempiu di Fortuna; 

Vidi ddi genti misi a la rigatta. 
Chi Vanna pri an eamina disastrusa* 
Unni appena cci rampica 'na gatta ? 

Su chiddii chi cu cori geoerasa 
Cridiou a forza di fatiga, e sientu, 
Cu la merita ao fari pirtusa. 

Ma è difllcìii tanta stu cimenta. 
Chi cui cci prova, cci applzza lu strazzu; 
zappa alTacqua« e simina a la ventu. 

Ora un Legali cci pigghia un stramazzo, 
Ora cadi un Filosofu e sturdisci; 
Ora on Poeta si sdilòca un vrazzo. 

Non ostanti la chiorma seropri crlsci : 
E per una chi cadi, nautri centu 
Vanna sciamanna pri li mura liscf. 

Ma tutti indarnu perdinu lu atentu» 
Chi cc*è un muro di bruozu accussl forti, 
Chi 'un sapri, chi pri via d^incantamento ; 

Ed è: si un Becca co li corna torli 
Truzza uo pilastru, o ao'Aaioil quacla. 
Cala lu ponti, e s'aprioa li porti; 

Nescinu ad ioconirarh pri la via 



Quatlra DonzelK ca If yrazza aperti, 
Facemincei grao festa, ed allìgria : 

La prima è Donna Cabala, e cuverti 
Teni salta li manu li ghiummina, 
Chi intriccia cu lì soi jidita esperii* 

L'aatra si chiama Frodi, ò *na damina 
Saggia^ modesta , e latta rispittusa» 
Ma joca sutta manu 'oa Tirrina. 

La terza è la crudili o sanguinusa 
Ippocrisia, chi dici avimmarìi ' 
Cu coddu torta, e cu cera picchiasa* 

La quarta è tutta modi,, e 'mmittarli 
Medamusclla TAdalazioni, 
Chi mula sempri divisi, e lirrii. 

Porta cun idda ^na provisioni 
Di viltali spurcizj; e quannu occurri 
Li simina, e raccogghi cosi boni: 

*Menza di chisti arrivanu a 'na turri; 
Sonami un corna, ed eccu loggiu, espicciu 
Un fraschittuni a tdttu cialu curri. 

Chistu veni chramatu la Capriccia> 
Nun avi menti, né liggi, nò fidi, 
Ma è spusu di la sorti stu schlmiccfn. 

In chi l'ai pri la testa, in chi lu vidi 
Sbutalu pri la cuda, in chi si allagna, 
In chi t'ammutta, in chi ti abbrazza) o ridi. 

Nun avi drittu, è comu la lasagna. 
£ cci aviti a concediri pri forza. 
Chi Tacqaa asciuca, o chi lu siili vagna. 

Mmatula Euclidi a pravari si sforza 
Chi tutti Tanguli livi aviri uguali 
Ogni Iriangulu a dui retti aflorza. 

*Ntra sii paisi la ragiuni 'un vdli, 
E sapra tutlu è centra bbannu granai 
'Na mudichedda minima di sali. 

Pirchl si sii squadati, chi a sii banni 
Spissu cci porta la necessitali 
Genti di garbu finti varvajanni. 

Si nni vinianu un tempu mascherati 
Di Cabala, di Frodi, e Ippocrisia, 
Pr'esslri ammisi 'ntra li dignitati. 

Ora Tocchi sh aperti, e un si trizzla, 
Ma si cci fa un sterliniu rigurasu 
A cui s'accogghi *ntra la frusteria. 

Pirchl sannu chi Poma generusu 
Nun reggi a lungu'ntra ravvilimcntu, 
Comu lu Sceccu che pacinziusu; 

Perciò misi in gurgiolu, ed a cimenta 
Su consignati a lu Capriccìu; ed iddu 
Nu li fa stari mancu un'ara abbentu. 

Cci sauta a la grappa» comu un griddu; 
pi poi cci metti an gran sirviziali 
D'acqua anni vaia, jlssu, o foca (ridda* 



8ATiai 13^ 

E pH próvari^si sii veri armali» 
Cci carrica la varda sinu in lesta, 
E poi li caccia a corpa di vracali. 

Finalmeuti cu pompa manifesta 
Cci appeoninu a D. Cicciu 'ntra la gala, 
Jennuli conoucenna in gioja e festa. 

Chistu e lu tempu, io cui Torà si cala, 
Cussi 'ntra stu paisi si fa prova 
Di un vera becca, e di uofigghiu di mula. 

Doppu chi ànnu safferto e taccia e chiova 
E caacì, e sputazzati e timpuluni, 
Trasinu poi *ntra *na superba arcora. 

Riluci tutta d'insigni, e bastoni, 
Di loghi, e mitri, o laurei dutturali, 
D'oru, di gemmi» e dinaru abalunì. 

Si cci meltinu dda dui para d'ali; 
Purlentu chi lu fa la sala Sorti 
Di sollevarì sta razza d'armali. 

Cc'ò abbriviatu supra di li porti 
A littri d'oru an gran'S... ed un T... 
Chi vennu interpetrati di sta sorti: 

Sceccu in volgari si dici Stè-Stè, 
Terminu, chi dinota nobiltà, 
Veni da lu Spagnolu Ombres oste* 

In efTcltu cui metti un pedi ccà, 
Fossi povcru vili, e miserabili, 
Riccu di bottu, e nobili si fa. 

Anzi (olì purtentii! ed ho cosa ammirabili) 
Subitu, chi cca trasi un ciucciu, o un becca 
Diventa Sapienti, e rispettabili; 

Nun cc*è omu dottu, a cui nun metta peccu, 
Ma supra tutlu pri li soi disigni 
Mitati è pappagaddu, e mità Sceccu. 

La Sorti intanto' affirrata a li grigni 
Di sii bestj chi su lu so consolu, 
'Ntra un lettu d*ingiustizj, e cosi indigni, 

Cu li Scocchi si sta ulra lu liozoki. 



II. 

La Moda — Gazzetta 

9 

É capitatu supra Munlicacciu 
Un grossu Nnvuluni fattu a navi, 
Ch'è carricu pri fina a lu *cacacciu. 

Si partiu da la Luna, *un so quanfavi, 
E radennu li spazj immaginar], 
Di tanti mircanzj si fici gravi. 

Lu noliggiaru multi partitarj; 
La Vanitati^ la Moda^ lu LussUy 
E li Fumi di testa sempri varj. 

'A scarricatu in primis cert*influssi 
Di ddu signu celesti uniiu a Crapi, 



132 



SATIRI 



Ch'ò avanti di lu rammula, e lu bussa. 

Chìalii sì sparsi) cooiu un sciamu d* api» 
Di testa in testa, e agn'unu no*è cantenti, 
£ si mi loda pri diversi capi: 

Priniu pirchì coi libera la menti 
Da ddi piuri vapori, ch*esatarit 
Soli la vnr^a tisica, e scuntentl: 

Secunnu pirchì è bonu a trasmutari 
Lu tediu di una vita sobria, e uguali, 
In novi sceni tutti varj, e rari : 

Terzu, chi di li sfrazzi, e di li gali, 
Bcnchl non fatti priddu, non ostanti 
Per incidenza sempri si nni vali: 

Quartu, ca min si vidi cchiù davanti 
Dda lagnosia, dda grunnav chi locidi, 
Ma oggetti allegri,, puliti, e galanti: 

QuintUt chi da la casa Aua già ridi 
Lu scaluni, e la porta, ed ànnu focu 
Ddi cosi stissi, ch'iddu nun si cridi: 

Sestu, chi s'acitumincia appoco appocu 
A comparari cu li casi granni, 
Ch*ànnu.8irventi, acqua curreoti, è coca. 

Ultra sta mircanzia, chi già si spanni, 
Comu s'è diltu, pri li testi testi, 
La varca scarricau varj mutanni* 

Sunnu tanti Capricci fatti a 'mmesti, 
Cu cui la voliintati strampallata 
Si cancia e muta, si nni spoggbia, e vesti, 

La moda voli chi la matinata 
Si nni mutassi almenu almenu dm, 
Quattru la sira, ed ottu la nuttala. 

Pri sta ragiuni nun si trova cchiui 
Né custanza, nà menu 'na scard idda 
D'onuri, o bona fidi 'ntra di nui. 

Purtau puru la varca 'na Taidda 
Di lu focu di Veneri* ed Amuri, 
Chi ammucciata truvau dintra 'na stidda. 

Chista conteni li varj culuri, 
Cu cui la Moda a un cori ìnnamuratu 
Ci fa spiegar! in cifri lu so arduri : 

Lu primu è di Suspiru sujjicaiu; 
Lu secunnu è culuri di un Salutu^ 
Lu terzu ùìPussessu euntrastatu; 

Lu quarto di disiu non esauduiu^ 
Quinto ò culuri di un Appuntamentu; 
Lu sestu di Pinseri prevenuiw^ 

Lu settimu è cancianti^ corno -vento, 
Spiega lu Cochettisimu^ ed esprimi 
L*ottavu Giluiia; nonu Lameniu; 

Decimu è duo fliguri chi v opprimi 
Poi Tautru ó a conza di Castedd'in «na, 
L*uUimu curri a tinta di Gastimi, 

Purtau poi certa Pulviri Lunaria^ 



Chi opra, chi la sUasiMina persona 
Ora è a favuri, ed orav'è contraria* 

Di lo concavo ancora di la luna 
Vinniro pri mudetii a li capiddi 
NuvuH fatti a turri, e a bastiona (!]• 

Poi di Taotri modelli picciriddi 
Coi fa trizzoddi mali-assuttilatit 
Cui d'intilaci fa gaggi di griddi, 

Vali a diri ddi scuQ sbacantati, 
Chi cuntenou li càmmari, e li arcovi 
Cu medianti di ferri filati. 

Puru purtau da lo pianeta Giovi 
Multi concetti vaghi, e imbrillantati. 
Chi passano pri sausi d'anciovi ; « 

S'usano chisti boni assassunati 
Co Tequivoci, e co Tallegorii 
Di sochi di sostaoia cammarati. 

Qoalch'unu poi li frii e li rifrii, 
E sarvàti pri pinnoU "ntra un coppo, 
Lobricari vi fa li primi vii. 

Cc'è coi Iosa discreto in qoalch^iotoppo; 
Autru però cu grassu di majali 
Li duna a li turduni pri sciroppo; 

Coi si uni servi a modo di lo sali, 
Pri cunsarì li cibi dissapiti, 
O pri arraspari un poco li minnali; 

Cui rinfila pri arrostirli a li spiti, 
E 'otra lo spirtusarli poi si puoci, 
jponct ad autru, e vanno sciarri, e Hti- 

Cui fioalmenti li spremi, e li muncl; 
E oni cava un'estratto accossl attivo, 
Chi vi desicca Tossa, e li piddonci; 

Quàlchi Poeta li cerni *ntra un crivo; 
E formannunni pulviri di botto. 
Fa *na sparata a sei versi di sivo. 

Purtau li varca ancora un certu lotto 
Di Veneri; e jucanno si cci appizza' 
Chìddu ch'aviti, e lu crudu, e lu colto; 

Qoali siano li premj vi Timmizza 
San Vartulu, chi tutti registrati 
Li teni ad unu ad uno co esattizza* 

Portao Tatomi ancora inargintati 
Da Mercorio, pianeta assai benigno. 
Lo primo, chi governa in chista etati; 

Ogn ono ridolatra a tali signo. 
Chi dintra Tossa sol cci dà ricetto, 
E denti, e ganghi cci consagra in pignu. 

Da Satorno purtao Talito infetto, 
Non erodo crodu, comu a lo Tamigi» 

(f) Scherza 11 poeta solle volaoiinose petlioa- 
lare, che osavano k donne oelT^DDo, io cui scrìt- 
je qatrta satira. 



SATIRI 



Ma di la^moda canoiata lo sorbeKu: 

Ed iDfatti nun sulu non affliggi, 
M% è un capu di commerciu^ ch'evi in vista 
Lu 'sciogghirvi di Tobblighi, e li Ijggi. 

Ca sta sorbettu la genti è proviate 
Di malatj fantaatici, e vapori, 
Pri sr&iri ogni cosa, chi l'attrista. 

Gc'ò la Surdla pri on barra debitari; 
Lasciata corta pri non aalniari; 
Li aveninieotl pri fari Tamori; 

Pri finciri* e a ìu vivo accreditarì 
Sti malatj chimerici conveni 
Tutti li atravaganzi assicutari; 

Kapprìaintannu apisau alcarii acenli 
O almeno pantomimi, vali a diri ; 
Riipittiarisi anelli, chi atà beni; 

Trimari don cunìgghio, anzi aveniri ; 
Sfiiiri li coma di li babbalucif - 
Ma di Tautri mustrarinni piaciri. 

'Nzomma 'ntra asu sorbetto ai ridaci 
Lo gran segreto, chMn tatti li parti 
Lo aolo vostro eommodo prodoci. 

La varca poi da lo pianeta Marti 
Portao la goerra di spati, e bastonii 
Però dipinti dintra di h carti : 

S^accampano Teroi *ntra un cammaroni 
Poi eontra di on Annibali si scagghia; 

n Fabio cantatori,, e on Scipiani : 

Lo primo co 'na flemma« chi ai tagghia. 
Cerca seropri vantaggi, e lo secoono 
Azzarda coraggioso la battagghia. 

(2) AlPaotru lato di la sala io ftinno 
Roggero attacca, onito a Bradamanti» 
Gradasso, e Mandrieardo foribunno; 

(3) Cchiùarrasso on Turno, armata di con- 

(tanti. 
Centra un Enla ramingo, ecco s'afferra 
A colpo a colpo intrepidoi e costanti; 

Ogn*ono accorta costodisci, e serra 
Dintra di li sol proprj accampamenti 
Lo dinaro, chi è nervo di la goerra. 

Lo resto di II sqoadri onitamenti (4) 
Ordinato in batlagghia, dk l'assalto 
A la casteddo echio forti, e potenti. 



(1) Allude a qoel giuoco di carte detto la ea 
labritella o altro giooco, solilo farsi in tre. 

(2) Allude al giuoco aolito-farsi in quattro, co- 
me treuette, o altro. 

(3) Giuoco solito farsi in due; come primiera , 
o altra sorte di giuoco consimile. 

(4) Si allude al giuoco detto basHUa, o altro 
Sinùle. 



133 



IS 



E dda ai vidi cadiri da Talio 
Un soldato senz*arma, e l'aotro resta 
Cu Tocchi bianchi, e lustri) corno smalto; 

Naotru di stizza, e colora s'impesta; 
E naotro co la sorti 'otra lu pognu 
Va a tuccari lu celo co la testa: 

M maggior parti rosica on cotognOf 
Pirchì si senti sopra Tanca dritta 
Di lo contraria so lu resto, e TogQu« 

Partao pura la varca sopraditta 
Li scorci di li vasi scientifici, 
Quali Amori arrascao co 'oa aaitta. 

L^avìa avolo Minerva da on Orifici, 
Pri consirvarci li dottrini; e Amori 
Murritiannu svirgugnao T artifici. 

Rascao la scorcia, e sciolta in un licori» 
Nn'onta li soi saitti. e poi Tabbla 
Pri mettiri li fimmini a mmori; 

Chi Tarcano fermenta e cercarla 
Dintra lu saogii, e fa dai varj effetti 
Svigghia la menti, e metti cardacia. 

Ed ecco già li vidovr, e li sclietli, 
Li maritati, e tatti quanto sonnof 
In otroque si trovano perfetti : 

A on iato anno Tamanli, o niuro, o biimmi, 
Seconno ò lo capriccio; e alTaotro lalu 
La sfera, Io quatranti* e mappamoono; 

E fanno esperienzj a bon mircato 
Di cilindri, ed ellissi, pri coi tatto 
L'ono e Tautra emisfero è studiato* 

Di Taotri merci non ai nni fa motto; 
Si cridi, chi non Tàja scarricato 
Pri la mancanza di lo salvo condutlo. 

L'oltima, chi cc*è in voga è an attistata 
In coi *ntra Amori, e donni si coovjffini 
Di dari signu ch'knnu cacciato : 

Si fanno li compagni frischi, e linnl : 
E doppo aviri spinnata Toceddt, 
Portano in testa pri trofei li pioni. 

Presto» signori, ca la mercia speddi: 
Non dimurati; itioci di trotto; 
Graditinni Tavviso, Donni beddi. 

Palermu quattro aprili sittantotto. 

III. 

La Lbtteratcra— O sia eUratln d^unfro- 
geliu letterariUf economicu, filosofcu, p«- 
Ulicu, galantù 

Un certo Aotori di lì cchìik accimafi. 
Di chiddi chi v^aggiostano lu monna 
Co dai scacchi di oartat e dai pinnatlt 



5^ 



134 

'A di8ti8u un progetta assai prorunnu 
Tuccanti a cosi <Ji letteratura, 
E II li varj scuncerli chi cci sunou* 

Riguarda sta provincia pYi natura 
Assai fertilii e bella; ma dà pturo 
Pri mancanza di liggi, e di cultura. 

Parrà di lu commerciu in primu locU; 
E nni fa qualtru rami principali; 
Commerciu d'urta, inacqua, terra e foeu. 

Commerciu diaria è chiddut chi cu Tali 
Si fa di li plnseh : ma richiedi 
Di bona fantasia lu capitali. 

L'imaginarj spazj su la sedi^ 
D^unni vennu li generi diversi, 
Chi caminanu tutti senza pedi. 

Alcuni su sistemi, alcuni versi; 
Li secunni ànnu oggettu; ma li primi 
Li cridi, e cu ragiuni, spisi persi. 

Cci truvatt a lu spissu *ntra li rimi 
A lu fiinnu dun saccu di minsogni 
Qualchi sintcnza, o verità sublimi. 

E vi paga, o vi servi a li bisogni; 
Ma li sistemi s& vacantarii, 
E sturdinu la testai comu brogni. 

Perciò Tauturi voli, chi cci sii 
^Na dugana chi mai cci dassi spacciu, 
Si nò cu bullu di corbellarii. 

Lu commerciu di terra è Taiitru bracciu. 
Chi compietti la fisica, la storia, 
td antri, chi ripetirlì è d* impacciu; 

Ma quaicunu cacciannusi a memoria 
Li cozza di li libra, s'è guncialu 
Bestialissimamenti pri la boria. 
' L*aaturi a chistu lu voli s^Misatu 
Cu ehidda, dì cui dfcinu, ch*avia 
Ogni membru pusticciu, e 'mpicciealu; 

E chi quaonu la sira a lettu jia, 
Neirattu di tiraricci la vestì, 
E Punu e Tautru vrazzn cci cadìa. 

A lu tirari li quaselti, lesti 
Yinianu anchi li gammi, e 'un avia soi. 
Si nò H sull parti disonesti. 

Di lu commerciu dac^«a parrà poi; 
E inteoni chiddu, chi passa un saccenti 
Cu li magnati, ministri, ed eroi. 

Oceanu supra cui li gran talenti, 
Pri farisi furtuna *ntra stu munnu, 
Si solino 'mbarcari allogramenti. 

Ma *ntra stu mari gran scogghi cci sunnu, 
Nun lu nega, ch'è riccu ed abbondanti, 
Ma in chi è in banazza, e in chi vi porta a 

(funnu. 



SATIRI 

Purtari in snmmà nun già II -gravoèiV 
Ma Filtri li cchiù anòiati, e cchiù vacaoti. 

Perciò Tauturi nnn ammetti scusi) 
Ne voli, chi si accordi passaporto 
Pr' imbarcar! li saggi, e virtuusi. 

Obbliga ogn*una d* iddi a stari io porlui 
Piscannu di luntanu *otra stu mari 
(^1 'na ciinedda ionga, e un amo lortu; 

E si nenti cu st*amu pò piscari, 
Si cuntintassi cogghìri 'ntra un scogghiu 
G'ranct, pateddi, rizzi, ed ogghiammari; 

Pirchì 'un cunveni alPaora di lu sfogghiu 
Avviliri la merci cchiù onorata, 
Pri avrri a diri mi pentu, e mi dogghiu* 

Vi assumi poi pri cosa dimostrata» 
Chi, in ragiuni reciproca a li lumi 
Di li Magnati, ogni arti è premiata: 

Da ciò nni cava, ch'unni lu costumi^ 
E li scienzi nun ànnu riguardi. 
Ogni mngnafu feti di biccumi. 

Poi pausa a lu cummerciu, chi tanfardif 
È chiddu di lu sessu; a primu abbordu 
Autru nun custa, chi paroli e sguardi. 

L'auturi nni cunveni, ed è d*accordu, 
Chi da principiu svigghia T intellettu, 
Ma poi finisci cu putta di lordo. 

Anz' idflu pirchl è chimicu perfettu, 
Ultra Tespirienzi, e li ragiuni, 
Cu provi lu dimustra chiaru, e netto : 

Dici : chi anchi una donna di cartuni 
Unita all'omo, è comu si junciti 
SaH d'assinziu, ed agru di limuni. 

Di oca ni cava poi provi infiniti : 
Primu, chi sia la donna pri natura 
LVmporiu di tutti li murrlti; 

Secunnu t ehi sia un mestruo, na mistora 
Bona a rootari on corpo, chi cc^ iozita, 
In sostanzi di nova spuntatura. 

Passa a parrari poi di la munita. 
Chi curri pri li genti letterati, 
E nni dona un' idia multu compita; 

Currino certa specj di docati, 
Vali a diri li prosit, e li viva. 
Ma senz' autru ogghiu a lu scuro arristati. 

Curri ancora là satira, chi arriva 
A tagghiari nun sulu la casacca. 
Ma a trapanari 'ntra la carni viva. 

L'Anturi centra chista nun si stracca; 
Né voli chi la critica sia un mali, 
Ma no, chi ogn unu pozza diri: cacca l 

Voli, chi cui nun à lu capitaU 
Di dari primu un'opra megghio a luci. 



Si sa di cchiù, chi sempri l'acqua è amanti I Nun pò diri di l'aulri; chista "un vali. 



Poi lì viva, li prosit e li vuci, 
Ch'è munita di coria di stivali, 
lo oru, e pensioni lì riduci. 

Del restu cui lu voli tali quali, 
Yaja a la stamparla di lu Bon-seosu, 
Chi dda cci Iruvtrà rorigiaali 

Cchiì^ diffusu, e spiegata per eslensu, 

IV. 
ta ViLLifiGiATURA.— Dia/0911 tra D. Fìlà- 

DBLFIVf e D. PiBiCBiTTU. 
i 

D. FU. Letti! trispita 1 tavulil chiumazza! 
fiamul baulli! casci ! buffittuiii ! 
Canapè ! sgrigni 1 seggi 1 matarazza ! 
Vurzi I scupetti ! seddi 1 sosizzuni 1 
Scatuli ! sacchi 1 e trusci mazza mazza 
Misi a munseddu supra un carruzzuni ! 
Chi cc'ò fìgghioli cu tanta primura ? 

jD. Pir, 'Ncampagna, allegrila la villiggiatura. 

D. FU E tanti cani misi a la catina ? 

D, Pir. Cbisli servinu dda pri Cacciari. 

D» FU, £ ddu cappeddu sgherru di curina? 

D. Pir, Servi pri la sìgnura *un s'appigghiari. 

D, FU. E dd' abiteddu fattu a tudischina ? 

D. Pir, Chiatu cci servi dda pri cavalcari. 

I>. FU. ItfetastasiU) e sai Jibra chi tu tocchi? 

D. Pir. Li leggi iu sirventi *ntra li rocchi. 

3 

D. Pir, Cc'è Voltier! cc'è Russò!. la signurina 
Li capisci stì libra ch'aju ditlu ? 

D. JPir. Oh ! Ultra, cb'è^na vera francisina, 
Li spiega lu sirventi *ntra un vuschittu. 

D. FU. E dinrmiamicu, 'ntraddàcascittina 
Chi cc'è ? 

D. Pir. Cc'è la Toletta, e un manuscrittu, 
Ch*ò 'na raccolta d^rj, e canzunetti. 
Unni sQlfiaou li picciotii acfaetti. 

k 

D. Pir, Medamuaella chisil poi li canta 
'Ntra un sedili di vusciu, o di murtidda, 
Cu un traversu obbligatU) chi v'incanta , 
E fa tutti Tappoggi a dda vuciJda; 
L*arta ai ferma, e quasi chi si seanta 
A moviri 'na fogghia, 'na ciroiddà; 
*Nfini li manu poi sbattinu tutti) 
E Tecu anchi rispunni da li grutti, 

5 
D. FiL Dimmi: e la sira corno la passati ? 



SATIRI 135 

Parti fislini, parti serenati, 
Bassotta, cenif e ricriazioni. 

D. FU, E 'ntornu a spisi coma v'aggiustati? 

D. Pir. Cu* e carvunaru, e 'un avi eccezioni 
Spenni è veru; .ma poj cui metti a vista 
Un bonu quairu, è f'raucu 'utra ia lista. 

6 

0. FU. Ma dimmi , amicu miu , meggh'ii 

(un sa r ria 
Chi pinsassi a la dota? Accussl pari, 
Scusa la servitù, ch*àju cu tia, 
Si mi pigghiu sti gatti a pittinari. 

D. Pir. Mi fai ridiri !.. E zittu vaja via, 
Ca di sti cosi nun uni sai parrari;' 
Lu canta è la gran doti di me figghia: 
Dda si mustrsi e eu* è omu ai la pigghia. 

7 

D. tu. Ma dimmi nautra cosa... 

B' Pir, Oh no, ch'è troppo; 

Aju statu auverchiu, e sugnu *mpizzu, 
'Nzedda un cavaddu, chi va di galoppu» 
Franeischinu; e va metticci raddrizzi,^ 
Avanti, chi mi veni nautru tnlopiHj) 
Amicu a la partenza già m'indrizzu; 
Chiamamanni li cani : tè Scursuni, 
Tè Vespa, tè Melampu, tè Barani. 



V. 

Lu Cafeaus* 

Quattro, in sei migghia fora di lo muimu 
Cc*è un Cafeans, duvi a spasso vanno 
Multi Genj, ch'incogniti a nui sonno: 

fi dda, comò io un palco, si nnl stanoOi 
La cumedia gudennusi d'arrassu: 
Ed oh 1 belli risati, chi si fanno I 

Ridino a costi nostri, e stanno in spasso» 
Multo cchiù, chi nun è la sna durata 
Suggetta di lu tempu a lo cumpassu- 

Li seculi sii pr'lddi 'na liccata. 
O coma stizzi d'mga 'ntra* li carti. 
Chi spartinu lu tempu a la sunata. 

Chisti dunqui nni osservano in disparti» 
E pincino a lo vìvo 'ntra quatruui 
L'indoli dogni secuio chi parti, 

E sti gran qoatri poi dintra on saloni 
Si appennino pri eterni monumenti 
Io curti di lo gran Demitìrguni (i). 

(1) Non occorre qui riferire ciò., che scrisse 
Platone circa la formaxione del l'Ciii verso. È nulo 



B. Pir. Si paaaa attorno io canvirsàziooi i baaievolmente ti di lui sistema. Basta di avrer- 



136 

Ora mentri a la aacaìu currenti 
SUvanu danna gik 1*uUiaia manu, 
Nni Titti un aqaarcio 'ntra la picca, e nentì: 

Pirchi UD Genia di chiddi juculanu. 
Ben aapennu, chi eu semprt bù purtatu 
Pri lu maravigghiusù, e pri l'arcana; 

E aapennu per aatra. ch'ea aù stata 
Di l*omu ainicu, e mai aciiaai pri atizsai 
Ma pri avvirtirla quannu e 'scaminata. 

Mi Gei *na jarnata sta finizza, 
Mi dissi : guarda dda cu st*ucchia1ani; 
È iddu ? Lu conasci ? Co'è esattizza ? 

Cussi jeu vitti un squarcia dì quatruni > 
Co l*effigj, coatumi, indoli, ed osi, 
E ancora nni èju a menti un*embriuRÌ* 

È dipintu a culuri capriceiusi. 
Ma chi eapriminu lassù, e spisi orrennt 
O è ceca affattu, o campa ad occhi chiusi; 

Si mai vidi, la vista' nun si eatenni. 



Chi a se. ma pri un momento di durata; 
Lo resto o nu lo cura, o nun rapprenoi; 

Como un salvaggiu, chi la matinata 
Vinnt lu lettuj poi ai pila, e gratta 
Videono chi cct st>rvi a la scurata. 

La testa è giustu 'oa testa di gatta> 
Cu pochi pila, ma cauciaoli, e trarj* 
E sopra poi 'na ciminia cc'ò fatta» 

Dunai oescinu fumi, venti, ed arj 
Bt r idei disparati, ed indigesti, 
Frutti di tanti sol dizionarj, 

Pirchi a lu tempu stisso, chi ai vesti, 
*A aotta Tocchi qoattru, e sei trattati, 
Drittu, Damma, Politica, Diguii. 

Tanti diversi idei mali *ncuddati, 
C^i aguazzariaou in teata leggi leggi; 
E lu pinseddu Fa ben rilevati. 

^Tagghia, critica, lacera, correggi 
L*antichi pensamenti; e in propria vacca 
5an4/u iiluminatu, si cei leggi. 

Tanto li noviti gusta, ed ammacca, 
Chi si cci scopri espresso 'otra la facoi» 
Chi farria di lo monoo 'na pilocca. 



SATIRI 

Xeni allato appizzati a certi stacci 
JBona /idi, Parola^ ed Onestati; 
Ma chini di filinj, e di stracci. 

Si nni servi a la splsso 'ntra parrai!} 
Ha poi qoannu si tratta di operariy 
Torna di novu a lenirli appizzati. 

Tantu ehi pri disgrazia singolari, 
Chisli, eh 'un tempa ficiro li genti 
Felici, servino ora ad ingannari. 

Jeu m'aspettu, chi qualchi aapieoU 
M'avissi a diri : comu 'na pittura 
Esprimi tanti cosi diflerenti f 

E 'ntra lo atìssu tempu vi figura 
Dui azioni, chi inno 'ntra se stissl 
Un tratto soccessivu pri natora? 

Dì sta criticai e d'aotri uguali a chiaai, 
Jeu mi nni riu, comu ridirla 
Quannu da un vermi diri mi aintissi; 

Chi scacci 00 ssa toa geometria? 
Misuri li pianeti? Impertinenti! 
Tu sì oca, chiddi su pri naotra vial 

Turnamu a nuì: L'esternu è risplendenti 
Pri un fausu pannidduni accossl esatto» 
Chi di lo fino non si se ancia nenti; 

Ed eo atissu videono lo ritratto, 
Cci a via 'ncappato; ma lu Genio amico. 
Tutto ò fiotu, mi dissi, ed artifattu; 

Tatto respira cabala, ed intrico» 
Ed iddo si di oo'aria d'importanza 
Pri sia coodutta, chi non vali on fico; 

Sta sciocca soa ridicola eleganza 
Veni sostituita d* oggi io poi 
A lu veraci onori, e a la costanza; 

E li virgogni, e improperj soi. 
Chiama galantarj; cridi caociari, 
Cancianno nnomo, lo porco in eroi..» 

Basta, non t'ò ccbiù licita goardari; 
Li secali venturi innu lu dritto 
Di esaminarlu beni e giudicari; 

Lu vìju, ca nni si ristatu afflitta; 
E di lo qaatro assai ti nni rincriaci; 
Chi cci poi ripararif.. Àccossl ditto, 

Mi leva racchialooi, e mi apiriaci. 



tira solamente, che preso egli (per seryirci del- 
l'espressione di Batteanx ) da certo entusiasmo 
lllauosto poetico, che Giosofico, sognò, che il gran 
Demturgos, Teterno geometra dopo aver collocato 
globi innamerevoli nello spazio infinito , volle 
darsi il piacere di mettere a prova la scienza 
de' tienj , sostanze intermedie ed esecutrici dei 
suoi voleri , e testimoni delle sue opere ; diede 
perciò loro. la facoltà dt presedere all'ordine del 
^K^ J "i perfezionare ne' globi suddetti tutto- 
ciò, cbe aveva voluto ad arie lasciare imperfetto. 



VL 

Lu CiGQBr0STBI81MU.~Cimltf. 

1 

Dissi OB jorou fra Deco a fra Jacinto» 
Sedi cca, frati meo, cantami un conto, 
Jeo mi, trovava dda davanti 'mptntu, 
E mi io aciruppai da tottu punta. 



Ansi mi' fido ancora aTirlu a monti. 
Si vuliti siotirlu aUli attenti. 

Genera 'na Tota un Sigourazzu riccu, 
Cli'afova an gonio mattu per un sceccti, 
(Cosa non rara inohisti digranspiccu) (1) 
£ guai pri cbiddu, ehi cci mittia peccu, 
Cui però vulia raricci corteggio 
Scupria all'Asina ognura un novu preggiu. 

8 

Fri tantu li sracciati adiilaturi. 
Chi comn muschi currinu a lu meli» 
Li servi, rinquilini, e debituri 
Cbistu Asiou pnrtavanu a li oelis 
Lu patruni pascenno la so boria 
Applaudiva» e si nni jeya io gloria. 

Capitan 'na jurnata 'ntra sto locu 
Un frusteri a la vista sparapaulu, 
Ma chi sapia 'nzirtari, a diri poco, 
Unni toni la coda lu Diavolu; 
Chistu 'un aveva autrarti, autru misteri 
Chi jiri in cerca di qualchi misseri. 

5 

Arrivatu squatrau daun'un^ucchiata» 
Ch'era già di sua sorti lu momentu: 
A Tencomj scuprtu la maniata; 
Sì b «vanti, e lu sceccu quard'attentu; 
Poi dici: Cu permissu a tutti intorno, 
SU tali pregi en nun li stimu un cornu. 

6 

Nun negu, ch'iddu Tàja; Vi in effettu, 
Ma riguardu a lu pregiu^ cb'iu discernoi 
Chisti non sunno da staricci a pettu; 
Lu preggiu principali e *ntra rinternu; 
Ed eu da lu vidirvt accussi musqi 
Grido 'otra voi» chi nuddu lo conusci. 

7 

Dissi, e ad arti taciu* Cbiddi stunaru; 
Lu patroni lu guard*aramalucouta. 
Dipoi lu prega, e dici: Amico caro, 
Palisa to sto pregio sconosoìutu, 
S'è veru, e s*iddu è tali, quali dici. 
Gridimi. •. basta. .. Noi sarrerou amici. 

8 

Mi obbligati in manera, IJdu risposi» 
Co tantu garbu, o tanta gintilizza, 

(1) Si fa distinguere ncirisloria romana l' im- 
perador Caligola per rattaccamento , che aveva 
al suo cavallo che davagli da mangiare, e da 
bere in tazse d'oro, e lo nominò Senator di Be- 
rna. Craviff seguito di RoUin* 



BÀTIÙ 1 37 

Chi prt nfgarmi nun ritrovu scusi. 
Saccièti dunca: chi Ja gran bidizza 
Chi forma di stu sceccu lu pOrtenlu 
É lu sprofunoatissimu talentu. 

9 
Cuntin\risi 'un potttru Tastanti, 
Cu tutlu lu patruni dda presenti, 
Di sbruffa ricci in facci. Iddu Gustanti 
Si vota, e dici : Eh beni, nun ccV nenti 
Vi cumpatisciu, nò vi sforzu a crldiri 
Senza primu tuccari, e senza vldiri. . 

10 
Vi bastlria pri pniva lu sintirlu 
Legglri francu in un libru stampalu? 
Vi bastiria pri prova lu vidirlu 
Scriviri cu caratteri furmatu? 
Si bastanu sti provi a lor signuri 
Jeu nun augnu oè pazzu; né imposturi. 

11 
Ripigghia Tautru: Postn chi raffirmi 
Cii tanta sicurizza in faccia a tutti,'- 
Ora conveni, chi cci lo confirmi 
Masionò nUn cc'è nuddu chi ragghìutti, 
Trattannusi di cosi strani e novi 
Li pareli nun bastanu : A li provi. 

12 
Li vidirjti a tempu so; ma prima 
Spiegatimi* sto dobbio : Ciceroni, 
E taot'autri filosofi di cima, 
Nascerò 'ntra sto munnn fatti e boni 
Cu la scienza infusa? No. La scola. 
Dirriti, è cbidda chi 1* ingegni ammola. 

13 
Lu talentu pò fari, ch'gnu apprenna 
Prima dì oautru e fdzza sumroi volU 
Però lu mastru hi 'nzigna, ed emenna, 
'Ntra sgarra, e 'i\zerta apprenniri si soli; 
Labil*«i di UQ mastru, e li talenti 
Di lu 1 ,;laru poi fiinnu portenti. 

A ati ragiunV^ddo eignori scosso. 
Dissi : va beni; chi ti sia permissu. 
Ma qoanto tempo voi f V impegnu è grossu, 
Iddu rispunni, mi appellu a vui stissu. 
Passativi la manu pri iu pettu, 
Quantu tempu impiegastivu a st oggetto ? 

.15 
Vui d^un talentu tadtu lumìnusof 
In confruntu di cui lu Suli è fuscu, 
A leggiri, ed a scriviris e a far'usu 
Di lu linguaggio cchiù eleganti» elroscu, 
Quantu tempu 'mpiegastivu ? Su, tunnu 
Dicitilui cireu doppu vi rispunnu. 

18 



138 



SATIRI 



16 



leu. dissi ddn signuri, a 8forz4 gradni 
Di ìu min ingcgnu, chi tu vidi, e sai» 
Gei spisi pressu a pocu, Iridici anni. 
Non ostantif chi attorna appi bon*Ai* 
Ed ao pidaiiti, chi aveva un tislafìit 
Chi pareva un aoUcu midagghiuni. 

17 

Ripigghia allura l'omu astuta; Ed ecco 
Tridici anni l Ma atti talintuni; 
E puru eu mi cuDteotu pri lu sceocu 
Di l'auni, eh' impiegau lu so patruoi» 
Datimi un tempu uguali, e vi prumeltu 
Di darivillu dutturi perfcttu. 

18 

Altii ddocuj ripigghia Sua Eccellenza» 
In casa mia nun amu sti dutturii 
Yogghiu tutta pri mia la preferenza. 
Ammettu sulamenti pri favurii 
O pri farmi di agenti) o aecrctariu 
Qualchi preti di sulu breviariu. 

19 

Ne aoffm in casa mia« chi alcunu dica, 
Caju si ochiù di lu patrunii É vera 
Chi lu leggiri, e scriviri mi frica, 
E mi custa gran stenti, ma.rinteru 
Poi gran sapiri, in duI di primu rangu 
Passa da patri in Bgght 'otra lu sangu. 

80 

Si vidi cu la prova, e cu reflettu, 
Chi a nui cedi, s*ò saggiu, ogni olnu dottu. 
Ogni perita d*arii, e ogoi architetto 
Davanti a nui s'anne^nu 'atra un gottu, 
Nui li aharramo, e ai qualcunu spicca» 
Lu bona so tattu da nui iu licca» 

ai 

Punì pri amtliari a ddi pizzeoti, 
Chi si cridinu cosa 'ntra ìu monna 
Pirchì su riputati sapienti, 
Lu pceccu miu (potchl avi tantu funnu) 
Sia adduttrinalu, accioccbi ogo*una osservi 
Chi in casa mia li aceccbi aù Minervl* 

Ma li vogghiu obbligata pri cuoIraltUf 
Acciò nn'aja lu giustu disimpegnu 
Quannu adimpotu nun avrai lu patto 
Doppii lu tempu convenutu... Vegnu, 
Rispusi lu farfanti, prootu, e francu, 
Si vuliti vi Grmu un fogghiu in biancu. 

23 

Si valiti pri pubblica nutaru 
Un attu sullennissimoi su ccà... 
Cri 'un (aria luDga» stisiro, e firmerò 



Cu totti quanti li sollenniti, 
Cu li dovuti clausoli, e strumenti 
L'attu di lu tenuri ausseguonti. 

Fulanu di li Vigni (chi accussi 
O si chiamava, o si bela diiamari) 
S*obbliga in tempu di anni deci, e tri 
*Ntra li scienzt tutti adduttrinari 
L'Asinu di Tiltustri D. Pancraziu. 
Senza mancu vulirinni ringraziu. 

. 25 

Sulu chi in cursu di lu supradittu 
Tempu (assi di allogiu ben provistu, 
E di lu bisugnevuU a lu vittu, 
Comu anchi di un vurziggbiu; però chistu 
Lu rlmittla a Tarbitriu, ed a Tonuri 
Di un tantu grandi, e apleodidu signuri* 

26 

Lu cavaleri poi da lu so latu» 
Pri nun codiri a chiddu in curtisia, 
S'obbliga darci un quartu ammubbigghiatUt 
E tavula in sua propria cumpagnia, 
E pri burzigghiu, e pri segreti guasti 
Trenta scuti lu misi, e tantu basti. 

27 

Già chtuau lu contratlu, e aateoticato» 
Pigghia possesso in casa lu vulpuni; 
Fu provistu, e di tuttu equipaggiato» 
Facia *na vita di un veru maadruoi, 
Tolti poch^uri, chi passava jusu 
Da sulu a sulu cu lu sceccu inchiosa. 

28 

Un jomu chi passava pri *na strata 
In tutta la sua gala, ed intocìatu» 
Un conuscenti, e anUcu cammarata 
Lu vitti, e Tabburdau : Oh beo tmvato ! 
Abbrazzannulu, dissi* mi conaoiu. 
Ma dimmi com'ài fattu atu gran volu? 

2» 

Iddn a roricchia cunta a lu ao amica 
L'astuta invenzioni, incomincianno : 
Avverti, teni ferro a quanto dicu» 
Poi conchiudi (lu fatto epilogaonu) 
La cela & a li saggi oo grao servizio 
Danno dinari a cui nun à giudizio* 

80 

Dissi Taatro: cu summa eompiaoeoza 
Jeo viju la superbia misa a solu; 
Ma fntra la nostra antica confidenza) 
Ti porta a precipizin stu violu; 
Da stMmpegnu, chi fa tantu bisbigghio 
Comu ti fidi oesciroi aiosigghiu? 



81 



RispoDni; sopra taUii tetti a menti, 
Ch'è pricaria la vita a lì spiantati» 
fie calcolanu cchiù di la presenti» 
E Tori eh' iddi arrunaaoQ su asciati; 
Finisci o in beni, o in mali a mia sta joca» 
Tridici anni di vita nun su poca. 

32 

Agghiaoci; ch'in on tempu cossi estisa 
Ponnu accadiri vicenn' infiniti : 
O mori anu di nui *nlra latta misa 
Patruni, asino» o jea non cc'ò cchiù liti, 
O mi pò la fortuna presentarl 
Milli aperturi, e menzi a speculari. 

33 

Sto sceccu intanto è chiddo chi mi campa, 
Conuscto io iddo la mia sossistenza; 
Lu patruni pri mìa spinna, ed abbampa, 
Né un momentu di mia pò stari senza; 
Jeo sognu io casa lu prima minislru, 
Jea speooO) e spanno, consoltu, e registro. 

34 

E facenn*oso di lo mio giodizio 
In ogni caso per eo slari in grassa 
Mi fici fari on grosso vitalizio, 
Fincennu littri vinoti d^arrasSu, 
Ch'era prigato cu vrazz'aU'aria 
Pri 'na scola fondaricci asina ria. 

35 

Nun scopro in iddo positivo impegno, 
Chi verameoti lo scocco liggissi; 
M'a sodisfari ddo bizzarro ingegno 
Basta chi sto prodigio si spargissi; 
Pirch'iddo ò un gran signori, e comò tali 
Li cosi soi li voli originali* 

36 

Fratanto godi, chi 'ntra li colleggi, 
Scoli, chiazzi, cafè, taverni, e strati, 
D'autro 'un si parrà chi lu scecca leggi : 
Cui cridi) e cui non cridi^ ma ostinali 
Chiddi sustennu, chi sta maravigghia 
Uassicurìino genti di famigghia. 

37 

L'adolatori delliro lu tonu» 
Li servi, e V inquilini asseconnarn. 
A li slranj sta ooya parsi on trono, - 
Ma alcuni in bona fidi Tammuccaru; 
Sta vuci m oggi imponi a li minnaii, 
£ perciò si pò diri universali. 

38 

E trovirai, chi sto profligiu on jorno 
SarÌL stampato io cchiù di 'na gazzeltay 
Si liggirà, chi di scieozi adorno 



SAflEI I3U 

Un seecco studia niisu a la buffetta, 

E chi traduci incogniti liggenni, 

Chi nò iddu, nènudd'aulro li cumprenni< 



Cridi tu, chi on cchiù sodo funnamento 
*Ajanu ddi prodigj stripitosi, 
Chi su stampati in cento libri, e cento 
Da li profani storici Ikmasi? 
Bash, ch'ono li dica, aotr'eco fazza. 
Fama Toncia, e lo tempo si Vabbrasza* 

Ripigghia Taotro : è ehisto on caso strano? 
Ma onnt si trova on tanto originali 
Sciocco, amanti di on sceccu, ricco, e vano? 
Grida rastoto si troppa minnaii. 
Si ti attacchi a lo scecco comò scocco» 
Pò essiri cavaddo, cani, o becco. 

ki 
Pò essiri fed è cosa cchiù comoni) 
Giospa, villa antiqoaria, o strani imprisf, 
O se stisso, chi cridasi on Adoni* 
O discendenti di Tanca d'Anchisi. 
Tolti sii passioni irregolari 
Como chista d'on scecco poi guardar!. 

42 

L'omo, ch*ò concettoso di se stissoi 
Li stravagaozi soi cridi miracoli; 
S*è ricco cchiù di cchiù; gravi e prolisso 
Li soi pareli spaccia i^er oracoli, 
S*è bestia poi T istinto so ce* imponi, 
Pri .li bestj ^na somma attrazioni. 

43 

Nni trovi da per tolto onni ti aggiri; 
Chi cci su li misseri in ogni rango, 
E anchi a li forbi potrai discopriri 
Lu debuli, chi cci ànnu *nlra lo sangu. 
Si da stu lalu la breccia cci metti 
Nni poi lari baddoltuli, e purpetti. 

E Tomini superbi, ed indomabili 
Cu sta ricelta mia divintiranpu, 
Como serpi a T incanto maniabili, 
La divu a la biltarma di me' nannn, . 
Chi tanto, e tantu beni mi volia 
Pri li talenti chi scopreva in mia. 

45 

Sacci, mi dissi, chi li gran f orioni 
A lo spjsso 'mliriacano la menti, 
Ma l'omo d'occhio fino, e maragoni. 
Scopri lu Jatu debuti a sii genti; 
Cci trasit e 'mmisca a via d'ingegnu ed arti 
Lu nenti so cu Toro d' iddi, e sparli. 



no 



SATIBI 



46 



Posti 8ti dati (serti, ed innogabili, 
Nnn ti pariri strana lu vidiri 
Suggettl anchi ignuranti, e disprezzabili, 
All'augi di fortuna perveniri. 
Basta un abbordo studiata appostai 
Jattanzi, cirimonj, e facci tosta. 

W 

Cca fra lacinta terminan la storia 
Cu li riflessioni cchiù opportuni* 
Ma ch*eu nun tinnì tatti a la memoria. 
Poi chiudio cu la formula comuni : 
Cui vi V à dittu, 6 cui V è fattu diri 
Di mala morti nun pozza moriri. 

VIL 

Cantra li Cirimoni. e lu Galateo. — Reci- 
tuta a V accademia di li Pasturi Ereinì. 



Pasturi «di stì vaddi» e zammatari, 
Dati loca a un viddanu cuticuni. 
Chi vonì da ssi timpi, e ssi chiarchiàri, 
Azzaccanatu fina a li garrunì; 
Lu latti 'ntra li cischi pri quagghiari 
Lassavi in cura di li mei garzuni, 
Pirelli 'ntisi chi xca s*av6va a (art 
'Na cosa a modu di eoncavuluoi* 

2 

E chi tutti vùautri misi a ringa, 
Aviavu a rìcitari certi versi, 
Scritti mi dugnu a cridiri cu V inga. 
Centra li cirimonj, vuoi persi, 
UnnVu, beuchi di voi ouddu m'iodinga, 
Oggii chi siti zoticlìi, e pirversi. 
Mentri truttati* liviroggiu a cinga; 
Mai 'ntra la fudda la birritta persi. 

3 

Senza diri bonciornu, né bonannu* 
Trasu, mi ficca, e sbarrachìu li porti : 
Pri sta tema eu mi sentu echio d'Oriannu, 
Pirchll' inciviltati è lu meu forti. 
Oh ! quanta riju quannu caminannu. 
Scontra a dui, chi scuverli, e tulti storti 
Si cedina Ui loca, burdiannul 
£u ceda locu quannu via la morti. 

k 

Jcu J)un sacciu di comò né di qoantu, 
Sulu vi dica : ca nun mi nni sentU) 
Dt li gran cirimonj mi nnl scaotu; 
Sunau auguriu d* inganna, o. tradiméotOt 
Stu : vi 9u 9€rvu ossequiusu tantu; 



Tuttu a iennrvi d$dieatu e titlenlu; 
Belli paroli ! ma ^un criu.a la Santa» 
Si prima nun ani viju la purteotu. 

Nun si sa .quannu à scura , e quannu i 

(ghiorou; 
Nun si sapi cui v'odia, o vi rispetta; 
Vi viditi r inchini sempri attornu, 
Ma trasi duci duci *na lanzetta; 
Certi paroli fatti cu lu tornu; 
E prisintati a punta di broccetta; 
Ea s& chiaru, e pri mia lu corou è oornu, 
E non galanteria da fari incetta. 

6 

La Cirimonia rasslmigghiu a un cagnu, 
Trasi pri chiatta, e sbarracbìa lu lìgnu; 
Cussi la furbu appena azzicca un ugna. 
Vi fa un vada pestifera, e maligna: 
Lu sttssu Galateu pri mia è cutugou; 
Chi nun mi pò catari, e *un mi coi *mpigao: 
Vi parirò seuppatUf accussl sugnu, 
Nun mi resta chi diris e mi la sbignu. 

FAVULI MURALI 



PREFAZIONI 

Hentr*era 'ntra un mACch«ani 
Cu an libru "ntra li mana, 
Un savia ricchiunl 
Si accosta chianu chiami, 
E dici a la mia lata : 
Cos'ai ca si turbatu? 

Ch*àju ad aviri ? Guarda : 
Un bonu libru adocchio, 
Viju chi 'un teni scarda, 
Lu trov*un crivu d'occhiai 
Sta camola è un'or renna 
Posti, chi tuttu smenna ! ' 

Lu midagghiuni anticu 
L'osserva, e la rividi. 
Poi dici : S'eu ti dica, 
Ch*ò sorti, nun mi cridi; 
Pri mia si è misu all'asta 
Prezza nun cc'ò, chi basta. 

Jeu dissi 'ntra di mia : 
O chistu ò tuttu pazzu, 
O puru mi trizzla : 
Vitti lu mia 'mbarazzu 
Lu vecchia, e oo poca cursu 



FÀTUL1 ìfURALI 



Ripigghiar lu discorsu : 

Mi pari ammaraggiato. 
Tu cridi, ch'eu scamiou ? 
Eu parrà da aenoatu, 
E a diriti aochi iaciinu 
L'arcani mei cchiù granoì, 
Chiusi da ceotu, ed anni. 
Sacci : ch'eu Bcinou dritta 
Fri liaia masculina 
Da Eaopu, eh* in Egitta 
Fu mari di duttrina. 
Chi apprisi io maggiur parti 
Nun già da libri, e carti; 

Ma da i'armah'» e insetti, 
Chi 8Ù pri l'orou muti; 
Jddu co li perfetti 
Sensi, sua gran virtati, 
^i gerghi avennu io pratica 
Composi 'na grammatica^ 

Clìi cu fidecommissu 
La stissa d' iddu scritta 
Bipoi nni Vìt trasmissa 
Io liaia sempri dritta, 
E in primogenitura 
Mentri sua razza dora. 

Donca eu misi ad esami 
Sti fogghi camuluti, 
Trovu, chi sti riccami 
S& liltirl scnlpoti, 
Su cifri, ed asterischi 
Di codici arnialischi. 

Pr' istintu di natura 
Dì t'animali a gloria • 
La Camula )ivl cura 
D'incidimi l'istoria, 
Li mutti, li sentenzi, 
E Tarti, e li scienzi. 

Scurrl li libri tutti. 
Non superGciali, 
LI mastica, ragghiotti, 
Nni fa sucu vitali^ 
Poi 'atra V intagghi scrivi 
Li fatti cchiù instruttivi. 

Chi fatti, intagghi, ed arti? 
Jeu ripigghiai, chi multi? 
Lu senziu mi parti!... 
Eh via I Comu si agghiuUi , 
Sta pinnula ? 'Un sia mai. 
Vidi ch'è grossa assai. 

Lu vecchiu nun desisti; 
Ma, mortu di li risi, 
Mi dici: capiristi 
Un Turcu, ed un CioUi? 



141 



Puru su tutti dui 
Omini, comu nui.^ 

Va beni, eu cci rispusi. 
Ti vogghiu anchi accurdari. 
Li gerghi li cchiù astrusi. 
Chi sianu pri tia chiari; 
Ma di' : poi 'ntra sta prova 
Chi sucu si cci trova? 

'Na cosa ben ridicula 
Sarria sfacquistu a nui; 
Sì parrà si matricùia 
*Na bestia sempri cchiui; 
Nun giuva, né instruisci, 
Bon*è ca 'un si capisci. 

Ripigghia lu vicchiuni : 
Tu decidisti allura 
A colpu, ed a taiìtunil 
La causa 'un è matura. 
Nni teni scritti, e carti 
'Ai 'ntisu mai li parti ? 

Si nun capisci un juta 
Di li brutali accenti 
La sua ragluni è ignota; 
Si duDca a lu presenti 
Ti mancaou sti guidi, 
Cu' è. bestia? Cui decidi? 

Tant'è, chi nun su mutit 
La voci la sintemu: 
'Annu li senzi acuti, 
E chistu lu videmu : 
Conusciou li priculi, 
Notanu Tammioiculi. 

Pirchi pri aviri un rastu 
Di Quagghi, o di Facfani 
L'oniii, chi à un nasu vastu, 
Ricurrì, e indinga un Cani? 
Signu ch'è persuasu. 
Chi un cani a megghiu nasu. 

L'Aquila in vista avanza 
Di assai ia specia umana^ 
Da Tautu, e in gran distanza 
Scuprisct 'ntra la tana 
'Na picciula sir puzza. 
Chi affaccia la tisluzza. 

Lu Gaddu ! E si pò dn ri 
Barometru cchiù certu? 
Anzi .si pò chiamari 
Un almanaccu apertii, 
E insemi un bon curdinu 
Cu lu rìsUigghiafiini. 

Chi cura, e vigilanTg 
^A pri iu so puddartj! 
Centra di cui si avanza 



U2 



PAVrLI MURALI 



Scodii si fa, e ripara; 
Ltt pettu esponi « azzardat 
Pericoli oun guarda- 

.Maoleni rarmunia 
*Ntra tatti, e qaannu alcaoa 
Gaddioa s* inghirria 
Curri, e cu pizzuluna, 
Cu gridi, e colpi d'ali 
La rendi sociali. 

Si coccia in terra A arista 
O d^oriUf di frumento» 
Tiun. pensa fami acquisto 
Pri propriu nutrimenti! • 
Ma fermu e a pedi 'ncutti 
Chiama, e li sparti a tutti* 

Chi meravigghia'poi 
Si tanto ossequiatu 
Yen' iddo da li soi ? 
E Tomo, chi vantata 
Si è di ragiuni tempio. 
Non imita sfesempiu ? 

Chi mai dirrò di TApi ? 
Chi monarchi ben saggi! 
Rispettano li capi, 
E chisti a li vantaggi 
Di la societati 
Su tutti dedicati. 

Si a vissi iena, e ciatu 
Dirria di. Il Funniculi. 
Ma basta, 'Aju pruvato 
Li bruti non ridiculi; 
E chi anchi li cchiù tennirf 
Nnì doùano d'apprenniri. 

Cu tesstri, e Glari 
Cu pedi, e cu roanuzzi 
Nni i'appiru a *nzignari 
Tarantuli. e virmuzxi, 
Chiddi chi assai pulita 
Nni tessinu la sita. 

Li nostri primi nanni 
A li castori intenti 
Di casi, e di capanni» 
Forai li rodimenti 
Apprisiru, e imitaro. 
Chi poi perfezionarli. 

Àpprénniri nni fici 
L^arti di lu piscari 
Lu pìsci Piscatrici; 
Chi dui cimeddi in mari 
Sporgi d^ intesta, e adisca 
Pisci cun iddi, e placa. 

Si in oggi pratticamu 
Nuiatttri la sagnia, 



O grasso Ippopotanio, 
L'apprisimu da tla. 
Chi ai ii li vaai chini 
TI Tapri cu li spini. 

Forai a ddi menti virgini 
In chidda .età di altura 
L) Camola Torigini. 
Detti di r incisura* 
Ed anchi) si nun sbagghiu. 
Di Tarraocamu, e intagghiui 

Si divi a la t]icogoa 
Lusu di lu clisteri. 
Chista, quanno àbblaogna* 
Si adatta a lu di^rrerl 
Lu becca d*acqua chinu, 
Chi caccia a T intestino. 

Si cridi, chi on*apozza 
Posata 'ntra 'na frunna 
A modo di varcozza 
Purtata via da i*unna, 
All'omini appi a dar! 
L* Idia di navigari. 

Dirriti: ma lo Scecca 
Si vidi, ch*ò turdoni 
Nun senti virga, e leccu; 
Cc*è cchiù? cu lu vastuni 
Si torci grappa, e achinat 
E ad orsa vi camina* 

Vui chistu iiiterpetratt, 
Vera turdunaria ? • 
* Ma comu lu pruvati 7 
Pò darsi chi disia 
Prl lu so sango tardo 
Un stimolo gagghiardo : 

Pò darsi di una razza 
Di Stoici, e di Zenunif 
Chi soflTrinu la mazza» 
Li caaci« e rammuttiini, 
Pri farisi li senzi 
Avvezzi a Tinclemenzi. 

Pò darsi, chi pri oprari 
VoPessiri informatu 
Di chiddu ch^ivi a fari 
Prt farlu regolata; 
Truvannusi a lu scuro 
Nun opera sicoru* 

Lu serva, chi discttrrit 
Quannu lu so patroni 
Cci dici : prestu curri; 
Nò spiega la cagiuni, 
Ne duvi lu destina, 
S*imbroggliia, e nun camioa* 

Ora chi nni vuliti 



FAYUU MURiU 



U3 



Da UD Seeecu, cbi maotaii . 

Senza d'avirvi anitl 

LI lingui» e voluntati ? 

Data bU verità» 

É assai chiddu, chi fi, 

£ poi vi sia accurdatu 
"Ntra tanti, e tanti armali» 
Ln Sceccu pr'inseosatu, 
Pri slupidu, e minnali. 
Ch'importa ? 'atra nui stissi 
Quantu cci Dn*è di chissi ! 

Sarrà forsi iufamata 
Perciò la specj umana 
Pirchl in ogni nidata 
Dui terzi pri zuzzana, 
Toltu la froDtispiziu, 
Su scecchi pri giudiziu ? 

Agghiuociu anchi dicchiui: 
Sta stissa asinitatt 
Chi disprizzatt vui» 
Li rendi cari, e grati 
A cchiù di un pirsunaggiu, 
Ch*è scarsu di curaggiu. 

Ma poi d'iddi io compenza 
Su armali scaltri, .oh quanti! 
Esalta la prudenza 
Pliniu dì TEIefanti (1); 
Ed autri innu abbastanza 
Scaltrizza, e vigilanza. 

La Vulpi eh 1 Chi vi pariJ? 
Lu Lupu 1 Oh cli^è scaltruni! 
E cut lu pi gabbari? 
Lu Corvù I è maraguni I 
Nui diddi a lì molizj 
Nun seniu, chi novizj. 

Pirchi natura vosi 
Spartiri 'ntra viventi 
A ogni unu la sua dosi 
D'istinti, e di talenti 
Quantu putia bastari 
Sua specj a cunsirvari. 

Juncennu airomu, vitti» 
Chi consumati a via 
L'istinti supraditti; 
Perciò nni arrisiddia 
Di bestj. 'na gran parti , 
E airomini li sparti. 

Perciò spissu 'ntra omaggi 
Yidemu rOmu-vulpi, 
Cht 08se(|uia li maUaggi 
Gh'è ioiquu» e li soi culpì 

(t) /Vinlta UUwnTMfn prudentiQT clephanlQ, 



Li scarrica, e deponi 
Supra li genti boni. ' 

VidemiCrOmu-lupu» 
Chi pari un midagghìuni, 
Seriu, devolu, o cupu* 
Ostenta la ragiuni^ 
'Mpastata cu lu meli» 
Ma 'nlraglu cori à foli. 

L'Omurliuni ò un fuuoii 
Intrepidi!, e custaoti; 
Precipiti lu muimu. 
Sta fìrrau dda davanti. 
Ed a la sua ruina 
Opponi pettu, e schìna. 
' Cc*è rOmu^sigou intealu 
A li gran modi, o rusì, 
Bandera ad ogni venia 
Muta, riforma, e scusi 
Abiti, vrachi, e insigni, 
Guardannu Tautri Sigai. 
È l'Omu-talpa chidda 
Chi cainpa innamurata 
Di cui hun cura d'idJu» 

E tantu nn e accicafut 

Chi cchiù nun^cridi all'occhi. 

Ma a chiàcchiari, e^mpapocehì. 
Cussi. cc'ò rOmU'Caai» 

Chi abbaja di tutt uri 

A poviri, a viddani, 

A latri, a tradituri. 

Ma dannucci lu tozzu 

Proi lu canna rozzu. 
Avemu TOmu-gattu, 

Chi metti a diri : meu» 

Appena vidi un piattu, 

AvidU) comu Ebreu, 

A tutta stenni fugna» 

Plgghia»e dicchiù sgranftigoa. 
Tralasciu li i3ecchi<^mioi 

Pri tema a li Satirici* 

Jeu citu li feiiomini, 

A modii di TEmpiricf, 

E passu, e niijcuurunnu 

Di jiri troppa a fannu. 
Avanti, ca cc'ò cchiui : 

Cci sunnu Omini tali, 

(Ma dittu sia *ntra nai) 

Chi su sutta rarmali. 

Quant*è sutta di uu Signu 

Na cascia, o puru un sgrignu. 
Tali è lu riccu avaru, 

'Na specja d'Omu cascia ! 

Si sarva lu dinarui 



ÌU 



FATULI MURILI 



Lu chiudi, si Pincascia, 
Si Bieca, e infradicisci^ 
Sempri guardannii Tisci. 

Gei su, senza ch'iu -oooiìdì 
L'Omtoi-piipi v©rl 
O sia rAutomat-Omini : 
L'amica, o la mugghèri* 
O serva un lazzu inO¥i, 
E cci fa fari provi. 

Tu cridi : fòra'iu sia 
Cursu, o di mala gana, 
Coatra la specj mia ? 
Ah ! la natura umana^ 
(h) cui Dun si nni addana ?) 
Cadiu io vascia fortuna ! 

É ki gran Guliseu» 
Chi di Tanticu faslu 
Nun serba pri trofeu, 
Chi qualchì oscaru rasto. 
Chi appena si discernì 
*Ntra li ruini eterni f 

È 'a ragiuni addunea 
L occbiu di gvassu in nui ? 
Ma quantu sia pijonca, 
Già lu vidili vui, 
Risona lu so titulu; 
Ma 'un à vuci in capitula. 

Capitulu, eu sento, 
Quannu li passioni 
Focusi, e in movimentut 
A la riflessioni. 
Chi timida si affacciat 
Cbiudina porta in faccia. 

In quali specj, o razza 
T)i bruti, o d'animali 
Si trova una si pazza, 
Chi tanti oltraggi, e mali 
S'impegna a speculari 
Contra di li soi pari ? 

Privar! 'ntra 'na vampe 
Pi vita centu, e nuddi 
Fatti a la siissa slampa 
Cu carni, e cu capiddì, 
E untarti, di cui Tomu 
Nni è scriltu ccbiù d un lomu ( 1 ) 

Ogn'unu vanta in sé 
Fri guida la ragiunU 
Cliisiu è lu peju, ohimè! 
Ragiuni a miiiuui 



(t) Si allude ai libri stampali sull'arte della 
guerra. 



QuanCom ini su in mnnmi ! 
Va pisca ^ntra siu funny I 

Chisti mantennu in guerra 
Li regni cu li regni, 
Fomentanu cca 'nterra 
Causi, liti, e Impegni, 
La genti ancbi maligna 
La sua ragiuni assigna* 

L'avvisi, e manifesti, 
Chi SII 'ntra II nnimiei 
Pceludj di funesti 
Guerri desolatricì, 
Tutti da capu a fini 
Su di ragiuni chini. 

Li scartafazj immenzi, 
Ch'ingrassanu lu fora. 
Chi estorcinu sentenzi, 
E da li vurzi Toru* 
Cirimbrogghianu la munna 
Tutti ragigni sunnu. 

Bagiunii chi derivanu 
D^autri, e chist'autri ancora 
Di autri, ch'in fini arrivano 
A acarruzzari fora 
Di li ragiuni, ed anno 
Radica 'ntra ringanno- 

Ch'in nui li passioni 
Si affaecianu a lu spissa 
Cu mascari assai boni, 
E poi fanou un aggrissa; 
La niascara comuni 
É pr^iddi la ragiuni. 

Però 'ntra Tanimali 
Lu sulu, 6 midu istinto 
Regna senza rivali 
Dintra lu so recintUt 
E li sol viali fissa 
Su la sua specj stiasa. 

Addunea cui procura 
Li bruti stadiari 
Studia la natara 
Unico, e singolari 
Libru di arcani seozi 
Chi acchiudi li scienzi* 

Benissimu; diss'iuy 
Tu forsi piscbi a funnu; 
Però lu senziu mio 
Mi pari a nautru munao» 
Si tieni ài peroratu, 
Cb'en su menzu ammazato. 

Mi cci Ai saputu induciri 
Cu li maneri e Tartì : 
Via mélUti a traduciri 



FiLVULI MORAU 



145 



Sii camujati c^rti,,. 
Dissi, e lu vecchiu esponi 
Li Boi .traduzioni : 

Jeti agghiuncirò pri restu 
Qudlcbi moralità. 
Chi scinni da lu testii, 
(Sibbeni *un cci sia ddà) 
Pri *un dirimi li genti : 
Cbi *un cci àjii misu nenti. 



I. 



Li àuRCi. 

CJn Siirciteddii di testa sbintata 
Avia pigghiatu la via di TacitUi 
E faceva 'na vita scialacquata 
Cu ramiciani di lu so partita* 

Lu Ziu circau tirarlu a bona strata; 
^di zappau adacqua, pirchl era attrivita. 
E di cchiu la saimi avia ìiccai^» 
Di tavernif e di zagati peritu. 

Flnalmenti Mucidda fici luca; 
Iddu grida; Z'ìu-zia cu doggliia interna; 
So Zia pri lu rammarfcu si suca; 

Poi dici : Lu ,to casu mi costerna; 
Ha eira mi cerchi ? chiacpu chi f aCTuca; 
Scotta pri qxianoa ]istt a la taverna. 

IL 

Zi G RANCI. 

Un Granciu si picava 
Di educar! ti figghi, ^ 
E luisosizzunava 
Di massimi) e cunsigghi, 
*Nsistennu : v'àju dittu : 
Di caminari dntiu. 

Chiddj, cb'uileott avianu 
L!o.cchi in iddu, e U miri, 
Cumprendiri *qn putianu 
Dritta, chi vulia diri ; 
Sta Idia 'ntra la sua ceca 
D'unni piggluarla 'ao cc'era. 

Iddu ammiuazza, sbruffa, 
Vacriva a castiari; 
Ma sempri fici buffa : 
Mitieurfulu a guar4ari 
Vidinu cosci, e gammi 
Storili mancioi, e strammì* 
Alza ringegmi un pocu 
La cchiù graonuzzU) o dici : 



Papà la prima loca 
91 divi a COI nni nei} 
Vaiti avanti voi, 
Ca poi vioemu noi. 

*Nzolenti| scostumati, 
Gridia. lo patri, oh bella I 
A , tanto vi assajati? 
L'esempio mio si appella ? 
Jeo pozzo fari e sfari 
Cufito non nni bju dari- 

Si aviti cchiù Tardiri, 
))irbi9 di riplicari... 
Seguiiau iddu a diri* 
Seguilaro iddi a fari... 
Turtu la patri, e torti 
Li figghi sinu a morti. 

III. 
Li Babbìloci. 

Purtandusi la casa so la schina 
Dui Babbaluci all'umbra di una ferra 
Cu la vucca di scuma sem|iri china 
Si Vano strascrnannu terra terra. 

Dissi npu : Sia mia vita ch'ò mischina I. 
Gchiù chi cci penso lo miu senziu sferra 1 
Una frasca sdiserrama, e seintina 
Vidi comu va in aria liiioa« e sgherca !. 

Nautru oidc^nn'un ^rno da la tasca» 
Si arma lo canoucchialt so maniscu, 
Goarda, e poi dici : 'Uo li pig^biari basca: 

Chisto è 00 jocu ^i SQrti bulToniscu : 
Fri tanto vota in aoku sta frasca 
Pirchl ò vacanti, ed évi ventai friaeu. 

IV. , ' 

L Aquila, e It* RiiDDcr* 

Gei fa ut tecppoK (secunnu corta cronica 
Trovata *ntra Tarcivu di Paruassu) 
Chi Toceddi faclano vlfa armonica 
In bona cumpagnia 'ntra jocu, e spassu : 
Avianu lig^i santi, e cuvirnati 
Erano da eccellenti magistrati. 

Dovianu on jornu eligi rsi on regnanti. 
Perciò si raduuaru supra un munti : 
M>lteva ogii'uno li soi pregi avanti, 
Factniiu, senza Tosti, li soi conti ; 
L'Aquila» supra tutti, e lu Vuturu 
Cridiano avìri lu voto sicuro. 

Ma li, saggi resclusir.u, dicennu : 
La foiza, e robustizza su gran pregi 

19 



UG 



FAVOLI M«BALI 



*Ntra lu staln salvagli], ma duvennu 
Slari in sociolà, li privilegi 
Alaggiuri SII l*ing«*gni], e la prudenza; 
Mcritanu perciò la preferenza. 

Chi si chtsCa a li forti si ciinccdi 
Kni miUemo a periciilii evidenti 
Di tristi abusi, e la primaria sedi 
Centru di li tirannidi addiventi: 
Pertantu Iti talenta sia la prova 
Pi elezioni, e in chiddd unni si trova. 

Decisa lu cunsigghiu in sensi tali; 
Si appllcaru a pinsari un sperimentu 
Pri scopri ri in cui cchiù Tingcgnu vali, 
Ed in cui spicca prudenza, e talenta; 
Ma l'Aquila adoprandu forza, e dolu 
Li liraru a fiésarisi a lu vjIu. 
- Stabileru pri tantu : chi cui cchiui 
Vaiava in autu fussi re assoluta. 
Yinniru a prova; ma però cci fui 
"fi'oceddu leggerissima, e minnlu. 
Chi pigghiiiU 'ntra la testa di nascosta 
Di lAquila cchiù forti la so posta. 

Chisl*Aqaila a li stiddi si uni va, 
E 'un vidennusi oceddi a lu so lahi, 
Bitorna gloriosa, e dici : Olà, 
Sii re, pirchl cchiù in aala àja vulatu, 
M'addunannusi Tautri di' chiddu 
Ch'aveva 'ntesta, gridano: Re iddu. 

L'Aqoila esclama, e dici : Vi nni smcntu 
Lu sforzu di vular'eu l'ìiju fattu. 
Kipigghian'iddi : però tu talentu 
A li toi -sforzi à data scaccu-mattu; 
impara quantlmporta à avir'ingegnu, 
£ multu cchiù pri governari an regnu. 

Soggiunciu cca 'na nota : nan si ossiarva 
Blu termini reiddu in oudda lingua, 
Ma 'ntra la nostra sula si conserva, 
Vogghiu chi ogn'unu, perciò la distingua 
Pri la tchiù antica lingua originali 
Sin da quannu parrà vanu rarmait. 

V. 

Lu SuBCi 9 e {tt Rizzu. 

Facla friddu, ed un Sarci 'ngriddutizzu 
Mentri «tà 'ntra la tana 'ncrafucchialu, 
Senti a la porta lamintari un Rizzu, 
Chi cci dumanna' alloggia umiliato: 

Jeu, dici, 'un vogghiu lettu, né capizzu; 
Mi cuntentu di un angulu, o di un lata, 
O mi metta a li pedi 'mpizzu 'mpizzu, 
Basta chi sia da Tarla riparata. 



Lo Stirci era bon cori, e spissu tocca 
A li bon cori agghiuttiri cutogna-, 
Su assai Tingrali, chi scava la ciocca. 

Trasi lu Rizzof e tantu si cc'incugna. 
Chi pri li spini lu Sarei tarocca, 
E dispirata da la tana scagna : 

E dicchiù lu rampugna 
L'usurpaturi, e jia gridannu* ancora; 
Cui punciri si senti nescia fora. 

VL 

Seguita lu sliisu suggèttu. 

Ma lu Rizzu pagati la penitenza : 
Pirchl lu celli leni la valanza, 
E boni, e mali azioni compenza 
Cu restrema esaltizza, e vigilanza, 

'N'omu ch'avia dda 'ncostu la dispchza, 
S'era addunatu di qualchi mancanza 
Di lardu, e caciu, e inisu in avverlenza 
Vitti 111 Sarei fuiri in distanza : 

Laveva asslculatu; ma nun pottl 
Jùncirlu, chi pigghialo avia la tana. 
D'unni lu Rizza lu spustau la notti; 

M*appena Valba in orienti acchiana* 
Va cu pel ri, e quacina, e a quattro botti 
(Cridcnnu dari a lu Surci 'mmaltana) 

Attoppa, mura) e *nchiana 
Lo pirtusu chi ad iddu era nociva, 
E fu lu Rizzu sippitutu vivo. 

Cirnenno ora lu crivu ; 
Paga d'ingralitadini la detta 
L'ingrata, e cui fa beni, beni aspetta. 

VII. 

Lu Cani, e la Sion a. 

Un gentil'omu avia *na S-gna, e un Cani) 
Chi tinia 'ncatinati *otra on perterra. 
Vitti la Signa un jorna, *chi lu pani 
Di lu cumpagna era ristata a terra 
Cci spija : A tia la fami 'un nianca mai« 
Pirchl ora 'un manci ? <^immi : chi cosa ai? 
Rispunni iddut Malatu 'un mi cci criju; 
Ma cci àja 'ntra la cori *na gramagghia : 
Lu patruni avi assai chi nun lu vìju. 
Cui sa?.. Ma lo parrari iddaccl stagghia : 
Poh 1 Nun cc'ò autru ? E di* : senza di tia 
Lu patruni, chi forsi 'un manciria? 

Replica : Nun lu sacciu; ma mi costa 
Ch'una vola ea mi apersi, e mi circali. 
Ripigghia I autra : Nàutra tota appòsU 



ÌAVDLI 

Vinni cu un lignut o ti vastiiniaut . 
E III da veni saccu di vastuni 
Cci liccastì li mani], e li garruni* 

Cliislu, dici lù Cani, voli diri 
Aviri graUtiidini, ed un cori« 
Chi la cunserva a costa di muriri, 
Ma dici Taiitra : Tu tantu ti accori 
Per. iddìi, ed iddu (si tu spi! a mia) 
Manca pinseri, 9 trivulu à di tia. 

Grida hi Cani ; menti pri la giilat 
.Tu, chi si tutta pazza« ed incustanti 
Corchi cumpagni pri min atari aula. 
ÌAì patruni, mi stima; e non ostanti 
Clnddu nun mi slimassi, eu scmpri esatta 
Cci sano pri ddu beni, chi mi a fattu. 

Un cori a la mia spccj vosi dari 
Cralii, e riconoscenti la Natura, 
Pirelli duvia sirviri pri esemplari 
All'emù stissa e ad ogni criatura, 
Acciò profitti di nostra allianza, 
E apprenda gratitudini}' e custanza. 

Vili. 

• • , • • 

Lu Gattu, lìi Frustbri, e TA^ati. 

Trngìu ntra un rifìttoriu di frati, 
(O forai era di mnnaci)^ un Frusteri , 
E cu lu Guardianti, puru Abati 
Osservava li vanchi, li spadderi, 
E di lu iocu la capacità, 
Com'è Tusii di cui girannu va* 

Vidi, chi passiava cu gran sfrazzu 
Ufi grossu Gattu di culari *mmis(:ut 
Cci luceva lu pila, e a lu mustazzu 
Paria un SMJdaUi svizzaru, o tiidiscu ; 
Lu ^iinrda* e dici « Per l3accoi elio un Gatto 
Ncn v'ò in Soria si grosso e si ben fatto I» 

Lu tteverennu cci rispunni ; E puru 
Vossia nun vidi, chi li pregi esterni, 
sia fisici, ch'lu nenti li curu. 
Ma li pregi morali, sia rinterni 
ChiDti lu fannu raru, e singulari, 
E cci li farro vidiri, e tuccari. 

Cussi dittu, cumannaa un fratacchiam ; 
Melticci un piattu di pisci davanti ; 
Chistu ubbidisci, e porta un' gran piattuoi 
Chinu di vopi, e Irigghi, ed a ristanti 
Chi lu posa, cci dici ; Guarda ccà^ 
E immobili lu Gattu si sta ddà. 

Vinniru autri dui Gatti (o chi tirati 
Pi li pisci a Ioduri, o pupi apposta 
Cci foni da lu laicu avviati} 



MUBALi 1 i7 

E ogD* ognuno d' iddi a lu piatta si accosta. 

Ma lu Gattu robusta in un bulenu 

Ce 'è supriit li rincula, e teni a frenai' 

Ammira cu stupuri lu Frusteri 
L'onuratizza d*iddu, e la pussanza. 
Qoannu dnvennu entrari un cucinerà. 
Grapi 'na porta, e a fudda ai sbalanza 
Una truppa di. Gatti, e tutti a uo trattu 
Tirauu pri avvintarisi a lu piattu. 

Tintau lu grossu Gattu argini fari 
DaiiDUci siipra; ma mentri cummatti 
Cu qaattru o tri, vidi autri sOrrgari: 
Ddoco si perdi, e nun sta cchiii a li patti, 
Torna, si afferra la cihiii grossa trigghia, 
Sfitetla, e l'autri poi cui pigghia pigghia* 

Dici lu Rcverennu : Lu miu Gattu 
'Avi giudiziu, o no ? forza e curaggiu 
Tcntau... Poi pinsau ad iddu. £ beni è fattu, 
Fari megghiu putia Pomn cchiù saggiuf 
L*autra tislija, e dici : « Padre mio 
Ben vi spiegate, vi ò t:apito* Addio »• 

IX. 

La RijiimNA, e lu Parpagghium. 

'Na Rindina pusaiasi vicina 
A un Parpagghiuiii, chVra supra un ciiiri, 
Gaardannulu ammirava in ali, e schinu 
LMnargintati e varj soi culuri; 
Ma supra tuttu poi co' invidiava 
Li (]iiattr*ali, chi alTaria spiegava : 

E dicia *ntra se stissa : É vera eh' iu 
Cun paru d'ali giru pri lu miinnu, 
Ma quantu, oimè ! mi aff^innii, e mi fatiUf 
E *iitra li vasti mari mi cunfunmi ! 
Cu quattru« senza incommodi, e disaggi, 
Cchiii preslu mi farria li mei viag^. 

Fratantu vidi a chiddu chi vulannu 
Quattr'ali appena in aria lu sustennu« 
Pocu s^ inalza, e va tempri pusannu ! 
Si compiaci in se stissa : Ed ora apprconilf 
Dici, chi 'ntra loggetti cecili brillanti 
Assai cc'è di superHuu, e di vacanti. 

Non lutti li vantaggi di apparenza 
Sii tali valutannusi in sustanza; 
Vi dananu di arrassu compiacenza. 
Ma vana poi truvati leteganza, ^ 

E chiddu chi apparisci a nui ^antaggiOf 
Tanti voti } molestia, disaggiu. 



Ìi8 



FAVtTU MURALI 



X. 



IM Crastu, e tu Gaddub^Iudu. 

' Mentri pasceva un Crastti , 
,SuUa di *na carrabba» 
In (iiltu lu so fasto 
Si alTjccia, e cu gran tnbay 
Un Gaddn-d* India: e acuta 
Coi scarrica un stranutu. 

Surprisu. a V impensata 
Im Crastii retrocedi; 
LVufrn a dda sbravazzata 
Vjdennnlu, chi cedi, 
Si cridi, cbi hja chiddu 
SopgC7joni d' iddu. 

E si cci para avanti 
In latta la sua gala 
Superbii, e minaccianti, 
La *nnocca allonga^ e cala, 
Stcnni In coddn, e sbrufla, 
Sfidanniilu a la zuffa. 
I Lu Crastu rinculannu 
Lu so vantaggia adotta 
fìran campu guadagna nnu, 
Voi torna, e dà la botta 
Chi tu stinnicchia a terra, 
£ formina la guerra. 

Nun appriitati trot^pa 
Tui sofTri, e sta cutìta, 
Truvati qualch' inloppu, 
Clii Vi arrinesci *a fetu : 
Plnsati a hi cuntrastu 
lii Gaddu-d* India, e Crastu. 

* 
XI. 

£*Orti:lahU| e lu Scsccu. 

Sei tummina di terra, metà ad ortu, 
IVfeth a jardìnu un povir'omu avia; 
E 11 zappava dannusi confortu 
Pri lu rnittatu, chi cci prummittia; 
M'appona chi lì frutti mnturaru, 
Li parpaclni cci laggramagnaru; 

Sibbcni arvuli, e frutti non maturi, 
Kistdru intatti, e Tervi di l'ortagglu, 
Pirtantu appoja a proGtti futuri 
Li soi spiranzi, e si duna corngglu. 
Ma pri sua sditta 'na notti surtìu 
Chi tu capistru l^Asipu rumpiu. 

E sdetti immenzu all*ortu, e a la jardiDU 
Maocianou, e scarpisaoua T insalati, 



Facenna t^ùgni coda un'assassina, 
Rusicanmi li fruUi anchl ammazati, 
Rumpeono rami, cu jUtùni, e inziti, 
E insomma fici fracassi infiniti. 

Lu patruni in sbiggliiarsi la matina 
Cchiù chr scurri cchiù metti a ^mpallidiri » 
Vidi lu dannu so, la. Sua ruina; 
Li latri, dici, datino dispiaciti, 
Ma lu Sceccu però libero e sciolo 
Unni pò Tari guastu, è un tirrimotu. 

XIL 

Lu Liuni, lu Sceccu, ed autri animali. 

Un Liuni un Sceccu vitti, 
Chi pascla 'ntra la gramigna, 
Lu sqnatrao, ma non lo critti 
VnÀ preda d' iddù digna. 

Nonoe tanti si ci accosta 
Pri truvarsiun'ammucciagghia, 
Stanti chi facla la posta 
Ad un Ursu di gran vagghìa. 

Trema TAsinu, e si annicchia 
In vidirlu avvicina ri; 
Iddu pàrracci a roricchia« 
E cci dici : *Un ti scantari. 

Statti firmu avanti a mia, 
Ch*eu ti guardu d*ogni torto. 
Ddu animali si cantia, 
Pri lu scantu è menzu morto. 

Puru fa quanto cri dici 
Pirchl sbatti ri un pò cchiui, 
Cussi stannu comu amici 
Slritti* e 'ncuttì tutti dui. 

Lti Liuni già in distanza 
Scopri r UrsUt chi si affaccia, 
E ai un sauto si sbalanza, 
Curri' a darici la caccia. 
L'animali sin d'allura. 
Chi lo re 'ntra ddi cui'trati 
Era apparjio, pri paura 
Tutti si cranu 'ntanall. 

Ed avonnu cu esaitizza 
Da r ingagghi talialu 
L'amicicia, e la Wuttìzza 
Chi a lu Sceccu aviaaccurJatu. 

Incominciami a guardarlo 
P(T lin grossu personaggio. 
Onora rhi, ossequiarlo, 
Ed a fancci anchì omacgiu, 

A tu signu, chi dd'armali 
Pri li tanti* vampaciutfci 



'FAVULI MiniALI 



U9 



Si è scordalo 'qnftnlQ Tali, 
Crhìù se stìsso min conusci. 

S'ingaimarti, ed iddti, ed iddi, 
Chi applicaro a In Liuni 
Ddi viduti picciriddì. 
Chi a la viilgu so conitim. 

Cu* è polilicu li miri 
Chiusi Vi dì chiavi, e toppi, 
E prf 'un farli travidiri 
Batti oremi, b joca coppi. 

XIII. 

Li Cari', $ la StAtoX. 

Dui Cani, s^guitanno 1u patrun!, 
D'Apollu' ^ntra lo tempio si ficcaru, 
Dda Tidino li genti a munzidduni 
Inginocchiati avanti di Potaru, 
Doti era 'na gra statua colossali, - 
Chi on 1>tu raffigurava naturali. 

Un Cani dici all'autru : oh fortunato 
Marmo chi à colto, ed adorazioni! 
Riaponni lo cumpagmi : Si è tnsensatu, 
Non senti gtis^, e consolazioni : 
S'àvi menti, avi in idda, anchi riposto 
Quantu cci costa jiinciri a ddu posto. 

Tu nuu sai quantu colpi di mannari, 
Di pali, e mazzi in barbara manera 
Fu custrittu in principiu a soppurtari 
Prt essi ri «mosso da la sua pirrera : 
E poi quanti antri colpi di scarpeddo 
Pri asslmigghiari a un Dio ridenti, e beddu? 

Li sommi* posti, li gradi eminenti 
Non su facili tantu a conseguirsi)* 
Costano serj, e longhi patimenti; 
E chiati min pnrrianij mai siiffrirsi 
SMn parti la afrenata ambizioni 
Non cci sturdiaaì la sensazioni. 

XIV. 

Lu Gatix'i e (u FiaiiAnu. 

Aveva nn Gattu disciilo un FirrarOt* 
^ Chi la notti facia lo malviventi « " 

E multo echio in decembroi ed in jinnaru; 

Lu jornu poi durmia tranqiiìllameoli; 

Ed unni VI cri<^iti^ chi dnrmta? 

*^lra la «tri^pitusi^^sima pn*i«i- 

Ma quannu \m cif^ì^a^a !u (rarassu, 

Tirchi già ai mitt^vanu a manciarì. 



Si arrisbigghìava, e vinta passa passu. 
Lu patruni lu sgrida In accustarl: 
Bestia dormi 'ntra strepiti, e bisbigghit 
E a lo scrusciu di labbri ti arrisbigghi. 

Sì ponmi a tuttn Tomini avvìzzari, 
Como anchi ranimalì; m» V isttntu 
Nun si fa n>ai da rabitismuntari, 
PircM a la guardia di la vita e ^mpfnhi, 
Perciò hi scroscio di labbrii >e di piatti 
Basta pri arrisbighiari omini, e gatti. 

XV. 
La VcLPi e rAscmj. 

Una Volpi fiila scantata totfa, 
E si guardava davanti^ e darreri. 
Circannu pri ammuceiarisi *na grutta. 
Cui ti assicota? Gei spia un Sumèri... 
Noddo... 'A4 fatto d^lìttu? impertiiUsoza?... 
Di nenti mi rimordi la cuscenza... 

Addonca pirchl fui? dt chi ti scanti? 
Ti dicu : Mi fu ditto, che è niaciutu 
Ordini di la Curti fnlmtnanti 
Di catturar! un Tauro cornoto; 
Nun sacciu chi delittu cc*è finrpntatu; 
Basta si cridi reu di un* attìnta tu... ' 

Elu ch'ai di comuni a Taoro, e Vacca?.. 
Baetu Asino tu; chi non sai nentil 
^Ntra sii affari a jitiarivi 'na tacca 
Cridi chi ci sta assai lu malviventi? 
L*invidiusu? L'occulto "nnimicu? 
Basta chi ti denunzia per amico. 

O chi dica: d^avirt ritravatu 
Qtialchi vestigio di li loi'pidati 
'Ntra deli lochi, chi chiddu' à friquintatu, 
O con antri pretesti mendicati 
Lu jiudici o zelanti, o ambiz'usU) 
Ti fa sudditi» so dintra un dammusu. 

Ed incominci a patir! atritturii 
Ad essili subùtu, ssamtnata; 
NuMu azzarda parrart in to favuff, 
Cutitu d'iddu.da tia nni voli datii; ^ 
Fossi anchi d'inlniccenza no tat>ern8cu1u. 
Si tu nni ncaci vtm è un gran mìraculii. 

Dissi* e si ia ubignau. 1:41 Sceccti' inianiu 
(Benchì Sceccu quaKera) 'ntra se diasi: 
Cuscenza Iosa gi'tiora lu stantii^ 
Piccati V(x*chi crjUi chi, noi aviksit' 
Jeu chi a lu munmi nun caccio, vk minu 
Vaj.usicuru pri lo mio eaminu. 



I 



t5» 



f AYCJLI MORALI 



XVI. 

Li FuBaiicuu* 



Misi Tali 'na Fiirtniciila, 
E sollevasi a monfienli 
Su li tr<ifi di rardictila, 
E di Veni cthìù eminenti* 
- L*aiiiri a terra rampicannu 
Si .sttipero a sta vdlata; 
L'aminiraTanii, esclamannti: 
Oh chi sorti! Airlunata ! 

E da brati adulaturi* 
Chi unni ▼tdinu appuggiàri 
La fortuna, dda li curi 
Vannii lutti ad iinpif^garl; ' 

Cussi chisti.anchl d*arrassa, 
Cu li'ossequj, e riverenzi 
AiTriliavanu Ui passu 
Pri oltunirinni incombenzt. 

Ma ristaru trizziati. 
Chi proscrittii avia la sorti 
L'ali d*idda, e li. vùlali,. 
Pri proludj di la morti. 

SI mai cadi si sfazzuna 
Cui sta in chiia di la scala; 
Li favuri di fortuna 
Su carizj cu la pala* 

XVII. 

Esoru, « Voctddu Lingua xoqhì. 

» 

Vidi Esopo 'ntcrra slisu 
Un oceddu; ma si accorai 
Chi per arti cci sia mìsu; 
Una lunga lingua snorgi 
Da lu bt*c6u chi la lassa 
A Tarbilriu di cui passa. 

Ed infatti china tutta 
Di furmiculi già era, 
Licca bgh\ina, mapo» sciitta 
La sua détta tutta intera, 
Clii la lingua in ritiratisi 
Yeoi tutti ad. ammuccarist. 

Ridi Esopu, e dici: Or iu 
Diflerenza, né dirariu 
Nuddu affattu cci nni«i'iu 
'Ntra st'occddu, e Tusurariii: 
-Mpresta.e poi cu usuri, e frutti 
Tuttu agghiommara, ed agghiutii. 



'N 



XVItl. 
Li Cococcioti. 

Si avia pisatn unari^ dì frumenfUf 
Cu li Voi concirtati a varj slracqui; 
Ma ntin si spagi^hiaa heni, clii lu rentu 
Spirau conlrariu, e p9i vinniru l'acqui; 
P<»nriò la pagghia rislau supra tutta 
C«»inu cch'ù leggia, e lu frumenlu sutta. 

Dui Cucucciuli, o tri di primu volu' 
Tei foni sopra pri piwuliari; 
Ma trascnrronnu lu supr*Mnu solu 
Aulru eh' pagghia un potliru truvari« 
F. nni risiaru curai, e nichiati 
Malidicennu tutti ddi cuutrati. 

Dicianu: Lochi fiUii pri li staddi» 
Nun Siti dgni dcssiri abitati 
Chi da li suji scecoliit e lì cavaddi; 
Ma l'autrioceddi cohiù scaltri, e addistrati 
Di Tarla scavulianu lu funnu, 
E frovanu frumentu grossu. e biuunu. 

Quannu jn un slalu cci su fazioni, 
F partiti, e puliticu scuncertu, 
Li suggoUì prudenti, saggi« e boni 
Si stannu sut'a misi a lu cuverlu, 
E la<«sanu a li pagglii lì cchiìi leggi 
Gudirisi Tonuri, e privileggi. 

« 

XIX. 
Li ScEccHi ed Esopu. 



Dui scocchi cu li coddijincrucicchiati 
L unu raspava alPautru. Nun cci leggi 
Lti vulgu nenti cchiù, chi asinitati. 
Li guarda Esopu, e grida: Oh testi leggi! 
Cnin lezioni è chista; profittati: 
Lu bisogim rcciprocu. Iddu reggi 
Tutti li societati, e li bilancia, 
L'uuu ras|)annu allautru unni cci mancia. 

XX. 

La CocucciuTA, e lu PisPiscwi. 

Mi si pirmettaslo ptcciulu prologa, 
Lapplicu a li t>. 'Ninnari stuapologu. 

'Na Cucucciuta vidia passar! 
Un Pispistini linnu, ed attillata, 
Chi app<*na '«terra si vidia pusarl, 
Sl>rlciu, galanti, e di coddu alligiatu. 



FAVULI MURALI 



151 



Dissi 'ntra d*iddiK ccì vtirria apiari 
Chi prctentit acciissi impipiriddatu? 
Cu tft'eicgànza, dimmi, ehi ccì abbtischi?.. 
Ci accosta, e vidi chi ammaccava muschi. 



' ( 



XXI. 
tu Rl'sig>olu , € TASINU. 

'Ntra mirrtiddì di addauni ciirunati 
Un HuàiRnolu iirmonrcii agi;! nera In 
'Ngurgiava siou a perdita di eiatu . 
Li soavi 801 noti, e varj e grati. 

Temiiri cori, ed almi dilicati 
Stav^inu attenti (H un macchiani allatu 
Pri lu piaciri avevanu sctirdatu 
Li guai da cui venianu molestati; 

Quannu improvisu un Sreccu cu la pa^sghia 
ietta un arragghiui e subilu 'mpanncdda ; 
Sctamanu chiddi: òli po^la a stu gramagghia! 

Grida un viddanu: st'armonta 'ncaseddat 
Jea sulu apprezzu Tasinu, chi arra^glra, 
Pirchì mi servi pri varda, e pri sedda. 

La musa è bona e bedda, 

SWcì lu vulgu a lu guadagim inlentu) 
a soni» e canti su cosi di vènlu. 
Né vuci, né strumentu, 
^è tutta Pindu basta a sodisfari 
Lu tavirnaru, chi voli dinari. 

xxir. 

J,a Camola^ e lu Tauku— i4 Nici. 

* 

Nun lu ncgu, si IVstrattu 
Di fonari, e la custanza, 
Ed ai datti anchi hi srraltu 
A suggelli d'impiirlanza: 

E confessu: Chi slu tali, 
,Chi li m^ustra affezioni, 
'Nun è oggetlu chi privali, 
Ne da dari apprenzioni. 

M'àju a menti-* Orsù cantamula, 
Certa istoria «Irepitusa 
Di un insetto dittu Carnuta, 
Di natura pittimusa. 

Dunca cc'era a sii contorna 
Ungran Tauru grassu,egro8su 
Chi manciannuci li corna 
Dava a un vecchia truncii addossu. 

A 8ti botti atr^ccia un pocu 
Do virmuzzu la sua testa, 



E pai grida: Olà cu' è dd^cu? . 
Cui Ui truncu mi mu'esta? 

Nun si digna di rispundifi 
Di Tarmenti hi baacià, 
£ cridenduhi conftindiri 
A lu truncu furti da. 

Lu Virmuzzu si nni ridi. 
Dipoi dici : cci scnmmctti). 
Chi la forza, in cui tu fidi, 
Cca si perdi senza ofTot tu. 
leu mi fidu di pruvatrti 
Cu evidenza^ e cu ctrtizza. 
Chi pòcchtù la fl«!miiia e ratti 
Chi la forzi, e fobustizza. _ 

Sia lu Tauru diggià ataicu 
Pri li afurii (atti atia, 
Sia diggià. T inula mancu 
La sua bòria, .e bizzarria, 

Pigghia pausa, e, dici : orsù 
Jeu li accorda aicuranza, 
'Dimmi prima cui si tu/ - 
D*unni pasci sta baldanza ? 
Jeu aù un easiri, riapundi. 
Di miauri poca esalii, , 
Lu miu corpu 'un cornspnndi 
Cu lu granuli di li fatti : 

Chisiu truncu, chi a lu cozzu 
Azzanuau li corna tot. 
Mi lu arrusicu pri tozzu, 
Pozz'eu failu, e tu nun pou 

Va-.. SI pazzu, dici, e parti, 
Lu gran Tauru; ma T tnseltu 
Da lu truncu inui si spartii 
Né abbaiiduna hi progettu; 
A hi sigini, chi |Ki«satii 
Cchiù di un lustru, oh meravigghia ! 
Lu gran truncu sbacantatu 
Cadiu io pUlviri q canigghia \ 

Chi nni dici tu, curuz/u, 
Ca lu beddu to talenta? 
Mun è s tatù, chi un virmuzzu 
Chi produssi sta pìirloQtu l 

XXIU. 

Lu Gagnolu, e la Cani. 



Un Cagnolu 'na«strummula si vidi 
Scurriri atlornq sula, e 6rriari, 
Pri spraitichizza un armali la cridi, 
Chi avia, corou iddu, vogghià di jacarJ, 
Perciò cci accosta calalu oalatu, 



152 



PAYVLI iiroiiii 



Ila fu eti 'ni fioaddata ribulltta. 

Ci slrnpfnau lu mus^u a signo UKt 
Chi rucculanou «iirsi 'nlra *iui gmini. 
Crìdeiinu chi 90 figghiu aviaai mali; 
Nesct la luatri, e mustra li acaggliiuni, 
E in fidirtii trimanti, e siupefattu, 
Cci dtimafMia: cui fu? chi li èonu fattu? 

Iddìi rispunoi ; cc*6ra un annaluiku, 
Chi stila sulu girava> curria^ 
Mi accosti! pri ciorarlu, e appena Inizzu» 
Mi duna un ammaltuni, e mi slruppia.- 
Tale, tale vidi ca tornarreri! 
Dissi, e scantatd si jittau 'noarreri. 

La mairi ridi, h poi diei^: oh babbana ! 
Chistu è UQ pezzu di ligna. La sua iorza« 
Lu so motu è viniitu da b nraiAi 
Di lu pìccioliu» chi la scagghia. e sforza; 
Tutta la sua potenza, e^ tutto chiddu 
Spirìtu chi dimustra, aun è d'iddu. 

Sai com'è pressu a pocu : lu patroni 
Ammetti in casa pri spassu, e piacìrit 
(Coma tu sai) RuflSoiu, e Corbellunl, 
Pari ad un scitKscu in chisti di vidiri 
Di hi patruni co la grazia in Trunii 
Un sQperbo Gradasso, e on Rodomnoti* 

Sì mai la grazia da iddi alluntanali» 
N«in avrannu cchiù fumi, uh valia} 
Divintirannu strummuii scacitl» 
Sciiprenou ogn onu l'essenza cii*airtay 
*Chi tolta in iddi V indoli maligna, 
In sustanza non a& chi truoclii, e ligna. 

XXIVi 

Im Rizzo, (a Tabtuca. hi Cani. 

A la Tartiicca sotta un seornabeocu 
Dissi lu Rizzo : pazza^ fa sciloccu« 
E lo vai cu viséra, e co cileocu, 
E dicchiù porti sopra lu marroccu ! ' 

Rispund* idda : Tu ali* antri metti pecco ! 
E pirchi armato di dardo, e di stocca 
*Ntempo di paci vai. facci di scocco, 
Como dovissi sustinlri un blocco ? 

Mentri autri inciurj su pronti a lu sbocco 
Rompi sta quistioni un Cani braecuv 
Chi i'immestif e li sbatti a trucc-e ammoccu, 

Poi dici : ogiruoo stia 'ntra tu so scaccti, 
Ciipi cchiù ^fioasa propria un pazzo, e on 

(cocco, 
Ch^ìn casa d*autri uo savio, ed 110 viggliiaccu. 



XXV. 



£tt ScBCCfj 0«u, e r Ojiu Scecco. 

Un bon* Omu avia un Scocco assai turduoi> 
La sorti, ch'è bizzarra e stravaganti! 
Cancia lu sceccu in Omo, e lo jMtrnni 
Lo cancia in Scacco; ma com'er'avanti 
RìHtau la menti in iddi; pirchi on vali 
La sorti a trasmutari lu morali. 

funsidirati, c^hi peni, ed afTamii 
Diva suiTnri on Omo, clii ragiona 
Assuggittatu a uo Scocco grosso, e granni » 
FaU' Omo da un cùpriccio di fortuna ! 
Puro arroventa co cura\ggiu eroica* 
E la nicissitali lo fa stoico. 

Vinni lu caso, chi dovennu fari 
Lungo viaggio lo Scecco patruni. 
Metti lu Sceccu servo a carricart 
Di bagagghi.e di rubba a monzidduni> 
Senza cunsidirari, chi *on potia 
Reggiri a lo gran pisu, e ,a la fatìa* 

Lafllitto carncatu a summH stentu 
Tir^avanli pri un migghio, ed arriventa. 
Airautro migghio lo passo è cchiù lento, 
E a splnciri li pedi suda* e stenta; 
Ogni pitrudda cci dona contrasto; 
Ma Tautro da mazzetti a tuttu pasto. 

Finalmenli vicino a 'na lavanca 
Truppìca, cadi,. e supra di 'na rocca 
S'apri la testa, e si stroppedda on*anca; 
Lo patroni pri rabbia tarocca; 
Ha lo so taruccari nun apporta 
Vita a lo Sceccu, nò la r'obba porta* 
, L'espedienti sulu chi cci resta 
E lo pisu addossarisi di chiddu, 
£ parti su la schioa, e parti in testa 
Jinslllu adattanuu supra d*iddu, 
Chi cci r inesci tanto cchm gravusu, 
Quanto meno a li pisi cci avia Tusu. 

Stenta, soda» si affanna, spioci forti» 
Cadi, si S0SÌ9 si soonqoissa, ed «)ccu 
Como st'armali, ad onta di la sorti. 
Torna com'era, ed è dai voti Scocco» 
E corno tali co lo piso addosso 
Finisci allavancannosi 'ntra on fosso. 

La sorti i 00 vento, chi alza li Someri» 
E cci fa fari voli sorprendenti; 
Ma da se stissi ppi cadinu arreri. 
.Cadissiro iddi soli sarria ncnti» 
Ma tanti voti su peroicìusi 
ÀUouiini onorati, e virtuusi. 



FAVOLI liUEAU 



153 



XXYI. 



La RiNDiNA, $ la Pàtedda. 

Stanca da li viaggi aupfa un acogghiu 
Chiusi Fali, e pusau 'oa Rindinedda; 
Un poeu autta cc'era *oa Patisdda, 
Chi pri tettu ci offriu lu so cummoggfaiu. 

Ti ringrazìu» cci dissi, non la vogghiUt 
Ma tu tempri stai ddocu ? o ptviredda I 
Jeu giru mari, .paisi, castedda, 
Osservu tuttu, e doppu mi la coggbìù* 

Dimmi, Tautru spijau; li lochi visti 
Sii d'acqua, e petnr...SL..Cc'èarmali?...Oh 

(quanti !••• 
Uomini su a dui pedi?... Conm chisti-.. 

Periculi cci nn* è di vita vostra ?••• 
Cui li pò dirit... Basta. Un jirt avanti. 
Tuttu lu munnu è comu casa nostra^ 

XXVII. 

La FuRMiccLA, e la Cucugcicta. 

Vera cchiù chi ^an s! dici : Li dt'sfgni 
Di lu.poviru mai, mai vennu a fini : 
Suda, travagghia, Ta conti, e rassignl, 
Pri un granu dà la facci 'ntra li spini, 
Sparagna, si allaromica. si assuttiguia, 
Lu diavulu veni, e cci li prgghia. 

Aveva la Furmicula a gran stantut 
Tissennu sempri campagni, e chianuri, 
Risiddiato un pocu di furmentu. 
Chi a via sarvatu in suttirraoj scuri, 
Spirannu cu 'sta picciula dispensa 
Reggiri dì l' invernu a 1* inclemenza. 

Veo' iiitantu Tao tonno, e *na timpestt 
CcMnsoppa tutta la pròvtsioni. 
Chi si tali quarè sarvata resta 
Si cci ammuffisci, e va in corruzioni; 
Pri tantu aspetta 'nchiaruta Taurora, 
E pri asciucarla si la nesci fora. 

Aveva appena, nisciutu di sulla 
L'ultimo cocciu, chi cala affamata 
*Na CocQcciutay e ci la mancia tutta, 
Diceimu ; cca la tavula è cunsata, 
Yeramenti Natura appi giudizio 
La Furmicula à fattu in mio serviziu. 

Da Tautru latu, amariggiata, afflitta 
Cunsidirati qoantu Tautra resti I 
Jeu, dici, travagghiai, la mmaliditta 
Si rà maociatu, chi cci fazza pesti. 
Oh celo! E tu chi sai quaotu mi custa 



Pirchl mi rendi sta cumpenza ingiusta I 

Uentri Tafllitta spigava Tailannu 
Contra lu celu, vid' in aria un Nigghiu, 
Chi va la Cucciuta assicutannu, 
E già la strinci ^ntra lu crudu artigghiu* 
La Furmicula osserva tuttu, e dici : 
Bonu cci stia; ma intantu eu su infelici. 
La cruda morti d* idda, e lu so mali, 
Sibbeni in apparenza sia vinditla, 
A mia nun mi suffraga, e nenti vali 
A cumpinsari in parti la mia sditta, 
Soffro travagghi, sfuma lu profittu, 
E intantu mi assicuta lu pitittu!' 

Ma è mali assai maggiuri, si nun sbagghiu, 
L'essiri assicutala dà lu Nigghiu; 
Giacchi sibbeni è pena lu travagghia, 
Purii diri si pò salamurigghìo; 
Chi ultra chi vi procaccia lu manciari 
Cci dà sapori, e vi lu fa gustar i. 

XXVIIf. 

Li Cii^M. 

Si fanuu sto dialogo dui Cani : 
Tu 'ncalinatu I E pri quali deliltu ?... 
Nun è castigu, su carigni umani; 
Lu patroni di mia nn'àvi profittui 

Mi à vistu Cacciari pri li chiani. 
Mi apprezza, e timi chi cci vegna dittu : 
Lu rubbaru, o si spersiV. perciò un pani 
Mi duna, ed ossa, e oca mi Ioni strittu.... 

Fratantu in premiu di Pabilitati 
Lu boh i>atruni to riconoscenti 
Ti à fdttu privu di la libirtati ? 

Si a stu modu li meriti, e talenti 
5ù da Tomini in terra premiati, 
E gran fortuna nun avi mi nenti. 

XXIX. 

Lu Rusignólu, e lu Jacobbu. 

A lu Jacobbu dissi un Rusìgnolu : 
Di': sta pittima amara ècanlu, o picchiu? 
Rispus'iddu : Gnuranti Traschittolu, 
Chi caotl^ ad aria misu in cacaticchiu. 
Si ^ln sai di contrapontu, ergo eitrolu : 
Sai spàrtiri lu tempu a spicchio a spiccili';. 
'Nìerrumpi l'autru sarrai bon pedanti, 
Ma non pri chistu si un bravu cantanti. 



30 



Ì54 



Favuli mueàli 



XXX. 



Lu Merru, e li Petiirrussi, 



Un Merra vitti cu Tali cadati 
alcuni Fettìrruftsi, e cci à spiata : 
Chi vi avvinai ca sili arripndduti ? 
Ta pircbl zoppa? E ta pirchi spianata Y 
Rispasiru : Noi sema divirtatì 
Cu na Cacca, e "ncappamu 'ntra un viscata... 
Diss'iddu, OimM cu smorfj, e jucareddi 
St'errami Cuccili smennanu i'oceddi ! 

XXXI. 

La Signaj e la Vulpù 

Vi scrivU) e vi presenta tali quali 
Lu dialogai comu era distisu 
Dintra lu camululu originali 
Tradultuda lu vecchtu. E assai concisu 
Pirelli ò traduzioni litierali; 
J)\ lu mia nenti aflattu cci bju misa, 
Tali, com'era* da mia si cunsigna, 
Vi prevenga chi prima parrà Signa. 

Cummàri comu stati ?.. Ih ^ Tinta assai !•. 
Pativi cura. ..E chi 1..8t'infìrmitati 
£ dona specj, ch*un si cura mai... 
E pirchi ?..Pirch\ è mali di Tetati... 

Pribbiru ! pocu fa mi nni addunai, 
Oli avivu tutti li ciancili spilati.., 
E chist*è nenti, cci sunn^autri guai... 
Quali SII?.. Sugna modda prì mitati... 

Mipchtna 1 chianciu sta vostra muddura !.. 
Vogghia a l'oricchia pri stu bonu offiziu. 
Darti un rigorda. Accostati a drittura... 

Ah tu muzziohii ahiahi I.^Mettigiudiziu 
Yulpi, e Lupi nun caocianu natura, 
Lu pilu pirdirannu, e no lu vizia. 

XXXIL 
LUrsut e lu Ragnu" 

Sazia di meli sinu ^ntra li caschi» 
Un Ursu ripusava ^ntra la tana. 
Uu Ragnu appisu a li sol riti laschi 
Si cci fa avanti, e dici : La sovrana 
Attizza Vostra coma sofTri io paci 
L'insetti molestissimi, ed audaci? 

Ver*è, elfo un gran discapita lu so, 
ÌMiltirisi cun iddi a tu pri tu; 
Ma affìdarni l'incaricu a mia pò} 



'L'attaccU) e mburdu a (otti quantu su. 
Pissut e chrantatu a la porta davanti 
S|irò 'na 'sintinedda vigilanti. 

L*Ursu accetta» Tofferta , ed eccu un velu 
Vidi distisu avartti di l'entrata* 
Ma poi b! accorgi, chi 'un è tutta zela; 
Giacchi ogni Musca chi resta 'ncappata, 
È preda di la Ragnu, chi la saca, 
E la tostaf e fi vini cci rascluca. 

E pura chistu Tavirria sufTerto; 
Ma quannu vidi poi, chi Vespi, ed Api 
Trasinu franchi, comu fussi aperta, 
Dici : sta riti d'ingiustizia sapi. 
Teoi a frena li picciuli, né vali 
Pri li grossi chi fanou maggior mali. 

Conchiudu: O tatti o nuddu. A disonurt 
leu tegnUf ed a viltà lu dominar! 
Li deboli, e li vili. Ta procuri 
Lu sulu to vantaggia,, e voi lascia ri 
La taccia a mia di vili, e ^i tiranou ? 
Sfunna, e vattinni pri lu to malaonu* 

XXXIII. 

Lu Lebbra, e Camaleónti. 

■ 

Dissi lu Lebbra a la Camaleonti ; 
Tu mi pari un complessu di potenti» 
Quanti voti ti guardo, tu ti appronti 
IH aspettu, e di culori differenti; 
Ed ultra poi di chistu, ancora aeotu» 
Chi ti alimenti d*aria, e di ventu. 

Rispusi : pri castigo fui da Giovi 
Canciatu da lu primu aspettu umanui 
Pirchi pri ambizioni tali provi 
Cu l'impiego facia di corteggiano. 
Ripigghia Tautrn :' cercati l'eguali 
Danca 'otra K anticàmmari, o li sali. 

xxxiv. , 

Li firmuzzi. 

L'iotressu propri u pinci a nui Toggetii 
Ora boni ora pessimi^ a secunna 
Di unni a guardarli qualcuna si oietti* 
L'esperienza di sti fatti abbunna 
'Ntra li tanti lu Vecchiu vi cunsigna 
Dot Virmuzzi 'ntra un fila di gramigna. 

L*una spija: Collega chi si dici ? 
Risponni Tautru: Guai I cc'è mali novi i 
Libera è già lu campo a li animici . 
Pri fari supra nui erudii! provi : 



FAVUI-I MORALI 



4 «^ «^ 



Yennu li feri agneddi a devorari 

Sfervi, e ntiì chi cci semu ad abitari. i 

Ripigghia chidda ; e li beDefattari 
Lapi» benigni lupi noi lassaru ? 
Su stati di Tagneddi lu terruri, 
Vigghiannu aeropri pri nostra ripara; 
Per. iddi intatta ancora si conserva 
La nostra vita, ch'è affidata all'orva. 

Ahimè 1 l'autru esclamau, ahimè ! li cani 
E li pasturi armati, ed a munscdda 
L^assautaru abchi diatra di li tani} 
E ooi ficiru orribili maceddu. 
Lì barbari trìpodiu nni faanu, 
CbiaBcemu in iddi dui lu propria danna. 

XXXV. 

La Turfi^ e lu Lupu» 

Standu^na Yulpì saprà la finestra 
IH UD casilinu vecchia inabitata. 
Guardava a bassu in macchi di jinestra 
Un Lupu, chi vidennusi guardata. 
Cci spija ; i aja a da ri ? Idda sarrisi 
DiceoDu : àju squatratu quanta pisi. 

Tu Dun si tanta leggia, iddu rispusiy 
Ma paru si 'ntra Dui cci fussi lega 
Tiolìriamu Timprisl cchiù azzardusi. 
^Niavulamu un trattatu; pensa, spiega. 
Ditta li liggi tu, ch'eu tutti quanti 
Juru osservarli coma saggi, e sahti. 

Beoissimu, diss'idda, pri cusccnza 
Sacciu quanta pò avirinni lu lupui 
Onuri nni pò. vinniri a cridenza; 
'Nzumma ai Giovi Mn è pri tia chi un pupot 
Si fidi in tia, né probità cci trasi; 
Sta trattala unni posa, e metti basi ? 

Lo vantaggia reciproca, ripigghia 
Lu Lupu. Ma la Vulpi : òca ti vogghia. 
L'amur propriu nun dormi, seropri vigghia, 
E si cci torna commoda un imbrogghia, 
Posponi, scarpisannu ogni trattatui 
AlPutili comuni lu privata. 

Dunca, ripigghia Tautru, già si vidi, 
Chi cu la tua manera di pinsari 
La guerra sala è chidda, chi decidi. 
E idda ! t]!hi aulru da tia si pò spirari ? 
Unni cc'è radicata la malizia 
Allignari 'un cci pò mai Tamicizia. 



XXXVL 



Llngraiitudini : la Fece/ita, e lu Porcu* 

'Na vecchia chi tirata 
Si avia da an puzza Tacqua, 
Nni sdivacau la cata 
^Ntra un lemmu> e p<>i si sciacqaa, 

Un Porcu arsu di siti, 
Yidennu Tacqua scappa , 
E senza oiTerti, o inviti. 
Arriva, e si Tappappa, 
Nuo pensa, farci mali 
La vicchiaredda pia, 
E godi ca dd'armalt 
Si sazia; e si arrlcria. 

Yivetina quanta pò 
Lu Porca poi nun lassa 
Fari da para so, 
Lu lemmu cci fracassa. 

La vecchia a sta vlnditCa 
Si pila, e si contorci 
Dicennu mesta, e afflitta : 
Faciti beni a Porci ! 

XXXVII. 

Animali notturni^ e Giovi* 



Lupi, YuIpl, e autri bestj di rapina, 
Uniti a li Jacòbbi, e a Yarva Janni, 
Facianu istanza a Giovi ogni matina 
Centra di Febu pirchl in terra spanni 
Tanta luci, pri cui vennu obbligati 
Starisi in gratti, e tani inerafacchiati, . 

E chi Testa cci robba 11 megghiu uri 
Di scurriri li campi> e di eircari 
Da cavaleri erranti Tavventuri : 
Conchiudevanu in fini : chi cai fari 
Vosi la luci putia fami a menu, 
Bastannu di la notti la sirena. 

Giovi prima osau flemma, finalmcnti 
Stanca da tanti istanzi bestiali 
Cci dici : virgagnativi insolenti , 
Chi siti satta assai di Tautri armali, 
Pirchl la laci a vai oun torna a vcriii 
Noi valiti privata TUniverBU ! 

Coma si Yidirianu senza luci 
L'operi mei magnifici, ed esatti ? 
Cui li riventi avviva? cui produci, 
Cui fecunda li campi? O sili matti, 
O furbi, chi timiti a chiaru lumi 
Espooiri li vostri rei costumi. 



156 



ViTOLI UfmALf 



Quanno mi si accurdassi la licenza , 
Sirrla 2 chi si la loci è *iia siistaoia* 
Chi rischiara li corpi; la scienza 
Rischiara l'almi, e oUeoebra ignoranza* 
Cu da saggiu si regala, e conduci 
Scurri franca 'ntra l'unai e Fauira luci. 

XXX Vili. 

La Sorti sia li Siminàeddi, e li Yenii. 

Dui troffi di Cardedda 
Luna si trova naia 
Supra *oa Qnistredda' 
Di casa sdhrrupata, 
E Tautra 'ntra li cimi 
Di torri auta, e sublimi. 
SU dui cu lu favuri 
Di tatti l^femeoti 
Spicanu, e fannu ciuri, 
Sti ciuri finalmenti 
Fauna li Siminseddi 
Chini di sfiluccheddi. 

Già sicchi, e maturati 
Sti Siminseddi vannai 
Da venti trasportati) 
Fri Tarla vagannu, 
Sirveodoci di vila * 
Li sBIttccheddi, e pila. 

Perciò succedi spissUf 
Chi chidda nata bassa 
S'alza, e lu Tentu stissu 
In cima poi la lassa 
Di la gran turrii e crlsci. 
Prospera dda, e ciurisci. 

L'altra a Tincontru nata 
Ch*«ra 'ntra tanta altizzai 
Doppu chi In aria nata, 
Cadi 'iitra la munnizza 
In lochi vili» e vasci. 
Unni germogghia, e iiasci. 

Pò insuperbirsi chidda, 
E 'disprizzari a chisU? 
torsi si divi ad idda 
L'essiri ben provista 
Di un locu auto, eminenti? 
Fu Topra di li venti. 



XXXIX. 

Li Croiti. 

'Na quantità di Crasi! in un siiccatu 
MentH chi si scurnatranO ^t^a d^iddi, 
Nni fu da un sirifizzaru unu acchiappata, 
Chi un ferro cci Bccad 'otra li gariddi, 
E in presenza di tutti Tammazzau, 
L*unciau, lo battio beni) e lo scurciaUi 

L*autri si eranu mossi a ▼indicarl 
Lu so mortu cumpagnu, e allUfa cerio 
Eranu in statu di putirlo fari. 
Ma nua fu di durata lo concerto; 
Pirelli testi di crasti, e testi assai; 
Pignata di comuni, "un vogghi mai. 

Da multi si dicla, chi Tammazzaia 
Era soperbo, e chino di arroganza, 
'Na mala spina nni avemu li va lo, 
Quali scenso nni la la soa mancanza f 
Mono consumo d'erra,' e la soa parti 
Crisci la nostra, pirchl a noi si sparti* 

Si erano coitati a sto conforto, 
Qoanou lu sirifizzaru trasl arreri. 
Ed «ccu cadi nautro Crasto morto, 
Tornano IVotri a mettirsi io pinseri, 
Freminu; ma poi trovan^anchi in ehisiu 
Li soi difetti, ch*era fausu, e trisiu* 

Vidinu poi, chi la processioni 
Seguita a longo, né la straggi speddi; 
Vanno traseono in costernazioni. 
Ed in timori pri la propria peddi. 
Perciò tenoo cunsigghiu espressamenli 
Pri risotviri un giusto espedienti. 

Ma mentri si consoita, e si riscontra 
Da ona parti e dairaotra ogni progetto, 
E si malora co Io prò, e lu centra, 
Menzo sticcato k gii sbrigato, e netto, 
Pirchl scannannu a dritto, ed a traversa 
Lo striiizzaro tempo non nni i persu* 

L*uUimi« ah 1 tardi apprisiru, e a so costos 
Chi duvia farsi a privati odj un ponti. 
Lu nnimicu comuni avenno 'ncostu 1 
E chi *ntra gran pericoli li pronti) 
E- li ccbiù arditi risoluzioni 
Sunnu a salvacei onici menzi, e boni. 

XL. 

Io L^u rumitu, e (« Cani. 

Un Lupo vecchio, chi nun puiia ccliiui 
1 Scorririy e assassinari li campagnii 



rAVOLi umiAU 



157 



Fittosi Un rumitorlu, bì cc*inchiui. 

Li locculi 8l adatta a li calcagni^ 

^Na corda ^ntra la cinta, e in schinat e testa 

*Na Dienia peddi d'asina pri 'tnniesta. 

Cu li pedi davanti *ncracicclìiati, 
L'occhi modesti, stiau 'ntra la porta 
A cai pdsaa di dda la caritatt 
DuDianna umiliata, e poi li esorta 
A sruiri ogni vicìa, e pompa Tana, 
E supra tutta la carni mannana. 

'Ntra tanti beatj, chi cci sA a la munnu, 
Nni trova alcuni sciocchi a signo tali. 
Òli cridinu sta Lupu di bon fonnu, 
Simpiicf, e senza nudda umbra di mali; 
Cliisti a cui patta cchiu facianu a prova 
Dannucci carni, e pani* e caci, ed ova. 

Lo vidi un Cani, e dici: Ehi via si sapi» 
Chi *ntra li Lupi la divucioni 
£ atrataggemma vecchia^ e ccbtA non capi» 
Né trova loca 'ntra li testi boni. 
Vinisti a mali tempi, 'ntra acetati 
Cchiù non si cridi a lupi mascherati. 

Almenu, ripigghiau lu Lupo aatutu, 
Mi divi essiri grata, pircM viva 
Da saggio, oè cchiù fazzo lu sbannutu, 
Ve sugna echio a li pecuri nociva. 
LHnterrumpiu lu Cani : ma stu beni. 
Chi tu vanti, da tta certo nun veni. 

Veni da U ioi ibrzi già mancanti, 
Fri CUI fari non poi maggniri danna, 
Ch*otteniri pei pura carilalt 
Chiddu, chi a for^a carpivi rubanno, 
^Nzumma qualonqiii pirsunaggiu 1ai« 
Lupo nascisti, e Lupu morirai- 

XLL 

Lu cunvitu di U Fcaci. 

Un Sorci di autu rango, pìrchl nato 
Supra di un campanaro , essennu un jona 
Scinnutu a terra, vidi in un fossatu 
Tanti antri Siirci a un monnizzaru attorno. 
Li compiangi dicenno : oh miserabili ! 
Dipoi cci parrà cu maneri afTabili : 

Cci pinsiriti a ripolirvi \ E quanuu ? 
Pirchl abitari in lochi sporchi, e bassi. 
L'aria cchiù impura sempri respiranim 
Sollevativi. E ogn'unu si spiirchias^i 
In mia, chi slaju unni ogni vento batti. 
Sicuro anchi da trappiiti^ e da gatti. 

E pri farvi vidiri, ch*è in \erQ 
Quanlu dicu, v'invitu pri duniani 



Quanmi lu soli è sotta st'emi^rerii^ 

A cenari cu mia ^ntra li mei tani 

Si avritl lo coraggio afipiccicari 

Dda torri o agogghia, chi, a menz*aria pari. 

Li Surci cci acconsentinu, e cuntcotu 
Si parti ogn'unu, e a disiar! attenni 
L*ura preGssa di lappontamenta 
Pr'intervenirl a stu invita sollenni. 
Molti però, di umuri cchiù bagiana. 
Non cci vonn*iri co li mani in manti. 

Ma coi cci porta crosti di furmaggiu. 
Coi tozza duri, cui castagni, e noci. 
Coi ficu sicci pri lu cumpanaggìui 
E coi di furti muddicheddi ducit 
Cussi tutti a lo tempu stabiliUi 
Si ficiru trovar! a la convito. 

Lo baruneddo di la campanaro 
Montato in cirimonia li ricivi. 
Lìntrodttci a traversa di oo solarn 
Supra di 00 curniclunl, unni giulivi 
Vidino siisi comò in un tirrazza 
Pani, lardo, prisuftu, acci, e tomazzo. 

Li convitati stopefatti ammirano 
Lo sita, la veduta, t« eminenza, 
Mettinu a passiaricci, e respirano; 
Finalmeoti a lo tèrSu poi si penza. 
Si alliflanu li mossi, e danno sacco 
Pri lari allegri di dda robba smacco. 

Mentri su ^ntra lu megg^iu di lu spassa* 
Lo sagristanu li campani sona, 
LI Surci non avvezzi a ddo fracasso, 
Nun sannu sì su fulmini^ o su trontt 
Cci pari chi lu monno si s^riifiinnl, 
E lu B^iaventn li lilordt, e cuntunnl. 

Lu bartmi a la vogghia di gr*^^t* 
Nun vi acantati cVh cosa di nenli, 
Si sgargia iodamu, non li pò frinarf« 
Lu ribumbo è lo solo chi si senti* 
Chiddi attirroti corrinu a tantoni 
Precipilanno da lo curniciuni. 

Lo Surci di lo locu si dispiaci, 
Pri 'un aviri prevista sta frittata : 
Ma eu non cci culpu, dici, e si dispiaci* 
Mancia, e si godi la campnniata. 
Lo tradoituri è terminatu cci. 
Ed eo eoi agghionciii sia moralit)i; 

L^esperienza nni fa dotti, e Tarmi 
Nni summirtistra a reggiri distanti 
Contra li colpi di li fansi allarmi, 
C nnlnsigna a distingairli a ristatili 
Da li veri Pericolt, e di fafti 
Utili è all'omo, a cani, a sorci , e a gatti- 



158 



FAVIILI UURALI 



XLII. 

La Cerva 9 e lu Croi» 



Sfavasi mesta, ed accufurunata . 
^Na mugg^tcri di un Corvu. Passa , e spia 
Vii Croi : Diniini cos'ai? chi si inalata t 
Rispusi ; Assai, ma di malinciinia. 

Mentri aspittava cca la ritirata 
Di iniu inarila, 'na vulpazza ria. 
Fincennusi già morta, stinoicchiata 
Slavasi a panzall'aria 'ntra la via. 

Iddu la scopri, caU, si l'afferra, 
Lutlanu in aria, ma fa vulpi ocidi 
Lu Corvo, tì tatti dui scoppanu a terra. 

Dissi lu Croi) Stu munirne un gran teatru! 
Ccè cui chianci, e cui ridi ! Ma nun ridi 
A longu la mugghieri di lu latru. 

, XLIII. 
Lu Surcù ^ l<^ Tartuea. 

Durmia sutta *na macchia 'na Tartaca, 
Un Sarei la tuccaa, la vitti dura 
La critti petra, o radica di vruca; 
Pinsau di l'arni esperiinentu aHura; 
Ma mentri supra cci azzicca lu denti 
Arriminari, e smòviri la senti- 

Si arrassa, la cuntempla tutta intera, 
E vidi, chi avi testa, ed occhi, vucca. 
Pici 'ntra d'iddu ; è armali 'ntra la cera ! 
Ma la casa strascina unni si aggiacca I 
Forai avi assai chi perdiri, e di toppi 
Nun si 6da : oggi si aprinu cu sgroppi. 

Spija; pirchi pigghiariti sta pena^ 
Di purtari la casa unnè chi vai? 
Kispunni chidda; Pri stari serena 
Unni mi piacii e nun aviri mai 
A lu miu latu lu malu vicino. 
Chi è preludiu dì pessimu matiim. 

XLIV. 
Li Scravagghi. 

Cc*era sparsa pri terra certa stuppa, 
Pirchl li maoni avianu dda cardati ; 
Un Scravagghiu nni arrunza.e melt'in grappa, 
Di la sua. schina 'na gran qnaniitati, 
Cridcnnu farsi maistusu, e grossu. 
Cu (Mu volumi vavaciusu addossu. 

Mentri camina si senti tirari 



Lì pedi di darreri...Vota, e guarda; 
Ma sbula.inu si senti cchiCi ^mpacciari, 
1^ prova un non so-cbl chi lu ritarda!... 
Vidi chi'ntra li gammi cc'è un imbrogghiu; 
Si dà coraggiu, e dici ; mi nni sciogghiu. . 
Tenta sbragghtari un pedi, e mentri spinct 
l/aiitru il) ajutu a chiddu, chistu spintu 
In autri fila s'impidugghia.e 'mpinci... 
Torna a sbutarsi, e cchiù si trova cintu... 
Si cunfunni a la fini, e chiam'ajutu 
D'una ch'aveva assai 'nliso, e vidutu. 

Chistu, seiaa spustarsi, dici, avogght» 
Ainlcu, di gridari quantu poi. 
Cui si a fatta li 'mbrogghi si li sbrogghi. 
L'imbrogghi (gira, e sbota quanta voi) 
Se«npri su 'mbrogghi. Guai pri cui cci trisca, 
Ed a cui pri sbrugghiarli si cc'immisca. 

XLV. 
La Patedda, e lu Granciu. 

Mentri chi 'na Patedda 
Durmeva cuitedda, 
£ forai si suonava. 
Un Granc«u la vigghiava» 
AppitlimatU) e duru 
\Ncostu di lu so muru; 
£ 'ntra sta positura 
Cchiù jorna, e notti dura. 

Surtiu, chi assajann'idda 
Di apri ri 'na 'nga^ghidda 
Pri vidiri si attoruu 
Erasi fattu jorou, 
Chiddu chi sempri 'mpressu 
Dda sta vasi indefessu, 
ProGlta vigilanti 
Di l'opportunu istanti^ 
Bastannucci sta 'ngagghia 
Pri oprari la tioagghia. 

Trasennucci la punta 
Fa leva, e tuttu smunta 
Lo so cuverchiu, e tettu, 
Ed eecut chi l'iosetiu, 
Chi pri timuri, e scantu. 
S'era guardatu tantu, 
Appena, chi un minutu 
Trascurasi» ò pirdutUi 
E veni devoratu, 
Guai guai pri cu*è vigghiatul 



XLVI. 
Li CiafAij € lu Titrdu. 

Dui Cianli scalularu 
'Ntra un vaiisii li facenni, 
E ddocii poi ^ntanaru 
^Na clìiicchiara sullenni. 

Sparlatisi li lodi 
Primti, e li cirimonj) 
Parraru poi di modi. 
Di ziti, e cn^trifuonj, 

Sparraru li vicini, 
Li soggtrii l'amichi, 
Si confidara infini 
Li 801 galanti intrichi. 

pisairu anni tìnianu 
Li nidi silaati;* 
Quanta Ciauliddi aviana 
Di già mcnz* impanati : 

Multi nni ripataranu 
Scacciati in ova, e morti; 
Nzumma 4ìiarmulìavana 
E sempri a vuci forti. 

Un Tarda, chi passannu 
L* intisi, dissi : oh sciocchi f 
Chi jiti abbanniannu ! 
Timiti anchi ssl rocchi. 

Né chi^cchìari, ne picchi, 
Silenziu cci voli, 
Li macchi linna Poricchi, 
Li petrì anno paroli. 

E quasi profetata 
Lu Tarda avisst : un Cucca 
Aviana risbigghiata, 
Chi dda tinta lu giucca. 

Chistu chi aveva appaisi 
Li lochi disignati. 
Unni cci avianu misi 
Li cuvif e li nidati; " • 

Vinata già la notti 
Di dda sbolazxa, e scappa, 
Junci, e *ntra qualtru botti 
Nidi, e Ciauliddi appappa. 

XLVIL 



Lu Pasturi^ e la serpi fwpaitura-vacehi, 

Spissu pri riparar! a qaalchi mali, 
O pri dari a un delittu la sua pena» 
Si commetti la cura a certi tali, 



FAVULI MURALI 159 

A cui echiii di li rei foti la lena. 
Eccu on esempia travata con arti 
'Nrra li tradutti camiiliHi cartf* 

Un Pasturi avia Vaccbi fausi, e barri, 
Chi jiana spissu pri viola storti, 
Facennu guastu a li lavuri, e alPorti, 
Appurtanna disturbi) interessa e sciarri. 

Mentr'iddu cci gridava ; avò-irri-arri, 
Cci accosta un Serpi, e parrà di sta soni ; 
Pri serviriii a eosta di mia morti. 
Mi piTru d* impaslurarli pri li garri. 

Accetta la Pasturi lu serviziu, 
Pirchl di la Strpazza tradituri 
Nun vidi di iuntanu Partifizia. 

Ferma li Vacchi è vera, ma in poc-uri 
Cci suca Matti, e sangu a precipiziu, 
E laasa peddli ed: ossa gchilti, e puri. 

XLVIir. 
Li, Signi. 



Vistu aviana li Signi da I untano 
Da l'omini un gran tempia fdbricari; 
E mentri cci vugghievanu li mana 
Pri fari chiddu chi vidianu fari. 
Subita in testa cci sotau lu griddu 
Di fabbricarinni uno uguali a chidda. 

Pri tantu tutti quanti s'impcgnaru 
A traspurtari lu materiali 
Di ligna, petri, e taja; sparagnara 
Snlu (in virtù di l'ugna soi] li scali; ^ 
Mettimi manu ali'opfa, e pri disastra 
Ogni Signu è 'ngigneri, e capu-maslru. 

Ogn'uno fa da capa, e d'architettu, 
E fabrica a so moda, incominciannu 
Una da la suffìtta* e da la tettu; 
Nautru venirla cubula inalzannu; 
Cc*è cui comincia da lu campanara, 
Cc^è pura cui principia da Totaru, 

Tutti 8 ti pezzi reslanu isolati 
Senza li basit e senza appidamenti, 
A li primi, perciò, vintuliati 
Precipitanu a terra, e ogni scuotenti 
Signu iabbricaturi, chi cc'è sutta 
Di sua bestialità la pena scutla. 

L'operi ccfaiù ammìranni (nni convcgnu) 
Su da Imitarsi,* però esaminati 
Prio^ si aviti ti forzi, i* ingegna, 
Li cireustanzi, li mcnzl adattati; 
Chi oprari, senza piani, nò disigni 
É r imitazioni di li Signi. 



160 



FÀVCTLl MDAALI 



XLIX. 



La CigMlit • lu Cani'Conm 

S*aTÌa fattu in aa tosco *na lueeata; 
E un Cigliali» ed ito Corsa morUliDeoU 
Finiti tulti dui ntra 'na vaddata 
Urlatami di rabbia, e di turmenti : 
L'unu dìntra lu pettu avia (|oi baddi, 
L*autru gran scagghiunati in ventri, e spaddi. 

Lu Porcu avenna 'niisu la lameotu 
Di lu Cani cci dici : eu ebianciui e pena; 
Ma tu nun ridi, e oenti si cuntentof 
Ora' ^ntra Turi estreaii dimmi malmena 
Ptrebl onimicQ a la mia raiza ? Quali 
Tantaggiu porta a tuI la nostra mali t 

RispuoDi : (ultra ristinta, chi nn*incita) 
Nui sema nati, e campamu sinrennoi 
Cu Tobbligu di esponiri la vita 
Di lu patruoi ad un caprlcciOt o cenno» 
Semu» coma saldati addatti ali uso 
Di la eonqaistaturi ambiziusu. 



L. 



Caiit Maltiii 9 • Cani di ma$iinu 

Sidia *aa pasturedda sutta on chiappa, 
E un agnidduzzu cci pasceva alUtu, 
Heiitr^idda si teneva pri lu tappo 
lln~ Canuzitt maltisi, chi scappata 
Era pri istinta di libertinaggio 
Ad una dama, chi facia viaggio. 

A 'oa certa distanza on forti, e grossa 
Cani di la sua mandra vaiurusu 
Slavacci a li talài» ed arriddossu,^ 
Ma a lo nicu, (chi arditu, e prosuntoso, 
Ptrchl protettu) cci accbianau la verrà» 
Minacciaonu di tari all'autro guerra. 

Idda lu teni forti, ed amm inazza 
Lo grosso a jirisìnni : su spirisei, 
Cci dici, pani perso, mala razza.». 
Eccu fratanto un Lupo comparisci» 
E parti pri l*agnedda. A lu mumeota 
La pasturedda cadi in svenimento. 

Lu Canuzzo cci scappa, e ancora corri , 
Ma lo Cani di mandra coraggioso 
S flgghia lo Lupo, e Tagnedda succorrii 
E d.»ppu un g^an contras tu saoguinuso» 
Lo Lupo appi la peju, ed ò scappatu» 
E lu Cani turnau "nsangoiniatu. 

Lo pasturi sintenoo lu successa» 
Dissi « la figgbia: Ai vista Io pericolo ? 



Si lo Cani di mandra *aQ l'era appresso 
Ti poteva salvari ddu ridicolo 7 
Qoànnutili, e piaciri *an poi eomponiri, 
L'utili a lo piaciri non pospooiri. 

U. 

Lu SeiecUf e TAfi* 

^ Vizia molesto e brottu 
È chiddu di li Sceccbi 
Mettiri mosso a luttu» 
^Ncucciari 'ntra li nocchi. 

Chistu si pò vidlri 
'Ntra la ochiù chiara taci 
Da quanto veni a diri^ 
Lu vecchio chi traduci. 

Suspisa a li dui capi 
Da travi 'na pionata 
Multi fasceddi d'api 
Chiudla Wa *oa murala. 

Un Sceccu chi Uvato 
Si aveva lu capistru» 
Si ec'era avvicinata 
Co Paria di ministro- 

Verso di li fasceddi 
Sporgi lo mosso avanti 
Ma l'Api sintineddi 
Accorti, e vigilanti» 

Appena chi tanticchia 
Lu vidino accualari 
Cci dicinu a Toricchia : 
Cca tu nun Ai chi fari : 

Nun è locu pri lia» 
Vota, vattioni all'erva» 
Giacchi idda ti sazia» 
Ed idda ti cunserva..* 

Ma predicaro a on orto 
Di cavali, e ddi trunza; 
Lo Scocco ò vero torto « 
'Ngnuranti co la 'nzunza* 

'Ncuccioso dici : Afforza» 
Cca vogghio stari; esiggi 
Rispetto la mia forza; 
Da vui nun soffru liggi. 

Sti sensi su ^ntra poco 
PurUti dibtra chiddi, 
£d ecco tanto foco» 
Tant'ira sbampa in iddi» 
Chi ogni Apaò già 00 Achilli» 
Armata d'asta,, e dardo; 
• Nescinu a roilU a milli 

Con impeto gagghiardOx 



FÀTDu mniÀu 



161 



*Na sqiiatra attacca I occbi* 
E un nuvulu ai sparti 
"Ntra oricchì, e *otra crafocchi 
D'ogni segrota parti; 
Tri aquatri sani sani» 
Chi su quantu la rina» 
•• Tirano a H custani. 
Chi àv^iddu 'ntra la schioa. 

Li gammi *un suoqu eseoti 
Da la trcmennu attacco. 
Ma quattro riggimetiti 
Cci vanno a da ri sacco. 

Pri accrisciri li baschi 
Cchiù squatri , e battagghiooi 
Si avventano a li naschi 
Co dardi, e cu spootuni. 

lincia com*otri a vento 
Lo Scecco ^ntra momenti, 
Dà cauci, fa lamentili 
Si sbatti inutilmenti. 

Si accorgi, benchltardu, 
Quanto periculusu 
E Tessiri tìstardui 
L'essiti prosuntuso. 

LIL 

Xw Cortu hianctt^ e li Corvi nipuri» 

Scuppao da la Lapponia 
Supra sti spiaggi atancoi 
Sbattuto da li turbini, 
Un raro Corvo bianco. 

Pdsao, yionì a calmariai 
L^affanno, e ciatatina; 
Poi cerca di trovarisi 
La razza sua curvina. 

Nni vidi un sbardu nivurU) 
E airaria, e lo linguaggiu 
Conusci chi sta specj 
È di lo 80 lignaggiu. 

Vola,eragghiunci all'astracn 
Di un torrigghioni anticO) 
Cci dici : chi desidera 
D'esserci socio, e amico. 

Si U culuri spattanu 
'Ntra noi di Tali, e schioUi 
Nò tonica fa monacu* 
Né cricchia fa parrinu. 

Li Corvi da principio 
Scossi a dda novitati, 
Lo guardano Tammiranu 
Di sopra, e da li lati : 



Ma macchia non trovannoccl, 
Dicino : chisto in noi 
Cu sta bianchizza attirasi 
L*occhi , è nni oscura cchioi. 

Pertanto lo sdilligiano, 
Dicenno ; non è onori. 
Non è decenti, e proprio 
Pri Corvi stu culuri- 

'Nzamai *oa Corva scuvacci 
'Na tali maravigghia^ 
Sarrìa pri noi gran scandalo 
Corvu, chi a lia sumigghia. 

Lu meritu, ch'è in autri, 
E a nui nun fa riflessu, 
O passa pri demerito, 
restasi Jeprcssu. 

LUI. 
La Fuìtnicula, 

Cc'era'nlraunchianu un vausu, 
E chisfu aveva in cima 
'Na potrà, e dipoi nautra 
Supra di chista prima. 

Circannu 'na Furmicula 
Di suli qualchi ucchiata 
Supra la petra appiccica, 
Ch'era la cchiù elevata; 

Mentri chi assulicchiavasi 
Si vidi pri la testa 
Strisciari, e attornu chiovici 
Di petri ^na timpesta. 

Eranu alcuni ginvini. 
Chi avianu jutu in cerca 
Di pelra misa in auto 
Da servirci pri merca. 

Vidennu sfriciarisl 
L'insettu sti rigali) 
A terra si precipita, 
. Comu s^avissi l'ali* 

Junto chi fo, la purvoli 
Un Cacciatori prova, 
E a dda petra ammirasi 
Chi supra Tautri trova. 

La potira Furmicula 
Trema a dda botta strana* 
Vidi la petra caditi, 
E subitu s'intana; 

E dici, *ncrarucchiannusi 
Dintra ddl lochi chiusi : 
Posti eminenti.. -cancan] ! 
Chi su periculusi f 

21 



162 



FAVULI IIURAU 



LIV. 

Xa Musca. 



'Na HuBca si erideva cosa granai 
Pìrchl supra 1q re, di la rigina 
Pastiava) e gustava li vivanni, 
Chi li Gochi apparicchianu io cacina» 
E chi aiichi putìa Tiviri in comuni 
Cu 1u Tauru superba, e lu Lìuni* 
, China la testa di sti vani fumi 
Cclìiù nun vidi la sua fragilitaii, 
£ tuttu a propriu merita si assumi 
Chi iiun à Tandamcoti limitati. 
Nun sapi, chi unni posa, la pirsuna 
Chi rèvi supra, d'idda nnn si adduoa. 

Fratantu si li re> si li rigini 
I)a sta Musca su appena calculatii 
Figuramu rinsetU cchtù roischini 
Di quai'occhiu ponrressiri guardia ti!.. 
Mo, nun tanta superbia, cala Talit 
Scantatl, cchiù di tutti da sii tali. 

Tardi, e senza profitta apprinnirai 
Sta verità, ch*eu vegnu ora di diri, 
Qaanno 'ntra 'na tinagghia sbattirai 
S^una tarantulicchia, chi scapriri 
Mai tu pulivi 'ntra II toi (astusi 
,]dei tutti sublimi, e grandiusi. 

Lu Zafpagghiuni^ e V Omti. 

Un Omo s*era appena appinnlcata» 
Chi s'inlisi a la fatxi *na lanzetta. 
Chi avia sinu a lo viva penetrata; 
L'arduri lu fa scotìri a rinFrettai 
Apri Tocchi, smiccianou attentsmenti 
Tuttu A Tintoroui e nun discopri nentK 

SMngatta cotn cotu, e si tratteni 
Lu eia tu in pettu, e poi Toricchi alBIa 
Fri sentiri cai cc'èi cui va, cui venit 
O p^itozzu di cui si la sGla; 
Ma nun senti, chi un rusicu nojusu 
E lin non so eh), chi cci sfricla stizzusa. 

Atomu insolentissimu, cci dici, 
Dimmi: si to chi punci, e chi fai mali ? 
Si tu? Paliaa almenu eu chi ti fici 
Pri cui m'àl datu spuntunaii tali? 
Pirchl picciulu tantu. tanta infestu, 
E tantu nojasissima, e molesta 7 

Gkista, cai rispus'iddu, pirchl nenti 



leu cuittu *atra lu muonu, Aju pinsata 
Stu nojusu, e molestu espedienti; 
TI ravirrissi mai tu imaginatu 
Sta invisibìli mia specj di bestia 
Senza pruvarni dulurl, e irolestia ? 

LVI. 

Lu Struzzu , r Aquila^ ed autri am'ouUi. 

Nasci innui ramarpropriu,eca noi mori, 
Ed ò un istintu, ch^avemu in comuni 
Cu Tanimali tutti chi ànnu cori. 
Lu libra,' chi traduci la vicchiuni, 
Cci la dimustra *nlra un dialoguzza 
Unni parrà cu l'Aquila lu Struzzo. 

La Struzzu avia vìdutu da lunlanu 
Viniri, e da un*autizza smisurata 
L^Aquila, chi dipoi di manu in manu 
Calannu, 'ncostu ad iddu era pusata. 
D^unni veni? spiau*..da Calicutti, 
Rispunni, e d'autri regof ignoti a (atti. 

Bellu piaciri, la Strazza ripigghiai 
Di aviri un para d'ali si robusti 
Da sollevarsi in aotu tanti migghia I 
Scurriri un munnu !..Chìsti su li gusti i 
Cd avirria ad essiri Aquila un gran preu , 
Senza però scurdarmi ca sugn'eu. 

La stissu replicaru unìtamenti 
"Na Tartuca, un Gamiddu, e un Elefanti» 
Ch'eraou a stu dialugu presenti, 
E cci scammetta> chi si dda davanti 
Tu puru, o mio letturisti truvavi 
La stissa unitamenti riplicavi. 

LVIL 

LOmu, lu TruncUi e lu Pasturi^ 

Un Omu bonu assai 
leva a sfogari spissu 
Tutti Tamari guai 
Avanti a un truncu flssu, 

Lu vidi un Pastureddu, 
Chi passa ori accidenti, 
E dici : Oh puvireddu I 
Partuta è la tua mentii 

A un Truncu senza oricchi, 
Duru, chi azzann'accettif 
Sti lagrimi, e sti picchi, 
Pirchl tu spargi, e jetti ? 

Sùsiti. Chi nni accanii ? 



FAVULI HOftALI 



163 



Chi grazia ti pò Tari? 
Conta li tói lagnaozi 
A cui t! pò giuvari. 

La aacciu cci rispnai* 
Prtrdu lu tempa» e Puri; 
Ma ricchi* e facuUuai 
Su menu surdt. e durit 

Almena *Da ritagghia^ 
Cca cc*è chi mi cunaola': 
Milsfogii /.elnun mi atagghia 
Slu iraucu la parola. 

LVIII. 

lu Cervu, Iti Canij a (ti Tauru. 

Un gran Carta inalberava 
Dui ràtnuti, e longhi corna, 
Di cui taolu ai picava, 
Ch'iniponia *ntra ddi cuntorna; 

Pirchì nuddu ancora avia 
Tltra rarmali di ddu loca» 

Fatto prov* *» ^*M* 

Cu ddl corna o multu, o poco; 

Ma on Livreri peddì, ed oaaa, 
Nun curannu Tarmatora, 
Si cci acagghia, e a prima moaaa 
Chiddu tùit e aaatt mura; y 

B fuennù grida : amici, 
Nuddo veni ad ajotarmi f 
Corna perai, un Tauru dici, 
Lu coraggio ò cchiù di Tarmi. 



LIX. 

La Ciaulit, e lu Pappagaddu. 

Vidutu avia *na Ciaula 
Paaciutn, e accarizzato 
Un Pappagaddu in nobili 
Alloggiu aituatn. 

Cunlrafacia li Piaaari, 
Sì li aintia cantari; 
Cuntrafaceva fomioit 
Si li aiivtta parrarh 

Un jornu capìtannutu 
Da aola a auto, accoata, 
Dicennu fammi graziai 
Jeu aù vinata apposta, 

Dimmi : qual'è in origini 
Lu vera to linguaggio? 
Ca tanti ta nni arrozzuli, 



Ch'ea aturdu, e mi ammaraggio. 

Riapuai :. In confidenzia 
Sii finti atl mei provi; 
Vero lingoaggiu propria 
In mia^non cci nni trovi. 

Jeu conoacli chi Fomioi 
Yonnu eaairi adulati; 
Replica zoccu dicino. 
Contenti aù, e gabbati* 

Jeu d'iddi lì carizj 
Goadagno, e li favori, 
Ed iddi ai confirmanu 
Cchiù *ntra li proprj errori. 



LX. 

£tt CardubvlUf a TApa» 

AtVApa lu Cardubula 
Diaai : Eo ben diacernu 
In vui talenti, e induatria, 
Ma achiavi di un governo* 

Pri reaairi aenaioili 
In terra nun ai dà 
Pregiu magginri e nobili 
Cchiù di la liberta. . 

Li llggi di ogni generi 
Su cippi BÙ catini; 
O mora, chi vi chiodino 
'Ntra piccioli confini. 

'Ntra Tabbondanza triacano 
Pochi chi aù a la teata, 
Soffrino tolti Tautri 
Travagghi, e feria aesta. 

L*uau vi fa aufìTribili 
Lu jugu chi vi affliggi; 
Ma eo nato, e avvezzo libero 
Da noddo aoITru.liggi : 

Nun àju cui mi aindica 
Li geaiif e l'azioni, 
E campo divirtenoumi 
Senza aoggezioni... 

Ha chi durata cootaou 
Sti pregi toi vantati ? 
(Riapuai TApa) apeddinu 
Ntra on corau di on'esUu* 

Appena chi fioipcinu 
In terra ciori, e frutti» 
Airaltima miaeria 
Vi aiti già ridutti. 

Circali li ricoveri 
Conlra di li jilati; 



164 



ItkVJHl IfVRALI 



Ma nenti eci larrastWa} 
E nenti cci truvati. 

Vantativi ora liberi I 
Nun dura la bunazza; 
Vita perciò precaria 
Avi la vostra razza. 

Intornu a In discreditu 
Datu a la società, 
Provu, ch*ìn idda trovasi 
La vera libertà. 

La tua è licenza, è un viviri 
Da latru, e da sarvaggiu, 
In preda a li disordini, 
E %a lu libertinaggiu. 

Ma in essiri cchtù nobili 
Capaci di cultura 
La societati è un meritu, 
Chi li gran specj onura. 

Cui cchiù la liggi venera 
Chist^è liberu echini; 
La liggi è par tu proprìu, 
Dnnca obbidemu a nui. 

M& pirchl fatta trovasi 
Nesci da sti contini; 
L'avuti» chi la ficiru, 
Nni aviana 'ntra li rinl. 

E si li nostri vizj 
Nni sofTrinu disaggia 
£ pocu sagrifiziu 
Riguardu a lu vantaggiu. 

Di nui si in ogni singnlu 
La forza è poca, o nenti) 
La liggi. la cnncordia 
La rendinu imponenti* 
. Cu tanti onuri, e commodi, 
Chi vidi a pochi dati. 
Li gran soUeciludini 
Su appena compensati. 

Si ossequia Tindividuu, 
Chi iiedi da regna ntif ^ 

St^ di la liggi in guardia, 
E n'è rappresentanti. 

Chtstu a In benii alVordini 
Vigghia, providi, e occurri, 
Premia lu vera meritu, 
E a miseri succurri. 

Chisfè di menti savj 
La vera libertatt, 
Qualunqoi antra è deliriu 
Di testi scavigghiati. 

Si di lu beni pubblica 
Si perdi in nui Fidia, 



O casa di diavniu, 
O chiamala anarchia. 



LlL 

Li Passagagghi.'^O sia li Muschi , a la 

TaroHiula. 

Dui Muachi*ntra'na canaroara 
Vidinu a la finestra 
Passari W Tarantola 
Da la sinistra a destra. * 

Junta chi fo* di un subitu 
La vidinu turnari. 
Ed io aenstt cimtraria 
Lo so viaggiu fari. 

Qiianne arrivata alfangulu 
Torna» e di dda ripassa, 
Stu zichi-zachi «equità , 
£ sempri passa* e spassa. 

Dici 'na- Mosca all'autra : 
Senta pigghiarmi dica» 
Multo mi scannalianu 
Sti Passagagghi, amica* 

Laotra cchiù timiraria 
Cci dici : Lassa Tari» 
È ostrùtik ''ntra lo ficatu» 
E Vtffi passiari. 

No* dici Tautra, trappuli, 
E inganni mi nni aspettu; 
Cui voli stari stiacci, 
Pri mia mi la sbacchettu. 

Dici, e diventa pruvuli; 
Ma Tautra sciocca» e tosta 
Si resta donniannusi, 
Pirdenno tempo apposta. 

Ma poi vulenno nesciri 
Si vidi 'nviloppata» 
Ed ecco la Tarantola 
Di supra cc'è solata. 

Cu vui si parrà o Gmmini» 
Fulti sti canagghi» 
Chi cercano 'ncapparivi 
Cu li soi passagagghi. 



FAVULI MrRAÙ 



Ì65 



Lxn. 

La TaddarilGt e li Surci. 

'Ka Taddaritft stavasi 
Tuttu lu jorno Vhiusa 
^Ntra tani, unni abitavana 
Li Surci a la rinfusa. 

E clìisti la sulTrevanu 
^Ntra la sua cumpagnia^ 
Uq Surci la crìdevanu 
Siccu pri malatia. 

Idda però io curcarisi 
Lii suli, sh la sbigna, 
E Vali sparpagghiaDdosi 
Airaria ai cunsigna^ 

E In idda sammuzzandusi, 
Tissennu a tutti banni 
Passa li notti a vidiri 
Li Turtl» e contrabbannt; 

E quannu a ca»u incontrasi 
Cu Varvajanni^ o Cucchi, 
L'adula cu lodaricci 
Li betti soi pilucchi. 

Li cosi visti sbòmmlca. 
Né sunnu sparagnati 
Li Surci unn] idda ^nzemmuìa 
Cci passa li jurnali. 

A cliiddi citi si acciurranu 
Li Surci pri lu cozzu, 
Cala cu sta notizia 
Meli pri canna rozzn. 

Allisciami, acrarizzanu 
La Taddarita riai 
Cad iddi si la portanU) 
Sirvennucci di spia. 

Ed a li tani subì tu 
Juncina a strata fatta, 
S'appostanu, e si aggranfanu 
Li Surci a la strasatt». 

Genti di aspellu dnppia 
(pitti da nui faccioh) 
Scugnatili, fnìtilif 
Sfrattatili, figghioli. 

LXIII. 

Li Lupi. 

A tempn chi rarmali discnrrovann. 
Dai Ltipi 'ntra *na grulla 'ncrafiicchiati, 
*Nzenìinula sii discursi si facevanu : 



Nui sema Yeramenti diffamati. 
Cui nni Toli lu sangu, e cui la peddi; 
'Nzumma sema dui testi abbaninati; 

Facemu st raggi, è veru, di Tagneddi; 
Ma ch'avemu a murlri di miciaci? 
Sì *un manciamu, pri noi lu manna 6ped<!i« 

Mandati, nni dirranna, oriu, e spinaci; 
Chisti ^un su nostra pastu; e chi curpaniu? 
L* à fattu la Nainra; vi dispiaci? 

Dìspiacitivi d* Idda, nui cVcntramn ? 
Si cca ce' è culpa, è sua; lu nostru coria 
Nui cu fari li latri arrisicamu. 

Si nni putissi alim intari roriu, 
O avisslmu hi comodu di jiri 
A sonu di campana a rifittoriu; 

Io chistu Casa si, si purrla diri, 
Vidennunni ammazzari un animali. 
Oh li mostri chi fannu inorridir!! 

Stu casa, non in nui,' ma tali quali 
Nell'omu si verifica appuntino, 
NclFomu, chi si vanta rajionali. 

Prodighi la Natura, e lu Distinu 
L*abbundaru di mcnzi pri campar!, 
Ervi, frutti, simenzi, ed ogghiu, e vinu; 

Puru chisti non ponnu sodisfar! 
L' intemperanza scia. Lu scelcratu 
Autru min fa, chi ocidiri, e squartnrì. 

Doppu chi ad una vacca cci a $ui:alu 
Tanto tem|)a lu latti, poi la scanna, 
Chista è la ricompensa di st* ingrato ! 

Lu Voi, chi in so ser7iziu si alTannat 
E l'agevola tantu, pOi pri paga 
Da Pomo a lo maceddo si cundanna ! 

Né sto crudili, e barbaru si appagi^ 
Di la simplicì morti; né contenti 
Restai si prima *un cci fa vozzoi o chiaga : 

Como sonno ddi belli .complimenti, 
Privanmilu di attiva, e di passiva, 
Pri coi resta a la specj indifferenti; 

O chidd'aotro d*esponirto aochi viva. 
Ad essirì di cani lacerato, 
Chi cci pari un spettaculu giuliva; 

E si lo godi sopra d'on sticcato; 
E si compiaci di li lamintosi 
Grida di chidd'armali tormintata. 

Ne Tocceddi 'ntra Taria vonnu esclusi 
Di Pesagranna sua gula, nemmeno 
L'abitaturì di li campi uodusi; 

*Nzamma quantu viventi lu tirreno. 
L'aria, e Tacqua producinu, su pnsto 
Di Tomu; ó sii li soi vittimi almeno. 

E pri nun degradar! lu so fasta 



166 



VIVCTLI MITRALI 



Gli la Uccia di birbarn, decidi, 

Chi j(ò machini, e d'arma *un on'innu raslu. 

Ma la piiiitii un sta ddocu; atà si cridi. 
Chi finn bjanii senati; *ntra &tu casu 
A li soi sensi proprj nun dà fidi; 

Ed è insensahi, o tavaluni rasii 
]ddii lu primii, qoannii nun rifletti. 
Chi l'animali ànnu occhi, viicca, e. nasu ; 

E chi chisli SII rorgani perfetti 
Di lu sensn; e pri propria esperienza 
l>ivi pruvari in se ti stissi eCTetti. 

E si fa qualchi picciala aYvirtenza 
A li convulsioni, e a li Umniti, 
]>i un'armati, chi solTri violenza, 

Div^ssiri .convinta interamenli. 
Chi lu sensu 'un è sua privata doti. 
Ma cl/ò conmiii a tutti li viventi, 

Nun hastanu pertantu li rimoti 
Protesti pri ammazzarinni qualch'una» 
Ma motivi pressanti, e a tutti noti. 

Lu nostra sulu casu è Topportonu, 
Chi 'un avennu autri menzi pri campar! 
Senza straggi muremu di dijunu. 

Lu propria iodividuu conserrari 
E prima liggi; nò avemu autru menso 
Pri putlri te vita sustintari. • 

LOmu, chi sempri adula, e duna inconsu 
Sulu a se stissu, vistu chi nun spimta 
Lo pretesto, chi Tautri ^un ànnu sensu, 

Nni à truvatu unu novu, osserva, e cunla 
Li denti di Tarmali, si su fatti 
A pala, o puro a chiovu cu la punta. 

Decidi : chi li denti larghi, e chiatti 
Siìi destinati a manciari ervi, e frutti, 
E li puntuti su a li carni adattii 

Dipoi conchiudi, chi li spccj tatti 
Di denti imaginabili T^vi iddìi. 
Perciò ronnipossìbili s'agghiutti. 

Facennucci anchi borni stu so griddo, 
Pri cai si cridi in dritta. di manciari 
A crepapanza di chistu» e di chidduy 

Nun pò Fabaso mai giustificari 
Di li carni, giacchi 'ntra tanti denti 
Qoattru suli scagghiuni pò cuntari; 

Quattro si poniiu diri, o picca, o nenli 
Ntra trenta, a trentadui, chi nnàvi in vucca, 
O chiatti, o di figura dilTercnti. 

Cu quali drittu dunca scanna, e ammacca 
Quanti armali coi 9Ù ? Sta conseguenza 
Da li priocipj soi certi] nun sbiicca. 

E si mai pò vantari 'na dispcnza 
Di carni in forza di li denti a punta. 
La quantitati è parca) e non imniònza. 



Chi quattro a trentadai giusta cei sponta* 
Com*nno all'otta, pirchi in trentadui 
Ottu voti lo quattri! si cci conta; 

Perciò la carni nun trasi a lu cchiui ' 
'Ntra li soi cibi, chi in ottava parti, 
Pirchì dunqui nni mancia cchiù di noi ? 

Pirchi arriva a roanciarisi li quarti 
T>i la sua propria specj?«..Pà9»u passa, 
L'autru ripigghia, ^un smuvemu sti carti; 

L-Omu h dui voti Lupa* e cca ti lasso. 

LXIV . 
La Sureiay e li Surciteidù 

Dintra nn crafocchio d'una pagghialora. 
Ch'era in fu'nnu a 'na stadda, avTa la tana 
'Na Surcia cu li flgghi oichi ancora. 

Lu cchiù granoozzu*na jornata aochiana, 
S'.ilTaccia 'ntra la stadda, e 'ntra un momento 
Torna, jitannu 'na gran vuci strana* 

Marna, marna; chi vitti* chi spavento ! 
Ivi ca tremo !.. ajutu I..E mentri esprimi^ 
L*ai!1ittu gangulàru *un avi abbeotu. 
La matrì, chi pri affetta sempri limi. 
Si scuncerta, ed occurri premurusa; 
Chi vidisti ? Chi fu 3 Pirchl ti opprimi ? 

Vitti. ..ripigghia co lena affannosa, 
Vitti. «.ajòtu, figghioli... ancora tremul.. 
Vitti 'na bestia, grossa, spavinlusa, • 

Cu 'na vucca, chi a tutti quanto semu, 
Pari, chi sani sani nni agghiottissi 
E sbrolTa forti, e fa un terruri estremo; 
E zappa cu superbia, coma avissi • 
A fari gran fracassi, e a te soa vuci 
Tutta te casa pari chi cadìssi. 

Non cc'è aotro ? risposi duci duci 
La mstri; va cuétati, babbaou; 
Ddocu su cchiù li vuci« ca li nuct; 

Chistu è Varmali bonu; un pocu Qfànu, 
Si chiama lu cavaddu, e quanou zappa» 
E un trasporta di foco juculanu; 

Ppri in vista, chi Tarla s'appappa; 
Ma lu so cori ò comò carta bianca; 
Non ciunna* non divora^ e mancu attrappa. 

'Nzumma cu chisli armali a mano franca 
Trattatici sicuri, e 'un dubitati; 
L'antri nup vannu d'iddi nn pilo d'anca. 

Cussi diete la mairi, ed ammirati 
Stavano tutti a sentiri li figghi 
Cu vucca aperta, ed oricchi aifìlati. 

Poi ripigghia lu primu : meravìgght, 
Mamb, nni cunti; ma ti vogghio diri 



FAVULI 

Mzoccu poi vitti *mmeDzu a certi stigghi; 

(Jn armaluzzu, chi facia piaciri 
Sulu ft guardarla : era di pilu griciu; 
E adaciu, adaciu si videva jin; 

Li genti cci dicianu : iniciu, miclu^ 
Ed iddu cu modestia, ed occhi bassi 
^^ciigoava vasciu vascìu, e sbriciu sbriciu; 

E paria chi la testa si ficcassi 
Slitta quasi li pedi di li genti, 
E chi inaiicu la terra scarpisassi. 

Avla *iia Yuci rnelenza, langueati; 
Si turceva hi coddu; e si jitlava 
Facci pri terra a tutti li momenti. 
Basta •••gridau la mairi, chi thinavaf 
Mi arrizzanu li carni, e l'riddu friddo 
Sentu un suduri, chi tutta mi Uva. 

Ah fSgghiUi Ggghiu, tu si picciriddUi 
Giudichi da restcrnu! Oh si snpissi !.. 
Scànzannit o celu, da li granfi d'iddu. 

E si avversu distina a uui prescrisii«* 
(Ah chi a sulu pinsarlu mi cunfunnu !) 
Fa, chi prima la terra nni agghiuttissi. 

Di tatti lanimaii chi ccl sunnu, 
Chistu è lu echiù terribili; nun cridi, 
Uh cridiri lu pò cui nun 'k munnu. 
A f^iì cudduzzi torti *un dari fidi; 
Guardati da stl aspetti mansueti; 
L'occhio è calatu, però nun ti sbidi. 

Chisti su sanguinar], inquieti, 
Crudi, avarii manciuni, spietati, 
Traditurl» latruni, ed indiscroti. 

Impiegaou li jorna, e lì nuttati 
*Ntra *na gnuni, cuvannu qualchi prisa 
Cu Tocchi chiusi, e li manù iigali. 

A aignu chi cui passa) li acarpisa, 
Pirchi ai fanno purvuli, e muimizza; 
Ila fatto colpu la sua testa attisa. 

Mésciou fugna, e tutta la fierezza; 
E mittenousi io cima a li canuli, 
Passano' di lo fango a chidd*altizza; 
E tanto io iddi crudeltà prevali, 
Chi "ào si appaga di morti violenta, 
Uà pruvari cci fa tutti li mali. 

Prima nhi rumpl Possa, e poi nni allenta; 
Noi strascina, nni ammutta, e morii arriva 
Tanto crudiii cchlù, quanto cchiù lenta. 
Celo fammi cchiù tostu d'occhi priva» 
Chi vidiri un spettacuhi di chisti 
In qualchi figghiu meo, mentri eu su viva. 

Aimè 1 qoaii accortizza mai risisti 
D'iddi a rinaidj, qoann*ancbi dormennu 
Tramaou novi inganni, novi acquisti ? 



MVMLI ' 167 

Né sonno ò cliiddu sd, pirchi sintennu 
Appena on pcditozzu, aprinu Tocchi, 
E adaciu adaciu al vannu spinccnnu; 

Si su guardati, fauno li santucchì; 
Ma quannu'un si cci avverti, di la casa 
Ciorlaiiu li gnuni, e li crafocchiì 

£ intenti sempri a fari la sua vasa, 
8'informaiio di tutlu, e da la ^ntrata 
Passano sinti alPistrachi la rasa. 

La carni d'ogni specj cc*è grata; 
La mancianu ammucciuoi. e arrdggiatizzi ; 
Però la cruda d'iddi è cchiù gustata; 

La guardanu in efletlu al'ampatizzi. 
Si la vidinu in auto; e prestu, o tardi 
Cci jùncinu co astuzj e scaltrizzi. 

Cci su Cani a lo spisso; chi riguardi 
'Anno a la cami^ e reggina coslanti 
A li tentazioni cchiù ga^jgliiardi, 

E cci stanno indefessi pri davanti 
Senza manco toccarla, anzi fidili 
Da li granfi !a salvano di tanti; 

Ma li Gatti di genio sempri vili, 
Vidennula anchi pinta *ntra lo moro, 
Squagghiano pri disio corno canoili. 

Mnimici a li viventi, odiano poro 
La propria spccj. od anchi sgranfogoaona 
Fanno Parnori. Chisto è cori doro ! 

^Nzomma ò 'na razza, nata a fari danna: 
Ma lo peju qual'è ? chi 'ntra l'aspetto 
Non ai ccl sapi leggiri Pinganno. 

Goardativi, vi dicu chiaro, e schettot 
Da chisti mansuliddì, comu pani, 
Griditi a cui vi parrà per effetto; 

E nuddu nescia mai da ti soi tani. 
Si prima 'un sctogghi sta prighera, e diol: 
Giovi scànzantii a tutti, anchi a li caài, 

Da l'orribili trami di sii mici. 

LXV. 
Lu Canti e lu Signn. 

Un gentilomu avia 
'Na vigna, e si lagnava, 
Chi frutti 'un nni vidia, 
La vurza cci sculava» 
Lasciandulu dijunu 
Curatulu nnportunu. 

Lu V^cchiu era presenti, 
Lu libro sfugghtau, 
Ed opportunamenti 
Un simili truvau 



166 



WkyVU MURM.T 



Casui ch^è cliista appuntu 
Circo, già traduUu, cuntu. 

Un Cani avia adocchiata 
*Nlra 'un arviilu sublimi 
*Na viti carricata, 
Attoria 'ntra lì cimi; 
Saziava si a guarda ri; 
Ma 'nn.cci putìa acch}anari. 

Vidennu chi pirdutu 
Era lu tem|Hi indarnu, 
Pinsau circa ri ajiitu 
IVunu. chi siccu, e acairuu^ 
Agili appiccicassi, 
E cci la vinnignaséì. 

Yidi/na Vulpi in lana 
Nisciuta pri mità, 
Cci dici : Veni* acchiana 
Chidd'arvulu, eh' è ddk« 
Guarda comii sta china 
La cima di racina. 

La Vulpt» chi acchianari 
Dda supra ^uo si U scoti, 
Cci dici ; lassa stari, 
Amico, *un vali a oenti» 
Cci appizzu la fatìa» ' 
É agra, e \in fa pri mia* 

Lu Cani però gira 
Di cca di dda circannu; 
A un Signu poi si ammirai 
Cti' incontra trippiannu; 
Crtdì chi sarta chistu 
Per iddu un bonu acqoistu. 

Aflfabili cci acciista 
Dicennu : tu si io oziò; 
Ti hju circdtu apposta 
Pri dariti un nigoziu. 
Si tu cu mia voi stari 
Cc^è riviri, e manciari. 

Sarà la tua incumbenza 
Di appiccicar! a un ulmu, 
Dovi racina immenza 
Pendi da lu so culmu; 
Tu cogglìi, e jetti a miat 
Jeu poi nni dugnu a tia. 

Consenti a un tali invita 
Lu Signui e di cuncertu 
Si avvianu a lu situ. 
Già GOnsapotu» e cerili : 
Arrivano, e d'un sautu 
L*unu è a li cimi io autu. 

La viti era provista 
DI frondi, e Trotti taoto» 
Chi cci spiriu di tista» 



v^ 



Lu Signa trlsea intantu 
Chiuso 'ntra l^abbundanza» 
Maucianno a crepa-panza. 

Di quannu in quanno alcuna 
, Rappa purritat o virdi, 
La jotla, e Tabbanduna, 
Lu Cani grida : oh spirdi ! 
Chi purcaria, chijjetla ! 
E cu pacenzia aspetta. 

Doppu chi saturala 
Si fu lu furbui scinni 
Dicennu : Sii arrivata 
Pri fina 'ntra l*ìntioni» 
Ma fradici, e currutti 
Trovai li rappi tutti. 

Chisti, chi ti jittai 
Noi su la *mmustra, e avverti» 
Li megghiu ti scartai.... 
M*àju li rini aperti !* 
E un jornti, chi a lu stagghiu> 
Dijunu ohimè ! travagghia. 

LaQIittu cani in attu 
Quasi di santiari: 
Vero è, dici» lo patto 
Di dariti a manciari; 
Ma jeu cridla sicuru» 
Chi avia a manciari puro. 
Comu jiu jiu iu ^mbrogghiu» 
Jeu su razza onorata» 
Ed ademplri vogghio 
La mia parola data. 
Va sfunna* Ti cunsignu 
Stu restu, e mi la sbigoo. 

LXVI. 

* L insetti marittimi di ti sponzi. 

'Ntra tanti, e tanti sponzi chi su io mari» 
Da migghiara d' insetti populati ^1), 
Dovi cci alino li casii e li solari, 
Ciomi, ponti, curtigghi, chiazzi, e strali» 
Pri vidimi ona, e staricci *na picca 
Lo spirito di Esopo si eci ficca. 

E in virtù di la soa potenza innatSi 
Vidi non vistO) e gira, e senza scala 
Scinni, e acchiana ogni loggia^ allortimata 
Penetra io una specj di sala» 



(1) Compendio delle iraasaiiobi filoeoficlie di 
Londra del signor Gibelin. Storia oatarale voi. 
*a» pari. 3, pag. 238 Peysaooe. 



FAVULI 

Davi eranu ia coosessu' radunati 
L'insetti li ccbìù saggi, ed acciniali. 

Si ferma, ed eccu senti recitari 
D'una d* iddi un discarsu, unni si prova 
Chi Tooi versa cunsisteva in mari 
Duri la spojza, o munnu so si trova 
(Sponza si chiama munnu *ntra sii banni) 
Nun avennu airtra idia di cosi granni). 

Agghiuneeva diccBiù ; chi falsamenti 
Avevanu Panticlii soi cridutu, 
Chi un muonu sulu cci fussi esistenti : 
Hentr'iddu da 'na specula vtdiitu 
Nni avla cu novi soi strumenti esatti 
Multi antri in gran distanza accussi fatti. 

Benchl nun si distingui, poi soggiunci, 
Si chisti tali fussiru abitati; 
Lu miu strumentu a tali signu un junci; 
Ala, si grata udienza mi accurdatì» 
MI 'ngignirò, signuri, di prava rlu, 
Ma Dun mi fidu poi di a vui ^mnstrarlu* 

Pri criari stu munnu da lu ncntl 
Cci vosi 'uà putenza auta, infinita, 
E a on Essiri Infinitu» Onnipotenti 
Tant'è creari un munnu» e darci vita, 
Quant e creami centu miliuni : 
DdocQ vi lascia» e bongiomu palmni. 

Lu spirita di Esopu *ntra se dissi; 
É Toma pri rapportu airuoiversu 
Picculissimu insettu coma chissi, 
^Ntra un restrittu orizzonti cliiusu,e iromersu 
L'atmosfera è lu mari, ed è lu monnu 
Sponza chi fluttu di stu oceaou a funna. 

LXVIL 

Surei, GiurwMf a Menu. 

Cc*è stata sempri *ntra Sarei, e Giorani 
Un mari vecchiu» un odio radicata 
Sin da qtiaonu lu figghiu a Rudi-pani 
Cci fu da Guncia-tenipuli annigatu : 
D*unni surgìtt *na guerra sanguinosa, 
Chi 'ntra W trumma risunau famusa. 

Finiu di poi : chi Giovi truniannu 
Li Grand armati di duri cu razzi 
Di li Giurani in succursu marcianna, 
A li Sarei spilaru li mustazzi, 
Truncaru gammi, e cudi cu tinagghi, 
*Ntra 'na parola ci dettiru Tagghi. 

Di altura iosinu a nul nun cc*ò mai stata 
'Ntra sti due specj nessuna azioni, 
Chi fussi dtgna d'essiri natala: 
Ma sia pri istiotU) o pri prcveozioni, 



M0AAU 169 

Di cui li testi coi rislaru gaasii, 
Nun s' incontrali u mai senza cuptrasU* 

Dunca un jornn a la ripa di uo pantana 
Un Surei avvicinannosi scupriu 
Vinlri 'na gturana di luntanu. 
Chi senza diri : bongiorng, nò addiu. 
D'una punta di junco lu vrazz'arma. 
Poi dici ; trasi si ti basta Tarma. 

Ripigghia lautru : nesci, e veni in terra, 
Sugnu cca« pruviremu cui cchiù vali, 
Nun manciù Giù, veni caniperra— 
Kd idda : suHennissimu jacali 
Si di vaiarli e curaggiu ti vanti, 
A *nciignari unni mia pirchl ti scanti? 

E tUf ripigghia l'autru pirchl timi, 
A vinlri cca 'nterra putruoazza?... 
Ma mentri cu V inciurj ognuna esprimi 
Cchiù assai chi nun farria cu spala, e mazza. 
Si senti un Gadda dda ucostu cantari. 
Ed autru cchiù luntanu repUcari. 

Un Merru, chi avia 'nilsu li cuntrasti. 
Grida : Nun cchiù. zittitivi un momcntu, 
Sintitivi sti Gaddii e tanta basti : . 
Ognuoii in casa saa vali pri centu, 
E a stu cri«:chiutu ocoddu lu cumparii. 
Canta ogni Gaddu 'ntra lu so puddaru. 

LXVIIL 

Li Crasii, tAfi^ e lu Parpagghiuni. 

• 

Diversi Crasti a forza di curnoti 
Un gran fasceddu fracassaru d*Apì, 
E lu meli, e li vrisehi sprannuzzati 
Si persipu 'ntra vroccuU^ acci, e rapi, 
Yidennu fami sta mftla vinditta 
L'Apuzzi si cUancevanu la sditta. 

Un Parpagghiuni dissi : nun è nenti; 
Fabbricamuli arreri, Topra mia 
Jeu pura mittirò, slati cuntonli- 
Rispusir' iddi : Va pri la tua via; 
Qualunqui bestia è bona pri giiastari» 

Ma non ò poi di lutti lu cunzari. 

« 

LXIX. 

Li Porvi. 

*Ua rumitoriu quasi clausuratu 
Da macelli, e spini, da rocchi, e fossati» 
M4Ì^ Porci si avevanu fiirmatu 
'Ntra un voscu.chi avia ghiandrt in quantiiati* 
L' istitutu si cridi da Epicuru; 

22 



170 

Oraziu rassicura, eu nnn cci jara. 

Si eliggi ogn'annu 111 cchiù grossu, e grasso 
E teni fattu patri guardiana : 
I/autri 6Ù eletti poi di passa in passa, 
Resta fratellu cu' è cchiù siccu, e nana, 
E pri alcuni soi punti min decisi 
Fannu conclusioni in ogni misi. 

*Nesci un gran varvasaplu a dlspotari, 
La multa reverenna Anghi-amroulati : 
Nesci poi hi priùri ad impugnari, 
Lu reverennn fra Commoditatl : 
Lu prima sputa, e poi 'ntunatu, e sodu, 
"Ntavula Targumentu di sta modu. 

*rrecettu è in nuì la viviri, e manciari: 
Precetta non lu nega è ancora ToEia : 
L'unu nun divi alPautru ripugnari : 
Dunca manciari è ozia in negozia... 
Ripigghia l'autra : Patri chistu è sbagghiu, 
Manciannu si fa motu, ergo è (ravagghiu. 

*La nostra saggia regala è funnatd 
Supra un preccttu di putrunarìa, 
Atqui facennu lunga masticata, 
La Yucca cu ddu mola si fatta 
Ergo manciari pri puri alimenti, 
E dipoi stari senza fari nenti. 

'^Dissi Vaatru : Ritorciu Fargamentu : 
S'è traVagghiu pri vui lu masticar!, 
Pirchl la yucca fa ddu movimenta, 
Urge è travagghiu ancora lu parrari, 
Ergo vui tanta d*ozia zelanti 
Argumentannu siti già In fragantù 

"^Ddocu un comuni applaasu di 'ngut-ngal 
Interrumpiu lu cursu a Ir disputa» 
Chi coma tutti Tauiri accasai 
Fiolu senza conchiadiri*.. Ma sputa 
Un Purciddunnt, chi avla la zimarra 
Di crita, e fangu, nesci in menzu, e parrà: 

*0h Reverenni, finirannu in summa 
Sti quistioni di lana caprina? 
Pirchl 'ntra vostri vucchi nun rimbumma : 
Muitiplicati la razza purcina ?••• 
Sautàru allora tri vecchi majali 
Dicennu : Chiudi ssa viiccazza armali. 

*Si la moralità mi ricircati, 
Yi dicu : chi la favula ò istruttiva, 
E chi cunteni 'na gran veritati. 
Di cui nni avemu esperienza viva; 
Cchiù d'unu adatta la Religioni 
A la sua dominanti passioni. 

^Dici un avara : sobria su abbastanza 
Pri aviri (cca a millanni) allautra vitl^ 
^Ntra li beati una sicura stanza; 



FÀYUU MURALI 



Purrìa fari 'na tavnia s((«ifsita; 

Ma poi nun cci starrla beni in cosoefiza; 

Piaci multu a lu onla Fastinenza. 

*Lu prodigu si fìda chi 'un à avutu 
Nò a beni, né a dinari attaccamentu, 
Da r impacci tirreni s*à sciugghiutu» 
Nò lassa liti 'iitra la tlstamentu; 
Cu sìa cunfortu opera quantu p4 
A fari chi lu so mm fussi so* 

*Mi staju in chiesa, dici lu patrunì, 
E casa, e figghi raccumannun Diu^ 
L'arma 'un allorda) dici iu mancinnl, 
Chiddu chi trasi in vacca, anzi è ricriu; 
Ma qoantu da lu vucca si tramanna, 
Dici Ui testa, li nostri^ almi appanna. 

* Alliga lu lasciva : È un gran precetta 
Nata cu Tomu lu muUipIfcari, 
A li codici antichi mi rimetto. 
Finalmeoti àju 'ntisn perora ri 
Ancbt un *mbrugghiuni, chi acchiappaa pri 

(scutu : 
Ajùtati) Dia dici, ch'eu t'ajutu. 

LXX. 

Lu GattUf e tu Gaddu. 

"^Maravigghiatu un Gattu di li tanti 
Provi di omaggiu, e ossequiu chi un puddaru 
Prestava a lu so Gadda duminanti; 
Si cci avvicina) e dici; Amicu cara, 
Fammi a partì di tua saggia politic}. 
Giacchi iu mi trova in circustanza critica. 
*Li Gatti,pri lu cohiù^damia nun'ncugnanu» 
Mi chiamana a jnDara...accostu, e arrazzanu, 
*Ntra d' iddi 'un fannu lega, si sgranfugnanu. 
S'arrobbanu a vicenna, e s'amminazzanu; 
*Nzumma nun cc'è né capa, né unioni, 
E si campa ^ntra guerri, e quistioni. 

*Vijn a i*incontru poi stu to puddara 
Regalata con ordini eccellenti, 
E tu chi cci passli cu fasta rini, 
Coma un imperatari d' Orienti; 
Appena gridi, tutti ti obbediscimit 
E inginiicchiati l'ordini eseguiscinu* 

*Lu Gaddu gravi cci dà sta risposta; 
Tu vidi sulamenti li vantaggi 
Di lu roiu statu, e 'an sai quantu mi costa 
Di Grnicj, di curi, e di disaggi! 
Sta Gdi di li mei, stu attaccamento, 
E ricumpensa, e nan è complimenta. 

*Jea BÙ, chi quann'ocearri di cummàttiri 



FAVUU MURALI 



171 



Cu qaalchi armaU % Io puddaru infestu, 
Lii peltu espogiiu, e mi coi mettu a b^ttirif 
Jcu vigt^bùi^a la cu»todia,.eu manìfeatu 
Lura di TarrUbigghiu, ed eu rivelu 
Li vicenni di Taria, e di lu celu. 

"^Jeu di^gnu avvisu a starisi guardigni, 
O 'ntanarisi dinlra li pagghiari» 
Si scopra un nigghiu in aria, o io terra aigni 
'Aju di cui cci veni ad assaltar!, 
Ln pisu è n)iu, su. Torganu efficaci 
Di la saluti pubblica, e la paci. 

*Jeu si trovu pri terra un cicircdduv 
O un C0C9ÌU di fruoientu mi nni priva 
Di farinni usu pri lu roiu \udcddu, 
Ma chiamu a tulli fisianli, e giuliva, 
Lu mustru ad iddi, e lu cedu cu grazia, 
E lu vidìrli sazj mi sazia. 

*Jeu cci scegghiu li lochi cchib opportuni 
Pri forisi li cuvii e li cioccati; 
Cci staju a li talai da campiuiii, 
Pri >n espiri ligghiannu disturbati» 
Poi falla Tovu iu lu miu cantu spara 
Pri dari avvisu a tuttu lu puddaru. 

*Jeu sugnu chi mantegnu Tarmunla 
lu tutti quanti* e si qualchi gaddina 
O fa U capizzuta, s*inghirrla, 
Jcp currn» e cu severa disciplina. 
Abbia di pizzuluni, e corpa d*aU, 
Ce' inslgnu li doyiri sociali. 

*A#iiicu caru, chislu è lu segreta 
Per essiri acclamatu, e pri rignari; 
Ti lu coj^fidu, pirchl si discretu, 
E da bravu allegalu poi guardari 
Da baddotluli, e vulpi stu puddaro. 
Chi su pri uui flagellu aispru, ed amara. 

LXXI. 

Là cursa di V Asini. 

1 

"^Multi vespi, e muacagghiuni 
Scunciriavanu la testa 
A li scecchi, e a li stadduni, 
Prj poi farinni la festa. 

*Chisti troppu insuperbuti 
Di la propria asinitati. 
Da ddi bestj punciuti 
Intunaru : Libirtati. 

^£ cu sauti a muntuni» 
. E cu cauci senza Gni 
Li ziromili, e li varduni 
Si Bcucciaru da li schiui. 

^Frcni rumpinu, e listali} 



Cai cchiu reggiti li pò ? 
Già si cridinu Tarmali 
Chi hi rounnu & tuttu so. 

''Scioti • e liberi sfirrannu, 
La cita è desolata. 
Cai pò diri, ohimè! lu dannu, 
Chiappurtau sta granscappata? 

^Tulti currinu a migghiara, 
L^unu airautru'mmesti, e ammalta, . 
Lu patroni si 'un ai para 
* Si lu chiantanu di satta. 

^Jennu tutta a devastar! » 
Cu li vespi aempri addossuj 
Poi si vannu a sdirrupari 
Tutti quanti dintra un fossa* 

^Testl» e gammi fracassati 
Sparsi su *ntra terra, e fangu. 
£ li vespi dda appizzati 
Si noi sucanu lu sangu- 

^ A sta nova, chi ricivi 
Lu patruoi, chii è climeoU 
Prt succurriri li vivi 
Sauta, e vola pres^ameoti. 

*Nni cacciau li vespi feri, 
Chi si cci eranu appizzati, 
É a ddi poveri sumeri 
Li succurri, e li campati. 

*Puru (cui lu cridlria!) 
*Ntra lu stissu pricipiziu 
Cc'è cchiu d'uDu, chi caucla 
Pri uun perdiri lu viziu- 

*Lu palruni a sti maligni» 
A sii beslj tradituri, 
Fa tagghiaricci Tordigni, 
D'unni surgi stu viguri. 

*Poi cu forti capizzuni, 
'N frena Vautri, e fi nni va : 
Da li scecbi, e li stadduni» 
Sompri «rrassu si nni sia. 

LXXIL 

L Asinu russu^ e V animali^ 

^Cumparsi W jurnata un sceccu russu» 
Pirchì s'avla slricatu 'ntra lu taju, 
E lu coddu, Toricchi, testa, e mussu. 
E tutta in brevi era nlra sàuru, e Laju, 
E *na crusta indurita auchi cci avia 
Caneiata tutta la fisonomia. 

JL'aaimali in vidirlu si allarmaru, 
Cndennulu un gran mostru novu, e strano 1 
E tutti spavintati s'inlanaru. 



172 



FAVULI MURALI 



Iddìi a lu scantu d^iddt linciati], o vanu, 
Si cntti cosa granni, e pigghiannu an^^a » 
Isa la testa, e scinchi di baldanza. 

*Pa8sì.i pri ddi cnmpagni cu gran fasta » 
Comit nni fussi assolulu pafruni, 
Niiddo *nci]ntrannn chi cci (J^ssi 'mmastu; 
Ha poi per isfogarsi lu pulmuni 
Apri la viicca, etta un arraggliiii, ed eccu 
Chi si duna a eenusciri pri sceccu. 

* Chiddi clii prima timidi, o scaiitali 
S'avianu 'ncrafucchiatii ^ntra li gratti,* 
Di IVquivocu carsi) e nichiati 
Cci fanno trattamenti strani, e brutti, 
fìiustamenti lo saggia aHdunca dissi : 
Parrami prima, acciò ti conusctssi. 

^Quanti chi nni videmu cu gran lubba, 
Chini d'insigni, e di ornamenti rari, 
O chi adomi di toga, e lunga giubba, 
Fanno a la vista li genti trimari, 
Chi parranno (non ragghi di sumeri) 
Ma cacciano carteddi di fumeri. 

LXXHI. 

Li Sardi e In Gattu vecchiu. 

*Un Surci era malata : li parenti. 
L'amici, e li vicini si aggiontaru 
Pri scigghlricci un medica eccellènti; 
' Ma 'ntra la scelta poi nun si acciirdaru : 
Chistu, dicbriu, è musctu, e*anparra nenti; 
Chtddu è millantaturi munsignaro; 
Chistu ^un sta ^mmcnzu, nun è ricittantl, 
Chìddu'mmósti azzardusu, eammazza a tanti. 

*Mcntri su 'mniarazzati, irresoluti 
Veni nmi, e dici : lessi in certo avvisu. 
Chi è vinutu da parti sconoscioti 
Un Surct assai di medicina tntisu» 
Chi à rusiratu K libra sappiti 
D'Ippocrati, e Galeno pri distisu, 
Mpasta Foturi antichi, o U moderni^ 
E di la vacca cci nescina perni. 

*Ma pri lu rangu so nobili, e graaoi, 
E pirrhi ancora è mollu facultusu, 
^Nun si abbassa di jiri a tutti hanni 
Visitannu malati ^nstisu, e gnusu, 
Ma coi d*iddo è bis«*ffnu nni dtiinanni 
Unni vidi TavvisO' Chisio è Tusu 
Di ti paisi granni : Persia, Egittu» 
Fmncia, Germania. E cca finia lu scrittu. 

*A sia notizia tutti allegri vanno ^ 
A la iocanna, unni lu scrittu stava. 
Lo malato con iddi carriannu 



Nell'ara quannu ogn^omn riptiaavat 
Sutta la porta jennusi ficcanoo. 
Trasinu...ddocu appuntu Taspittava 
Lo Gattu vecchiu cu pacenzia e flemma. 
Ch'era Toturi di lo stratagemma. 

^Quanno già vidi la vasa sicura 
Dici : A guarirvi d'ogni infirmitati 
La mia ricetta corrisponni allora. 
Anzi vogghiu chi tutti li pruvati, 
Dissi ; e poi sfoderannu l'armatura» 
Ietta c'on santo, scàrrica granfati: 
E 'atra lin grapi, e chiudiri di vacca, 
Lu malato pri pianala sammocca* 

LXXIV. 



Biri, e Fari* 

/Eranu un tempu amici Diri, e Fari, 
Anzi Tratozzi, e a filo doppia ontti. 
Poi lu primu alzau catrida a insignart 
L'arti chi tessi di paroli riti. 

*Appi in Aleni, e in Roma pri scolari 
L*omtni li cchiù insigni, ed eruditi, 
Ed oggi è riso nomi totelari 
Di li corti, li palpiti, e li liti. 

*Qoaono^ si vitti denti, coma, ed ogna, 
La forza, dissi, è fonica chi regna, 
E regna ri co socj repogna. 

*Di mio frati lu nnomu si tiattegna 
'Mpizzu a sta lingua, ch'ogni cori espugna; 
Iddu però onni sogno eo non vegna- 

LXXV. 

Li Vulpi» 

^Avenno avuto rasto di gaddini 
'Na Volpi cu la frgghia coti coti 
AUraversanno prati, orti, e jardiai, 
Pri vijoleddi incogniti, e remoti, 
S' incrafocchiaro ^nlra frasoimi, e ddisa, 
Aspittanno la notti a fari prisa. 

* Vinata già la notti, impazienti 

La figghia d'aspittari, oesci, e scorri 
Co naso, occhìi ed oricchi lotti attenti, 
E s'incamina verso duna turri. 
Ma a lu passari pri certa nuara, 
Vidi 'na testai e subilu si para. 

* Vola, torna a la mairi, e cunla tutta; 
La mairi dici : ed aspUtamo on poco. 

La qiiatéla non noci. Pri on connolto 
Dop|Mj 00 pezzo si avviami a ddo loca : 



FAVULI MURALI 

Eccula dda, grida la figghia, osserva 
La lesta, cKè curcata siipra l'crva! 

*La mairi attenta ^ e squatra dTogni lata, 
Vidi citi iiun ai movi, e 'un dici nenti, 
Sanima di coraggìu, e pigghia ciatu; 
Poi dici *im ti scantarit timi a monti, 
E a ali paroli mei la senziu aguzza : 
Testa chi 'un parrà ai chiama cueuzza. 

LXXVI. 

Traduzioni di la prima favula di Pedru, 
Lu. Li}PC, e r Agrbddu. 



173 



LXXVII. 



^Arsi di aiti un Lupa, ed un agneddu 
Erauu capitati tutti dui 
In un tempu^ad on atfasa ciumiceddu, 
Lu Lnpu stava saprà, ed assai cchiui 
Sntta TAgneddu situatu arrèssa 
Unni lo cinmi discinneva abbassu. 

*Lu latniichi adttcchiandulu*ntra un lampu, 
GargiuHari la gula sentisi. 
Un prctestu di liti misi in campu, 
Acciò putissi veniri a li prisi : 
E dissi in tonu bruscu, e nichiatu : 
Birbul pirclil m'^i i*arqaa inlorbidatu* 

*Chiddu trimannu risposi; Vossia 
Mi scusi, e coma mai lu pozza fstri? 
É Tacqua sua, ,cliì veni cca onni miai 
Lu dumi scinni, nun va ad archìanari. 
^Nzaccalu a ati ragìuni dda farfanli) 
Subitu naulru strunfu metti avanti. 

^Uicemiu: Ora pribiru mi suvveni, 
Clii tu, aù cìica li sei misi arreri« 
Di mia min nni parrasti troppa beM- 
Rispunnl ddu mtschinu ; E coma veri 
Ponno essiri sti colpi, qiiannu naia 
Nun era silura, e manco siminatu. 

*Ah fu to patri certu, rip'ggliiau 
Lu Lupo, chi di mia nni dissi mali; 
E lo ditta, e io fatto cursi , e hi sbranati. 
Quantomini cci so a sto Lapo uguali, 
Cui pretesti nun mancanu, e strumenti 
Pri opprimiri li dcbuli> e ioooccenti ! 



Li Ciauli , é la Cucca (1) . 

^Dicevanu 'ntra d'iddi 
Dui Ciauli otra *na rocca ; 
Giacchi semu suliddl 
Sfugarou, ca nni tocca. 

*Cca middu oc'è chi aeirti, 
Putcmu sbacantari 
Lu saccu allegramentl. 
A nai...vaja cummari. 

*CuS8Ì, senza on momeotu 
D\ibbàeu, tutti dui 
Parraru comò cento 
Senza stagghiari cchiui. 

'^Dissiru cosi ancora 
rMparissì in conQdenza) 
Chi prl sbmrcari fora 
*N'ammettinu dispensa. 
*Pistannu st*impapocchi 
Arrisbigghiarii un Cuccù 
Chi dintra a ddi crafocchi 
Aveva lo so gioccu. 

*ChÌ8tu ascotann'un pezzo. 
La chiàcchiara infinita, 
Stizzatu ; ora la spezzo, 
DìsHj, csclamao ; pipita ! 

^Pesta 1 che 'ncutiu. e 6ltu 
Sto ciarmuliu ! mi stordì . 
Ma nun aviti dato 
A muti, e manco a sordi. 

'^Chiddi allampani ; e ^uo saoiiu 
Sta viici d'unni vioni. 
Poi jennusi vutanmi 
Dissiru ; jamuninni. 

Mn vucca li naticchi 
Mittemucci, o figghiuoli. 
Li mora inno loricohit 
Li pelri anno paroli. 

lxxviil 

^trci, $ Gatti. 

*S|)i88a pri riparavi a qoalchi mali, 
ì O pri dari a un delittu la sua pena-» 



(1) Questa favola pobblicata fra le poesie p>- 
atume è presso che uguale a «|uella a pig 3i3 
Li Ciault 9 lu 1\tr(ìu, che l'autore stimò più de 
gna di vedere la luce. 



17* 



FAVULI MORALI 



Sì ctimmfìtti la cura a certi tali, 

A cui cciiiu di Ir rei feti ta lena. 

Si nni vidi, va escnpiu naturali 

^Ntra un co.ilraposlu. chi si molti In scena 

Di Gatti* Surci, e ^l'ra 'na faviilicchia, 

Cl)i a proposil'i trasi 'ntra sta nicchia. 

*Li Surci laiuKi gii«i.;(ii. E chislu è vuru- 
Dunca niìttcmn Gaùi ? É cchiù dammaggiu. 
Si iu Surui fa un vadii a lu fUrnfnggiu, 
Lu Gattu si hi mancia tuttu inteni. ^ 

*Lu Surci è. latru^ ina nim è |>aì feru, 
Fui quanuè scuverLu, e nun fa ollraggiu^ 
Lu Gatti! è traditnri, ed è malvaggiu, 
£ a li stritti si avventa pri ddaveru. 

.*Lu Surci i'ci penz'iddu pri li tossa, 
Lu Gattu, ultra chi arrobba a tutti banni, 
A tavula è lu |»riinu chi s'intozza. 

*Putria suppljri a stu svantaggia granni 
Ouannii cu p'eggi, e a pena di. la erozza 
Si obblighi risarcir! intreasi) e danui, 

LXXIX. 

» 

Lu r^gnu di li Vtipi. 

*Un Vulpi era timutu, rispetlatu 
Da tutta la lu^i speoj a tali signu* 
Chi Ksopti lini risUiii meruviggìuatir! 
Quali meritu, dissi, lu fa dignu . 
l>oss(;quj tanti ?... Uispus*unu a lato : 
'Ntra lu rognti, e dominiu vulpigml 
Malizia sumina, frodi, astuzi,'e inffanni 
Su li scalini ad tuti posti, e granni. 

tLXXX. 

Lu SignUf $ lu Cani. 

"Spissu fanno a li granni imfites^oni 
Cv\v\x li pregi apparenti^ chi li veri» 
Cchiù la tustizza, e Kos tenta ziovii, 
Chi li virtù, e li meriti sinceri; 
Nn'è 'na prova stu fattu, cheu trascriva 
Tali quali truvai 'atra un vecchiu arcivu. 

*Un Signu aveva apprisu ad imitati 
Pochi lavuri, e cosi Inirgiosatichi; 
Di poi fu in curti, e misi a cuntrafari 
Lì curtigianarj li chiù fanaticbi, 
E cu sti mimarli stu bistiuni 
S'attirau Tocchi di lu so palruni : 

*Chi a cridirlu ammirau fursi staccatu 
Da la specj comuni di li Signi, 
E spissu spissu si lu miai allatu. 



E lu trattava quasi en carigni, 
E cci avU tanta fidi, e deferenza) 
Chi cci detti a curari 'uà dispensa. 

*Cci misi, è veru allaiu un Cani bracca 
Forti, e capaci; ma la sua fidanza , 
Era su4)ra lu Signu; e stu vigghiaccu 
Nun fac\a, chi abusami cu baldanza; 
Lu Cani cci vuila solari addossu. 
Ma pri digni rispetti nun si è mossu. 

*Stava un jornu.tu Cani addurmisciutu 
Siipra tu limitaru di la porta; 
Lu Signu pazku, ed anchi *nzallanutu, 
K chi a forza, e pri jugu lu supporta. 
Scippa un piruni di la megghiii 'stipa, 
E pri supposta a chiddu cci lu *ntipa; 

*E:eu \Bt^9k masirla, chi nun scintisi 
Lii cani di stestrahiu, elii traaiu, ^ 
O pri la spratlichizza nuu comprisi 
Sia nova specj di. vindilta, e sbiu, 
Né pri lu 8(f darpori suspittava 
Saponnu ch'era porta chi *un spijntava. 

'^Trasi fratantu lu patroni, o trova 
Ln stipa senza viuuc nò piruni, 
O'rca Toluri di sta bella prova, 
M.1 lu Signu cci dici a rammqecioQi : 
Vulili (ma nsigiifu) provi veri, 
Guardaticci a lu Cani lu darreri. 

"St'armali pa.ti assai di 6ti(ichizza% 
Non estanti chi mancia, e mancia l)eni, 
E si Jicca li iMatti a slizza a fitizaa, 
Stica lu grasciu di cui va, o cui veni» 
Truvannusi hi stomacu indiepostu 
Si misi lu piruni pri suppostu. 

*Jeu mi nni accurgli tardu, ne piUia 
Staricci a fronti) o grossa lu'nnimiQUi 
Ma pri truvari a vui di già vinia 
Pri essiri liberata da stu intrica, 
lu cchiù .d* iddu fidarin^i nun pozj^u, 
Sfrattatilu, Q. a pietà datici un tozza. 

*A lu palruni parsi ragiunevuU, 
E equitabilt insiemi lu cunsigghiu, 
MuUu cchiù chi fa ditta cu amurevuli 
Tonu di vuci, e cu piatusu cigghiu, 
Quantu lu vSignu ed proposi, e dissi, 
Approvatinu, lodau, si sottoscrissi. 
*Cussl lu saggiu e lu fidili cani, 
Ultra lu consaputu complimenta, 
Ch^Hppcna cci iassau Tingrispi sani, 
Vinni sfrattata, e sin da ddu momentu 
Ristau 'ncura ad un paz2u la dispenza : 
Tanl*oprd 'ntra sta munnu l'a pparel)za I 



FAVULI MORALI 



LXXXI. 

Vallianza di li Cani. 

*Nlra ConcUf e Capti di Bona Splranta, 
£ in tiilla i- Etiopia coi sii C;inlf;(t) 
Servaggi « e feri assai, ma chi alliairia 
*Annii 'nira d' iddi d*antrclii Spartani, 
Eserciti furmaumi, e baltn^^hiuni 
D'aiTruMarì li tigri, ursi, e liuni. 

*Ln jornu vanii il a caccia sr|iiatninati 
Facennti predi dì qiialtYnqui sorti, 
Poi tornanti a li tdnt carrieati, 
Di ranimali in guerra o prisi, o mortf, 
E cu esattu, economicii bilancia 
Si \i spartinii, o fannii In so raiiciu. 

*Or'avvinni (pri qiiantu lu viccliiutii 
^Nlra lu tarlato min librii trovan) 
Chi di sii cani cci nni fu un sqnatriini, 
In cui la gran catina si smag^hiaut 
Pri Tabusu di avirsi postergatu 
Lu pubblicu vantaggiu a lu privata; 

*Pirch) turnannu cu la preda ognnnn 
Si nni ammucciava deci, e vinti parti, 
E dicchiù si spacciava pri dtjuiiu, 
Pri dumannarl Taulra, chi si sparti. 
Perciò la preda nun putta bastar! 
Pri tutta la gran ehiurma safurarì. 

*Circaru rìparari a stii scuiiccrtti 
Tutti obbligannu a li riveli esatti. 
Ma nun pigghiaru, pri esslrì sciivertu 
Lu coiUratiannut ti misuri adatti, 
Pirchì tutti sti liggi, e sti misuri 
Laviauu iinpostu li coiitraventiiri. 

*Si agghiuncla.t chi li datj da pagar! 
Eranu ripartati tanta a chiddi, 
A cui l'abbastu vineva a mancar!, - 
Quantu a citi supricchiavaci pri middi; 
^'unu pagava a costti di la pnnza, 
Uantru menu di menu chi cci avanza. 

*Sta cosa chi purtau ? dir rosser\aiitl> 
Li debull, li vecchi, e H malati, 
Cu li ventri ristavanu vacanti, 
E li forzi vinevanu n>ancanti. 
Parti mariami di consunzioni, 
Parti a la guerra 'un eranu echio boni. 



(1) P. Antonio Znchel cappnccino ne' suoi viaggi 
di Conco , e di Etiopia . citato da Pietro Kolbe 
nella aaa descrizione del capo di Buona SperaDix 
tom. 3, edizione di Amsterdam, il nome de' cani \ 
é mebbia. . I 



176 

"^L'nni pri fami, raiilri pri reoeeaau 
Di lu mani^fart abbiitlati, e gravasi, 
Nun putevanu curriri d'appressi! 
A Timprtai cchiù Torti, e cchlu aizardiisi 
Eranu 'nsnmma li pochi ristati 
Li cchiii infingardi, e li debilitati* 

*La const>gucnza fu chi a un prirfiu attacca 
Foru, in locn di battiri, battati. 
Li lupi ed tirsi nni (iciru smaccu. 
Pozza slVsempiir so fari avvidati 
TiiUi li societaii di dd'armali, 
(^hi vantati si su razionali. 

LXXXII. 
La Vacca e lu Pareti. 

« 

*Mi pari porca a la fìsonomia^ 
Ma so, chi la tua specj è grassa, e grossa: 
Tu si siroul patiSM d'elisia?... 
Ti mera virghi chVu fid peddi, ed ossa; 
Sacci, chi nun mi tocca in nutrimeiilu, 
Chi Terva stila, e chista a siimmii slentu, 

"^Mi la vaju ;ihl)nscannu ^ilra rampanti} 
Cca un filu, nautni dda, semprì stintanou. 
Li tempi nun sti crhiii, rireranu avanti, 
Tomu sitilìa cuntari da me* nanna, 
Quannu li porci avevanti a munseddn 
Ghiandri, e manciari ad iitTn *ntra on tineddu. 

*E chi dui nvisi avanti di la scanna 
Li passavanu a taviila di favi. 
Chi cci sapiann echio di meli* e manna. 
Cu sii boni prcliidj li nostr*avi 
Murennii In tributu ànna pagata 
Airomu« chi Tavla hi*n nittrieatu; 

*Chiddii tagghiandii, e favi, chi cci data^ 
Pri meccanica, e chimica maggia. 
Tutti poi carni, e lardn li truvava, 
K macellannu un porcu s*arricria; 
Ma in nui rei trovann ossa da liccari, 
E pri li suli cani diffiiman. 

*Si altura c*!ntu porci di un cantaru 
DifTamavanu un populu, di sicchi 
Pri dilTamarhi min basta un migghiaruy 
Ancon:hl d'ossa fussirii as^ai licchi. ' 

Eccu lu afraga di Sa nostra razza. 
Chi va a ti ni ri pri sta genti pazza !... 

*Dici la vacca : *Ntra la stissu casa 
Nui seTnu. e 'ntra riiguali circostanzi; 
Paseemu tatti *ntra un tirrena rasU) 
E di ristiicci. P induriti avanzi; 
E proni, e strippi, e magri a lo inacedviii 



1T6 



FAVULI 



Tutti quanti imi portami a muns^ddu. 

*Tr«la8ciu qiiantu sentu raccuutari 
Hi li costumi dì paisi aagg<; 
Chi raruiali, chi a^ànnu a macillari 
Li mitricanu prima a grassi eiliaggi, 
Cci daDniJ anchi fiimeiiza di cuttuni» 
S cci feddanu capi a battagghiuni. 

*E cca siissii i*anticln cosiumavanu 
Abbia ri ^otra feudi, e ^iira riservi» 
£ iiutrÌYanu beni, ed ingrassavanu 
Lii voi, la vacca cu li cchiù megghVrvj; 
Ma li Don N innari omini d'aguannu 
Pirrhl Tannu fatui autri nun lu fannu. 

*Nun so spicgari sta falalìtati, 
Modi frustori riguardanti a lussu 
In capitari cca sunnu abbrazzati : 
Però la moda 9 e Tiisu ch'ànnu ioflussu, 
Airuliti, vantaggili di iu statu 
Si iodanuy e ai mettimi di lato» 

LXXXIII. 
La Tigri ]ntra ^na gaggia di ftrru. 

*Ntni 'na gaggia di ferra carcerata 
Una Tigri frimla. Lu so custodi 
Cci dissi : scatta ddoeu scelerata* 

*Tu, chi ^ntra sangu.e straggi trischitO godi 
Diri osi : chi la vita a sustiniri 
A litri manzi nuo trovi, ed autri modi ? 

* Ma pirchì saziaonuti a doviri 
La tua ferocia crisci, e a varia, e a nova 
Straggi ti porta sempri a incnideliri? 

^Chista è certa, certissima 'na prova 
Di cori veru atroci, e aceleratu. 
Chi godi lo fari mali, e si nni approva. 

*E cci aeummettu, chi 'ntra sau aticcala 
Di ferru« imni ti trovi, stai pinsaonu 
Di squartar!, e sbranari ogn^omu natu. 

*Nun lu fili, (tirchi ostaculii ti faoou 
LI ferrati ben forti : 'un ti lagnari 
Duncai ai ddocu dintra stai penanoa* 

*Ccl risposi la tigri : Rinfaceiari 
Nun ti vogghtu li straggi, e crudeltà» 
Chi soli l'orna all'autrì specj fari, 

*Nè chiddi« chi a la propria spocj fa; 
Ma ti parru di chiddi solamenti. 
Chi teoi occulti 'ntra la volanti. 

*i*irchi nun pò spiega ri apertamenti 
Cf>mu mia. stannu chiusa 'ntra Errati, 
'Ntra li liggi, cioè, ch'evi presenti. 

'^Ohistu si vidi chiaru a li nottati, 
ChMddu impiega pri ieggirii vidìri 



MURALI 

Li fatti atroci di li scelerati, 

*Chi su fatti suggetti di piaciri 
*Ntra li teatri unni li morti antichi 
Risurginu pri vidirsi muriri, 

Tri vidimi li palpitlt e li dicbit 
Sintirinni li lastibii. e lamenti, 
E di li scelleragiui l* intrichi. 

'Autri vaonu piscannu ati argumenli 
'Ntra li fatti cchiù atroci, e saoguiouai 
Di la cchiù vecchia istoria, o la curreoti, 

^Convu vuturi, chi a li cchiù Ctusi 
Carogni vannu in cerca a disfainari . 
Li brami soi crudili, e schiGusi. 

(Si desidera il resto che si è trovalo meu^ 
caute neW autografo) • 

LXXXIV. 

Lu Codici Marim (1). 

*Conusciata 6 in Sicilia l'antica 
Namu di Cola-pisci anGbbiu natu 
Sutta di lu secundu Fidiricu: 
Omu in sustaoza ben proporzionata. 
Pisci pri rattriboto singulari 
Di stari a funnu cu li piaci io mari. 

*Scurrenoa li gran pelaghi profanai 
Facla lunghi viaggi, a rapportata 
Li meravigghi visti autta Ianni» 
E multi di sua manu li notava. 
Mi è capitata *ntra li tanti chista 
Scritta di propria sua manu, e ritista* 

Mn funnu di iu Balticu, e a li apaddi 
Di 'na muntagna in mari sprofuodata, 
diverta d'un vuschittu di coraddi 
Vitti 'na turba granai radunata 
D* insetti molestissimi forensi, 
Chi trattava un proceaso 'ntra ali sensi : 

*Si trotau devorato un grossa tonoo, 
E pri st'accasu foro processati 
Pochi sarduzzi ritrorati a funnu 
Sopra di un ossu cu li mussi untati. 
Lu fiscu, ch'è on strumento chi vi frica. 
Coi apriu di tuonicidiu la rubrica. 

'E tantu ddi sardu?zÌ9 chi llccara« 
Quantu chiddi •' eh' io bacca aviaou graacia 
iTantu chiddi, chi appena lu viorarui 
Tutti furo comprisi ntra lu Iksciu» 

(i) Si descrivono gli alasi fntrodoUi ael siste- 
ma deli'anUca legislazione criminale, e per le cure 
,dell*Aogusto nostro Ferdinando I riformati nel 
nuovo Lodice Penale pubblicata l'anno i819. 



FAVULI MURALI 



173 



Diciano : Cch nco ce' è ossn, né spina, 
Foni coti in fragaqti, è prova china. 

*La nostra Uggì parrà tunnu, e chiaru : 
€ Lu Pìsci grossu n^ancia \\f minuta » 
Ccà li minuti lu grossu manciaru, 
L'ordini di la liggi ànnu sburdutu, 
D'una liggi, ch'è in nui fundamintali, ^ . 
Dunca su rei di pena capilali. 

*Di li poyeri esclama favvocatu : 
Pri st* infelici la difìsa è chiara : 
Lu schéretru di Tossa e sniisuratu, 
Lu tunnu almenu era di tri cantara; 
Tutti sti sardì 'nzemmula assummaii 
Nov*unzi huh cci su si li pisati; 

*Si scapulanu cchiù di li nov*unzi 
(Comprisi anobi Tentragnos tutti quanti 
Cu li squami, li reschi, peddi, e *nzunzi) 
'Mpinnitili, e lìvatili davanti; 
Ma si *un ponnu nov*unzi scapularì 
Stù tunìui unni si Tappiru a ficcari ? 

*Ilipigghiava lu fiscu : li misuri, 
E li pisi nun su punti legali, 
Servinu sulu pri li vinnituri; 
Cca si tratta di causa capitali, 
Nò 'na rubrica di cui vinni, e spenni 
Putrà smuntari 'na liggi soUenni. 

*£ datu, chi nun fussiru li sardi 
Rei tunnicidi, è puntu stabilita : 
Chunni mancia lu grossu nun azzardi 
Nemmenu di liccari lu minutu.., 
Concedu, dici Tautru, chista e curpa; 
Md cca si (ratta d'ossu, e non di i^urpa. 

*S'\ sbattlu di cca» e dda citannu testi 
In gerghi gìrbunischi oUramarini, 
K si citaru codici, e diggcsti, 
Commentati da cernj, e dda ^nmistlni, 
Purtaru fatti, e tantu scarruzzaru 
Chi lu puntu mattanti lu sgarraru. 

Sidevanu da judici li granci) 
La presidenti era un granciu fudduni; 
Tutti a dui vucchi, acciocchì Tuna manci, 
L'autra addrizzi buggj, torcia ragiuni, 
E cu ottu pedi a croccu a dritta, e a manca 
Trasevanu dì chialtu, e di fajanca. 

*Nun ànnu accessu a sti divinitati 
Salvu chi li supremi sacerdoti; 
Cioè li compatroni, e Tavvocati; 
Li curiali un pocu cchiù rimoti 
Ciirunanu ti vittimi di duri. 
Mentri vannu sucannuci Tumuri. 

Tutta iu restu è pof)ulu profanu, 
Nò 'ntra stu santuariu metti pcdii 
O 91 cci Irasi 'ntra un locu stramanu 



S*agnuna, e guarda la suprema sedii 
Chi di ia vita disponi, o di tanti 
.A viri, e facultà di tutti quanti. 

•Doppu chi sessionaru un lungu pezzii, 
Da una pafti, e da Tautra Tavvocatir 
E lu fiscu a li straggi scmpri avvezzti 
Nni valla 'mpiBi e nni vuUa squartati. 
Li judici grida ru : fora tatti i 
E s' inchiusi ru suli 'ntra li gratti. 

*Chisti dunca spusannu a la prudenza 
Li riguardi a li proprj fortuni. 
ConsuUanu lu codici^ ma senza 
Da ri un ucchiata a lu sensu coiuuni, - ^ 
Nun vulennu avvilirisi a pinsarl 
Comu pensami tutti li vulgari. 

/Dicevanu dicchiù : si s'apri si rata, 
A consulta ri la ragiuni un pocu, - 

La curia tutta quanta ò ruicata, 
. Né lu fòru legali avi cchiù locu, 
E quahmqul idiota, o slrafalarlu 
Trasirà *ntra lu nostru santuariu. 

*Si nui circamu cui efloltivamenti 
Si divurau lu lunnu, nni tiramu 
L'odiu di l'immislinì oj:gi potenti. 
Basta ch'in chìsti un qualch'cscmpiu djimu. 
O liccaru, o ciorjru, è seinpri un casu 
$unnu sensi ugualmcntt o vucca, e nasu. 

*Cu sU riflessioni santi e giusti, 
Mittennusi lu testu avanti l'occhi,' 
Scrissiru cu li spini di lagusli 
La sintenza racchiusi 'otra crafocchi, 
Chiusa cu un ita quod per appendici, 
Ch' in gran parti lu sburdi, e oontradici. 

*Si assolvanu li sardi di la morti, 
Ita quod nun putissiru campari. 
A st'oggettu li squami, ed ogni sortì 
Di grassa, e 'nzOnzi, e poddi dcvorari 
Si li diva lu fiscu; e io apiaggi ingrati 
Li rimasugghi sianu confinati. 

'Sta sinteoza, rigyardu a lu fatali 
Codici, sparsi. d'eqoità vistuta; 
Però certuni dissiru : chi mali 
L'equità fusai stata cumpertuta; - 
Ch' in canciu di distinguiri confunni 
Li cinuraturi, e li licchiabunni, 

*Ntra un'annu intantu di fricazioni, 
Di carceri, stritturi, e assaccareddi 
Va trova sardi cchiù ? Di porzioni 
Nun nni ristau, chi sola resca, e poddi : 
L'autra mitati sfuniàu pri la strata 
Da r insetti fiscali divurata : 

*Pri rigiiri di codici st insetti 
Nun pntianu li sardi dcvorarij 

23 



174 



IPAYULI MURALI 



Ma lu rito in virtù dì sci rieetti 
Fa tutta Impunementi fari, e sfari; 
PerUintu cui stu rita oggi professa 
Si inetti Bupra di la iiggi stessa. 

"Cola proposi sta dìfflcultati : 
Si cca la forza è chìdda chi privali 
Pirelli Inventari sti formalitatii 
Judici, fora, e codici legali? 
Cblsta da Cola a un trigghiu Tu proposta» 
Ed eccu qual'è stata la risposta. 

*Li granci avvezzi a perdiri jarnatl 
'Ntra Toziu insidiaonu li pateddi. 
Né avennu forza, lena, e abilitati 
Si assicutari vopii ed asioeddi, 
Idearu un sistema di sta sorti, 
E poi r insinuaru a li cchiù forti. 

«Dimustrannanni rutili, e pro6tta, 
Chi quantu co la forza ìinnu defatta 
Cunvinla, chi Tavissini di dritta 
Autenticata in codici, e contratta ; 
E li nipi^ti poco, nenti bravi 
Di li vantaggi godanu di Tavi* 

•Chiddi chi li soi figghi, e li niputi 
Si vidinu pri dritta assicurati 
Sunna ad aatorizzari divinati 
Li granci cu li Vucchi scaocarati, 
E d'unanimi vota si proponi 
Fidami ad iddi resecuzioni. 

*Sta codici li granci esageranna 
Mastrara ad evidenza lo vantaggia 
Di li potenti, e li minuri danna 
Possibili pri Tautri. E tanta saggia 
Parsi a la vista da la scorcia in fora» 
Chi fu abbrazzato, e si osserva tatfora (1). 

LXXXV. 
Lu CaitiMrut e autri aninudù 

Un Castoro elogj senti 
Dì Qoa Volpi celebrarì; 

(I) L'amore scriise questo compooimento prima 
della pobbllcazione del novello Mggissimo codice 
fatta n«l 1819 dell'Augusto Ferdinando I. 



Coi lodava li Ulenti, 
Coi li soi maneri rari. 

Dici a chìsti : in pregi tanti, 
Chi mi aviti decantati, 
Pirchl un sento misi avanti 
Bona filli, e prebitati? 

Su li primi chisti tali, 
ÌB senz*iJdi *un vannu un corno 
L'autri pregi, anzi cchiù mali 
J^annu a tutta lo cuntornu; 

Ddocu vitti chi ammuteru; 
Iddu torna a lu so tona : 
Lo talenta è pri mia zero» 
Si lu cori nun è bona. 
*Cca finisci lo teslu; jeu vi promisi 
Chi a drittu, o a tortu ccl avla a cafuddari 
Qiialchi moralità; si lu curtlsl 
Letturi franca mi la fa passar! 
Cci la dognu pri vera, e dimustrata, 
Pirchl da longa esperienza è nata. 

*Nun sempri è saggiu lomu, pirchl ò dotto. 
Né sempri è dotto Tomo, pirchi ò saggia. 
Cui qoattro» e quattro nun sa chi fann*ottu, 
Spissa in costami è a Socrati paraggla; 
Naotro chi a li scienzi va di trotta 
Pò sciddicarl *ntra un libertinaggiu, 
O si mai junci ad un posto eminenti 
Pò divintari soperbo» e insolenti. 
*Sonn'utili a lu statu li scienzi. 
Ma però la saggizza, e lu costumi 
Su neceFsarj, e su Tunici menzl 
Pri mantiniri Targini a stu ciumi. 
Giacchi pr' istinto propria a violenzt 
Lomo è portato, e assai di sé presomi, 
E sin da lo so nasci ri palisa 
Sta saa temenza ben chiara,. e decisa; 
*Chi si ad on picciriddo dati in manu 
Un popu, a lo momento è decollato, 
E doppo poco *on cci nn*é un pezzu sano. 
Granni da la ragiuni é raffrenatu, * 
Ma l'insito di chista spisso é vana, 
Pirchl veni a ristanti soflocatu 
Da passioni chi pri so ritaggio 
Caccia di sutta la tronco sarvaggio. 



I - 



PRI Lk VINUTÀ IMPROYISA IN PALERVU DI S. M. FIRDINÀNNU III 

ARRIYÀTU IN PORTO 
LA NOTTI DI LI 25 PICEMBRU DI l'ANNU 1798, 



PERSONAGGI 



NOFRIU « VASTASL 

TOFALU» 

LISA mugghieri di TOFALU. 

DONNA CIDDA fieciotta schetta figghia di 

D. PROSPERI! jiwoàcau. 

^UTARU. 

BARUNEDDU di CIANCIANA. 

BITTIDDA cammarera di DONNA CIDDA. 



La Scena H finci *ntra lu centru di la notti dintra la Yanedda di li Mori. 



SCENA I. 

NoyBiix Sìdu inscena chituppMa a la porta 
di ToFALu, E Lisa di dintra. 

Jfofr. Tofalu, ah Tofalu. 

Tof. Oi. 

No^r. E eh*è tempu di durmiri ! 

Tof. Chi voi ? 

JVb/r. Prestii sùsiti. Oh Tèrrama putruni ! 

Tof. O pesta ! 'un si pò fari un ptnniciini ! 

Scggia a sfura lCh*è medicu,o mammana? 

O runnai chi a qualcuna s'attapancia ? 
Nofr. Vinni lu He. 
Tof. La pesta chi ti mancia; 

Va curcati 'mbriacu. 
Nofr, Veru dir». 

Juru pri la htttarma di me* pd. 

Oh si lu vidi pri tutti li strati, 

Chi giubiliziu cce ^itra la citati ! 
Tof. Va curcati, vt dormii o pri lu fuìnou 



Nun la pigghiari cchiù. sai, la cannata. 

Nofr» Anzi cu li colleghi, e cammarata 
Avemu a fari un brinnisi sullenni 
A la saluti di sua Maistati 
Cu tutta quanta la sua riditati; 
Chi lu celu nni guardi, e nni mantognt 
Di cca a milPanni cu beni, e saluti, 
E serva ad idJu la nostra vivuta 
Pri bonu anguriu di la ben vinuta. 

Tof. Chi scacci ! chi II nesci di asa vucca ! 

Lis. Vacci 1 La pigghiau bona la pilucca ! 
Cunsidiru raDlitta so mugghióri, 
Chi a st'ura st'aspittannu *ncripidduta: 
Cut avi arma, arma crìdi, oh chi si pati 
Pri sferrami mariti ! Me' cummari 
Nni avirria avutu pittati «di fami. 
Sì 'un fusai pri lu fusu, e lu virtìcchiii i 
Comu cci sciurliau ssu l>eddu spicchili ! 

Nofr. Tè qiiantu mi nni dici la ze L*sn ! 
Jeii su picciottii asciuttu, e mi nni vautU) 
£ nulricu di ncttu, 



176 



FÀRSETTA 



Nò m*impÌDci la manu prì lu peitu. 
Tof. Nofriij, leva Tacqua, 

Ascula a mia; va curcati, *un eà cchium. 
Nofr. Santa di pantaimrii, 

Chi \in pozzu essiri crittu l 

LiT pura viritati v'àju diUu. 

Vinni lu Eie in |)ersuna : 

Ce è lu Molu, thè chinu a lu cooiicciu« 
Tof, Gran cosi vidi dintra hi quartucciu. 
Nofr, Poi dici ca li genti si pizzianu 1 

Dimmi, chi voi scuuimèUiri carogno, 

CI) e lu Re 'ncarni e ìinossa tali quali f 

Va uu quartucciu di vinu? 
LìS, Ancora vali ? 

Sciàtara e matra ! Chista ch'è manera ! 

SMn^ricianu pri fina 'ntra li gigghiai 

E uientri a leltu pusamu li carni 

Poi vcnnu 'ntra lu mogghiu a scuncicarni. 
ISofr. Nuu Taciti accuss'i gnura Lisuzza, 

Ca jeu nun sii 'mbriacu, e fazzu pr*iddu. 

Pirchl cc'è di vuscari lu tuzziddu. 
JL/5. La notti e pri li lupi. 
Nofr. Ora vidili l 

Kazzu pri 80 maritu 1 
£f5. SI si pri me maritu, e'ntra stu mentri... 
Nofr- Viditi! è bona lavata ssa ventri? 
Lis. Sta carità pilusa!.. Basta.. .Cci àju 

Dintra li corna un certu tali rastu... 
Tof, Nofriu shigna : vidi ca m*impastu. 

Nofr- Gramagghta! Pappa, e leltu JErraniitatìl 
Spiccicati di ddocu. 
Cci rurrinu li ciumhi, e struppiati 
Fri vidiri la facci disiata 
Di In benignu re, patri, e patninì. 
£ tu 1 £ tu soll9nnissimu mandruni 
Ti strichi 'ntra lu lettu ? 

SCENA li. 

ToFALU nesti in cammisa, e s'azzuffa. 

Tof. Chisl'è na mensa, e chìst'è un muffuleltu 
V Lisa nesci mmza vistuta dicennu 

Lis. ^ i vi, chi focu grarrni ! 

Sparlilìlì, figghi.)!i ? malarruscnia ! 
ìi\ hi veni a nznllenta fma dinira ! 
Giustizia noi vogghiu, *un sacciu ocnli, 
Jud.ci, runni, sbirri prisiJenti. 



SCENA IH. 

Donna Ciddì. affaccia di la finestra dicennu. 

D. Cid. Ma chista eh' è manèra? *ntra sta 

(strata 

Nun si riposa né jornu, né notti ! 

Chi diàscacci cc^è cca cu st*aggris8U ? 
Las. Ssu bedd'arvulu ddocu : chissu, chissà 

Scuncinziatu, chi- la notti vigghia 

Pri ghiri ad autri scunsaonu li brigghia. 

SCENA IV. 
NuTABD affaccia di la finestra oppotta. 

9 

Nut, 'Nzumma cca si pò dormiri 'mbriachlf 

Chista è vanedda o casa di diavuli ? 

Dumani tutti a fasciui'comu cavulì, 

Vi farroggiu ittari in Vicariat 

E imparlriti dda la pulizia» 
Tof. Lustrissimu signuri, eu nun curpu> 

Fàcia lu prima, e Tultimu, curcatu 

Cu chista serva vostra, mia compagnai 

E vinni chissu ddocu, 

Chi sta 'mbriacu fina *ntra li gigghia. 

Pub chi fera ch'à fattu ! 

M'appretta sina dintra , e m*arrisbigghia« 
Nofr. Facitì beni a porci l 

Viditi, chi ai vusca ? 'Na gargiazza 

Cu na iffula appressu , e un sucuzzuni ! 

Dormi. ..Tà fattu a mia? mi al patruni. 
Lis» Sì si! dicchiù. ammìnazza lu don quàn« 

- . (qtiarU l 

Cu st'amminazzi soi tutta mi scàncaru, 
Nut Chi vi vcgna lu canea ru. 

La fìniriti *nzumma ? ah T cu cu' parru ? 
Nofr. Lustrissimu, sintitimi, e 3i sgarra 

Ittatimi 'na grasta Ytra li corna. 
Nut. Sintemu via. Parrati ad unu ad ami. 
D. Cid. Scummettu, chista notti cca m'ag- 

(ghiorna 
A'o/r. Dunca vinni lu re. Pri lutti bauni.... 
Taf. Sintiti ca scamìna ? 

Lassa parrari a mia ca su chiù granni. 
^ofr. Lu viditi, lustrissimu? m^appretta. 
Nut< Attempa figghiu, nun àjàri fretta, 

E lassalu fìniri. j 
Tof. Aggrnppamu li fila... • 
A'tif. E nun sa cchiù, 

Nni niiltircmu ancora a tu pri tu f 



FàBSETTÀ 

Nofr. La viditi) signuri, ciré apprilUot! 7 

Chissu a letta *uii cci mòri. 
Tof. Chi voi essiri tu ? 
Nofr. NuD sacciuueoti... Bastaio tu,o eu..*» 

La furca è dda ch'aspetta. 



177 



SCENA. V* 
fiiTTiDDi di iìntra^ e detti. 

Bitt^ Sogna vinata a Vinfretta a Tinfrelta; 

Chi cuntintizza ddabaoaa, chi cc'è ! 
2>. Cid. Chi successi? 
Nut. Olii fu? 
Bitt. Vinui Io re. 
Nnt. Davèru I Oh chi piaciri I 

Finitila picciotti, 

Cuitativi, e jornu d'aUigrizza, 

£ arrivata lu re nostra diletta. 
Nofr- €hi8t'è'na meusa,e chist e uomuffoletta 

(a Tof. 

Cui è ora ^mbriacu di noi dui ? 
Tof 4 'Ai ragiunii fratuzzut 'un sbatto cchiui« 
Nut. Chist*è jurnata granoi, e singulari 

Fri la Sicilia) e inerita alllgria, 

Abbrazzativi, e in paci 

Vinili supra a bivìri unni mia. 
Tof. Ubbligatu, signuri. 'Un cc'è di chi. 
/>. Cid. Signur iNutaru.eu dirria accussl : 

Vossignoria potrà liberamtMiti 

Passari in casa mia; citi airautro qoartu. 

Unni dormi papa cc'è un fioistrimi. 

Chi corrtspunni 'ntra la Slrata Nova) 

Chi da lo Molu porta a Io palazzo. 

Dda V idre/no lu re senza 'ni bara zzo. 

Vuatri ancora patiti acchianari. 

[a Tof. e Nof. 

Viniti ccai cc*è poro dì socari. 
Nut. Accetta li soi grazj fazzu presto, 

Permettiti, signora, chea m'allestu [entra 
D. Cid. Stia cu libertà. 
Nofr. Signora bodda, 

Chi spargiti li grazj a boloni. 

Permettiti ch'eti vija lo Patruni. 

Fazzu 'na scursa pri fina a lu M^>io 

Quanto lo vljo 'nfacci, e mi consolo •«• 
D. Cid. Iti) v*aspetlu» la mia casa ò aperta. 

(ria. 
Nofr. e Tof* a 2. Viva la nostra signorina. 



SCENA VI. 



Iaì; CerU 

É duiica la vìnuta di lu Be? 

E la Rigina cu* sa s'idda cc'e? 
Nbfr. Senza dubbiu cc'è tutta la famtgghìa* 
Li$. Vogghiu viJirla'un jucamu a canìggliia* 
Tof. Va vestiti) e fa presta ch'eu t*aspcttu; 

Ma no. cc'è 'ntressu.. .dimmi, e lu notricu? 
Li$. Mi lu portu aggucciatu 'ntra la pcltU) 

E pri 'un s'arrifriddari la tistuzza, 

Ultra la cuppnlidda di la notti, 

Cci ammogghiu un muccaturi beddu granni 

Chi lu 'nfascia^e cummogghia a tutti banni) 

Almeno qoann'è granni 

'Mmenzo di Ir vaneddi, e li curtiggtii 

Avirrà chi cuntari a li soi figghi. 
Tof. Benissimu; ma v;di chi cc'è fudda. 

Cc'è paura 'un cci ammaccano li cianci) 1? 

Lu vogghiu beni.pirch'è trogghiu trugghio, 

E a la fisonomia mi pari figghiu. 
Li$. Chi scoppu ! sempri jetti sii rampogni! 
Nofr. Viniti? mi la sbìgnu ? 
Tof Sugnu lestu. 

Via, va vestiti Lisa» e veni presta, 

Lu nutrico ti sia raccumannata. 
Lis, Jcu cci àjii *ntresso ca V Ajo (Iggliinto. 

E me'cumfnari lV>sa è forsi figghia [a Nof 

Di la gaddina nivora ? 

Pirchi 'on cci kvi a viniri ? 
iVb/V.Cci vajo,e tocco l'acqoi.Eochi nni sacciu? 

veni...£ si nunvcni mancu'mpacciu.(t/a 

SCENA VII. 
Bàruni di la finestra, Tofalu, e Lisa. 

Bar. Carstenziu ! ah Carstenzin m:irilittu ! 

Mentri stava scrivennli 'uà litièra 

Mi chiantao, corno on cavulu. Carslenziii ! 
Tof. Oh nun m*insallaniti cchiù lu senziu. 

Chi voli stu finòcchiu di muntagna ? 
Lis. No) no, un eci fari tanta mala cera. 

Ch^è spiéndidu, e curtisl. 

Oh eh* sosizza cc^è a la ao paisi I 
Tof. Macari chistu sai 1 
Lis. Chi meravigghia? 

La vitti mentri dlntra la sarvava, 

E s'era prona cci l'appriosintava. 
Bar. Picciuiolti, V4ilitimi purtari 

A la Gnàita di la casa mia 

Sta carta, e sta liliéraj 



178 



.F ASSETTA 



Perch'eu nun sacciu bon« la (razzerà. 
Tof, Cu cui parrà vossU ? 

A st'ura carriàri 'na littéra ! 

Beddti cocci u dì muscu ! 

Si nni fui di notti, 

Pri \in pagari la casa a lu patruni ! 
Bar. fìeja mi rispunniti? Sini. o noni? 
Tof» Nout, noni, ftti cosi *nii sunnu boni. 
Jbis, Nun parrari accusai, ch^è indiscritÌEza- 
Tof, Sì, tu facci la curii a la sosizza, 

Finemula ora> parru, e addiimu chiaru : 

Sigmir Baruni, vui siti Baruni, 

Benissimu, Baruni, ed eu vi accordu, 

Chi fussiVij, anzi Principi, e Marchisi; 

Ma ora ntscìu lu Suli a stu paisì, 

Yinni sua Maistati. 
Bar. Lu Renil Oja I lu Re granni dìjinal 

Pri lu cuMsolu 8cunchin9 e la prilzza 

Mi fa lu cori, comu ca rea razza 1 
Tof» Sissignuri In Re- 

Azzoc, dicu megghiu 

Lu mastru di cappella; 

€d ora nni spiramu di vidiri 

Li strumenti, e li musici accurdati, 

Pirchl Itatlirà iddu li sunati. 
Bar. Dcja, quanfu mi meltu la casacca, 

Aspitlatimi cireu vi vegmi a jicu. 
Tof. Certii mrammanca chist'aulru nutricu, 

A lu Mola cui veni, dda v'aspettu. 
Lift. Sempri malu smudatu ' sempri duru ! 
Tof. Ah ! ch'arreri ci torni f 

Lisa, *un sacciu , chi viju cu stu scuru ! 
Bar. Immizzatimi addunca la trazzèra. 

Unni si va a In Molu? 
Nofr. Pesta ! è veru nutricu !.. 
Lis. Nun manca cchiù pri mia.eusugnu lesta, 

Lu picciriddu è ccà. 

Ma 'nzignacclllu, sempr^ò cariti. 
Tof: E tu pri ssù bon cori, 

A lettu nun ci mori^; ora finemula. 

Niscenna fora di la porta drittu, 

Piggliiàti sempri drittu, e vi ammuccati , 

Quannu junciti poi nni Tabbisati. 

Via jamuninni. 
Lii. E Nofriu ? 
Tof, Cci jama 

A Btaggtiiari la via. [s incaminanu) 

Bar. Niscennu dì la porla.... 
Tof. Uriltu drittu. 
Bar. Si tira sempri drittu..* 
Tof. Sempri dritta 
Bar. Poi si jiea a lu. Holu ? 



Tiff. Gourasl.Chi cabnia! Mi la %o^ìì[Sif>ann^ 

(aliuntanannu. 
Bar. Dunca deja mi vestu. Oh bona noT« t 

Li$. Jamn attempu ca Nofriu nun nni trova I 
Fo^.St'autru tmpidugghiu nn'ammancav'an- 

(cora ! 
SCENA Vili. 

> • 

NoFRia a deitù 

Nofr. Nofriu è ccà. 

Tof. Vinifiti ? E lo mugghicri ? 

Nofr. Chi sacciu , ddoca ? la tnivai curcata 

Ca lu medicu, e cc'era la mammana. •• 

Basta... Addisi rtau idda. 
Tof. Forsi pri la soaizza T 
Nofr. Chi sacciu, frati 'meu ? 

Si mi Ta vissi dittu... 
Li$. Chi pesti ! siu diavulu mi stizza ? 

Sempri sosizza, sosizza» sosizza. 
Tof, Dnnca via jamuninni ? 
Nofr. E pri cui manca ? 
Li$. Mischina la lassasti accussl *mpksimaT 
Nof. Ed cu, chi cci airvia pri cataprasima ! 

[n'ineamna* 

SCENA IX. 

Baruni in disparti, e detti. 

Bar. Già su nisciutu fora di la portai 

Dunc'ora piggliiu drittu drittu dritta. 

Ma trovu nautra porta ! E unn'è lu Molu? 

Idd'è aperta ! Trasemu, forsi spunta «. 

AlVautru lata. ((roat dintra 

Lis. Vih ! e nun era junta I 

Mi scurdai lu fadilil e chiss*è nenti. 

La porta aperta, e la chiava appizzatat 

Chi m arriniscla bedda la frittata T [torna 

[in fretta. 
Tof. Ah macionna« macionna, trascurata ! 
Lis. ìAìì meravigghia è chissà allurtimata? 

Lu tcniri la chiavi di la casa, 

Chisf è ripartimentu di mariti. 
Nofr. Va nisciti cu fimmini, va iti 1 

Su sempri 'mpasturati, 

Scmpr^ a lu stissu loca li travati ! 
Lis. Seni' un ciatuni grossn ! È porcu • o 

cani ? [trasennu. 

Scù... Passiddà... Lu bestiu è grossu aaaai! 

Ti scunciuru si tu si satanassu, 

Nesct fora di cca yaltinui arraasu. 



VARSETTA 



179 



Bar. Nun cci jica a lu Mdu* Cca oun tpnoU. 

(tra se. 

Lis. A la Tuci mi pari canuBcenti; (tra té» 
Scaroiretlo allurlimaU ò lu Baruoi... ' 
Chi vi regna lu cAiicaru ! od truzzont (esce 
ìlià sfasciatu la facci! (e s'urtanu^ 

Bar. Ohia ? Granni dijna 1 
Chistu ò lu iMola ? E chist*tt la marina ? 

Tof. Arruccau iddal oh lerramaf scinttnal 



Mi afimictu, né abunlo 

Chi diavulu fa ! ah ce' è hi lurdu 

[tidi lu baruni. 
Lì$. Tale figghioli, ch'è maio pinsanli ! 

Sai cui è lu baruni.. • 
Tof. Già capiaciu, 

L*amicil, chtddu dda di la toaizza : 

E di*, chi ti nni pari ? 

Nuo ce* è paura ccbiù dV 






2i . 



LA FATA GALANTI 



POEMETTO BERNISCU 



CAPITULD 

A LA GALANTI COITYEBS AZIONI 

Figghiu mia« libriceddu rigpittusu, 
Chi spunti» e nesci a Ja mala vinturap 
Privo d*uD vistitedda fatta all'usu; 

Co' sa, cu' sa, sta sira anni ti scara; 
Cu' sa s'hnno a scanciariti pri mala; 
Co* sa si si jittata a la malora. 

Senti cca, figghia mia. sai chi 'an t'adalu; 
Tu intorno a robbi si scamituliddo; 
E non si cosa di neseirf sola; 

Ne poi trattari cu chisto. e co chiddo; 
Anzi li Varvasapìi, e li Saccenti 
Dirannu : gioja mia, si picciriddu. 

Blu ti Scansi di Critici imprudenti. 
Di chiddi, ch'àona ^mpegnu di passarl 
Pri Saputi, ma poi nùn sannu neoti. 

Cu' sa si dhisti t'ànnu a capitari^ 
Cu' sa si t'ànnu a dari un sgranfiignuni; 
Cu' sa si t*ànno a scùsiri, « tagghìari* 

Cu* sapi, s'ànnu a servir! a taluni 
Li loi Togghi pri spezii, e zafarana, 
O pri ammugghiarl li fruaridduni. 

Ma *un ti pi{?ghiari, tu, di mala gana 
Pri chisti tosi, ch'ora l'àju diltu, 
Ca forsi *uii ài a passa ri sta carvana; 

Anzi stli allegro, e sempri tira dritta; 
O b«*ni, mali, chi ti sentì diri, 
Nun ti picari, né ti stari afllittu. 

Sciala, quannii ti senti contradiri, 
Chi censo ra a li corvi nun li tocca» 
Ma soli a li palummi proseguiri. 

Si cui ti dici mali, è genti sciocca, 
lassala diri fìnu, chi si stracca, 
E statti sodu simili a 'na rocca. 

S'è potenti, e ti jetta quaìchi tacca, 
St^ seriu; chi truzzannu cu II ciachi, 
La (|uartara di un subitu si ciacca. 

Tu, a malapena ti attacchi li vrachi; 
Nò li nni' senti di martiddatura; 



Ma canti ancora *Dtra 11 cacanacht; 

Donca ascata a Io patri, e teot accora 
A sti p«>chi, e ainceri avvirtimenti. 
Si to' fari ti Toi qoalcbi vintura. 

Prima di tatto amano e riverenti. 
Allora chi to nasci, ti nni \t\ a ìiri 
A piaiotarì aTaotI VMceéUenti 

tfobili Cumpagnia di gran aaptW, 
Unni soli lo gusto di cuntlna 
Bedda e galanti farisl vidiri; 

Unni quasi io on florida jardinn, 
Di tatto tempo cci su frutti, e ciori, 
Chi odorano d'arrassu, e da. vicinu; * 

Unni li cosi incogniti) ed oscori, 
fLìvanno la cammlsa a la natora) 
Si mostrana in vaghissimi figuri; 

Unni ogni menti liberà^ e sicura, 
Muveona Tali soi. agili, e presti. 
Vola, e va a cuntimplari ogni fattora; 

Unni Apollo, e li vaghi Musi onesti 
La gran Reggia purtaro di Parnassu, 
E li Grazii cii stanno in bianca vesti; 

Ed onni co lu chiomma, e lo compasso 
Cc'è di casa, e palla la matematica. 
Ma no cu facci austera, ed occhiu bassu; 

Nun è fridda, com'era, ne flemmatica. 
Nò scursoiiara cchiù fui li Grazii, 
Ma si *acagaa a li Masi, e già ccl pratica. 

Tu, figghio mio, avanti» chi ti spazii 
Pri tutto la paisi, a sti signori, 
Como cunveni rèooioci li grazii. 

Pregali, chi ti fizzano bonari 
Di prutegglrti in tutti roccorrenzi; 
E di pò} nesci co passi sicari. 

Ma ora *nnavanti vogghio, ch'accomenzi 
A palìsari 'ntra totti li genti 
Li toi veri, rial!, e giosti senzi : . 

Dicenna: Eu mi protesta a cui mi senti, 
eia sti termini :, Dei, Fata, Fortuna, 
Su poetici scherzi, e 'un cci nn*è ncnti* 

Si poi si 'mmnrmurla qualchi |>or9una 
ei^i forsi si dispiaci, e sì disgusta, 



184 



LA FATA GALANTI 



Ch'eli robbn a li poeti cola alcuna: 

Tu cei dici : Tirgogna è cu* si frusta; 
Pirchì ora rarrubari ò cosa onesta; 
Rara si trova 'na cuscenza giusta. 

N^ pò essiri cosa disonesta, 
Ca rubbari a li latri 'un è piccatu; 
Chista è 'na cosa chiara, e manifesta; 

Ne pucta a lu munnu mai cc*è statu, 
Chi nun avissi di lautri cchiù antichi 
Bona parti di cosi aggramignatu. 

Vattinnl, figghiu miu, 'un aviri dicbi^ 
'Niorntt a Terruri avrannu lu riguardu^ 



I 



Già sannu, ca cui mincia fa^muddichi. 

Ben'è veru, ca chistu òun granni azzardu 
Lu nesciri spruvislu, ma a la Iìqì 
Megghitt s^ruvìstu, ch*easiri bastardu. 

Quanto cci nn'ò di beddi cosi chinit 
LI quali àonu li patri a centu a cenCu» 
E secularì, e monaci, e parrini ? 

Tu poi parrari cu assai cchiù ardlmenta 
Di chisti tali... Ma già Tura sona; 
Vatinni, figghiu miu, Ya 'nsarvamentu; 

Va^ chi In cola U la manni bona. 



CANTU PRIMU. 



ARGUMENTU. 

Sutta ^figii di bulfa ad una Fata 
Yulìa ammazxari un zoticu i^iddanu; 
Voturi Cimpidisci^ ed Idda grata 
4^ci offri la sua assistenza^ e la sua fiunui ; 
5» nht approfitta; e la pHghera è stata; 
Chi lu fazza pueta amwianut ammanu; 
AU'Isula far fanti junci; e in via 
Senti lu easu di Ati, e Galatia* 

1 
Chidd'iu, chi un tempo *ntra sta miu patsi 
Essennu ancora piscia-calamaru, 
ki aotu stili a cantari mi misi, 
E mi crideva, chi 'un avia lo paru; 
Yidennora, chi cca perdu li sp'sU 
Ya)u ^nnarreri, comu lu cardaro» 
E cu lu calasciuni rozzu, e vili. 
Gran cosi caotirò) ma in bassa stili. 

2 
Musi, Yui chi parrati squincl, e linci. 
Zittitivi un pittuddu, e dati locu 
A la mia cajnrdotla mancia sfìncì, 
Pifehl lu sta vota lu so ajoto invoca; 
Tu Musa bedda, avanti, ch*ia comincif 
'Nfnnniml 'mpettu la to sagra focu; 
Pigghia un fìrnizzu, e sedi a Ju mo' eantUf 
CViti già accumenza, e d'una Fata cantu, 

3 
Neirura appunto chi ti Taddariti 
Làssanu li seurosi soi crafocchi; 



E cu prìgheri nn re benignu, e miti, 
Dnmannanu da Giovi li ranocchi; 
£u sutu sulat comu li rimiti, 
Scarpisannu ora marva, ed ora aproccbi« 
'Ntra li campagni diserti, e inabitali 
Jia ci^ghiennu lu friscu prl Festati« 

4 
E mentri ^mmenzo un chiana spaziusa 
Gudia la libertatiT e mi spassava, 
'Ntisi 'na sCrattatina un poca infuso; 
Dda cursi, e vitti, chi si raggirava 
*Ntornu a 'na macchia c'un tigna gnippuso 
Cerlu viddano di statura brava*, 
Chi focu, e sdegno di li naschi sbruffa 
PircM è *mpignata ammazzari *oa Bulla. 

Jeu ch*avla 'ntisu da li mei magguirì. 
Chi li Buffi un si divina ammazzari. 
Pici in modu, chi Tira, e la rancori 
A ddu^viddanu cci Tici passar!; 
Cussi la BulTa nlra ddi troffì oscuri 
Pri mia nstau cucia a ripusari : 
Poi nni spartenm alFariu scunisu, 
Lu viddaou pri supra, ed eu pri gmiso. 

6 

Aveva un bonu pezza, camfnatu, 
Quannn *na donna d'aspettu gatìinti 
M'accumpa risei, e avenoiìmi gii«irdatis, 
Mi saluta co facci ass^i fisfanfi; 
Poi mi dici : oh picciotto fartunatu ! 
Eu ti prutìggirò d'ora *nnavautr; 



CAHTU 

Jeo su ddc Bufb, eli! hi gratti, n amano 
SarvasU antora da rìmnfu fìddana. 

7 
Niin forgi, chi ea timeva di la morti« 
Pirchl nui Fati nascemu immortali; 
Ha un corpu di dda lr|;nii dtirn o fori!, 
Certu, chi mi acciiincara, e faala mali; 
Qilanti cci nn*è cu brazza , e gammi atorCi 
Di li compagni mei prt corpi tali 1 
ChjMta è la pena di nautri Fati. 
Ma di poi aremu 'na gran potìatalì. 

Fora di 'na jtimala la aimana, 
Disignala a patiri 8la distimi, 
Nuaulri sempri avcmu forma umana, 
Cu piitiri indicìbili, e dlvinn : 
PozzVii cu 'na pigghiafa di lavann, 
Cu tri paroli, e tri stizzì di vinu. 
Fari, chi un omo divintassi armali, 
Ed un armali un omu naturali. 

9 

Addtmanna dda graziai chi voi. 
Ti la cuncidird, min dubitar!. 
Fora d^oru, e dinari, pensa poi 
Tutti ddi cosi, chi tu poi pìnsarf; 
Jeu cci rispusi : sti favuri toi 
Chi mi gtuvanu a mia senza dinari ? 
Tanti genti cu mia fannu accussl ; 
Mi sttmanu, e 'un mi dtinanu un tari. 

10 

Idda rispusi : nun scìtìpri è fulici 
L*omn, ch'avi ricclìiz;Ei *nquantitati; 
Ma chiddo sulu ••"cuntenti,.chi dici: 
Li dasiderii mei sA ci>ifsulati« 
Jeu pinsal qualchi p^cii, e poi rei Rei 
Sta dimanna cn gratini ansietnti : 
Ora Tidemu, si lo mi poi fiiri. 
Piieta in pocu tempu addiv itila ri. 

fi 

Poeta nasatìir, mi dis^ìiWa aTtur»; 
Ma veni prima *nzemmiifa cu mia. 
Ti purtiroggiii in tempu di mcnz'ura 
A tu regno di la Farfanlaria; 
Dda truviremu fi casi, o II mnra 
Carrichi di mfnsogni, e pri la vi.i 
r^ni scuntriremu tanti, chi tu pò» 
Fannni 'nchinsa pri tia, e pri li toi. 

Dissi : e poi cn'na yirga ctniv>a ""mmanrr , 
Fici tri ctrchi, 'na curta, e im (Tuatratii} 
Poi sputau setti voti 'ntra dilu rhianu. 
Parranno d\m linguaggio 'mpidiigghiatit; 
Cd ecco, chi compari, alt caso strano l 



PRIMO 1 85 

Un csTaddo eo Tali ben formato : 

Idda "nzedda, ed eu 'ngruppa mi cci miai, 

E poi marciimu a lu notu paisi. 

13 

Arevamu girato e ciomi, e mari, 
Regni, paisi, e tanti vaddi, e munti, 
Qnannu Tarmali misi a filiari, 
Abhascianno ad un'Isola la Irtinti. 
La Fata allegra aecomenza a gridari : 
Vajarscratacca, ca gii semu jiinti, 
A lu gran regno già semo arrivati 
*Nnimico a morti di ia Tintati. 

n 

Mettiti ^ntcstft« chi cea zorcu senti, 
Chiddu, chi vidi, ehi tocchi, e manli. 
Tutti li petri, ti casi, e li genti. 
Tutti minsogni sa, tutti bogli; 
Tu statti sodo, e non cridiri nenti; 
PruTidittnni già ti Vavvirt^i; 
Pirchl senza lo finoiri, e 'mmintari, 
Nuddu bono poeta si pd daVi. 

15 
Accussl accuminzamo a caminari 
Verso di ia magnifica citati; 
E dda Iruvamu torri eccelsi, e rari. 
Ma tutti sopra rina fabbricati; 
Middi castoddi, e casi a tri sulari 
Cumparevanu tutti ben Torma ti; 
Ma guardannuli poi cchiù attori lameoti; 
'Ntra Taria cci vidla rappidamenli. 

16 
Tanti genti vistoti ammascarati, 
Ch*ayiano doro faiiso li vistiti; 
Jjanu currennu *mmenzu di ddi strati, 
Jittanno favi pri cosi canniti; 
Tiatri pri li zanni fabbricati 
*Ntra ddi chiazzi cci nn*enMi innnill| 
Cc'erano saltabancM, e ciarlatani. 
Co sciroppi di pioni di givrani^ 

17 
Yinnevanu cert'ogghiu di vasfoni, 
Pri unzioni di rini, e custieeddi; 
Avianu corvi vranchi a milioni, 
E ancora latti di porci, e d'oceddi: 
Avianu tanti pnivoli a ragnnni. 
Boni atsaì pri li ricchi, e ptivircddi; 
Cu *na virtù tanta slopenna, e forti. 
Di ptilifi arrivisciri li morti. 

IS 
Scuntramo ancora tanti'Calibalisti, 
Chi facevano regoli, e pittima- 
Li quali eranu tutti ben priivisti 
Di sinnura, di smorfii, e d'abbaclMn!^ 



186 



LA FATA GALANTI 



VUinitì tanfi Agfrolaclii, e Arehimifitl, 
Tanti Sbirri, Attimpiini, o Malandrtoi; 
E lutti car.ricati di scritturi^ 
^^ finiti Curiali, e Professuri. 

' 19 

CA'^r^nu tanti Chimici afTumali» 
Cu 111 la pisi so filosoforu; 
Paracelsiìf e tant^antri ammuntiiyali* 
Chi ininsiignari, ed imposturi foru, 
Ca prumittranii rimniortalitatif 
O di truvari la yina di Ioni; 
E cc'era IMiniu misa cu riicchiali, 
Cl/avia ^nmanu la Storia Naturali* 

20 

Cederà ancora *na grossa librariaf 
La maggiur parti china di pueti, 
Rumanzi, e libra di fisonomta, 
Di tinù d'ervi, e di cosi segreti; 
Cc'eranu libra assai di Astrologia, 
Di favuli, e nuvelli assai faceti; 
Di poi cchiri 'nzusii vittinìu Tlngannu, 
Chi 'mbrugghiava marreddi, e jia pinsannu. 

ai 

Cu facci tojta, e cu Va gi*an pruntizza 
Cc^eranu Tinnituri *ntra t^vernit 
Chi vinnèvami corda pri sosizza, 
Ed ancora ▼issiehi pri lantcrni, 
Cc'era cu quatlni facci la Duppiizza, 
A ^m maou avla ciachi, a Tautra perni; 
Yulavanu pri Taria orrenni, e feri 
E fiònnura, e fantasimi, e chimeri. 

sa 

Lu Platonìcu amari ancora cc*era, 
Mudestu alTittuusu ed ionuccenti. 
Chi jiincia hicy ed haec in una vera 
Amistà, coma 'ntrinsici parenti; 
Cenerata Cirimonia cu 'na schiera 
BVssequiii adtilazionit e cumplimenti; 
Schiera assai grata a tutti li Franctah 
E multa disprizzata da llnglisi. 

a3 

Arrivamu a la Curii, e 'ntra 'oa scala 
Vittimu la Spìranza, chi dicia; 
Pocu cci voli a jiri nira la sala, 
E dda farroggiu la fortuna mia; 
Cchiù siipra cc'era poi vistuta in gala 
La PuUtica, ch'era in cumpagnìa 
Di Tinfidili Macchiavellu riu$ 
Lu quali (ma 'mparissi) mi riJiu. 

a^ 

Trasnmmu *nzumma cuntenti. a. filici, 
'Ncàmmara di la gran Farfantaria, 
Ch era asaittat^ supra '»a Finici, 



E un gran tusclhi di fiKnit iitia : 
Cc'eranu attornu tanti Tmti amici; 
Idda era bruita, e bedda si^facìa 
Cu conzu di cinapra, e di Yranchetta* 
Cu mantichigghia, zagara, o aibbettu. 

35 
Avia nn cantasaiu di varii culurii 
Fatta d'un pezza d>rca di Nuè» 
Riccu di tanta in tanta d'uo vapuri» 
(hi pari stidda* ma stidda nun è; 
Aveva allatu middi adulaturi« 
Chi cci facianu megghiu lu tupp%; 
Genti < amici d'avanti « e a ramoraccioai, 
Furficianu a tutti li jippdni. 

ae 

UnnVu vidennu chista gran rigina. 
La rivirisciu: ed idda tutta umana 
Mi fa accugghienzi, e la testa m'inchina; 
È di poi ciarmunia pri 'na simana, 
Lodannu a mia pri un omu di duttrina. 
Erudflu. e di menti supra umana. 
Medica primu 'ntra li virtrtusi. 
Chi sapia midicari ad occhi chiusi, 

27 

Di poi mi dissi : chi 'un mi convinia» 
Cuiivirsari cu tanti 'ngnurantuni« 
f:hi nim sannu chi cosa è puisia, 
Prisuiitansi, rozzi, e tavuluni; 
Jeti cci scummetto, chi 'un sanno s'Enia 
Fu masculu, fu fimmina, o comuni; 
Panna li littiratl, e 'un aannu oenli; 
E lu sai tanlu, e tratti cu sti genti f 

23 
' Cussrdissi : e la Fata, mia cumpagna. 
Mi ritirau dicennu : jamuainni; 
Chista cu tutta la flemma, e la magna, 
Cu tanti lodi vidi ca ti vinni; 
Nni dici beni, si di tia si lagna. 
Ma qiiannu poi ti loda, guardatinni; 
Sta Tausa donna sutta fiuta vesti, 
Ouannu t*aUiscia, tanna ti la 'mmesli. 

29 

Ma coma, cci diss'ea, sugna allaccutu. 
Diri mali di tanti virtuosi 1 
Ch*àinu lu veru gtistu conosciuta. 
Omini 'iilra li littri assai famusi I 
Di tanti, chi purtari 2innu sapulu 
Galantaria a lu r^gnu di fi musi 1 
Como ! o sta t>estia avi suverchiu ardiri, 
O puru è foddi, e nun sapi chi diri. 

30 

Ma tMi nun ti lu dissi, idda risposi. 
Chi *mmucca di la gran larfauUria 



CANTO PRlun 



187 



L'ignuminii 8Ù roAi cupiasi ? 
Idda lodaonu i disprizzalu a lia; 
-Ed ora crijii, chi dù virtuuai 
Ddi genti di cui mali idda dieta ^ 
Chi 8i *un avissi materia a* lodari} 
Nun cct li sìDlirisai dispriizarK 

Si 
Sacci, chi cui è arritatu a-aignu talìf 
Di riciviri d'ìdda ìnciurii taoti, 
Voli diri, ca già fottu è immurtali 
Fri li BOI Ngran virtati, e li aoi vanti. 
Adduoca cei diaa'eu, augnn un armati, 
Meiitr'idda mi lodau, sugnu 'ogoaranti ? 
idda rispuai : nni criu nautru tanta, 
E tu diciati, Cristofalu aaotu. 

33 

Cussi tumamu a lu locu opportunu, 
Unni lasaatu avevamu dd'armali; 
E cravaccannu senza scantu atcuna« 
Nni porta in aria 'ntra un battiri d'ali; 
Passami! lu gran regnu di Nettunu, 
Begnu cumposlu cu Tacqua, e lu sali; 
Bla mentri sema supra Moncibeddu, 
La cavaddu arrlstiva tanlu bedda. 

33 

Nun Toli iri ^nnavanti, né 'nnarreri, 
Firmannusi, accomenza a cauciari; 
La Fata cci scattla; ma lu sumeri 
Attesta di 'un vuliri cchiù vulari; 
Scinnìri bisagnamu *ntra ddi fori 
Rupi di Muncibeddu a passiari; 
Poi nn^assittamu supra un gran pttrunì, 
Tinennu ad Iddu pri lu capiz^uni. 

34 

Sutta dda rocca uon'eramu assittati, 
Nisceva un eiumioedda criatallinu; 
La Fata lu talla cu gran piotali, 
Cunjpìancennu lu so feru distinu; 
Di poi mi dici : sl^acqui 'nnargintati 
Su sangtt d'Aci, d*Aci lu mischinu, 
Chi fa suita sta potrà vurticatu 
Da Polifema eruditi, e spielatu. 

35 

Da Terni eu cei rispusi, e eomu mai 
SuGcesat sta gran casu 1 Sanr'a tìa, 
Cuntalu, canta» ch'accusai mi fai 
Passar! Toziu, e la malaacunia; 
Ed Idda sugghiuncia : giacchi naa sai 
La gran avinlora d'Aoi, e Gakatta; 
7i la voggbiu cantari a chi cci sema, 
E prima ti dirrò di Polifemu. 

86 

Foliféoui oca uq omu grotsn aoimatufa , 



Chi cu la testa tuccava li nuvuli. 
Ed era amanti di. certa cara tuia, 
Ciravla lu cori dtiru, comii ni voli : 
Galatia, duci cchiù di *na nucatutdif 
Chi senz'tsca,carvuni, e senza pruvull, 
Cc'infusi arduri accusél forti, e siraniì. 
Chi lu furzarua sdari 'ntra li amami. - 

37 

Cchiù nun ci spercia jiri a la putia 
Unni lu mastru so zoppu Vuicanu, 
Pri dda fari di lautri in cumpagnia« 
Li fulmini, chi Giovi teiiiMn manu; 
Nò cchiù cci piaci, comu cci piacia 
Fari di crapr, e boi lu guardiana. 
Ma coma un vacabiinnu mariolu. 
ScurriV e lu sceccu fa 'nira lu l>nzolu, 

38 

A guardarlu era cosa d'allucchìri, 
Accussl grossu, grasso, e smisuraui; 
Chi pri vastuiii si sulla slrviri 
D'un aryulu di pignu arrimunnalu; 
Uaari nun aul'ia uuddu vistiri, 
Oa di pilu era tultu cummi^ct^fùatu; 
Ed ogo'anu di chisti di grus^iz^a 
Era quanta uà caddozzu di sosizza. 

39^ 

Coniu un tirrena chinu di pirreri, 
Avia la facci crabcchi crafocclii; 
Pirchl appi li valori accussi feri. 
Chi ai *un tinianu forti li cuuoccìii 
Li Parchi, iddu muria comu un sumeri; 
Avia un occhiu, chi jeva pri ceot*oocbi. 
Ch'era, dici un auturi di gindiziu, 
Quantu lu roggiu di lu saot'ufliziu. 

Era lu naso quantu un bastiuni, 
Chavia corvi pri muschi cavaddiui; ' 
La Yucca* chi capeva *ntra un muccuni • 
Lu gran cunveiUu di li Cappuccini; 
Avia-ancora pri oricchi dui gruttunt, 
Nida di cucchi, e d*oceddi rapini; 
Avia vòscura 'ntesta pri Lapidai 
Cu addanii, o porci spiai, e vulpi, e griddi. 

41 

D*nn chiuppu sbacantala s'avia fattu . 
Airusu campagnolu un friscalettu. 
Chi snannu lu jia di trattu in trattu, 
Sirvenuucci pri sfogu, e pri dilettu; 
Parrava aula aula, comu un matta, 
E cantava a li grutti lu so affetla; 
Li quali allammicannu a stizza a stizza* 
Chi chiaiiciaau> cridla, pri tinnì rizza* . 



188 



LA. FATA «ALANTI 



42 



Azzaccanatu di critazzi. e zoddari» 
Lu inischinu dicìa cu forti* gguiddari, ^ 
7u canci 'ngrata a mia, ch*iju li toddart, 
Pr'umi, chi 'un li pòdari antro chi ziddari. 
TrasliL dÌDlra di mia Minicu, o Poddari, 
Amuri, aroaru simili a fariddart 
Di cllru) e comu fusai 'ntra li spinguli. 
La mia testa mi va trlnguli mhiguli. 

Guardami, o Galalia, eh avvampa, ed «rdut 
Senza di tia sta vita 'an cci la sburdu. 
Iklancu ti digni di darimi uo sguardo, 
E sì, comu Toricchia di fu surdu? 
Dimagrimi, e auspiri Tazzu sfardu, 
E cu lameoti sii campagoi aasurdii; 
Nun sacciu mancu, si su lampa , o stampa 
Cu tanti peni, di ? coma si campa f 

Sh addiviulatn, coma un mnsaluccu, 
'Niabaranutu, allattumatu, e loccu; 
Coma fussi na gatta, eu spinnu, e accuccu, 
Chi la carni talia misa a lu crocea : 
Hi 'ngagghiaut comu oceddu a lu trabuccui 
Ddu fraschetla d*Amuri. ed eu lu sciocca 
Di la gran passioni ogo'ura scùnchiu; 
E 'un sacciu» si chist'annu eei lu cùncbiu. 

45 
SacciU) chi tu di mia spissu ti ràccuU; 
E chi cu chiddu ti *iicugni, e ti 'mbrdcculi 
C'un squasunaziu, chiprt searpi, e vrùccoli 
Porta a li pedi dui pilusl zòccult; 
Si di ssanari tu ti sciogghi, e sbr&eculi, 
Ti dugnu un piatta di stufala e gnòcouli, 
C*uo cunigghiu, ch'asciavi sulla un vàusu 
Ti Tarrigalu, e 'un ani voggbiu làusu. 

W 

Vidi ddi vacchi *mmenza a tanti orasti, 
Chi vannu a loccu 'ntornu ssi furesti ? 
Mi fjs^nnu un latti, ca si tu lu tasti, 
Cchiù di menz'ura amminnaluta resti) 
Tutti ti li darrò; veni, e ti basti. 
Quanta pinai, 'un darimi cchiù pesti 
Cori meu, venitinnì in capriola; 
faccia, ca mi voi beni mariola. 

47 

|o ri Vulcami mi dissi : va fatnml 
Ciiicti fulmini, un tronu, e qaatlru bummi; 
Jeu pri pinsari a tia li Rei slrammi, 
K di lu mastra appi gridati summi; 
M>»rivau a diri : stòccocati li gammi, 
Tirauujmi un marteddu 'ntra li lammi; 
E Pirelli sempri atajo cu la giucca, 



Li Ciclopi mi Jocanu a là cucca. 

48 

'Aju persu la fami, e lu pititUi, 
A stu siguu pri tia su già ridutlu, 
Chi zoccu manciù, nun mi cala dritta, 
Ma spitittatu a forza mi Tagghiuttu; 
Mi manciai sta matina schilta schittu 
Un (auru sulu« simplici, ed asciutlu; 
IB pri stu cibu aliammicatUi e parcu 
Sii senza forzi, indibilulu, e zarcu. 

49 
Sta matina mi vitti tuttu tutta 
A un fonti» chi Taspettu mastra, e fincl, 
E mi addunavii chi *un è tantu bruttu 
Lu diavulu) quanta s'addìpinci; 
Fora dda vota, chi di tia su 'ncultu, 
(Poichl In aula in biddizza mi vinci) 
Mi dissiru dui vrancbi ninficeddi. 
Chi cantari pozz'eu 'ntra laotri beddi. 

50 

Anzi la tua vizzusa amica Clori 
Vidennumi dda sulla lu pagghiaru. 
Si spicgau, chi pri mia suspira, e mori; 
M arrivàu a diri ancora: idulu caru; 
Ma eu a sii duci, e teuoiri pareli, 
Cu tutta ciridda avi uà aspetta rara, 

a farimi miUàGi oci avla moda) 
Comu un scogghiu 'atra marii stetti aodu. 

51 

E tu pri un vavasottu, un eolazzuni, 
Canci un tantu pasturi* un paru miu, 
Timulu d*ogni sorti di pirsuai. 
Chi misi in fuga la supremu Dio ? 
Ad unu cirk ricchizzi a munsidduni? 
Né mai di latti è cariatia, o dislu ? 
Chi li vacchi, niscehnu a pasculart. 
Fa tuttu stu gran munti arrussicart ? 

5a 

Nun criu, chi sarrai tanta babbana, 
Cchiu tosta passi tempui e ti atravii; 
Sacciu, chi si pizzuta, e un pocu vana; 
Criju, ca pri jucarì mi trizzii; 
Amami, bedda, ch'eu di bona gana 
Ti dugnu un eannistreddu di lumii; 
Ti purtiroggiu 'atra la mia capanna, 
Unni aju latti, raschi, meli, e manna. 

53 

Coma parrassi ad on ortu di cavoli, 
A parrari cu tia, cori di brunzu; 
E comu eu ti cuntasai 'robrogghi, e favoli. 
Tu sfiletti, e mi lassi coma un trunzu; 
Scrivu li poni mei 'ntra trunchi, e tavoli; 
E ogni joroo pri Ita rigali arniozu; 



£ 



CANTO PRIMC 



J89 



Ma «hi mi lenri, ehi ? miserli mia ! 
Ca oci appiita lu stenta, e la liscia. 

Oh Galatia, nun cchiù, ca sugno staocu; 
Pri chiiocirii e gridari su pijuncu; 
Hi 'nchiagau, mi Grlu fu iatu manca, 
Lu Bgghio di me* gnari zoppa, e cianca) 
Ila ta chiù sarda a*un pedi di vàncu; 
D*uaa petra, d*an rùvalut e d'un Iruncut 
Ti stai cojfta cu lu mussu asciultu, 
Ch*ii roricchi 'ofurrati di prisuliu ? 

55 

Amari è chiddu, chi sempri mi stuzzica; 
Amuri) dda frasebetta timirariu; 
Sempri lu cori mi turmenta, e mùzzica; 
Sempri m% astersa, sempri m'ò cuntrariu; 
Seippari \in mi la pozzu chista cùzzica; 
Amuri ò ochiù 'mprisasa d'un Alariu; 
Tu ti fai surda, cajurdotta porca, 
Com*eo cantassi li canti di Ibrca. 

56 

Forai mi fui pirchl mi vidi un occhìu ? 
Ma sacci) ca pri tia mora, o sptticchiu; 
81, (stti sorda} dm *nzamai t'adocchIUi 
Chi si junciuta cu ddo beddu spicchiu; 
Saccio, ca jiti spisso 'otra on crafoccbiu; 
Saccio, ca siti la corda, e lu sicchio; 
Saccio, ca dda jucati a lassa, e pigghia; 
Dormi patadda, ca iu graneiu yigghia* 

57 

Laida totta, facci di draguara, 
Cajordotta, pizzuta, *ntramisera} 
Maliziusa, (àusa, curtigghiara, 
Brutta di dintra, e bedda 'ntra la cera; 
M'àju fatta pri tia la Tucca amarai 
E tu ti Cuci simplici, e sincera; 
TI lu juru pri StrongaU» e Vulcanu, 
Ca a lassar! nun l'iju un ossu sanu. 

58 

Cossi dissi co lagrimi, e sospiri, 
L'amanti Polifemo, e si zittio; 
Pirchl a 'oa gnuni cci parsi a sintiri 
Suttamanu un llggeru ciociuliu; 
Prima attenta, e poi corri pri vidirii 
S'è cbiddat chi io cori cci firiu, 
Ma in loco d'Idda ritroyau na' cucca, 
Cu tanli d'occhi , chi grapia la vucca. 

59 

Ddocu mischino persi la pacenzia, 
Videnousi di un cucco trizziatu. 
Sanila, grida, amminazza, si spacenziai 
Assimigghia a un dimoniu scatinalui 



Di la burra pigau la pinitenzia 
Dd*armall, pirchl altura fo ammazzato 
Cu un rimu di galera autu, e possenli. 
Chi tcniri sulia pri annetta denti. 

60 

Ma di poi di la colura abbattutu, 
Dda 'nterra si jittau pri dispìratu, 
E pirchl era ben grossu, e chiapparulu, 
Tant'arvuU sluccau» stannu curcatu; 
Stetti un gran pezzo lisaccannu, e moto, 
Guardanno attorno cu rocchio 'nfucato; 
Allnrtimata poi truvau 'ncastagna 
Ad Agì cu la sua cara cumpagna. 

61 

Si Susi ceto ceto a taliari 
L'amanti "btra lu centni di lu sbiu^ 
La gilusia lu vinni a visitari, 
Dicennuoci : pri chtstu li fulo 
L'ingrata donna, pirchl avia a cu' amari; 
Iddu stizzatu senza diri cìu, 
Scippannu da lu munti un mazzacani. 
Dissi abbijaimulu : ah fidi di cani ! 

62 

Galatia si nn'adduna» e jetta un sautu, 
Dicennu : ajutu, ajutu» mammamia; 
Aci sta allerta, ca veni di Tautu 
'Na grossa rocca, guardati pri tia; 
Ma lu mischinu sbalurdotu, e incauto 
Cerca scappari, e non trova la via; 
Ma eccui chi gi^ veni, eccu chi cala 
La sua morti fatali, e la carnaU. 

63 

Chianciti corvi, e ripitati nigghi» 
Vistitivi Dittazzi di gramagghi; 
O Galatia spiddero li mmizzigghi, 
Murlu lu to bedd*Acl, ed appi Tagghi; 
Dda facci pinta di rosi^ e di gigfthi, 
Dd'occhi, causa d'amabili travagghi, 
Si chiusiru pri sempri; e unn'ò dd'aspetta, 
Chi scurputo portavi *ntra lu pettu? 

6fc 

Unn'è la bedda facci culurita ? 
La larga frunti, e lu nasu affila tu ? 
Unn'è la bedda vucca sapurita? 
Unn'è lu varvarottu 'nzuccaratu? 
E la manuzza unn'è bedda, e pulita ? 
Unn è tu nicu pedi dilicatu ? 
£ li labbruzzi .comu II curaddi* 
Dimmi, unni suonuf 'otra sti viddi vaddi. 

65 

Chiane! cu chiantu ruttu Galatia, 
Li lagrimi cci cadiod a buluoi, 

25 



19Ò 



LA FATA GALAMTI 



DicennQ : tu muristi» vita mia. 
Ti prega a salatarimi a Plotooi; 
Comu farroggia, oìmè 1 senza di Uà; 
Si la pena mi scatta la primuni» 
Ed oimè ! comu fu sta focu granai ! 
Malannu aupra totti li malaont I 

66 

A qaannu a qaanno m'aveva addfjuta 
'N'amanti plcciutteddu, e dilicatu» 
Chi 'ntra tu geoiu m*aveva trasutu» 
BeddU) duci, gintili, e ^nzuccaratu» 
, Appi a viniri ddu becca curnutUi 
])d umuni bistiali» e smisurata» 
A guastar! Il mei divirtimentl, 
£ fariminni munnari li denti? 

67 

Aci tu» beddu meu, chi pri passati 
Lu cium! Leti a li spiaggi ti aggiri; 
Pri un mumentu ti prega d'aspi ttari, 
Aspetta, aspetta, ca vogghiu viniri; 
Megghiu muriri» ca malu campari; 
Già mortu tu, m'ò duci la mariri, 
Nun àju a nuddu cchiù, chi 'ntra li macchi 
Mi cunfl^oli, e mi fa scattaminnacchi. 

68 

Mentri parrava> li suspiri a middi 
Nisciadu di ddu pettu dilicatu; 
Si scippava la facci, e li capiddl; 
Chianceva cu suggbiuzsi la so amala; 
Avirrla fiotta chianciri a li griddi. 



Ogni aspidi cchiù aatdtf, e dìspietatn; 
Polifema a guardarla si trattinai 
Cu gran piaciri, e cct facla li minai. 

69 
Mentri la Ninfa di la peira aecantu» 
Chi sipillutu avìa lu so Pasturi, 
Manna di l'occhi ciumari di chiaBltt, 
Sfuganna Taspru interàu so duluri, 
Eccu assommannu va di taniu in tanta 
Un ciumiceddu di limpidi umuri; 
Aci era chislu «aggiu e rispìttusa« 
Mutatu in clami da Giovi piatusu. 

76 
Altura, chi lu vitti Galatia, 
Si col appuzzau pri fina 'atra la gala; 
'Ntra stu mentri lu ciumi ccbiù crisoia 
Pri lu gran chiantu^ chi ad idda cci scala; 
La facci cu chidd*aequi si sciacqula; 
Cci st^9 cci vivi, e cci trisca idda aula : 
Trattannu a Polifemu pri un canagghia; 
E si conforta cu stu spicchiu d'agghia* 

71 
' Cca la mia Fata quasi piccbijannoy 
Detti fini a la storia daiurusa : 
Poi dì novu l'armali eavancaonu, 
Juncema a casa la notti scarusa; 
Ed iu la Fata mia ringraziannu. 
Già mi ritira; ed idda afiittuusa. 
Mi dissi : amicu dunaroi a ben'ura 
Turnirò cu la mia oavarcatura. 



CANTU SECUNND 



ARGUMENTU. 

La Fata cu Varmaìi *nghifriusu 
Lu veni a figghxa\ e in Pinnu lu earria] 
Dda ffidi ogni Pueta echio famusu - 
Cu la sua merdai e cu ia sua putia. 
Senti eomu Prpserpina dda jusu 
L'amanti Plutu purtatu s'avìa* 
Gira ogni squatra^ vidennu ogni cosa 
Ifun Rs sciarrcrit e dda dormii e riposa* 



Ecca, chi si uni v^nl *nàiilra vota» 
Cu lu stissu cavaddu la mia Fata; 
Nun ^vi scànciu di "na Batiota, 
Bedda, pulita, liscia, e pitlinata; 
Tutta allegra, e cuntenti mi dinota, 
Ch'aviamu a iarl 'oàutra cravaccata; 
Vaja, mi dici, jamunnini a spassu» 
Jemu videmu la Fera in PamassQ. 

2 

Uon'eVi di ralligrizza quasi paszu, 



CANTO SECONNU 



m 



Metta a b«Uari, come no santampizzo; 
Di poi m'acooatu noni darmalunazzu« 
Pri aggiustami li retìoi, e raddrizzo; 
Ma chiddu, pirchl aaoora era putrazzOi 
Sarvaggiu, Yiztusu, e appagnatizzo, 
Jetta c'un càueiU) e si ^un fuju di bottu» 
Mi fa la testa coibu uo paoicottu* 

3 
La Fata aUura morta di li risi. 
Mi dici : tu si troppi murrituso; 
Putia Riannaritt a li Gampalisi 
CoD caucia di chisti impituosa; 
Cu st'armalazzu 'un cci pigghtart *inprisi« 
Ca chissu è malucorì» e viziusu; 
Quannu ajèri Vulcaou lu Grrao, 
C*un càacìu 'otra In mussu lu pigghiau* 

4 
Dissi, e poi cu la sua vii^a putenti 
L'amminazza; e cci parrà squinci, e linci» 
Ddu btstiazzu allora obi U senti» 
S'ingatta^ ed una pecora si Gnci; 
Di supra cci satau 'ntempo di nenti, 
E a stari a lu staflfermo lu cuslrincii 
Idda cravacca io scdda, eu sautu *ngrappa, 
Caccia la bestia e nni jamu in puppa» 

5 
Tèniti forti, mi di ss' idda, ed ecco 
Ca Tarmali nni spinci a pocu a pocu; 
Idda scrosci la virga, e fa lo leccu, 
Pri essiri preslu parlata a ddu locuS 
Ma cbiddu, pri mustrari, ca *un è sceccu» 
Va truttannu pri Tariaf e sbruffa foco; 
E cussi nni purtau sùvuli sùvuli 
A truzzarija testa cii li nuvuli. 

6 
Cala Tocchi mi dissi la mia Fatai 
Guarda cca sutta sta bedda citati, 
Chista è Custantinopuli, cITò stata 
Sedi d'Imperaturi 'neuronali) 
Vidi chiddu, chi passa pri dda strata Y 
Chiddu è un Bassa, chi marcia in maistati; 
Jeo chi dda sopra prootu m*attruvaii 
Cu ^oa gran pisciazzata Tarrociai, 

Passùmo tanti regni» ciumi» e mari, 
Terri, paisi, cilatii e casali; 
Chiddi chi nni videvano passa ri 
Pri Tarla accravaccati a chidd*armali, 
Cridevano, chi Giovi jia a pigghiari, 
Qualch'àutru Ganimedi supra Tali. 
Jen 'ntrr Tàutri oo curiali addocchiu, 
Jettu c*un sgraccu e lu pigghiu'otra un occhia. 



8 



'Nzomma arrivamu a lu Munti biatu» 
Uno'era la gran fera ammuntuata» 
Ed avennu dda sopra scravaccatu» 
Mi pigghiao pri la maou la mia Fata; 
Doppu d'aviri un pezzo caminatu» 
Vinnimo unni la fera era conzata; 
Ntisimu abbanniari : Via cu* adatta (1), 
Ce robba bonot $ cui ^un accatta* scatta : 

9 

Erano. li barracchi sitoati 
'Mmeozo un chiana ben granni, e spazioso; 
Di tanto in tantu cc'eranu chiantati» 
Grann'arvuli d'addkoro glurioso; 
Spadderi di morttddi 'nqoantitati 
Fanno ddu locu cchiù deliziusu; 
Niflceva un'armonia di ddi jardini 
Di trummi» di sampogni» e vijulini; 

Jamo a vidiri primo la vanedda; 
Unn'erano li popi, e tammoreddi: 
E dda truvamu 'ntra *na putiedda 
Lu Su Faggioli cu ddi *mbrugghiaredd(. 
Chi cugghia grani pri la duticedda (2), 
Pri dui figghi, ch'avia 8fazzunat<)ddi; 
Vineva poi Merlin Cuccai» ch'avla 
China di bocci, e brigghia la putr- 
ii 

Cesari Caporali ancora cc*era, 
'Ch'aveva 'na barracca ben pruvisfa 
Di suldati a cavaddu misi a schera» 
*Mpastizzatt di codda» e carta pista; 

Ì3) Mecenati era misu a la fruntera 
*) 'Mparissi, chi faceva la rivista i 
5) Avia dui manu cu dui oricchi, e dui 
Occhi, e la vacca corno avemu nui. 

12 
Antoniu Abbati ancora s'adattava 
Cu oa pulla di cosi zuzzanali; 
E ogni tantu cu Tautri abbanniava : 
6) Aju spingulij agugghi, e jiditali; 
c'era appressu Burcheliu, chi gridava» 
Dicennu : àju curdedda pri faudali^ 
Aju li lazzi longhi ammagghittatiy 
Aju beddi buttuna lavurati* 

13 
Finuta sta vanedda si vidia 
Cu Taddaoru a la porta 'na taverna; 
(1) Chi firavascu ! ammucciari si vnlia 
Chidda di li Cascia ra (8) cchiu muderna; 
Un pignatuT^i di trippa cocia. 
Tutta sbrazzatu lu Su fattu a Btirna : 
Lu Garzuni gridava comii un matto, 



? 



192 



LA FATA AALANTI 



Li maecarruni a d\i rana lu pratiu, 

ik 
Cc'era ancora cunzata "ntra ddu ehianu 
Di vinu *na putla nun tanta vaata; 
Redi (9) abbannla cu la carrabba in maoa 
Tasla (10) eh' è di Carini (11), veni tasta. 
Aveva a Vatu di Muntipulcianu» 
E inolt*autri varrili 'na (latasta; 
E supra la bancata in quantitati 
Gotti, mtsurli carrabbi, e cannati. 

15 
Petni Fndduni (12} prt dda ehianu óhiann, 
Ijtrannu co ''na bozza picciridda, 
Jia banniannU' cu li gotti in manu. 
Acqua cu lu zammÌL chi Vàju f ridda (13). 
Jeu quannu vitti lu me* paisanu, 
L'abbrasczai, lu vasai 'ntra *na mascidda; 
Iddn mi detli a bivlri, e cuntenti 
Mi Gei di li middi cnniplimeoti. 

16 
Pri ^un sentiri la puzza^ e lu fiturif 
Di li furmaggi, arenghi* e baccalari} 
Nun vòsimu passari da V impuri 
Putii di lordu di caacavaddari; 
^Ntisimu di luntanu menz'oscuri 
Viici, di cui auleva abbanniaM, 
E apecialmenti ca valer Marini (U}, 
Chi vinnla baccalari a vuci chioi. 

17 
Poi turcemu lo coddu a ^nèutra strafai 
Unnera lu cimcursu di li genti. 
La barracca cchiii granni era *nchtnata 
Di citarri, viulini, e cchiù strumentii 
Era prima d^Orfeu, poi fa adduata 
A li Poeti Lirici eccellenti, 
Cornelio, Gallu, Oraziu, Catullo, 
Marziali, Properziu^ e Tibullu, 

18 
Ovidiq cu la sua bedda parata 
Di middi *mbrugghiareddi stravaganti^ 
Si lagna d'Anguillara, chi cunzata 
Avia 'nàutra biarracca dda davanti; 
E cu la robba vecchia trasmutata (15) 
In nova, s'avia fattu lu contanti, 
Dicennu : sto cornuto aflurtunatu 
Multi parruccianeddi m*à livatu. 

19 
'Na barracca chiantata a cantonera 
Avia lu Su Petrarca sgherra, sgherra : 
Ma parsi assai dìstrattu 'ntra la cera, 
Lu sbigghiu; Iddu a parrari accussì sferra: 
Livcmmi il mio pensier in parte^ ovverà 



QuiMa^ cKio ttrto^ $ nM riir&ta^ in i»rra. 
Lassala coi diss'eu, giacchi 'ud al a casa 
Asinu mortu puleju a lu nasu* 

20 

Aveva la polla tutta adornala» 
Di zagareddi) e cosi fimminilif 
Cc'era a *oa gnuni 'na navi srasciata* 
Chi di lu veotu rutti avia li vili (1«); 
Cc'era la propria imagini appizzata, 
'Mmenzu In tettu ad uo fila suttili» 
Ed Iddu stissu parrannu cu mia. 
È si debole il fih (17) mi dieta. 

21 

La beneficiata risplendenti. 
Poi vittimu dì premi! assai famosi 
Adorna, di soberbi apparameoti, 
E iutri cosi eccellentit e preziusl, 
Eranu tri pueti assai saccenti» 
D*idda li partitarii gluriuai, 
Un grossu capitali cci mlttero, 
Anacriooti, Piooani, ed Omero. 

sa 

Tutto Voro, e l'argetitu, ch'era in facci» 
Lu solo Omero cci l'avla impiegato, 
*E acchiananno a lu tettu$ cu li tacci ^ 
Pindaro li sol premii avia chiantatii, 
Anacrionti (18) aGCiso'*ntra la faccif 
Multi eosi galanti avia purtatu. 
E a sti pnsmii cossi beiddj, e lucenti 
A fudda cuncurrevano li genti. 

S3 

Mi dissi cca la Fata mar loia : 
Appizza si to ii eosi d*appiszari» 
Co' sa forai la aorti ti consola» 
L'aotri cossi inno miso a 'onavanzarì; 
Jeo allora appizza sett'anni di scola; 
Cridenno ehi un gran premiuavla a pigghiari, 
Ma chi cosa plgghiasti» Vanni Meii ? 
Un gran pezzu di Patri Emmanucli. 

Cassi partivi cu Tali caduti» 
Jennu girannu ddi putii parati» 
Ivi unni Targinteri, e pruviduti 
Li vitti di prattigghi lavurati. 
Di suttacoppi» e *ngaanteri puliti^ 
Cu multi pirsonaggi addisignati : 
Lo primo mastro, chi dda dintra slava» 
ilrma virunque cano^ abbanniava. 

25 

Affaccio d*iddu poi cc*era Turquatu 
Co lu so argentu^all'usu ben ptililu, 
A modo di lo primo travaggiato» 



CANTU SECUNN0 



!93 



MoBtrannasi *otra Parti assai perita; 
Cc'era appressa lo Gunsula passato» 
Dantu cliavìa abbruscata lu vistitu (19); 
E mi cantaut chi avaoti li aoi joroa 
Vitti a Platani co tutti li eoroa; 

ae 

Chi Virgilia ci dissi : iVòti ti noeeia (20) 
La tua paiura ; E poi Pà cunfurtatu 
Di scinniri la scora, e niura roccia» 
Unni vitti a Platooi aflbmicata, 
Lu quali dissi cu la vuci chioceiat 
(Criju« pirchl era allura 'ocatarratu) 
A qud savio gentil, che tutto seppe^ 
Pape Satan, pape Satan aleppe. 

27 

Ariostu ^Dtra Piutrl ciuciareddi, 
Aveva molti cosi di valuta (21). 
Iddo mi dissi : Wa di P^utri aoeddi (^2), 
No'aja onu di virtù non cooosciata, 
Chi purtatu vicinu di la paddi, 
Dogni fattura, « magarla Pajuta, . 
E si 'mmucca sfaneddu mi mittia, 
Invisibili a tutti n(i bela. 

28 

Cc'eranu assai putii di cristallara, 
Co beddi cosi Boi, e trasparenti, 
Ogn'unUt chi H guarda, o cosa rara ! 
Cci trova la sua lihmagioi pri8enti(23] ; 
E Ceciliu, e Terenziu, ed àutri a gara, 
Erana partitarii unitamenti; 
Ed era a parti di lu capiUli, 
Plauto, chi si attaccava lu vracali. 

29 

Di poi passamu pri li cutidderi, 
Dda vitltrou ad Oraziu. e Giuvinali, 
Perseu Settanu, cu midd'autri veri, 
(24) ^astri di spati, spiti, e di pugnali-; 
Poi vittumu, a cavaddu a iu sumeri, 
Teocritu cu cosi pastorali (25) : 
^irgilìu pri 'un lassari la putia. 
La robba a Sannazzaru datu avla» 

30 

Jemu a la loggia, e dda, oh chi biddizzal 
Vittimu 'na magniiìca putia 
l>i spiriti, e sorbetti, oh chi diicizza I 
Oh chi nobili, e gran Cafittaria l 
Jeu liccava li gotti a stizza, a slizza, 
B tutta arricriari mi sintia, 
Cosi di Metaslasiu ! Ora pinsali, 
Si putianu sanari li maiali ! 

31 

Finalmeoti arrlvamu a la potia 



La cchiù vaga, cchiù nobili, e compita» 
China di cosi di galantaria. 
Chi purtari li pò la megghiu zita, 
Oh comu dìntra, e fora stralucia, 
Pri la robba di Francia ben polita, 
Benchl è muderna, Pautri putijuni, 
Mancu cci ponnu stari pri garzoni. 

32 

Vitti li novi soni spinzirat]. 
Tutti sidoti a sta barracca attorno. 
E ^mmenzo cc*era misu in graviUti, 
Lu biunnu Diui chi porta a noi lu jorno; 
Li dotti partitarii, e littirati 
Girano 'ntrà ddo nobili contorno; 
Li Grazii stanno sopra la bancata. 
Ha poi lu Costo conza Pinzalata, 

83 

Molti fimmini stavano apparanno 
Sta barracca, chi tanto rispl ionia; 
E cci un'era ona chi di quannu in qoanna 
Cchiù picciula di un purci si facia; 
Ma a li voti si jia tantu.aliuogannu, 
Chi pri fina a lì nuvoli juncia; 
Unneu dissi a la Fata; si 'un t*incriscf, 
Dimmi, cu è chista, chi scapita, e crisci ? 

34 

Idda rispusi : chisti apparatori, 
Ch*adornanu cchiù megghiu ssa putia, 
Su tropi, 8Ù metafìiri, e figori, 
Amici strilli di la puisia, 
Cbisia, chi crisci> e amma^ica tolti Pori, 
£ l'iperboli; e tanto cci piacia 
A 111 sccolu strammo, chi spiddio. 
Chi senza d*idda 'oo sapia diri ciò* 

35 

Mentri staju cun Idda taliannu 
Tutti Pomini dotti ehi cci sunnu. 
Chi cu li sagri Musi si la fannu, , 
E la barracca fìrrianu 'ntunnu, « 

Si senti un gran fracassu memorannu, 
Como prlcipitasst già lu munnu. 
In scinti ri lo fetù di Pabbrosco, 
leu aliuta 'mpanniddai comu un surruscu. 

36 

Lassa, dici la Fata, ogni timuri; 
Veoitinni cu mia, nun ti scantari : 
Cussi arriramu onnVra lu rumori. 
Ch'era a la strata di li stazzonari: 
Volano in pezzi (2G) e lemmi, e sirvilori, 
Pirchl Pega8U metti a cauciari 
Cuntra hi nostru ; a dda mala minnitta, 
Li seccntistu chianciuon la sditta. 



19i 



Lk FATA GALANTI 



87 



Ma ciirrenna ra ligna, e tnrcitari, 
Li cchiii dotti puetii e littirati 
Spartern la gran sciarra, e lu furari 
Placàru di «Iti beslii inriiriati. 
Cussi la Fatv. od f*u, lesti, e srcurì» 
Cravaccannu, li^SiHnii li biatì 
Campafsnif ca rarmali 'nira un momontu 
Yuiau supra li piimi di lu Tenlu* 

98 

Ma la fami ^ntramcnft a la strasatta 
Vn\ veni a troya pri 6na dda susu ] 
La siti piir'aiicora n|)i maltratta » 
Siccanmi di la gula In catiisu ; 
Aviainii fatta Ja dieta esatta 
Supra ddii munti sca^u* e Ksugnasu; 
Ca lu stufatu di misseri Berna 
Nni avla lasdatu la pnnza a lanterna- 

30 

Unn^cn ecì dissi a la Fata: mi pari, 
Ca seniu appnntu, comu ddi snmerii 
Chi tutti Turi stanno a commirsari, 
Cu certi tali quali Cavaleri; 
'Na cera gran.ù si yidìnu fari, 
^Ncinsiati di paggi, e di stafleri ; 
Ma a la casa di poi cci snonu bruscliii 
Fannu badagglii, ed ammuceanu muschi» 

40 

Rijtptrsi : ogni pirsuua ti Tà dittUy 
Ed cu cu Tautri ti lu tornn a diri; 
Nun j iichi panza, ne fa mui prufìttu 
Puisia, ma ccliiù fami fa viniri : 
Ma la, diss'eu, si avissi ìu pitittu 
Dì faiimii da veni lu P'aciri^ 
Cu la rtianca purrissi farmi asciart 
Qualchi tisoru d^argentii, ci dinari. 

ki 

Senti, rispusi, 'nlra noàutrì Fati 
Li tirrirnrii nni avemu divisi; 
Alcuni sutia torra su flccati* 
Ed antri V.lra li proprii pais<, 
Esercitannu la sua putistati, 
'Nlra chidili stissi lochi unni su misi : 
Ma a li ti sor! *un cci mittemu mussu; 
^^torou a ssi cosi nun cci avemu iussu. 

¥1 

Autru p:aciri non ti pozzu fari« 
Chi cu 'na littra di raccumannlzza 
Mannariti unni Oretu cunsirvari 
Soli la finii d*oru9 e la ricchizza , 
Ma si bisogna un pocu travagghiari ; 
Cci voli cari, spirita, e fortizza; 
Tinaigna zoccV fari o zoccu à' diri, 



Pirchl sulu soltddu ed )i di ifri. 

43 
"Nlra stu mentri faclamii stu diacursn, 
L'oceddtt sparila Tarìa co II ptnni, 
Gili multi mtgghia aviamu trascursu; 
'Nfuii ^ilra un regnu a pusari si vinnì; 
Dda vittimu arraggialu comu un wrsu 
Lu Re, chi cu li aquatri ardita scinni 
Centra li.soi nnìmici chinu d'ira, 
Tuttu impignatu a daricci U pira* 

U 
A chi cci semu, mi dissi la Fata, ^ 
Ti vogghiu addHnustrari ogni aquairunl» 
Cu cnnt»riti, comu è accuminsata 
La guerra *utra sii nobili Curuni; 
Mancu nni vogghia sentiri palata. 
Jeu cci rispusi, anzi nni sa turduni; 
Pirchl sti cosi nun fannu pri mia : 
Par rami di dinari, sarv*a tia* 

Jeu nun sugna di chiddi amb'ziasi, 
Chi disianu ricchizzi in quant itati: ^ 
Pri lu cchiù su inquieti, e pinsirasi» 
Chissi, cir^nnu dinari assai sarvati; 
Nun nni vogghiu ricchizzi sovirchi'usi. 
Ma nenti nenti e bistialilati; 
Uicisti cunsularimi : lu quannu 
Vurrla sapiri, e chi cci va' aspittannu? 

46 
Àttempu, mi rispusi, e chi sii 6cuT 
Si vonnu digiririf e masticar! 
Sti cofi, pri di poi cadiri a pica; 
Chi quantu junci, ed asci li dinari ? 
Ora senti cca a mia zoccu ti dicu : 
Pri jiri ddocu bisogna passar! 
Sntta la terra pri 'na niura, e scura 
Caverna, chi a pinsarci fa paura. 

47 
Chìsta è 'ntra la Sicilia e fu 'ncavata 
A chiddi tempi antichi, e rancìtusi, 
Quannu plutn fulu cu THrrubbata 
Proserpina a li regni sol scurusi; 
E pri sentiri mègghiu la passata, 
Cu li soi circustanzi cariusi, 
Sedimi 'ncantu, zittu, ed arriposa, 
Ch'eu ti dirrò comu passau la cosa. 

48 
Proserpina fu fìmmina, ed avia. 
Veri, e riali tutti li biddizzt, 
Chi Pitrarca 'mmintan pri la sua Dia, 
Faccnnu tanti ìperbuli, e spirtizzi; 
Scinncva di ^na nobili jinia; 
Cereri, chi di spichi avla li trizzi, 



exaiv SECONNO 



105 



La parturio* e prì chlstii cci fu mairi, 
E Giovi travaggbiau pr'essirci patri. 

49 
Già chista si truvava *ntra l'etati, 
Chi s'inongnava cu ricUiftì, e ineazu» 
Età, in cui da li donni aOdzzuoaU 
Cupidi! .8oU esiggiri lu cenzu; 
Eia, chi anchi U brulli in gravitati 
Fa meltiri, e cci spira un fastu immenzu; 
EUti, in cui la fìmminina razza 
Sì metti in cacaticchiui «d in gramazza. 

50 
Castrugiuvannì (27) tantu ammimtuatai 
Centru di Ui Trìangulu Bcalenu [28] 
Di chidd' itfula celebri e biaU« 
Pri labband^nti so virdi tìrremi, 
Fu patria di sta Ninfa, eh' invitata 
D*ogni so virdi praticeddu a menu, 
Niscia 'ncampagna alfuri matutini» 
Pri cògghiri amureddif e paparini. 

51 
Spissu 'mmenzu ddi troQ, e dd*olivuzzi 
Cci parava la cucca, e li viscati, 
Pri 'ngagghiari li picciufi ocidduzzi. 
Chi si putianu diri afliirtuoati, 
Vlneunu *nira ddi soi^ tieddi. manuzzl, 
Bianchi* moddi, giotili« e dilicati; 
E poi cu Tautri "mmonzu un praticeddu 
Si diverteva ali orvu cimiueddu. 



Di sii biddizzi tantu eccelsi e rari 
Lu su fattu a Plutifni no'appl rastu, 
E pitittù cci vinni di guardar! 
Chista» china di gloria, e di fastu; 
Mr appena» chi la jiu pri taliari, 
S' ioiisi 'nira lu pettu un gran cuntrastu; 
S'azzuflanu a sgrignuni,. e eapiddati, 
'Ntra lu so ioternu amuci» e crudiltat^ 

53 

Amuri poi vinciu; d\ l|i so potta 
La crudiltà d'un subiiu scacciau. 
Lu mischimi nun trova cchiù risettu» 
Tantu W sala ucchiata cci custau; 
Pensa prima spiegari lu so aiTettu, 
Diricci, chi daveru iu 'nciammau» 
Ma vidennusi brattu dissi ; ivi ! 
Cu' ò dda babbaoa chi mi dici si 7 

5& 

'Nfini risolsi jucari dì manu, 
Arrubarla cu forza, e virulenza; 
Fa *mpajari lu carru a mmanu a mmanu; 
Eccu, chi nesci, e chi si metti a lenza: 
'Afpallideru li eiuri di ddu chianu i 



A la funesta orribili prisenza; 
Àssimpicata cadi o^ni pirsuna; 
E lu matruni ci afTbrra a la Luna. 

55 
L^aguanta, mentri è misa a la strasatta, 
*Ntra lu carru cun idju si la porta 1 
Idda mischina lu sgranfugna e grallaì 
Pri scappàri si munci, e si fa torta; 
*Nzumma faceva peju di 'iia matta: 
Ma Plutu Taccarizza, o la conforta* 
Dicenno « n chi ti manciù ? o gioia cara, 
Nun ti scantartt e chi si scursuuara I 

56 
Sai cu' sugn*eu ? nun mi conusci ? o toccai 
Jea sugnu lo trimennu signuruni^ 
Un gaddu stissu, ed una stissa ciocca 
Cuvaro a Giovi, Nittunu, e Plutuni; 
Nun su pairuni di quale hi bicocca. 
Ma su lu Re di li scurusi agnuni. 
Unni in mia la hrutlizza b gran biddizzai 
E la biddizza in mia Torà bruttizza. 

57 
Oh si sapissi, beddSf qnanlu famul 
Nun farrissi cu mia la soliiiifìgnusa; 
Placati) vaja, ed amici siamu : 
Si t*arrubbavi» fu culpa amurusa, 
'Ntra sii cosi nui amanti nun curpamu; 
Amuri, amuri è chiddu« chi nni scusa» 
Pirchl la causa di l'audacia nostra. 
Donni gentili, ò la biddizza vostra, 

58 
' Cussi dfcia Plutuni *nnamuratu; 
E pri la frevi, nun s'avia accurgiutu, 
Ca finu a Mariduci (29) strascinata 
L'avianu li cavaddi 'ntra un minutu» 
Unn' iddu, pri nun essiri guardatu 
Di lu frati cchiù granni, e cchiù timutu. 
Batti la terra, e chidda duna loca 
A lu tiranna so ch'avi aulru focu. 

59 
Cu lu so carru si sprofunna satta» 
Ddi oscuri catecumini trapassa 
Ogni niuru crafocchiu, e scura grutta 
Si fa cchiù larga, un* iddu scurri, e passa 
Passannu, strata scura, e niura tutta 
Di dda fin*a la Zisa (30) aperU lassa» 

SE pri sta strata tu divi passari (31) 
n lu famusu Oretu voi truvari.j 
' 60 

Junci iotantu a la curii afTumatizza 
Plutuni, e metti Bni a hi caminu. 
Unni li Dei d'abissu pri aMigrizaa 
Fannu tolamatòla} e gran fistiuu 



196 



LÀ FATA GALANTI 



Cn maccarruni stufata, e sosizza, 
Custiceddi arrnstutì, e borni vìnii, 
Si fannu tanti d'occhi i e allafannati 
Fannu brianisi e sculanu cannati. 

61 
Lassa Caronti la varca sfasciata» 
Veni cu Tautri a fari trìnglii-lanzi: 
Li Parchi cu *na bedda capunata 
A tinghitè si *nn'inchino li panzi, 
Tesiioni vistata ammascarata, 
Cu Megera, ed Alettu in jochi, e danzi} 
Tutti cuntcnti si scialami un^anca: 
£ la niura Paludi si fa vranca. 

62 

Li ludici trimenni, e criminali» 
Chi su Minos. Ekcu, e Radamantu» 
Ahbandunanmi li causi Gscali) 
L'odii, e 1 accusi meltinu di cantu; 
La morti ssa jiirnata *an fìci mali, 
S^assiltau a tàuia di la Zita accanta» 
K) pri cupriri ia sua facci bruttai 
^Na mascara si misi di bautta. 

63 
Cerbcru li tri vucchi sbarrachUy 
Nun già pri nnizzicarii e fari dannu» 
Ma pri manctari s'affudda) e affatia, 
£ va l'ossa di 'nterra arrusicannu; 
Tantalu, ch'avla multu chi *un viviai 
Li gottif e li cannati va sculannu; 
i^isifu ancora cu gioja infìnita, 
Lassa lu vaasu, e va vidi Ja Zita. 

Li Sfina;» li Centauri, li Pituni, 
L'Eamenidi, TErinni, e li Chimeri» 
Li Tiféi, e li pallidi Gurguni, 
L*Arpii cu facci umana, e Tfdri feri» 
Scidda, Cariddi, e Timpii Geriuoi 
E li Lami cu cndi di Panteri, 
In locu di frtscari orribilmentiy 
Ridinu, e scaccaolanu aliegramenti» 

65 

Cussi 'ntra ddi tri jorna di zitaggia 
Si la sciataru chidd'umbri infirnali, 
Pirchl Plntu pri amuri fatta saggiui 
Ziticeddu di friscu, 'un fici mali*, 
Ma passannu tri jorna di lu 'oguaggiut 
Si dimostra nun ccbiù bonUi e mionali. 



Dici la matto : zttìt e taoimoraddtt 
Pri tri jurna comparinu beddi* 

66 
Cussi diceva la mia bedda Fata» 
Ed eu cu vacca aperta la sintìa: 
'Nfini conchiusi co dirmi la strata» 
Pri uno'ea suliddo pasaart duvla. 
S'era la notti intanto avvicinata, 
E di li munti grano'ambra eadia; 
Pr'occhi lu cela apreva li aoi tanti 
Stiddi, e vidla li forti di l'amanti. 

67 
Pri farimi invisibili a ddi genti, 
Chi a la scuverta sperano accampatif 
IB pri manciari ccbiù commodameoti 
Cìr-chiddi OflSciali ammontuati» 
La bedda Fata mi fici un prisenti 
Di dd'aneddu chi 'ntra Tantichitati 
Spissu Angelica *mmacca ai mitttat 
E invisibili a tatti ai facia. 

68 
Cussi, senza vidirimi oesaonot 
Passai tutto lu campo di ddu chiana; 
Girai li pavigghioni ad uno ad una; 
Vitti ogni Officiali, e CapiUnu; 
lancivi *nzumnia afiamatu».e dijuno 
Unn'era lu gran Re, ch'aveva in mano 
(Sidoto a tàula ca li ccbiù acciaiati) 
'Na broccittata d'olivi conzati. 

69 
M'assetta cotu cotu a lu so lata» • 
E accumenzo a acarzaricci Ja partii 
Ecco chi veni on pezza di stufato, 
Lu trinciatori io dui pezzi lo sparti; 
Jeu puvireddo, pirchl era affamato, 
Nni pigghio un pezza, e cu la solit*arti 
Jia taslanno ogni piatto, ogni pitanza, 
E cunfurtari mi aintla la panza. 

70 
Lo Re allocouto 'on aapla, chi pinsari, 
Ca li pitanzi si vidia spiriri; 
Ma pirchl poi lu vinni a visitart 
La sonno, 'un appi largo a rifltttlri; 
Cussi suliddu jùtosi a corcari, 
Già s'appinoica e si metti a dormiri; 
Jeu mi cci corco aliata, e 'un dico ciò; 
La Fata corno fimmioa dìscIu. 



197 



TtbtB DBL CANTO SECONDO 



(1 } Formola osala nelle Doslre fere dar Tendi- 
tori di cose frivole. 

(fi) Allade ad alconi suoi capiceli, doye chiede 
denari. 

(3) Si parla del Mecenale di qaria pesta* 

(4) Invece del vero Mecenale, di cai Caporale 
scrisse la vita. 

(9) Traduzione di due versi del medesimo. 

(6) Si allQde a' sai! dell'Autore. 

(7) Oste famigerato. 

(8) Strada der fallegnami, dove vi era un'oste- 
rìa ben fornita. 

(0) Si allude al ano ditirambo. 

(10) Formola usata tra noi. 

(11) Terra del nostro regno; produce ottimi vini. 
{i2) Celebre poeu siciliano. 

(13) Formola degli aeqoaj. 
^14) S'allude alle sue oscene poesie. 
(IX) S'allude alla sua celebre traduzione delle 
metamorfosi. 

(16) Si allude a' qnel sonetto : Fassa la Nave 
mia colma di obblio. - 

(17) Principio' d'una sua cantone. 

(18) Si allnde a molle composizioni di Ana- 



creonie, in cui si mostra molto propenso al vino» 
(10) SI allude al suo libro primo dell* mferno. 
(20) Si rapportano in questa stanza alcànf pezzi 
della sua commedia. 

iti) Gli si rende giustizia, e si fa entrare an- 
cora tra pcincipali poeti epici. 

(22) Si allude air anello deirangelica nel suo 
Furioso. 

(23) Si allude alla poesia èomica , che mostra 
i difetti e vizi degli uomini» 

^24) SI allude al taglio, ed alle paniate dei 
poeti satirici. 

(25) Si allude allo stile bucnolieo. 

(26) Si spiega II genio dei seceotisti portato pei 
ghiribizzi. 

(27) L'antica Enna. 

(28) Delta peKiò umbilicut Stctltoa; qal dire- 
mo Triquetrae per alludere alla figura triangolare 
della Sicilia. 

(29) Castello antico nelle contrade di Palermo. 

(30) Castello come il pilm'o antico. 

^31) V*è tradizione d'esservi una strada sotter- 
ranea tra i doe cast«:lil suddetti. 



CANTO TERZU 



ARGUMENTU. 

Ni^eennu 'fretta di tu pavìgghiunU 
Perdi VOturi Vaneddu ^neantatu; 
A un disitiart ci duna un gargiuni; 
Poi vidi la IHteordiaj ed è furtatu 
Di Vapfogmatu armali^ ehi fri aleuni 
Strati 'ncivgmti Vinda ha paesatu 
Di medicina^ odi li easi feri 
3i SciUa^ e trow la Discordia arreri^ 

1 

Olà lanaiata di lì friddi abbrazzi 
Di lu vecchia Tituoi, d*Orienti 
Nlscta, jtttanou ciuri a mazzi a mazzi, 
La bedda Aurora allegra» e.risplenneoti; 
Li cucchi, lì Jacob! , e dd'octddazzì 
Cumpagot di li latri, e mali genti, 
Spirianu; e la massa ra cueocciula 
AH alba (Del fiiolt la benvioata. 



2 . 

Lq campo tultu si metti a ramari; 

Si stinnicchia, e accnmenza a badagghiari; 
Salutano lu ]ornu li tammuri; 
E dunanu lu signu di marciar!; 
Lu re si sbigghia, e vldennu Talburi 
Di già nisciutu, metti a santiari : 
E meptri si ansia, comu un liuni, * 
Mi cafudda alfurvisca un ammultuni. 

3 
Jeu *DS(mnaccbiatu, non pinsava cchiul, 
Ch*era cnrcaiu 'ntra lu regiu lettu, 
Unni gridu : cu* è ddocu ? genti a uul I * 
Ma poi viju iu risicu, e sfilcttu; 
Lu re nun potti vidirì cu' Ali, 
E si misi in timuri. ed in sospcttu, 
Chi fussi statu qualchi mannaia riu» 
Vinutu da Tesercitu cuntrariu. 

Comu poi rinisciu sta gran frittata 

26 



198 



LA FATA GALANTI 



Jeu ^mmiritatt non nni sacciu ncnti; 
Ca vidennula già mala pigghiata. 
Mi cbtaoiavi li cani prestameoti; 
Piiacivi fora» e vidennu la Fata, 
La luUii ccl cuntavi ailegrameiiti, 
E tanto *ntra nuatri si ridiu. 
Chi laneddu di *inmucca mi cadili. 

5 
Nò pura cci avvirtitii e apinairatu 
Sicutaì cu Ja Fata a camioarì, 
Pri fina chi acuntrai certa auldalo, 
Chi valla di lu campa disirtari, 
Jeu sicuru di ^un esseri guardata, 
Pri pigghiarmi capricciu, e prt burlari, 

INon sapia, chi Tancddo *ntra *na trofìa 
}emi avia) ncugnu, e jettu cu 'na beffa. 

6 

Chiddo» Iq ridirsi accussl auprafattu, 
Metti manu a )a grosàa cìmitarra» 
E pri l'ira, e lu sdegna, quasi matta, 
Cafudda, e pri miracpiu mi sgarra; 
Jeu pinsannu a Terrari : ah clilij fatta, 
JDissi, Fatuzza mia; sparti sta sciarra; 
Cussi traslu la Fata : via, chi fu? 
Paisanu, jucava» nun sa' cchiù. 

1 

E ver^menti nun cci vosi «picca 
A placiiri li Airii di chistu;. 
La spata ^ntra 111 foderu si ficca, 
E ai noi va maiiicuntenti, e trista. 
Oh frati, e ch'è lavurii chi atrasiccat 
Nun cci sai atari abbentu, *un nn'àjo viglili 
Idda mi dissi, accuss| murritusul 
Bon'à» pa cbidflM *ttO era 'Mbirrtuaa, 

8 

Ha senti, jeu rispasi, mi cridiay 
C'aveva ancora Taneddu *nfaiatoi 
E chi cbiddu miaseri *un vidia; 
Ma poi, mischinui ristavi allampata 
Vidennu, chi Tf^nedda cchiù "un avla» 
E chi gik mi saupreva In aaldatu; 
Unni confusa, e morta pri lu scantu. 
Mi vìqoì a Varniochiari a Jq to cant»* 

9 

Cbl Taneddo. pirdini 7 oh gram^ggbiaz^ i 
Risposi, ed ora comu cci jirrai 
'Ncerca d' Oretu ? e comu la gruttazza 
Di li spi guardiani passirai? 
Ogni picsuna cchiù sgherri, e smargtazza. 
Chi a lu munnu cci fu, da truvirai, 
Ci sarà Mandricardu, e Sagripaoti, 
Rodorountiy Gradfisau, Artù> ed Arganlit 



10 



Cbisti, ed autri inCniti spacea-e-laasa, 
Stannu a la guardia di lu passa strittu, 
Pr'uoni a la gran voragini si passa 
Di lu tisoru, chi già t'aju dittu; 
Osnunu d' iddi passeri un ti lassa, 
Pirchl lu sulu Oretu cci ivi dritta 
A stu tiaoru, chi racchiudi,. e serra 
Tutti li gran riccbizzi di la terra. 

11 

Cchiik vulla diri la Fata binigna; 
Quano'eccu a Timprovisu un gran ramuri 
Si senti, ed una turbida, e sanguigna 
Luci ricopri l'aria d'orruri; 
Ed eccu chi cumpari la maligna 
Discordia, ch'avi 'otornu lu Fururi, 
'Avi la Liti avanti, e allatu middi 
Sbirri, Avvucatl, e Scotula^vurziddi. 

12 

*Avi un vistitu tuttu listiatu 
D'assai culuri, o d*oru fausu, e Gnu; 
Cumpari sapra un carru, ch'è tirata 
D'un grossu lupu, e d'un cani 'mmistinu, 
TanPorvi è 'ntornu, chi cu lo scardata 
Strumenta e di luntanu, e di vicina 
Reoninu un sobu cussi stravaganti, 
Chi atrònonu Toricchi a tutti qaanti. 

13 

La mia Fata la chiama, e poi cci spia : 
Comu jia di facenoi, e comu stava, 
D^unni vineva, e a quali parti jia, 
E chi avvisu di novu cci purtava? 
Idda rispunni.: pri servlri'tv tia, 
S& aempri bona, vigurusa, e brava, 
Jeu vegnu di aintlri disputari 
A certi filosofici aculari. 

1* 
Una dicla : la Logica è seienzat 
L'autrn, diceva, è arti, e cu ragiuni 
Circava di mustrarlu ca evidenza, 
Strunannuccj la testa a li pirsuni; 
A 'nautru lata poi 'oa grossa udienza 
Vitti di li cchiù dotti Sairapuni, 
E ^mmen^u dai scalari cchiù eruditi 
Sapra lu Biltri lari 'na gran liti. 

Sciillai ddpcu un pizzuddu, ma chiamala 
D'aOari di rileva, e cchiù 'nipurtanli, 
Vaju di la mia corti acoumpagnata, 
A l'accampata esercitu davanti. 
Cussi dissi, e ripigghia la mia Fata : 
'Na 'mprisa di tia digoa, e interessanti 
Vogg|iiu, chi tu iaciaai, pri la quali 



CANTO tBRZCi 



199 



Avrai 'na Tania eterna, ed immortali. 

18 
Chi si a lu ffinnnQ di tolti limata, 
Chistu è eertu, e nun ce'è ehi diihitari, 
Ma acciò sta tua virtù ala conosciuta 
Satta la terra, senti zoccu i* a fari : 
Pri 'na slrata profunna, e sconosciola 
Cu cliisiii amico meo divi passa ri, 
E *nira II genti, chi" su 'ntra ddo loca, 
Pri pasMri Iddu, appìccieari tota» 

17 
Calaa la testa, e dissi : jamoninni, 
^l^lmixzatimi la strata, ca cci vegnu. 
Nui solanna a Tarmali ca li pinni, 
Nn' incaminamu pri l'annuso regna : 
'Nzèmmula la Discordia si nni tinni, 
Pri sei ministri partanno ira, e sdegno; 
Ma senno In aria, si sTTicina tanta. 
Chi Toceddu si appagna pri lo acanto. 

18. 
La mia Fata cci dissi : fa 'na cosa, 
Vattinni avanti, e aspettanni in Greto. 
Lu nostro armali 'ntanta 'un arriposa, 
Ma diventa indomabiU, inquieta; 
'Mmatola chidda cci duna la ddosa, 
L:i vastunla pri starisi cujetu: 
Iddu sferra, e pigghiannuci la mffnu; 
Va galuppanno sopra Toceàno* 

19 
'Ntra li confini di sto vasta mari, 
Vìttima in luntananza un' isoletta, 
E attorno* tanti varchi di piscari, 
Chi ver^u d'idda vinevanu in fretta; 
Alconi si rumpiano 'ntra li scari, 
Alcont l'annigava la maretta. 
Ed air isula tantu disiata, 
O pocu, o nudda cci nnc^a arrivata. 

20 
St* isu4a, chi tu vidi sconosciuta 
(Dissi, mentri passavamo, la Fata) 
E di la medicina; mai viduta, 
Di cui si vanta avirla già travata. 
La prima varca, chi cca- ce* è juociula, 
(Fora d*ApoUn, chi ci apriu la strata) 
Fu di Chiruni, |u dotta Centaora, 
Chi *ntra l'autri ervi c'onoscU Taddaura. 

21 
L'aolro fo di Esculapio, In gran figghio 
D\\p0llini, e scularu di Chirnnt, 
Chi pri comani, e suprema consigghiu, 
Fu ammisu *ntra li Dei sto midicuni; 
Ippocrati di poi co attenta gigghiu 
Nutau tutti li scogghi, e li pitrani, 



Cir impidiano asa strata, e coma accorta 
Baisi antico aggbionclo aalvo In porto. 



Doppo chisti Erasistrato (eotitt 
Appnidari a' chist' isola biata : 
Ma pirotii neati affitta cc'inclinao ' 
A dari a la varchitla *na sbottata, 
Tanta abbuonanza d'acqua cci asaonnnao, 
Ch'in brevi tempo si vitti anntgau, 
Aretèu poi 'mmiacau cu aeomi, e stento. 
Li varchi antichi, e ùtì on bastimento. 

S3 

Aasieora la strata a totti qoanti 
Co io so bastimento sto piloto; 
Ma poi Galeno viflenno ifi avantir 
Cordi, tavoli, e irava metti in moto, 
E on'armata confosa pri ti tanti 
'Mbrogghiati armiggi fici, e coto eoto 
Niotro camino grapiri llntao; 
Ma alloogao atrata, e *iin aacclo ai afriTao. 

Appresso a'annigaro jo qoaDtitatl 
Varchi, e vasceddi, flo'a tappo chini 
Di sùrfarl, di sali, a auMimati, 
D'iciti, di morcoril. e d'alcalini; 
Ma poi vinenno Afvèu, rannosi strati 
Misi in chiami, e V incogniti camiiii 
Assicora, co aorti singniari 
La vùsciola truvao di navicari. 

25 

Doppo muH'autri poi venni lo Gnorl (1), 
Chiddu, chi co lu granni so sapiri. 
L antichi, l'importanti, forti, e duri 
Ippocratici ordigni sappi ooiri; 
Chiddu, chi 'ntra li secoli futori 
Semprì sar^ lodaiu cu piaeiri; 
Cliiddo, chi nun chiantao mai chiotu senza 
Meccapicaf, giudizio, e diligenza. 

26 

Wagvieten poi gran marinara aocortu, 
Ed flallor 'ntra chist'arti consumatu, 
La strata pri la qnali arrivau in pòrto 
So gnori anno a Padana (2] dimostrata; 
Ed ànnu ad àutri ancora di lu storta 
Camino di Tantlchi frasturnatui 
Tu vacci, chi sarrai beo ricivuto 
D'Apollo, chi t*à rn Pindu conosciuto. 

27 

Dda sapra di Io stissa bastimento 
Cu Facianot e poch'autri passaggeri 
Lu celebri Garbafu (3) in Salvamento 
Juncln cu venti prosperi, e liggeri; 
Né VAcclamatu (k) a siquitarli i lento;' 



200 



LÀ FATA 



E tu» cbi nun ài varchi^ nò galeri 
Pri arrivari unni su ali midicuDi, 
Divi stinUri, e jirici « oatunl. 

38 
'Nira 8t|] mentri là Fata discurria, 
Sicutava la bestia' a truttiarlt 
Comu saitlh l'aria apartU; 
^HRn\ in Sicilia si Tinnì a pusari^ 
£ scravaccanoo !ntra la Bagaria (5)t 
Vlttimu genMt clM prl villiggiari, 
'Mmenzu ddi viddi vaddi. e ddi crafocchi» 
Jianu cuggbieoou crastuni» ed aprocchi. 

29 
Kuì càminanna un pezzo a la pidunai 
Fri lu frenu arripavamo larinali; 
Paiisannu ddi campagni ad una ad una, 
Calàma nfioi alPacqua di Gursali (6): 
Poi Btanchi nnì assittamu a lopportuoa 
Spiaggia caverta di oiarinu sali, 
E dda gudiamu a vidiri jucari 
Lo (rìBcoviotiociblu cu lo mari. 

30 
^Ntramenti guardu runni trasparenti, 
Chi 'ntra dMddi co grato mornuurio 
Si assicylanut on strepito si senti 
Sutta Tacqiii» e già crisciri lo viju; 
Poi spartennusii tOiastraDU prisenti 
Lu gratu aRpeilu d*un nnariou Diu, 
Chi nesci fora Tonni a V impinsata. 
La testa d'arca» e juncu ^ocuranata. 

31 
La mia Fata si ausi, e lo saluta : 
Oh beneveniat dominaiio vestra; 
Poi cci spija : chi fo la ben vinuta 
Ad onorari sta mia spiaggia alpestrS) 
llimi a pus^ri» e staricci siduta . 
Sularoenti stancbizza mi sequestra ? 
Poi volata co mia. dissi; chi penzi ? 
Chisto è Glaocot via facci aceughieozl. 

32 
Unn'eo coi fici *na bcdda 'ncrinata 
Co alcuni cirimonii spagnulischi; 
Iddo s'accosta onnVra la mia Fata> 
Lassaiioo Tacqui cristaHini, e frischi; 
Poi cci diasi : sii ti\ la ben trovata^ . 
Ma cca chi cosa fai ? forati cbi pischi ? 
Jeu su mannatu da Ju Diu di Tunni, 
A purtari in Sicilia li Tonni. ^ 

33 
Ogn'annu a inaju fazzu stu camion, 
Chi mi apporta rammaricu, e duluri; 
Sognn custrittu a passari vicinu 
Di Scilla^ cbi fu un tempo lu me' amori, 



GALANTI 

Ed ora è petra, ed àvj 'otralu achina 
Cani arraggiati obiQt di furori; 
JeOf chi U' saccio bedda« e chi Taroal, 
Vidennoia accossl lo seatu assai. 

34 

La mia Fata si Gei la gnuccbitla 
Pri avirla d'iddo propria raccontata, 
E cci dissi : pirchl chista è custritta 
Ad essiri dì cani assidiata? 
Risposi : accossl vosi la mia sditta. 
Patisci qiiasant'essira ostinata, 
Pirchl s* idda co mia non era etera, 
La cosa riniscìa d'autra manera. 

35 

Poi sicotao dicenno : t*assicoroi 
Chi beddì nni bju visti senza fini, 
A mari li Nereidi, e cci su poro 
Midd^aotri Ninfi di biddizzi chini. 
Ma comò chista, pri Stiggi ti juro* 
Né la terra, nò mai Tunni marini, - 
NAi anno avolo, né manco nni avirranno 
E a guardarla iici eu lo mio malanno* 

36 

Avia li trizzi comoro filato. 
La facci tonna, lo coddo politOy 
La fronti larga, lo naso affilato, 
Vacca d'aneddo, e labro coloritu, 
Yisu biancU) gintili. e dilicatu, 
Gigghiu allegru,occhiu nigrui granni.e ardita, 
^Nzumma era'Scillat senza eaagerari, 
Bedda a vidirsi, e bedda a lu guardari. 

37 

La vitti sopra un scogghiu *na matioa, 
Co la cimedda ^mmano, chi piscava, 
'Ncanto on panaru avia di trimolina^ 
E nautro pri li pisci, chi pigghiavaj 
Pri 'on s'appigghiari la facciofza fina 
Co lo soli, chi allora assai picava. 
Aveva miao 'ntestsi si non erro, 
Di pagghia on cappiddozzo sgherro sgherro. 

38 

Unni in vidirla, chi voi chi ti dlca« . 
'Ngagghiavi corno on pisci *ntra li riti; 
M'accoininzao di tanno 'mpoi la frica ; 
Amori vinni in petto a darmi liti, 
E m*impignai pri farimilla^amica» 
Li mpgghiu pisci di Tonni saliti 
Portarci ^itra ddu mari onni piscava, 
E lotti aliamo so evi V iocroccava, 

39 

Pari nisciota fora di li panni, 
Cbi ogni calata pisca on gronco, o trigghia, 
E si nni senti jiri canni canni, 



CANTU 

C^ li pirgiufii a quattro, -e sei li pigghia , 
^" panaru si nn'inchi l)ed(lu granni, ' 
*oh china, cj'alligrizw, e maravigghia; 
^orna a li virdi, e fertili campagni. 
Pri Iruvari li ninfi sol cumpagoi. 

40 

Li vitti *nfini *otra ud biiachiltu umbrusu, 
Pri ]i confusi rami, e ^ntarcigghiati» 
Unni nun putta mai lu luminusu 
Feba purtari li raggi innorali; 
E 'mmenzu cc'era di sti rami chtusu 
Un laghiceddu d'acqui' 'nnargintati, 
Chi cu Tarvulì fa caociu in tiitt'uri, 
Chiddi cci dunan umbra, ed iddu umuri* 

hi 

'Mmenza ssu chiusu lagu unni purtari 
Pasturi nun ardlu li rozzi armenti, 
Pri 'un Yuliri la Dia casta irritari. 
Lo casu d'Àtteuni avennu a meotif 
S'erano radunati pri natari« 
(Giacchi lu siili s'era fattu ardenti) 
Tutti li beddi NinG, atlura quanna 
Scilla Tinnì a truvarli trippiannu. 

Cci dimostrao li trigghi, e li rouletti, 
E Tautri pisci ch'aveva pigghialu» 
Poi si leva li scarpi e li quasetli, 
L'antri robbi. e lu limidilicatu; 
Prima torna 'nnarreri, e poi si molti 
A curriri, e juncennii a lu bramatu 
Lagu, c*ua sautu si sammuzza tutta, 
E arringa un pezzu cu la lesta sutta. 

43 

Sauta supra di Tautri, e pri jnmri, 
Satta di Tacqui si sammuzza, e attuiTj, 
Duna calati, e pri farli scantari. 
Scinchi la vucca d'acqua, e poi ìj sbruffa, 
Di poi fa l'acqua in autu arrivulnri, 
Fincennu cu li sol discurdia, e zuffa; 
Nzumma la bedda Ninfa allegra menti 
Si sciala un'anca 'ntra d'uonusi argenti. 

44 

Jeu la ^nfuppavi un jornu sulanna, 
'Ntradda praja unni prima Tavla vlslu; 
Nesciu di Tacqui, ed una nassa china 
Di pisci cci arrigalu umili, e tristu; 
lyogni curaddu, e d ogni perna fina 
Di poi mi cci mostravi ben pruvistu; 
Accettali, cci dissi : ch'ogni ciuri, 
Dici lu muttU) ch'è signu d amuri. 

45 

Sta allerta nun ti cridrri, cìiqiì sia 
Un rozzu marinaru, o piscaluri; 
Cci fui prima, ma poi la sorti mia 



TERZU 201 

Mi i già inalzato a li divini pnuri, 
Già sugnu Diu di l'unni, e nautra Dia 
Ti pozzu fari, di sti salsi umuri^ i' 
Conusci u imV va ca si tu la manci. 
Ti attuili a mari, e in Dia ti muti, e cancU 

46 
Chtata fu dd'erva, chi la sorti amica 
A casu mi miistrau,. mentr*eu piscava; 
Pirchi ogni pisci,. cbi co gran fatica 
A via piscatu, e cb'ad idda 'ncognavà, 
Turnannp allura à la viyizza antica, 
Nautra vota *ntra lacqua saltuffava; > 
Jeu 'njucannu la tastu, e già mi viu 
Tnttu ad un tratto trasmutatu in Diu. 

47 
Giksù Diu'ncaroi,e'nnossa, 'un cc'è chi diri 
Pocu cchiù, e manca gi^ ti lineai adTiunatu{ 
Su Glancu, chi pri tia cu gran suspiri. 
'Aju l'acqui marini quadiatu; 
Non 8*à pototu mai diminuir! 
Lu me' fpcu *ntra l'unni, anzi ò avanzatu; 
E t'assicuri], ca l'ardenti vampa, 
Cchiii chi sutta ni'attuffu, cchiù si sbamua. 

48 
Cossi jeo i^ci diceva, ed idda olerà, 
Li spaddi mi vutau tosta, e arruganti, 
E a lo me'chianto, ed adogniinia priglicra 
Si lincio semprl «iricchi dì mircanti; 
Comu parrassi cu 'na cantunera, 
Nun appi mai risposta,, unni a Tincanti, 
Ricursi allura, e cu ia vucca amara 
Ivi uuni Circi vicchiazza magara. 

49 
Cci dissi : Nanna, su 'atra, li {oi manu. 
Tu sola mi poi dari qualchi ajutu; 
E cussi cci coniavi ammano ammano 
L'acerbo casu, chi m*avla accadutu : 
Idda. chi vulia ancora di lu chianu, 
Cu tuttu, ch*ogni denti avia pirdutu, 
In vidirmi si metti in cacaticchio, 
E s'innamura di stu bcddu spiccbiu.^ 

50 
Trasenoucci stu purci, trasi ancora 
La sua campagna, ditta gilusia^ 
Unni s'impigna di scacciar! fora 
La bedda Scilla da la menti mia; 
E vidennu, ch'eu sentiri parola 
Di ddi minafii sol nun nni vulia. 
Mi djsi*i : via già sugnu apparlcchiala, 
D*ammuddiri lu cori a la tua amata. 

51 
Cussi pigghia cinquanta pignateddi. 
Chini di aango di cani arraggiati 



• I 



ao^ 



tA f ATA. GALANTI 



I 



Cu midiìddi di liipii. e cnrateddi 
J)\ riiìcii porci gpini, e trf cra8tali, 
Cu feti dì sctrórfani viieddl, 
E cu li r.ori di tri pisci spali; 
E tiijti i^ti 'mniarazzi a focu tetitu 
Li ciicinaa cu l'gaa di sarmentu* 

52 
Di poi cu certa tirga di granatu 
Tri tot! ddi pìgnati arriminau, 
Ed a mcHza cultura co à calatu 
Ccrtu Vileiiu d'un firoci drao, 
Chi cu scuma di cerbcru 'mmiscatu, 
Tutti ddi p'gnateddi 'mmìlinau; 
Di |>oi cci spremi un culu di ciirolu, 
Mandràgora, zabbàra, e firrazzolu. 

53 
l^tramenli si cucìanu sii ^mmarazzi» ^ 
Idda./cu t'oci:hi *nterra murrourava 
Certi' strani, ed oscuri parulaxzi, 
E ogni 'ntantu U tirga fìrrijava; 
Fa(*\a. certi gistili comu i>azzi, 
Ridia, ctitancla, cacatasi, e jisava; 
Poi setti voti ad Ecatt chiamau, 
E setti toti la terra trimau. 

5i 
Poi tutta allegra dissi : scmu lesti* 
Yenitinni cu mia, nun ti scanlari; 
.Cussi arrivamu a pa<»si forti, e presti, 
Unni Scilla sulla spissu natari; 
E 'ntra ddu lagu sdiTacau dda pesti, 
Clì'éu stissu cci atia visln cucinari; 
Poi supra Tacqui cu certu lameuiu 
Disai: acqua stracana, suli^ ventu, e centu. (7) 

55 
Fatti sti CO8I9 diasi : cu mi la solu; 
L'incantu è lestu, 6 nun cc'è ccUìii chi fari, 
*Nlra pocu ottinirai lu to cunsolu, 
Lassa viniri a Scilla pri naturi; 
Jou ttenchl fussì sta tu mariolu, 
Cu tiitlA chistu nun potti arrivari, 
Csk la vecchia magara mi tradla, 
E niinnalt minnali cci cridla. 

56 
Eccu chi veni la mia 'nnamurata. 
Si spogghla pri natari, e nun sapennu 
La *mbrogghia, chidda ce era apparicchiata , 
Si aammuzza dda dintra, ho casu orrennu! 
Appena chi traslu la sventurata, 
Si niulau in un mostru assai stupennu, 
Si c^i altaccaru a cianchi, ed a li lati 
Lupi.crudili, cani arrabbiati. 

57 
Idda roischina nun sapla, chi fari, 



In locu di gridari ajutu ajutUt 
Cn Taulri cani sì senti abbajari» 
E fa seropri lu trivulu valtutu; 
Poi niècennu di dda si jetta a mari, 
Unn*è cchià priculusu, e cchiù funnota: 
E si sculta la raggia, e H turmenti». 
Cu rilucili, tartàoi, e bastimenti. 

58 
Cchiìi vuUa diri Glaucu, ma la pena, 
Li sugghìuxzi, la còlura, e hi chiantu 
Cci avianu fatt|i mancari la lena, 
Unni flniu lu so pialusu cantn; 
Pri**ùn sentiri dda trista cantilena. 
Lu cunfurlau la Fata, e pregau tantu; 
Ma poi vidennu ch*iddi| sicntava, 
Cci dissi, amicn caru, vi aù acava. 

59 
Cussi Ia9sannn a Glaucu, mi cunnncl 
Luntanu di li spiaggi di Nettunu 
La bcdda Fata Gnu a Mariduci, 
Unn'cra appuntu lu locu opportunu; 
Ntisimu in luntananza acjarri, e vuci; 
Unni dissi la Fata : a si'importunu 
Rumuri. chi rinlona 'nlra stu chiana» 
Stimui chi la Discordia *un è luntanu* 

60 
Nnì avvicìnamu, e rittimu minnìtti, 
Vidiiani cu zappiini, e cu scapellii ^ 
Pirelli un piccioltu avennu li pttiltt, 
Tiran *na pelra a na^tni, e fici «etti; 
Ma la iliscordia allura, chi nni vitti. 
Si cuitaa d*un subitii e si stetti; 
Sarvau Vazzèru, lu fucili, e riaca* 
E nisclu soda soda di la *mmisca* 

61 
Nui nni nni iamu a In casteddu anticu. 
D'unni trasiasi ntra la nUira grutta: ^ 
Junrrnnu, senti a mia zoccu ti dicu, 
Dissi la Fata : pigghia pri cca sutta; 
Passa sta via scurusa, ed ogni intricu, 
E doppii chi tu Tài Gnuta tutta, 
E si vicinu di li Tagghia-panzi, ^ 
Lassa passeri la Discordia avanzi* 

62 
Quannu alTirrati già li vidi 'ntra iddi. 
Tu li la strinci coui cotu, e passi, 
E truvirai 'ntra middi gemmi, e middi, 
l.u patri Oretu, chi dda sutta atassi; 
Cci darmi li mei littrì, ch'iu con iddi 
Lu prighiròi chi beni ti trattassi; 
Vajà, vattinni, e nun pinsari a nenti; 
Unni va va la varca, allegramenti. 



^os 



NOTE DSl CàNTO TERZO 



(t) Parla TAolore dei celebre Boera ve* 

(2) Celebre proressoi-e di medicina in Palermo 
e maestro deIrAutore. 

(3) Oaeuno Liuzza medico. 

(A) Giovanni («laneoBle ancor egli celebre me- 
dico, ed amico deirautore. 



(H) Campagne nelle virinanze di Palermo. ' 

(6) Xuugo nelle spiagge di Palermo. 

(7) Perule clic usano i ragazzi per isclicrio. 



CANTO OUARTU 



ARGUBIENTU 

Si sparti di la Fata a Mari duci (1), 
E va cu la Discordia sutta terra^ 
E melari quasanfidda fannu vuci 
Li guarda di dda sutta^ e sunnu in guerra^ 
LOturi nun vidutu s introduci 
Unni U soi tìsori Oretu S€rra% 
Vidi a Pomanat e senti poi li provi 
Fatti da li Titani contra Giovi. 

1 

Yeramenti lu Vfju, ca sta Fata 
H'ati an amuri granni, e 'ncacarutu» 
Va circannu ogni mezzn, ed ogni atratai 
Pri fari la mia senza diviitatu : 
Doppu d'avirmi cu maoera grata 
Ditti latti li cosi pri minutu» 
Hi lassa cu so anannu, e dispiaciri» 
Mastruonu pena assai, chi *an pò viuiru 

a 

Jea trasu *otra la fossa, e mi la fazzu 
Pri dda atrata scurusa unni Torruri, 
Juntu a la notti, mi duna 'mmarazzoi 
Mostranmi strani, e orribili figuri; 
E lu silenzio, chi dipinta a sguazzu 
D'ogni eummentu si Tidi a li muri^ 
Dda dinkra di dd'oscura» e niura fossa 
Gei era vera, e riali, *ncarai, e in ossa, 

3 

Jeuy paviredduy siquitaya avanti 
Pri ddi strati scurasi alpestri, e torti} 
E parla appontu iu poeta Danti 
'Ntra la Silva salvaggla» od aspra, ^ forti* 



Cca dissi la Discordia : Alglieri tanti 
Nni misi 'ntra Tinfernu omini morti 
A capricciu : dunc*ora tocca a tia 
Mettirci ad idilu *utra *ua borgia^rìa. 

k 

leu coi rispusi ? ad iddu, e a *nàutri middi 
Avìrrla di mittiricci; ma prima 
Quantu jeu nesciu a vìdiri li stiddi, 
Nn'àju a parrari a chiJda chi mi stima} 
E mentri staju caminannu in cliiddi 
Scuri cunnntli scontru cu 'na lima 
£ 'na tagghienti ròrRcia a li manu 
A lu grecu scritturi Lucianu* 

5 

Binnardu Funtanella a lu so solila 
Vinta jucannu cu lipuri, e grazia: 
Jeu coi dissi : chi cc*è ? cc'è qaalchi' nòlitff ? 
Cca chi facili? vi surtìu disgrazia? 
Iddu rispusi : pri nui nun ò insolita 
Stu viaggiti; pirchì godi^ e si sazia 
La nostra menti 'ntra sii strati torti» 
Cu ^nzignarl a discurriri li morti* 

8 

Signuri meii su vivu, vi ringrazlu» 
'N'aju bisognu stu vrodu squadatU} 
E cussi sicutai pri longu spazia 
A fari cursi, coma un arraggiatu \ 
Ma poi di caminari stancn, e sàziu. 
M'assetta ad un cantiddu 'ntabbaccata 
Vicinu d'un casteddU) chi dda sutta 
Pareva, chi occupassi la gran gratta. 

Mi fermi]} e tnanpu la Discordi^ fi^ ^ 



2014 



LA FATA GALANTI 



A Yidiri chi eosa si trattava; 

Idda pigghìa l'ìinagioi, chVla 

La bedda Doratici, e tanta bravai 

Purtanniisì la (ridda Gituaiat 

Traslti 'ntra ddu casteddu unni abitava 

Tutta la cbiumia di li primi agherk*!, 

ParraoDU sempri di minnittii e gtierri. 

8 
ToBtu, attrivit}], e cu 'na allegra franti, 

Videiinii dda picciotta bcdda, e ardita. 

Si Gci fici a r incontru Rodomunti, 

Dicenou, cerchi a mia? olii voi, mia vita T 

Idda ridpusi; senza tanti canti, 

Jou siignu Doralici, chi partita 

Di l'Elisi campagnì, vegnu a tia, 

Pri fari scusa a la mancanza mia. 

9 

Óra divi sapiri» ca pri tanto 
Pri Mandricardu altura ti cancìai, 
Pirchì tutta trlmava di lu scantu 
Pri Tainminazzì di ddu feru assai; 
Chi s'eu Tavissi a mettiri di cantu, 
Mavria a trattari cu formanti, e guai^ 
Unn'eu chi lu sapeva juvu-tortUi 
Bfsugnai darci altura ddu cuofortn. 

10 

Ah! sto becco curoutut vastasuni, 
A tantu s'attrivlu ! sdegni unni siti ? 
Grida Wuscatu peju di un liuni; 
Santo pri Tarma unn*è? nuQ mi tiniti; 
E sicutau* jittannu santiunit 
Facenbu voci» e fracassi inGniti; 
Non mi s^nto chiamarj Rodomunti, 
Si *UD ci tagghio li corna di la frunti* 

11 

A sti vuci si onero tutti a ludda 
L'antichi sgherri cu Tarmi a li fnanu; 
'Ntra di TAutri Mandricardu si cafudda 
'Mmenzu lachiurma arditu ammanu ammano; 
Poi ed dici, chi cc*è vappu di fudda 7 
Gei su genti, pri chissu si baggianu; 
Si veni allargu 'un ti la passi lisctu, 
Ca ti lagghio la crozza, e poi cci piscio. 

12 

Chisf ultimi palori foni Tisca, 
Chi appiccicaru un focu tantu grano!. 
Chi pri astatarlo non bastau acqua frisca; 
E intantu la Discordia canni canni 
S: nni ji^, pirchl ancora *ntra la 'moìisca 
Trasiu tutsa la genti di ddi banni, 
Ed osn'ooo sotanoo, comò on griddU} 
Ora difeoni a chista, ed ora a chiddu. 



13 



A(Terra cu dui mano la so spata 
Lo feru Rodomunti. e poi scattia 
A Mandricardo "na* gran cotiddatai 
Ca mali pr'iddu si nun cci africia; 
Chiddu rispiinoi cu 'oa gran maz^atai 
C9, 'iizaoiai.si daveru iu iuocia; 
'Nzirtau pri c»su dda casteddu duru» 
E sdirrupau mitati di ddu muro. 

14 

Como lu voctu, o lu focu rinchiuso 
'Nira ti stritti ammucciagghi di la terra. 
Chi qiiantu chiù si vidi strittu» e chiusu» 
Chiù forza acquistale fa echio dannu.egoerra^ 
Scoti li monti cu motu orrurusu« 
Li forti lurri, e li palazzi atterra : 
Ma chislu è jocu» su co^i di nentii 
Rispettu a Tira di ddi feri genti. 

15 

Cu pò cuntari lu fracasso orrenoo; 
Chi si senti *ntra d'orridi gruttoni, 
Jou puvireddu m*accustai timenon, 
*N'dvi3Si aviri qualchi arruzzuluoi; 
Ma quannu vitti poi chi cummatteaou« 
Stavanu misi tutti a muosidduni« 
Mi strinciu muru muru» e nlabbaccata 
Mi l'abbatto aenz*essiri guardato. 

16 

Passai la torri, e poi lo bastioni, 
Ch'erano fatti apposta pri sti genti; 
Oh l comò mi trimao lo piddizzunii 
Qoannu passai di dda segretamcnti : 
Vitti luntanu poi 'nàutru gruttuni, 
Cu certi cosi vaghi, e risblionenti; 
Unn*eu m'accostu, e vìu, oh chi blddixza! 
Unni anunuccià Natura la ricchizza. 

17 

Di crocchioli sta grotta era adornata, 
'Mmeozu li quali un virdi lippa è nato; 
Pinnìa di qualchi agnuni ccbiu vagnata 
Juncu, e capiddu venneru assai gralu> 
Pri 'ila pitrusa vìna, e torta strata 
Scurrìa Targentu vivu in ogni lato; 
Stralocia di ddi crocchioli a li canti 
Qualchi smiraldo, robbino, domanti. 

18 

Non saccio, s*era archimia, oro Gnu 
Totta la rioa dì lo pavimento; 
Unn*eOi mentri pri vidirla m'inchinn. 
Di 'oa gran voci sgridari mi sento : 
Tu sarrai qualchi birbu, o malandrioUy 
Mentri dimustri tutto ss'ardimeotu» 



eniTD 



Di vèiiiri, unni placito, e eDjeta 
Ub cuotiavo ciumi pìBcia Oreta. 

19 
M*arrizxara li eanii« e li eapiddi^ 
Quaonu ^oliai gta«Tucl a rimpiocalaf 
Guardavi 'nlomo ttttU d'agouoiddi, 
E yiUI *nlra 'na grulta ecbiù ^nearata 
Di pìiropint di canai pìeciriddi 
.Orato co la fronti 'nooronata^ 
Atla la Tarra anticaf e vìnirannay 
Appojato a *oa loogtt e tirdi canoa. 



A via ^mmenio li coaci 'na gran giarra» 
D'unni neaci chidd^acqoa. portintoaai 
Chi junta cu la terra fa rimarrai 
£ chi ancora di Togghiu è cchiù gravuia; 
Unnico vldenno ad iddo chi non parrà» 
Ala chi mi guarda co cera sdigiiosav - 
Mi cci avricìnu, e cu gumma avvirtenza 
Cci (azzo ^oa profonoa nrirenza* 

ai 

Scoccio li littri di la bedda FaU, 
E ad iddu l'appriaeotu ofniUatu% 
Cci fici idda 'na looga apaoipinata» 
Trattannumi d^un giotioi amrhato» 
Chi roiritava 'na àorti echio grata» 
Di dda sfortuna» ch'avla àeanpri allato^ 
Poi conchiudi cu direi : è cosa mia» 
Lo raccnmannu a la toa cortisia. 

Doppo chi leaai cfaiiti littri Greto» 
Mi fici on milioni di floizzi; 
Jeo disai ^otra di mia contento) e loto : 
S'è pri sta toU rijti li ricchizzi; 
Mi portau 'ntra oo grotturó cchià segreto» 
Unni chini di grazia* e di biddizzi 
Stavanu trenta Ninfi massareddi» 
Faceono nasai» riti» e ooflneddi. 

23 

Chiddi in vidirmi accanta dt ao gmiri. 
Si susino, e mi faonu complimenti; 
Cci dic'iddu : Cscitt a sto sigoorì 
Un boco manciarizzo prestaroenti : 
lotti allora ai misiro a romori 
Pri circari li cosi cchiù eccellenti» 
E ntra d^iddi diciaoo : chistu ccà 
Qualchi signori 'nfànfaru sarrìi. 

Joncinu intanta carricbi di fratti» 
Certi antri Nii«fi, e aytìsano ad Oreto» 
Chi veni pri vidirlo in chiddi grotti > 

La Dia Pomona} oon'iddu» tatto letu» . 



QOAltTD 205 

Cci va a lo^ccontfo» e co Toaaeqoii toHi 
La rìcivl; e di pei diotra oo sigrato . 
Grottoni, fiittu a sala, e a gallaria 
Cu tutti l'autri Ninfl noi carria. 

S^aasetta *ntni 'na seggio a la poànm 
Pomona, ca si trova allure pronai 
'Avi dinlia la panza» e fiou^ e prona, 
Cèusi» vareoca, ciraal, aoiàrena» 
Pira» proaa» cotogna, Inmlona, 
Ed azzalòrì» e oèspoii, chi appena 
Erano fatti» ed aolri in abbondoaza» 
Penai ogo^nno qoant'era dda gran paoia. 

MI carteddi di firotti 'mpampanatl» 
Chi poco prima cci ateva mannato, 
Fuion menz^afcborto, ch'appi pri li atrMi» 
Unn'iddo allagrU Taveva acciltalu; 
Coesi II Nini assai 'afratUriali* 
'Na tavola beo granai anno conaalor 
Oreto ^mmeaco» ad oo canto la Dia» - 
E airautro ed sidio me' aigauria. • 

27 
Li Ninfi stanno in t>edl oanequioai,- 
Parti sirvenno in tanla sssinnateddi. 
Parti tutti moderi e graziosi» 
Cantano a aonu di certi organeddi, 
Chi su fatti di rac«foa armoniosi» 
Dicennu ad auti vuci : PicciuiifiJi (9) 
Tinniredii *un vi itaii o martlA, 
Di donni ornissu» ea migghiun $ii. 

98 
Lu primn niattn fu W coppa cotta» ; 
Fatta co brodo di granci fodduni; 
Lantru fu d'aneiddozzi fatti a ghiotta 
Cu trigghi» oediiati. sorofani» e gorgiooi; ' 
Appresso cci fu poi 'oa paatisadta 
Cu ficateddi d'Anatri, e ertacioni; 
Laotru fu di gioraoi soflTrioti, 
Lollimo piatto, muletti arrostuli.: . 

99 
Pri ottimo poi nisoero ogni beo frotto» 
Chi Pomona cci aveva rigalato; 
Cossi maociava senza fari ipotto; - 
Ma 'atra me' sttsso assai maravigghiato» 
Ca viou né pri motto nò pri bruttu* 
Snpra la taula ai nni evia purtato; 
Unn'eu gridavi : e l)eni cca vicìnu 
Nun cc'è.nudda taverna» ch'Avi vina! 

80 
Vino non dissi I allora ai ansio 
Lo patri Oreto» e sgriddau tanti d'occhi : 

27 



^206 

Campita ( In * ediiiir gmo wiadm . mia 
Tu chìaini 'ntra ati moi Mgfi erafoodii f 
Tu sai co' è Bacca ?.*to timirariu OUi» 
Una chi 'maiiBoar viriti, e/flipapocdiif 
Frati di la pazzia* ciieinu strittu 
Di JtaroÉit e caminetti ogot delitla. - 

81 
Jca hi- -placai Od divicei : 'oiiMpia' 
Sta 'ooimiciiia.'alra vuaolri aolioa :. 
Poi mitteonuai *nmienza l^alra iMa» ' 
Fici la parti d'una vera amica; 
Cussi sMeooa in bona cttnpagnla« 
Y ippimu acqoa, ohi dda chio|ii» e allsninrioa, 
E gli data a la stomaca ristora. 
Mi spia : ehi ei didi io Oaiica d'oro? (3) 



' Jfchtr-idda parrà ai senti m rtbmmim' 
Di un troim aattirraiìla, ed orrenoa; 
Trema la grétta, e hi fracasso èsooMBO^ 
Cadi lafaala* ed iu scappa faebmit 
Ma comò *otra H gamnii antsai chiommO) 
Vanna prt jiri avaottt e si tratteanoi 
Tali è lu scantu, tali è Iu spavonta. 
Chi qoMi tottu Ugala ini aentu. 

83 i 

Oreto pri Iu vrazzu mi soalonl, ' 

Dicenna^ fa coraggio amica miuy •. 
MuTiriti per ora oan ciorènif 
LassA^ cìasarl atti acumpiggfalo ria; 
Ti dirrò pei sta danno d*uoni Tem, 
Dissi, « qoanoo lo atrepito fioio, 
Assittari mi fici a lu so latui 
E mi pàrrao familiari, e grata. 

84 

Sacci, obi ati réioi, e stt fricaasi 
Unni aogo'io aù quasi di conHno, 
Parchi sèpoHa eoa in Sicilia stassi 
Enceladu pri noi maio vicino; 
Né cridiri ca chisto camtnassi, 
Pirchl ultra chi ivi sapra di lo fchioo 
Uimmensu Muncibeddut è di catini 
Li pedi| e* mono, e coddo. e grezza ehtni. 

35 

Benchl la lesta ala aoUa Catania, 
E chi si estenda in funno a Haocibeddu» 
Puru a tali lunghizza eoormi, e straoiaf 
Chist'fsula attraversa pri truppedda; 
E quannu d'iri si cuntorci, e smania, 
ToCtu lo regno lu leni a martedda> 
E Missina, e tant'aulri gran citati 
Di tanto in tanto soobo roinati. 



lA VAIA '.ttlAANTI 

Ma li ìTom, ohi sài li sei sospiri* 
E li trimuri di quanilu si sbaiti 
Cca satU sempri si tanno iintiri. 
Però V94 Mnp di firraro gatti« 
Spissa da Moooibeddu la vidiri 
Lo foeoi chi la hrocia, e chi l'abbatti, 
Chi caccia in 'aria, e a lavi fa abucoari 
Qoannu voli lo atomacò sburrare.. 

37 

Sta Eooebdo, dissalo, d'unni acuppaot . '^ 
E pri quali delittu è cundannatuT 
E plrcU m la Sic»ia tuocao 
Di avlri etu cattivo ripidalu ?. 
Cui fu la- patri chi lu geoenluf: 
R la mairi Ai in utero k piirtaloi 
E parlorip 8i*orrenov meravigghia. 
Di on .figghiu loogu ceotu e tanti migghia ? 

.88 

Oreto mi riapoai i *iilra farcia 
Di Parnassu si leggi s fogghiu middi : 
Chi ccib dn.teiii|Ju,Jo cui nuli ao*^avivu 
Chi lo Cela, ma senza auli, e sliddi; 
Sulut a lo acoro, e d*ogfù cesa privo» 
E la Terra eravtrgioi io capiddis 
Iddi soli ealsIianiÉ. e ooddo celiioi». 
D aria Immeopa diviai lotti dui* - 

39 

MoD ostaoli hi scoro e la distanza»? 

gDmo foy Còma avvieni nun si si) 
i fu \itio d*iddl certa conetirdania^ 
Pri cui la Terra onciau 'atra k mili« 
Ora phisati al cc'è sicufaaza 
Pri cautilarila vir^HiU, 
Si co tenebri sommi, ;e sto gran, tratta 
Di luntananzat rimbrog^iu fu fatto? 

40 
Vinato poi hi tempo si ò sgravala 
Di un grossa figghiu chi chiamau Titanu, 
Smaonaato cUsMi, 'ntra naotra vintfata' 
Nasclu.Satufod beo robustUf e^sanu, 
E Cibell, chi poi ed lo sposala. 
La mairi fici fari oa alberana 
'Ntra li dui maacull, e Iruvau sto tumot 
Cà cci piimla hi naso pri Saturno. 

41 
La primogenitura' pri rlguri 
E lu guveroo di lo cala, e muoou» 
Appartiola a Titano lu maggiori : ^ 
Chishi però lo eeasi a lo seconoo 
Pri II malerol lotrichif « li premuri; 
I Però co patto ebiaro» oelto, e tuniio, 



oàmv 

Olii sia dritta in Satarm doTia alari. 
Me a soì fig^ ai aviasi a tramaimari. 

42 

E pri *iui atiri la tentazioni 
Di tramannarlu a figgbi ai ot)bligava 
Manctariailli pri colaziuni 
Quannu Cibeli a luci |i pnrtata. 
Oh siti di rignari, chi poaponi 
L'istinti di naturai Eccu si agraya 
Cibali intantuy e duna dui gemelli 
Vaghi» briliaotif Tìguruaif a belli. 

43 

Naseeru apparaggiati lutti dai 
Un masculUf e 'na fimmina; Gianani 
Fu runa, e Tautru tu gran Giovi fui. 
Chi lu patri davia farnt on vuccani, 
Pri ralberanii chi aapemu nui; 
Ma la matri CiMi a rammucciuni 
Da stu strapunto pinsau di salvarla 
Pri li duluri aufferli io figghiarlu. 

E coma chi a burrari li mariti 
Mun mancanu a li fimmini maoeri» 
Né strataggemmi, né scaltri partiti, 
Perciò 'nrasci.u ^na petra di un pilori , 
Poi eci adatùu fittucci aaaal politi^ 
Guppulidda a la testa, e pennacchieri^ 
Lu dà a Satumu mentr'é in sonnu, e vigghia : 
Té cca marita mandati a to figghio* 

45 

Satarna, ch'avla un largo caonaroiza. 
Denti di aztaru* e stomaca di bmozu, 
Pròi'ut dissi. ch*eu mi lu scaddoziot - 
E dintra di la guia mi Tarrunza; 
Cussi la pelea arrusica pri tozzot 
Comu la crepa arrussica Iq trunzUf 
Cibeli di la burra tutu Iota 
Mannau lu figgbiu a nutricarla io Creta. 

46 

LI Ooribanti, o sia li Sacerdoti 
Di sta Divinità, chi cufisignata 
Appiru la bambinut 'oira rimoli 
Gruttuni si lu tinniru ammaceialUi 
Ed inventaro no balla sii divoli 
Cu certi scuti in manu, unn*é farmala 
Un strepita battennali, acciò *ntisa 
Non fussi lu ngi ngi <i'iddu> o la risa* . 

47 

Fu la Crapa Amallea la sua ourrizza, 
Chi poi pri ricompensa fu^purtata 
In cehi adoma di. tanta vaghizza. 
Chi luci comu fossi 'nargintatai 



QeARtO 



207 



Cussi Giovi eriaceva ca pristizza* 
E si bela a li tanti 'na acappata, ^ 

Di poi granni lassau iu cava scogghiu» 
Ed eccu fatta palisi la ^mbroigghio. 

48 

Titano allure senza rigoardarì 
Formali di giadizj, i^ di ntu« 
Acchiana in -Cekii e va a deironizzari 
Lu frati chi lu paltu *un à adimpitu* 
In un dammosu lu (a carcerari, . 
Ha Giovi latta gii robustu, e ardila. 
Senti li forzi proprjf e noi profitta» 
E di lo patri curri a la vindilta. 

49 

Jeu non dica lu comu» né la quannOi 
Pirchl dintra l'arcivu nun li trova- 
Dico» chi di Titanu Iriunfannu» 
Giovi fu in cela* e coi chiantao lu chiorUf 
Poi scaroorao lu patri» e dobitanno» 
Chi 'un coi vinissi la voggbia di nova 
Di doroinarif'cu la propria ranca 
Lu scettruy o lutti rappendici trunca. 

SO 

Fu sta ricella vera, bona« e santa 
Pri chiddi genti, chi in Italia forU} 
Davi Satorna guvirnao cu tanta 
Sacgizza, chi (ormau l'eli di Toro» 
Età, chi si desidera, e decanUt 
Da tolta quanta rEliceniu coru» 
Chi si cridi piameoli chi cci fuii 
Ma chi 'un ai spera di vidirla cidìiai« 

51 

Intanto Giovi, airaogi pervenuta 
Di li feliciti, fa lu sbirlaccOf 
Si dona a li piaciri riaolulu, 
E cci va io cerca comu uo cani bracca; 
A^ gii di stiddi Iv cela arricculu 
Co tanti figgbi. E si *un é aiidda Baceu» 
Bastardu so; pur iddu io celu maona 
La curooa di sua mogghi Arianna* 

sa 

Nasclu Febo» e lu Celo» Terrat o 
Cominciaru a godiri di la luci. 
Diana ai la vi d*iddu a 'mprisUri, 
E di ootti lu so carru cannaci : 
Veneri la la slissu, e bell*appari, 
Mercariu ancora avaoli si produci. 
Vinai poi Marti Dia di li gagghiardi, 
E poi na rilioata di bastardi. 

53 

Giacchi spisso pn fari contrabanni 
Scinneva a terra, e li formi mutava : 



208 



LÀ FATA GALANTI 



D'Aquil'ora,' di Cfgou.rali spanni» 
Ora in Tauru, ora in Serpi si canctaTa, 
Ora in omu cu rabiii, e mutanh!, 
E cu reiiigj, ebi si assimìgghiava 
A d«iu marita^ chi tinera cliiasa 
Qualchi bedda mugghieri virtuasa. 

Acciml nasclu un Ereali da Alqmenai 
Nasciu da- Leda Castori, e Polluci, 
Arcadi da Gatlistu figghfa appena 
Chi Ursa, tf stidda cu Fa^tri in celu loctt 
Sta mala Tita scialacquata, e oscena 
Di Giovi, multu scandalu produci . 
A li Titani figghi di la Terra, 
Pri cVÉi Bt ui^ru a fàrtcci la guerra. 

56 
E q riclamari lu drlduchi avla 
Lu patri so Titanu prlmii natU} 
Sopra di la suprema signurfa 
Di Cein, e Terra, e da Giovi usurpata, 
Tlnniru in Flegra la graoni assemblia, 
Conchiasiru : lu Celu aia scalatu» 
Si accasteddinu munti supra munti} 
Tantu è lu forti, chi dda semu juoti. ' * 

66 
Nun era tutta vapparla sta vanta 
Giacchi la Terra pri so gran disastra 
Aveva figghi longhi, e grpssi taolu, 
Chi pfiddi ogni montagna era pilastru, 
Tileu sulu (a plnsaricci mi scantu) 
Sirpenti siHta di tm virdt olivastro, 
Juncla a celu da lu bustu in susu 
Da rumpirci a listati la dammnsu. 

67 
Nautru era Briareu, chi eentu mano 
E centu vrazza avia longhit e robustii 
Chi pareva una Silva di luntann, 
O *na cartedda immensa di lagusti» 
Chistu cca sbarbicava un munti sanu, 
Comu 'na lesta d'agghra, chi si arrostii 
E pbi fari *na scala ed auta, e grossa» 
Supra roiimpu misi Peiiu, ed Ossa. 

58 
Immensi scc-gf^hi Eocelado scaggliiava 
Cu ti^nta robuslizxa, e vijulenza, 
Chi lu dammusu in celu ribummara, 
^ùn da campana, chi chiama a la menza, 
ffa da gran cascia chi guerra 'ntìmava; 
Guerra di gran ruina, e conseguenza! 
Pri cui lu celu tutta si scumpigghia« 
Si tidi un curri-curri, ao para*-ptggtila« 



69 



'Ntra sti confotrioni, e ^(ra stl allarmi 
Marti facenna gran smargiazzarli, 
Impugna la spatazza, e Testi l'armi» 
E grida : ogo'unu a so posta si stli, 
Éh*eu sulu bastu, e Taju ad airk-untarmi, 
Li guerri su pri mia spassu,' e stravlt; 
Ma appena va la testa pri a(Tacciari« 
Sì vidi un grossa scoggniu lampiari. 

60 
: Torna 'nnarreri ca la iacci smorta, 
Dicenou: lu pistuni feti d'agghi, 
Cca nun vali tà spata, nò la storta; 
Volanu vèusì, comu li vascagghi 1 
Genti, ehi starvi appetta nun supporta; 
Chi moda è chistu di Tari battagghi? 
Ch'abbija scogghi di luntanu, e curri 1 
Sta guerra è bestiali, o non disourri I 

61 
Bellona cu lo scotu, ed asta io mSnu 
CunGrma quantu dittu' aveva Marti» 
E si chistu sBletta, e va luntamii 
Idda si ammuccia, e si metti' da parti; 
Tifeu fraUntu, figghiu di Titanu, 
Appiccica li munti misi ad arti. 
Urta a tistati la cilesti *mmesta, 
La sfuona, e Gcca la trimenna testa. 

.62 
^ Quannn li Dei si vittira aiTacciari 
Dda testa spa^'intusa, e minaccianti, 
Cu l'occhi torti da Tari spirdari 
Li cori dufi a conza di diomanti, 
Fuèru tatti, e misiru a gridari; 
Ajutu, semu persi tutti quanti, 
Pri nui nun cc^ò spiranza, né riparo, 
E 'ntra Tagghi, e cipuddi s'intanaru. 

63 
ìié Giovi eh'avla in corpo lu segreta, 
O sia ricetta di Tarmi da focu, 
*Ntra lu so tronu stavasi cuetn, 
E di sballarmi si curava pocu; 
Ma quannu vidi ehi fioeva a fetUt 
E chi si facla seria lo joco, 
Metti mano a li Talmini, e salttU 
Ed eoeu un pricipiziu si vitti. 

Zagareddi di focu sirpiannu 
Chiuvianu da lu celu a middi a middi, 
Li trona orribilmenU riboaimannu 
Cci faclaou arrizzari li capiddi; 
Li Titani unni rùiri non sanno, 
Chi cci annorvaou Tocchi li faiddi, 



S^infrantano tirurrisett è 8i BtrtiituiiiÉDd, 
Mentri dalloriiu li yampi oci addumaui. 

65 

Parti cadina meozi martaeini, 
E pigghiana la terra a rnuzzicuoi; 
Parti bruciaou vivi li mischini, 
£ làssanu muotagni di carvuni; 
Parti chi fracassati Aonu li rini 
Strascinanu lu corpu a branctcuoi; 
Cassi si livaa Giovi st'ostinata 
Guerra di 'ocoddu cu 'nà truoiata* 

66 

La matri Terra visti sti spaventi, 
Pri pieU di li figghi fulminati 
Trema* e si scoti da li fondamenti} 
£ forma gran voragini} e vaddati) 
Si rivotanu tutti lelementi} 
Li limiti a la mari su spizzati. 
Si tardava Nettoou nautru pocu 
La Terra intera si nni jeva in focu. 

67 

Ma Giovi vistu Enceiadu, ch*è vivu, 
Si^b^ni stisu a terrai e fracassata» 
Pri nuQ puttricci essiri nucivu» 
Dici a Yuìcanu : a tia sia cunsigoatu 
Vita pri vita» e nni voggkiu un ricivu» 
Pensacci tu a tinirlu ben sirratu, 
S sutta l'occhi toi: si scappa» e fui 
Tu nni rispunni} o nun ti dica cchiui. 

68 

Bedda cavigghia» ciré luccata a mia. 
Dici Vulcanu» un prisa di sta sorti I 
Poi manna li Ciclopi a la putla 
A forgia ri catini longhi, e forti; 
Lu cioci luttu. e poi si lu carrìa 
Cu ràrgani, e li gùmini ritorti 
Tirati da Ciclopi, a Ja vicina 
Isula a facciu di la stia fucina. 

69 

La Sicilia a ddi tempi era ciacca ta» 
£ a forma d^ ipsiloonì 'na caverna 
Si cci truvava 'mmenzu looga» e lata; 
Parti supra Catania s' interna, 
Da Tautru latu scurri bifurcata 
A raotri promontorj, e fa jisterna} 
Pirchl ala graA vuragini era china 
D'acqua» com'è probabili» marina. 

70 

Jeu non ti sacciu diri si stA ciacca 
Cci era prima, o fu fatta altura quanno 
Pri pena di li figghi afflitta, e stracca 
La Terra li sol visceri spaccannu, 
Parti li rumpi, e parti li distacca» 



QUARTO 209 

Larghi, e lunghi voragini tabeiannu; 
Oh quannu Briareo cu eenla bracci 
Disradicava li munti com'acci. 

71 
Basta comu sia sia cci era sta fossa 
Chi la Sicilia tripartia scurrennu; 
^Ddocu Vuicanu "bcatihatu infossa 
Xu gran giganti m(*struusu, e orrenmi, 
Supra la testa spavintusa» o grossa, 
Lu munti lu cchiù estisu, autUf e stupennu 
Coi corrispunni, e* cu Timmensu pisu 
Comu boja cci sta supra lu *mpisu. 

72 
Munclbeddu fu appuntu sta montagna 
Di la fucina sua nun tanta arrassu» 
D*unni Vuicanu, quann' iddu ai lagna 
Li strepiti nni senti, e lu fracassa : 
E li novi catini nun sparagna 
Quannu qualcuna smagghìasi, e a lu massu 
Di la munti cu chiova comu stanghi 
L* incarca cu *na mazza tinghi-e-tai^. 

73 
Lu restu di lu bustu, e qui^rtu bassa 
Eranu a la voragini disposti, 
Chi si estindia, comu s^èdittu arrassu^ 
Di la Sicilia *ntra l'es tremi opposti, 
E unni ccMncontra un duru, e furti massu 
Cci chianta grossi chiova. e lunglii, e tosti» 
E in iddi su catini conficcati, 
Chi vrazza» e pedi t^nnu rinsirrati. 

n 

Poi jittannuccl vausi, e mazzacani» 
E pezzi accarruzzati lu murau. 
Da la guerra perciò di li Titani 
Lu focu in Muncibeddu si addumau, 
Focu, chi da li trona sani sani 
Chiusi in pettu di Enceladu, ristau; 
E li sforzi chi fa quannu si scoti, 
Sunnu li gran rurauri, e iirrimotl. 

75 

E quannu o chi si rumpi o chi sj smaggliia 
Di un vrazza, pri li sforzi, la catiiia, 
Stu solu vrazzu sciotu k tanta vagghia» 
Chi cchiù citati subissa^ e ruina* 
Però Vuicanu subitu si scagghia, 
Pirchl ivi pronta, e accantu la fucina. 
Ripara tuttu cu catini novi 
Pri nun fari succediri sti provi* 

Eccu gii ti iju ditta, amicu miu» 
Lu comu, e d'unni vinni stu malanno» 
E comu a la Sicilia chiuppìu 
Sto vicina mulestu, ed esacrannu, 



210 



LÀ FATA OALAIfll 



Chi cci tornita: U^i, e lo taòe'ni 
QuaoUi a V iotoroii apporUoa di danno. 



Nò di li tirrÌ4ioli cchi& mi alinea 
Chi diri^ ditto ti QQ>ja abba^taua- 



NOTE DEL CANTO QUARTO 



(1) Campagna nelle fkintoM di Palermo.' 
(3) lolarcalare di una caoione che cao|«Ta il 
tolgo. 



(3) Goal (te chiaoMto negli antichi tempi Già* 



aone. 



CANTEI QUINTU 



ARGUMENTU 

*Àvi d^Oretu oleum awirlimenti^ 
Ed un (tfrni ch'tntigna a eunfiriri 
Cu ekiddi umani li brutaii accenti; 
Di poi iutta la Zita va a vidiri 
Tanti animi d'ingrati, e sconuscénii. 
Chi f& ^ntra ^na gran sala pripatiri; 
Ja profetici vuti senti ancora 
D'un spiritu ^ncontoln, e neaci fora. 

1 

Sefn]ni a atu mumiii avemo eh* tmpardri, 
Pri fina li cchiik tecchi, e agangulati^ 
E pri chistu diivemu conteraari 
Co romifìi echio anllcb«i e ataaciunati^ 
E ehisti aliasi dWinu cìrcari 
(ìenti ccliiù grannfi diddi, e chiù 'nvicchi&ti; 
Uici un poeta : da lo Voi majtiri 
'Naigna ad a rari l'autro ccliiù minori. 

2 

Oh quanta mi giotaro ddi pochi uri, 
Ch*iu dimorai d* Oretu in compagnia; 
Doppu d'avirroi fallo lo favuri 
Di trattarmi cu somma curtisia, 
E spiegato lo trono, a lo nmnori^ 
Ch* intìsQ atiamo d*unnl prutinia, 
Cu vuci grata, e facci rtsplennenti 
Mi detti ali benigni attertimeuti. 

3 

Figghio miUf mi dicla : lu munno è monoo 
Chi voli diri on tjmpostoso mari ; 
Ora ti porta in aotOi ed ora in Tonno, 
Ed évi Tacqui torbidi, ed amari : 
Ddi piecioltazzi, chi gifanu 'otunnu 
Sffiuati, e la sua testa tonno lari) 



Sunniì pri Tarla n^orai e foneala. 

Nati senaa pilota in er«D timpesta» 

t^ . , » 

Non trèaiDo 'ntra maju tanti qoagghit 
Ne cci aù 'ntra lì chioppl tanti (oaffn^ 
Né mmenzo Torti tanti trooia, edngghit 
Nò 'atra lo mari tanti petri, a acogghi, 
Né un costoreri fa tanti rifagghl* 
Né leni lu gran torco tanti mogghit ' 
Ne CCI 8& *ntra Tasta taiKi rormicoll 
Quanto a atu monoo goai/BHDarazzi,eprieurb 

5 

Prima di lotto cerca atari senza 
La donna, acogghio di la picciottanzai 
Pircbl dènnocci canna, e confidenza. 
Ti la renni di poi a mala crianza; 
Cchib chi la aoftri, e cchiù chi cci ài pacenza« 
Là soa maTigniUti cchiù sì atanza; 
'Nzomma pri alari Hbera« e biatoi 
Megghio aotOf chi malo aocompagoatOf 

6 . 

Non crldiri a U troppo ciarlatanit 
Nò a spergiori di latri, e di apijoni ; 
Guardati, figghiu mio, da li Tiddaui; 
Slatti arrasao di coddl a passiilooi; 
Non ti fidari di chiddi babbani; 
Nun cunfìdari a donni, ed altimpooi; 
Nun jiri scioao» al aimìni chiova; 
La tia tecchia ^on canciari pri la noTa. 

7 

Cerca di faritiUa In rozza, e vili 
Capanna, quasi incognita a II genti; 
Fui li turri, e palazzi aoti, e gentili 
Unni fulmina Gioti onnipotenti; 
Nò liberi lasciari li toi yHì 



'Mpredi A li losin^éri «mici venti; 
Chi si di (erra ti •lluntanì assai. 
E ti muta lu tempii^ ccì su guai. 

8 

Fìgghifi miiif cerca sompri stodìari; 
Chi si poi ti àimii pri xinèna netta, 
To di sta cosa 'un ti -ani slari a fari; 
Niiddu profeta *ntra .la patria è accettu^ 
Unni 'on al Vittaui min stari a parrari; 
Né palisari d'iutri lu difMtu; 
Si ii sorti avversa, sperat ca finisci^ 
Ooppu la negghia Feba accumparìsci. 

9 

Non cc'ò forma truyari uà veni amica; - 
Fujiii. figghiu, coma pesti,» e foco, 
Benchl ti para Odili, e pudico. 
Però Dun è lu stissu io ogni locu; 
Stesoli dirien lu muttu anticit. 
Cu* voli areici assai) provannl poca; 
E pri sapirit s*à veni, e reali.» 
Si ivi a manciari 'na sarma di sali. 

10 

Amici on'àvi altomo senta fini, 
Ca*^vi dinari dintra lo vurauni; 
Cu' è rjccd^ ed è putonli i middl incbini ^i 
Da sti genti faccidli, ed imbrugghioni; 
In sqiiHBa ogoìinu Iratta pri la fini, 
E tira bracia a in se eoddurunU 
Qgp*iiMii; pensa a lu propria guadagna 
E si joca aoQuasl a gablM cumpagau. 

11 

L'ora oan ei coausci pirchl luci, 
O pura pirchi ogn^unu ora coi dici; 
Ma pircbl *ntra gurgioli, e 'ntra .lu(luci 
Si a rafflnatUf e la prova si fici; 
Cussi «^B 'iit!(a dinari, e così' duci, 
E 'ntra lu tempu prosperu, e filici ^ 
Ma 'ntra ^lari, affanni, e piivìrtati 
Si scòprinu ramici cqhiù fidati. 

12 

Totlti li maschi ia vente e liccarl 
Quannu di meli la quartara è chiosi 
Ma auaaou 'uQ.cc'è echio oenti chi sucari, 
Nudda musca di supra cct camina^ 
Cussk Tamioi solinu accuitari, 
Quannu la sorti a prosperarti inclina; 
Ma in vidiriti sdalU sai chi fanno ? 
Si chiamanu li cani, e ai noi vanna. 

13 

Dioseni, d'ingegno assai sottili* 
Tutti li chiazzi misi, a firriari ' 

Di jornu cu (jioterif» e ca cannili. , 



QUtNTU Sn 

E ea prioora s) misi, a cire^ri; 

Dicenno a tutti : un amicu fidili 

Vaju circaMio, e ou^ lo pozcu asciari; 

E mischinu dicia lo fattu veruf 

Pirchi aMù vitti un amica sincera». f 

U .' ^ 

Parla un suidstu di siraggì, e di guerri} 
Ed un'viddami di zappii e di marfi; . 
Un cacciaturi di tordi, e di merri; 
E un medicu di Trevi, e di catarri; 
Un mastra d*ascta dà chiano/ii, e serriì 
Un carruzzerì di carrozzi, e carri; 
Cussi ramici parrano ^' inganni) 
Pirchl Ili sacco' di ehi è china spanaii 

15 
Cessri, chiddu granni imperaturì« 
Dd'omo valenti, pri terra, e pH mari*.' 
Purtava a Caju Bruta tanta amari, 
Chi ancora figghiu rarrivau a ebiaoiarl; < 
Ma Bruta amicu fausa, e traditori^ 
Lu jiu tu li aoì mano a eulpiari, 
E di la testa sinn a lu dioocchiu 
La Gol start coma criva d'ccchia. 

16 
Ora va dati credito 'na stizza 
A $tl fidi«di-cani, mala razza; 
Ogn'unu. d'iddi. cu granni ailigrizza 
Ti saluta vidennotife ti abbraz^a; 
Ma darreri di poi la (bea attizzai 
E t* iqcarea li chiava cu la massa; * 

Amici l guardatinni; di.luntana 
Salatali» o poi passa ammanu ammana. 

17 
Chisti, ed antri infiniti avvirtimenti 
Mi detti Oretu : eu stata ad asoutafi; 
Ma poi 'un mi parla I ura chi cuntenti 
Mi facissi. cu darimì dinari : 
Unn'ea cci dissi; si un oma^^sacceoti, 
E lu patri Lanuzza lu sai fari; 
Ma fora mcgghìli, gìaesl)! seoiu ia oztai, 
Chi tmi parrassi di io mia negozia. 

18 
Amica, mi risposi : cridi a mia» 
Mi dispiaci *un putiriti slrvin, . 
Né ti crìdiri forsi ch'eii mi sia 
Unu di chiddi chi innii lu piaciri ' 
Di' mastrarìtt facci, e curtlaia. 
Ma a >Jo lignazzo 'un oci ronnu vtnlrl : 
Eu ti assicuru, ehi cu gran pnintizza, 
Putenno, ti darrla la mia ricchizza^ 

19 
Ma nun pozzu, si prima la Fortuna 
Ga la eanaeoau aàaoa.m awicorà;^ 



212 Li. VITA 

É veni, ehi rija eo, ma fai patrana 
Di spargirli a cui toU è ssa Bignora; 
Idda, si Toli, inalza a ^na persona 
Nata mendica lo bassa sorli, e escara; 
E si si sdegna, un grosso signonmi 
Vi la riduci a cogghiri carduni* 

30 
Ma giacchi *oq pozzo daritt dio ari 9 
Ti Togghio dari certaotro rigordu. 
Chi un )orno li putrà forsi giovari; 
Vidi ssu libra cossi vecchiu, e lordu} 
Cu cbistu, d*egni armali lu parlari. 
Co lo linguaggio umano spissu accordo; 
*Nsnmnia è -un gran libro chi *ntempu di neoti 
*Nsigna a capiri li brutali accenti. 

ai 

Eo rispnsl : mi ^i fatto un complimeoto 
Di chiddi di la soggira a la ocra. 
Cosa «ni cavo s*eo cumprenno* e sento 
D'ogni canK d'ogni asinoy ed aoeora 
D'ogni cavaddo la taci, o lamento ? 
Secunno viin, chista è moda d'ora, 
Quantu cchiù granni* e riecu: è un signdruni 
Taoto cchiù è zicca-frittola a li duou 

sa 

Risposi Oreta : oh grosso tabbarano I 
Tu avenoD sto gran libro poi parrari 
Cu qualjioqai signori, o capitano» 
Filosofo, o poeta di II tari^ 
Chi à ciorotu cossi di mano in mano 
'Ntra li secuU antièhi, e chi a passar! 
Poi ia astriltii, o prì errurf. pri smodeslia 
Ad animari on corpo di una bestia. 

as 

E per essiri tu meggbio 'nfurmatu, 
Divi sapiri chi Tarma è immortali: 
E cb^essenno in un corpo ivi accordato 
D'oprari a vogghia sua o beni, o mail;. 
Ma comu chi Tu corpo è fabbricatu 
Di machioif chi su matertalif 
Dìstroggeooosi chisti Tarma a on tratta 
Va a renni cuntu di Topri chi i fattu. 

a^ 

(t) Vola a lo tribunali 8pavtniu8a« 
Ch'è di Minos, Eicu, *o Radamantu; 
Tribunali Assai retto, e scrupulusu. 
Chi *un si corrumpi pri ricchizzif e chiaottt»* 
E dda ccl renni eunta intomu all'uso 
Di la sua libertati; e si di Unto 
Rigala di li Dei sommi, e Immortali 
Si uni ìk sirvuto in beni, pura in mali, 

25 

(a) Siddu è io betti, aarrà dd'arma OMitata 



GALiLNTI 

'Ntra TElisii campagn! a spassiggiari'. 
Ma s'ìddu è in mali, sari cundannata 
O 'ntra Tetemu foco prl.bniciari) 
O puro si 'un è tanta scilirata. 
Passa on corpo brotaU ad aoimarl, 
E cossi 'on sonno automati li brotiy 
Ma suono aooora d'arma providoti» 

ae 

Unni avennu stu libra poi sintiri, 
Da chidd'armall chi tu seomrìral, 
Li coaii antichi, anzi li poi sapiri 
Veri, o riali, e noo ti straochirai 
Cu leggiri li storii,- chi mai diri 
Sanno la vlrHalh Ah ! to non sai. 
Chi maggior parti di li cosi storici 
Sunnu tutti idialì, ed iperbolici i 

a7 

Sintennu chista, eu dissi *ntra di mtot' 
Megghiu stu librn ca centu Ugnati : 
Mi lu pìgghiavi, e misi a fari via; 
Ma nun turoavi pri li stissl strati» 
Pìrchl lu patri Oreto mi carria 
Pri antri viòla occolti, e lousitati; 
E chista è chtdda strata aspra, e scascisa» 
Chi spaoU a la casteddu di la Zisa. 

as 

Avlamo camioato dui^ tri mlgghla 
'Ntra dda via occulta a li raggi sulari; 
'Nsonima un discorso lassa, e 'naotra pigglihi 
lo lontananza certo lumi appari; ' 
Unn'eu In guardu cu gran maravigghia; 
Né avvirtil chi valla signìficari; 
Curiosu ad Oreto dumaonai, 
Mi riftposi : camloa, e lo saprai. 

39 

AfTrittamu lo passu, e alTolttmata 
Juncemo 'ntra 'oa sala spaziosa; 
Tutta di marmi nluri *nculunnata) 
Di funesta vidota^ e maistosa. 
Di perpetui cannili illuminata; 
E 'mmeozu avla di marmura scurosa 
Un gran tomolo, e ^ntorno oct girava 
Un'ambra erranti, chi la eoottplava. 

80 

Generano *ntra ddl mora addipinciotl 
Certi storiì, ma chiari, e oatorall; 
E avanti d'iddi cc'erano 'mpinciuti 
Certi ombri chi parevano InfilrnàU, 
Chi per on pezza stavano alloccu(i, 
(llomu fussirn stupidii minoaii, 
Guardannu ddi figuri^ e poi scontenti 
Prorompevaou io rùogoU, e lamenti. 



ciiiTt; 



31 



Ce 



Dissi la pftiri Orelu : ii da sapiri 
Oli si saita lo celebri Casteddu, 
Unni li Masi tutti fa vinirit 
3) VArfnunituu cussi dottu, e bfddu; 
~ a aulta cci sti ogn'anima a patir!. 
Chi fu di qualeh'ingratu\ o d'un rut)eddu ; 
Ed è costrittu at iri ogni momentu 
Davanti l'occhi Taspru tradimentu. 

32 

La pena cchiù eruditi, e cchiù spietata 
Ch'àfi sempri un ingratu, un tradituri, 
È l'aviricci a memoria ristata 
La trista idea di Taspru so fururf; 
L'aviri avanti ogn^azioni grata 
Di lu Iradutu so benefatturi; 
' Mmeozu sta pena, cridi a mià,ch*è poeu 
Lu bruciar! cucitiouu 'ntra lu foca, 

33 

Senza spinniricci urizif scuti, o pauli 
Medea fici sta sala fabbricar! 
Da li echiù lesti, e 'ncigousi DiauU; 
E stu lumulu 'mmencU fici fari, 
'Ntorou lu quali, corou in tanti tauli 
Di marmu, aneora à fattn addisignari 
Di li so! benefizi! un miliuni. 
Fri avirli avanti Tingratu Giasoni. 

Prima si vidi ad idda disfgnata, 
In attu di prdiri a lu so amanti 
Dda nUstura patenti, ed oppiata, 
Cu la quariddu supera Tincanti; 
Dannuccilla a lu Drau, «hi di Tentrata 
Era lu guardianu vigilanti; 
E Taureu veliu a lu tempio appizzatu 
Cu lu so ajutu si avla guadagnatu, 

35 

Appreasu poi si vidi, chi pri amuri 
Lassa lo regou, e fu! rinfidili; 
E ammazzar! lu frati un liya orruri, 
Spargennu II so! quarti Impia, e crudili; 
Si vidi poi in Tissagghia, chi cu impuri 
Magiif ed ervi coti in roaju, e aprili, 
Fa ritumari giovinì, e robusta, 
Lo vecchio patri di Gtasuoi ingiustu. 

36 

Cci su dintra lu tumulo rinchiusi; 
L'ossa spulpati, a antichi di Media, 
Chi di vinditta ancora disiosi, 
Tonno a Giaauoi 'otra dda stanza ria^ 
Chi attomu lu sepolcru cu confusi 
Passi si aggira, cuntempla, e talla 
Li benoficil avutii e '6d ivi abbeolu^ 



QUINTU 213 

Pinsanno a lu so ingrato tradimeolu. 

37 

Vidi chidd'umbra a dd'angulu di muro, 
Chi guarda ddu dipintu^ paisaggiu? 
Chiddu è Teseo, di cori iniquu, e duru. 
Chi lassa ad Arianna in gran disaggio; 
Chidd'autr'umbra è l'ingrato, e lu spergiuro 
Demoloonti , chi *ntra lu saWaggiu 
Vosco lassau la sua Filli curtisi, 
Pri liberu tumari a lu paisi. 

38 

Chidd^autru è Diomedi, chi fu amatu 
Da Galtiroe, la figghia di re Licoi 
E chi fu d'idda ancora liberatu 
Di sta re, ch'era all'ospiti ninticu; 
A tant'amuri Diomedi ingratu 
Si nni fui, e la lassa 'ntra Tintricu, 
Unni l'aifiitta, In tant^aspru dukiri. 
Si affùca, e mori vittima d'amori* 

39 
, Vidi dd^umbra chi gira add'autro uaotu? 
E di Teodora infidili, e rubeddu. 
Chi fu d'Amalasunta amatu t^intu» 
Coma fusai lu propriu ficateddu, 
'Mtra rinfidili si purUu lu vanto. 
Chi l'aroniazzau, facennunni maceddu, 
E lu regnu, chi chidda cci avU dato, 
Si tinnì cu la taccia di un ingratu. 

40 

L^autr*umbra è di Pompilio, l'indigno 
Di lu nmimu Romano, chammazzau 
A chiddu, chi cu amuri, e summu impigou 
Pri la sua vita tantu perorau, 
A Ciceroni, ddu grann*omu digno, 
Chi tantu pr! st'ingratu fatigau; 
Ma si avissi saputu In futura. 
Difisa nun ravria» chist'ò sicuru. 

ki 

Cussi diceva Oretu, eo cci spiai : 
Si cc'era 'ntra d'ingrata cumpagAki 
Cu' a Bidoni lassau *ntra peni, e guai, 
Partennu surdu pri Tunnusa via; 
Mi rispusi : chi dici, quanno mai 
Diduni si appi a vidlri cu Enia? 
Ma chista di ddu- bono cavatori 
Fu a lu munnu tri seculi 'noarreri. 

Di tfihiiì chi pri la sua grannl onestati» 
Mortu già lu maritu, fici vutu 
Di campar! pri sempri in cai»titati, 
A signu tali, cli'essenau vinolo 
Jarba, e mult'autri d*ldda 'nnamuratif 
Offrenoucet lu cori pri tributu, 

28 



2U 



LA FAtA «ALAKTI 



Idda qoanmi eustrMU si IraTin, 
Pri 'un ruoipiri lu vuta si aromazzaa. 

43 
Unni 81 trova cchiù nautra Didoni; 
Mancu si jiti cu la cannilicchia : 
. Ora ti donni oercanu amoiucciuni 
, La nova a^uau aliami chi tantlociria 
So marita è iodispoatu, e cci $ù alcuni. 
Anzi tutti, chi Tocchiu inou a naiicchia» 
Dicino poi : bon è, fu un arrifriscu, 
' Vaia lu tristU) e poi tegna lu friscu. 

Diduni 'un tu accusslf Virgìliu mentii 
E méhiì pri la gula, 'un sa chi ^dici; 
Dunca da li poeti è dipendenti ! 
'Ma chiara fama» o n^ura» cchiii chi pici) 
Sunc'ionu da nianténirsi li genti 
Pri propria beni a li poeti amiai, 
Cu farci onuri, e daricci rigaU» * 
Si vonou fama eterna* ed immortali ! 

Alessandra! cbi aveva conosciuta 
Sta vintati, allora chi arrivau, 
Unni pusava Achilli sipillutu» 
C\ì$i\ chinu d'invidia esclamau : 
Oh tortunalu tu I lo quali à' avuto 
Lu granoi Omeru, chi t'immortalau; 
Poi dissi, 'atra se stissa satta vuci : 
Forsi su cchiù li vuci ca li nuoi. 

46 

Cussi diceva Oretu, e appoco appoco 
A lo tomulu noi eramu accostatii 
Quannu ripigghia» e dici : in chtsto loco» 
^ Unni su Tossa d*idda conservati, 
Cc*è un spirttu, chi sempri si sta ddoco; 
Ch'indovina li novi» e li passati» 
Ed ancora li cosi cbi verranno, 
A modu di Sibilìi profetaono* 

47 

'Ntomu a paasatu, prisentl, e vlniri 
Damanoa tattu chiddu» cbi tu voi| 
Ca chtsto cu lu granni so sapiri 
Ti sciugghirìi tutti li dubii toi; 
Unn'eu gridai : vurria chi avissi a diri, 
E indovinari ancora si tu poi, 
Pirchi eu cci dumannavl a la discreta 
Fata la grazia d'essiri pueta. 

48" 

1)1 echio si mai virrà pri mia chisf ura, 
Ch*lu putissi li nomi cchiù pregiati 
Nésciri fora di la sepuUora. 
E consagrarli airimmorlalitati« 
ChisU fora li dobii; ed idda «Mara 



Pici trimari chidd'srcbi 'neantati; 
Mannau di sutla^erra un forti troou; 
E poi sciugghlu la vuci in chistu sono. 

La taa domanna d essiri poeta. 
Fa figghia di oo graimissìma disiu. 
Chi ài di purtari a gloriusa meta 
Lu poeticu to galanti, e più 
'Nsemmula cu la sua dotta, e discreta 
Amica cumpagnia a lu biuonu Diu» 
Li toi disii su tutti giusti, e boni» 
Ha accettiou sta bona intenzioni* 

50 
E pri diritl poi lu fatta vera, 
Nun è pri li toi ganghi stu viscotto. 
Ma pri chiddi di Pindaru, ed Omero, 
Di Virgìliu, o di qualch'autru omu dottu , 
E no pri tia» chi passi quantu un zeru» 
Di pocu esperienza, e si pìcaiottu. 
Nò inno di tia bisogno chtsti tali, 
Ma iddi propria si su fatti immortali. 

51 
Cussi dissi l'oraoulu, e trimaro 
Nautra vota chidd*archi visitasi; 
L'ombri, eh erano attorno, si vutaru, 
GuardaoDu tatti a mia fieri, e sdigousi; 
Unni mi dissi Oretu : amicu caru, 
Ascata a mia» va lassali li musi; 
E lassa intantu sto scoro cuntorno, 
Ch*ora ti porto a vidiri lu jornu* 

62 
E cossi ^ncominciamo ad acchianari 
Pri on violeddo stritto, e sdirrupatui 
Aviamo saursu un pocu, e già cumpari 
L'appidameotu» unn'iddu è fabbricato 
Ddu casteddu, chi cunta 'ntra li rari, 
Magnificu» superbu, ed antiquato; 
Ma di poi in lontananza m addonat 
Di 'na lostra splragghia, e m*alligrai. 

53 
Affretto cchi& lo passo, e a poco a pocu 
Vijo di Febo li lucenti rai; 
Ed Orato mi dici : va di ddoco. 
Chi darreri la Zisa spontirai» 
Ed eo torno a la solito mio loco» 
Addio; qoanno la Fata vidirai, 
Salotamilla assai da parti mia, 
Ch'eu mi noi torno pri la stissa via. 

54 
Cussi licenziatomi d'Oretu, 
Nescio fora pri vidiri lo jornoi 
E mi ritrovo 'nmenzo d'un sfgreto 
Orlo, cinto di gai d'ioloroo iotomu; 



CANTO 6B5TQ 

E mentri tattu conUiituni, e leta 
Cu lo librazsu a li casi ritorou; 
Sentu un forti rumnri di luntanu, 
E curiusQ curru ammana ammana» 

S5 
Cehià cb^aocoato oehiù crisci la ramuri* 
Crìsci la sfraltalina» e la fracaaau; 



215 



Unn^eu quasi pigghiatu di timuri, 
Vaju tinennu ui^ pocu cchiù lu paaao; 
Ma riputali un poco* o mei signurif 
Ed ajiti pacenza, ch'eu aù lassù, 
Cioò su stancu; pri ora ripuaàmu. 
Ca *ntra la aesta canta nni parrarou. 



NOTB DBL CANTO QUINTO . 



(i; FaToleggia l'Aalore cogli antichi poell. 
(3) Allade in parte allo sciocco aistema di Pi- 
tagora bastantemeDte noto. 



{2) Diego Saodoval daca di Sinagra. 



CANTU SESTD 



ABGUIIENTU 

Pri menzu di lu Itbnu^ eK*a9ia atmiu 
Parrà eu li fUosofi racchiusi 
^ Atra li corpi brutali; ed è aNnnuiu 
Da ^rti latri, e fnisu ^ntrm dammu$i\ 
Ma vinefii»« Leibniziu a darci qjutUf 
Xtt corpu rsfln, e Varma a li famuri 
Hegni celesti vUa, unm attaceatm ' 
Vidi ad Amuri^ chi «tuta fruetatu. 

1 

Cu^ cerca trova; o cui seqoita vinci; 
E coi viaggia vidi cosi tali. 
Chi cui li senti, cci dici, ca flnei* 
O lu tratta pri credulu, e miooaii; 
Unni sta vota prima, cli^eu cominci» 
A chiddi chi anno ^ntesta poco sali, 
Juru pri Giovi, e pri li Dii Penali, 
Chi Zocca dico, sunna viritali. 

a 

^Ntra la canto gassata eo vi lassai» 
Ch'avia 'ntisu fracassi, e gran vinditti; 
Ora seqoitU) e dica, ch^incugnai» 
E Unti scecchi *nfurìati vitti, 
Quali senza stancarisi giammai. 
Tiranno co li cauei botti dritti. 
Si avevano affirrato a la caninSi 
E facevano tufla dda raina. 



Erama *mmenzo.oii urtieeddo nico, 
Ch'avla 'oira on lato 'na pezza di favi, 
E cc*era ìio scecca lo cchiù grossa, e antiea 
Chi dava certi caoci di li bravi« 
Mostrannusi implacabili nimica 
D'ogni autru, chi l'ardiri mustra« ed ivi 
DMncugnarisi vergo chiddi lati». 
Unni sonno li favi siminali* 

* 

È allora coriosa di sapiri» 
Pirchl sfarmalunazzo era impigliata. 
Mi piggliiai lo capriccio di vidi ri 
Lii librazzo, chi Oreta mi avla data; 
M'insignai tutto cbidda. ch'avla a diri» 
Acciò Tarmali mi avissi spiegata 
La vera caosa di li tanti rissi; 
Iddd arragghianno mi risposi, e dissi : 

Solta sta peddi d'asino, chi tocchi. 
Non cridirich'eo sia qualchì gnoranti; 
Eu fui tm omu erudita, e cu li fiocchi. 
Chi supra Tautri mi purtai li vanti; 
E staju cùmmattennu cu sti sciocchi, 
Chi su impignati di passari avanti; 
Ma lima chi 'un guastafslru li favi. 
Chi su chiddi chi sempri viniravi. 

6 

Né ti cridiri forai, ch*ea mi sia 



216 LA FATA GALANTI 

'Mcliiusu eea dinlra pri pena, o castiu; 
Ita ciiiata Tu 'oa elezioni mia 
Pri giusti filli mei. pri mio atravla; 
Su cca dintra acciò senta Tarmunia 
Chi nasci di li celi » lu firriii; 
Vomressiri Btpricchi longhi, e lesti, 
Pri ben aiotiri larmunia celesti. 

7 
Giacchi sì chiddu, chi mi sai aiotiri^ 
E nun discprru c'nn pedi di ?ancu, 
Vópghiti, chi mi [scissi stu piaciri; 
A lu principi di* di Campufrancii, 
Chi cavalcannu, si avissi astiniri 
Di dari spiriinati a hi so biancu 
Cavaddu di la coscia, pirchi 'ocbiusa 
Cc*è un Glosofa dintra assai famusu. 

8 
Cass\ dici, e poi 'ntona 'na cantata 
Cu la sua tocì plnitranti^^'e acuta; 
Ma veni, e cu 'na forti vastonata 
La mulinaru forma fa battuta; 
Eu mi la 8tr\nciu pri la stissa strata, 
Chi mi cuuniici 'ntra 'na gran linuta» 
Unni cc'era 'na casa sularinat 
Chi davanti la porta a via 'na tina: 

O tina, votti, o varrili sfaseiatai 
Nun mi ricordo bear veramentis 
E cccra un cani dda dintra ficcata, 
Chi di runtinu abbaiava a li genti; 
Eo ocr 'neugnavi cu 'na petra aliata, 
E cci spiki.parlannu cu ddWenti, 
Chi m^insignau lu iibru, la cagioni, 
Pri cui abbajaonu, stava 'ntra dd'asnonU 

10 ^ 

Iddìi rispusi ! cunveni ahbajarf. 
Giacchi lu munnn è goastatu, e ccrrotto; 
£u chi viju st'eccessi, *un pozio stari 
Cu viteca chinsa, senza fari mutto; 
To intanto, chiddu, chi min mi poi dari 
Nun mi tivarl, cu stari cca *ncattn; 
Maslnnò chiamo, ch'c un poca cchiù gnusn 
Ad Euclidi, di mia cehiù inghirriusu. 
' 11 

Chi cc'è ?'un fari accusi ca mi nni vajo, 
Cci dissi, mi dispiaci ca ti viju; 
Cussi pnssavi di potri, e di taju 
Un limiti, pri ^n fari aotru firrijo; 
E mentri sulo passiannu stajo, 
E *mmenzu 'na gran chiusa mi straviju, 
Sento in lontano 'na gran frAtaria, 
Unn*eu mi 'ncugnu pri jiri a dda via. 



13 

*Ncugoavi, e vitti miai a maoaidduiii 
'Mmeozo lo fango lordi, e'achifioai 
Tanti majali ben grossi, e roaodroni, 
'Ntenli a manciari, ed a stari utiusi; 
E ad ano, ch*era miao 'oira 'na gnooii 
Cci domannavi, ed idda mi rispusii 
Sugno Epicoro, e ati compagni mei ^ 
Su la gran setta di rEpicùrei* 

13 
Cc'è Aristippo cu mia« Lucrezia Caro* 
E mult'ominl dotti e littirati; 
Facemo chiddo, chi nni veni/mparo; 
L'istinti naturali su appagati. 
Nò mai si accittiri pri mio scolara 
Cui campa in astinenza, • in caatitati; 
Ma chiddo» chi si pigghia cchiù licenza 
Cchiù punti scippirà di diligenza. 

li 
Cussi diss'iddo, ed eo totto scantato. 
Chi 'on fossi miso 'otra li negligenti, . 
Votavi, e mi nni jl pri l'autra latUt 
Scns^à faricci tanti complimenti; 
Ma intanto Febo stanco, e aflatigatu 
S'attoflava 'ntra ronni trasparenti, 
E pirmittia a li stiddi, ed a la Iona 
Fari la aoa comparsa a Taria bruna. 

15 
Già lo pastori U crapi, e Pagneddi, 
Sonannu un flaoto, chiama a rìtirarisi; 
Li vacchit li amarriti jioizzeddi 
Cu voci strania invitano a *ncugnarisi; 
'Ntra lo ao nido posano rocoddi; 
E solo auto sento lamintarisi*' 
Un funestu jacobbo. e sconsolato. 
Chi ad on rama ai sta ptnooliatu. 

16 
Eo accosta, e poi cci apijo la cagiiioi 
Di totto sto lamento, chi facla; 
iddìi risposi : chiancio cu ragioni, 
l*oichl codoaciu la miseria mia, 
Ed ancora di fotti 11 pirsoni, 
Pirelli on tempo foi on'omu coma tia> 
Filosofo saccenti, e ammootuatu, 
Ben ootu a lutti, Eraclito chìamatu. 

17 
SempriòchianciutQ,eelìianciròa sta maona, 
Pirchi è una valli china di miserii; 
E a lu solu pinsari mi cunfiiono, 
Quanti mali cci su, quanti tmpropcrii; 
Cussi dissi, eu rispusi chiattii, e tunou : 
Cu sti pareli lamintuai, e aerii 



CÀirra fssTa 

Mi ài fatta Ari dico» e picciridda 
La eori, qoantu uo fila di capidda. 

18 

Mentri Btaja con iddadiBcarreono, 
*Na grossa Signa poi veni a trova ri; 
Tutta ciintenti scralaoDd, e ridenon* 
Diceonumi : sta allerta^ *ud nni accattari 
Di sii ooliti sci; ca sta chiaocenno, 
^Neanciu di semprl ridirt, e sciala ri; 
Ascuta a mia, campamu liooi Itool, 
E d*ogoi aTTorsità ridemaoDtnni. 

19 

Glii noi accanzamo a start allattumati, 
Fari lu mosso afflitto, e piatusu ? 
Chi [uioa li guai, e lavvirsitati, 
Videono ad uou scuotenti, e picchiuso f 
Duoca faCeono scàccaoi, e risati 
A raggia di sto malu agguriuso; 
Cossi dissi, e di poi pri trizziari, 
Picchiiaona lu misi a cootrafari* 

20 

Ma Tidenoo, chi avla di già acurata» 
E chi cchiù Yuci umaoa duo si scoti, 
Comiocìu a fari via 'mmenzu uo *otricata 
Vosco d'arvuli, e d'ervi differenti) 
Ma appena a?la uo pizzuddu camioatu, 
Chi mi Titti all'iocootru certi geoti^ 
Uoo di chisti la scopetta afferrai 
Di poi mi dici ; ah cani èttati 'oterra. 

81 

A sti Toci scopparu naotri setti 
Cu li mostazzif e tutti 'oGiccialati; 
E sppuolannumi 'mpelto li scapetti% 
Dissiro : ù fermi» o scippi Tsstunati; 
Cussi mi scotularu li sacchetti. 
Senz'avari riguardu ne pietati; 
E ristanno senz*abitÌ9 e bajocchi, 
La miseria parìa di li tarocchi. 

E prima d'ogoi cosà si pigghisru 
Certu pogniddo di dda rina d*oru. 
Chi di fajanca à mia mi rigalaru 
Figghi d Oretu dui gtntili soru; 
Lu beddu. libro ancora si portaru; 
Anzi sti tali tanti crudi foru. 
Chi, cu 'na cariti cchiù chi fraterna» 



S17 



M'inchiusiru 'ntra oo'orridajcaverna. 

23 
Oh ! comu distava la mia Fata, 
MentrVra 'nchiusu *ntra dda grotta oscura ! 
^Nsumina passatu avennu la nuttata 
Vitti dda dintra 'oa strana ligura* 
Nun sd s'era d'armali, e allurtimata, 



Parrau coma ao^umaoa eriatura; 
Dicennumi : eu tegou oo grao sigreitt 
Pri scappar! di cca cooteoti, e letu. 

2k 
Divi aspiri ch^eu sogno maonata 
Da U toa Fata pri dariti ajutu; 
Idda è 'ntiau li guai, chi tu à' passata; 
Ma miachioa ajutari 'un t*à pututu, 
Pirchl la sua jurnata cci à'ntoppato, 
Io cui l'aspettu, e la forma li pirdutu; 
Cu tottu chìstu idda i priatu a mia, 
Chi avissi cura di salvari a tia. 

25 
Poi sequitao diceonu: eu su Lebinizluf ' 
Ddu filosofu celebri» e &mu8u, 
Chi livavi ogni anticu pregiudizio 
Di lo rio Peripato, ed ozioso; 
Su vliioto pri fàriti servizio, 
Nisceonuti di stVridu dammusu; 
Pirchl su staiu astrittu, e cumannato 
Da ia Fata a cui augno obbligato» 

26 
Fati bool comò idda, 'un%i oni su, 
Ma tutti su soperbì» e su bizzarri; 
E vero, eo cci risposi» ma 'unsia cchlA; 
Néscimi di cca dintra» e pai nni parri. 
Iddu soggiunsi: addonca giacchi tu 
'Ai la frica scappari di li gar^i 
Di sti latri, assassini, marioli, 
Stk attento, amicUi a chisti mei pareli. 

27 
Ea legno on'erva accosal purtintosa. 
Ohi avi tanti virtù» quantu cc'è a mari 
Coccia di rina» a li munti pi rtusa, 
Fogghi all'arvuli» e petri otra li scari; 
'Ntra l'autri poi nni avi una cchiù lamusa , 
'l^a virtù cussi rara, e aingulari, 
Chi^ maociannola sciogghi lu cotisorzla 
'Nira corpu» ed arma, e apporta luditorziu. 

28 

Tu, ehi voi trizziari? eu ci risposi; 
'N'iju bisognu st'erva pri muriri; 
Chi mi 'mpapocchi, e mi vinoi sti fusi 
Pri burlari» e pìggbiariti piaciri? 
A sti pareli un pocu nichiusi 
Iddu mi ritipunniu: lassami diri 
Tuttu lu restu di li codi, o poi 
Discurri, e chiacchtaria quanta voi. 

29 
Ora sacci, ch'ò veru, chi sipara 
L^anima diju corpu st'erva mia; 
Ma no pri chistu si turba la rara, 
Chi cc'ò 'otra chisti dui, grauni armuoia; 



218 



LA FATA GAIANTI 



Ntra iddi si corrispnnnino a la para« 
Bench'i Tutia di l*«uirii arrassu sia; 
Pirchl stu min segretti è accusai fortii 
Chi opra aenza a Tu corpu dari morti. 

30 
Pri muriri bisogna, chi si pastina 
Li machioi corporei cchiù impurtaoti, 
Comu cori, pulmuni, mediastlnu, 
' Cerebrui cerebellu, ed autri tanti) 
Unni per ora, amicu meu, ti bastìna 
Sii pochi avvisi acciocchì tu costanti 
Manci chisVerva or ora 'otra un roumentu 
Senza fari a lu corpu detrimentu* 

' 31 
Chi di poi pri ragiuni d'armtiniaf 
Chi cc'ò ''ntra chisti dui presUbilìta, 
L'arma cu tultu, chi divisa sia 
Da tu so corpu in distanza inCnitai 
Sequila a mantenirsi tuttavia 
La machina corporea ancora in vita, 
Sia l'arma a Chiusa lu corpu all'Arcara (1), 
Una peosa, ei'autru opera a la para. 

33 
Dnnca lassannu li corpi cca'nchiusi, 
L'armi nostri, chi su scioti* e iiggeri) 
Scurrennu pri li lochi cchiù famosi, 
Ponitu vùlari liberi a li steri) 
E vidennu ddi cosi curiusi, 
A vogghia sua ponou turnari arreri 
Dintra a li corpi comu SU a stu puutu, 
Chi nui parramu di stq stissa cuntu* 

33 
Cussi mi dissi: ed eu gii persuasn. 
Manciù chidd'erva, e mi sentu ammuttari : 
Mi nni manna lu cerebru; e 'un su in casu 
Di putirimi dda dintra cchiù firmari; 
Già lassù e vrazza» e pedi, ed occhi, e oasu, 
Tultu lu corpu, e cominciu a vulari, 
Niscennu pri li 'ngagghi, e- li pirtusa 
Di dda caverna niura, e scurusa* 

34 
Iddu mi veni appressui e gli sfirramu 
Pri li strati di TAquili battuti; 
E da li f riddi Sciti poi passa mu 
A vidiri TEtiopi arrustuti) 
A li nuvuli 'niìni nni jisamu, 
Senz'essiri né visti, nò impiduti, 
Passannu avanti unni nun cc'è spaventu 
D'acqua, fulmini) irpna, nivi, e ventu* 

35 
Eramu gli arrivati a signn tali, 
Chi hi munnu no puru si vidia; 
Cioè pri dirivìHu tali quali, 



Quantu un'anca di purei cumparia; 
Ru lu guardava stupidu e miniiali, 
E hi cumpaguu 'ntantu mi dicla : 
Quantu Alessdindru fu sumeri, o qaantul 
Gli piri un'anca di purci Sci tantu! 

36 

E quantu su cchiù sumèri, e locchl 
Ciiiddi chi per un quartu di mezz'anca, 
O pri 'cchiù picca si sentinu tocchi 
D'ambizioni, chi mai speddi, e manca? 
Ed ognunu, chi 'un è di chisti scìoochi, 
Si pò fari 1ù cuntu cu la mancai 
Chi essennu un'anca di purci lu munnu; 
Pensi qoant*è Palermu? mi caofunou. 

37 

E pensi quantu su sciocchi, e someri. 
f)di genti, chi si raustranu ariusi; 
Pirchì innu lochi, fei, orti, e pirreri» 
Gemmi, ricch^zzi e dinari rinchiusi, 
Chi sirvuti da paggi, e da sUfferi, 
Suiinu superbi, e vanagluriusi, 
A aignu chi pri dirci 'na parola. 
Aviti a stari nn'ura e menza foraT 

38 

Cussi parrava, e aicutava Intanto, 
Pri lu celu vulannu, a jiri 'nsusu; 
Eu mischfnu arrinava a lu «o canta. 
Di tuccari li stiddi disiusu; 
Mn mi pigghiai pri strata un grossu seanto, 
Quannu passai vicinu lu pirtusa, 
Ciro tana di ddorrennu bisttuoi, 
Da l'astronomi ditti Scrippiuni. 

39 

Poi vittimu lu reggio Pisatori, 
Ch'avìa li pisi, e la valanza *mmana; 
Vittima l'Orsa granni, e la minori, 
Lu Liuni e lu Grancia di luntanuj 
Li pisci spassiggiavanu sicuri 
Dintra 'na gebbia fatta a pedi chiana; 
Poi cu la bozza vittimo pri strata 
L'Aquariu, chi Yinneva aaqua anoivata* 

Ea cci spiai) dicenna.* amico miUf 
Unni sunna li stiddi, e li pianeti? 
Ed iddu di stu modu rispunoiu: 
Li stiddi, li pianati) e li cometi, 
Chi si vidinu luciri cu brio 
'Ntra chiddi notti placidi, e cuetìt 
Autru min sunhu, chi uu' infittitati 
Di lampiuni, e lanterni addumati; 

Chi servino pri fari qualchi lomi 
'Ntompu di notti a li cilesti Ì>ii; 



CANTO tBSTO 



219 



Li quali innu la aira pri coatumi 
Pri l'aria fari viaggi, e Grrii; 
Poichl 111 jornu min ca'è cui presumi 
Jiri acurreiinu pri Taeri \'h\ 
Chi cca di Febu. la calura è orrida, 
Peju di chidda di la zona torrida. 

Dici; e mi mustra poi )i lampiuni, 
Pirchl Febu niscla, mcnzu astutati^ 
Li quali erano sparsi a miliuni, 
Pri la via lattea, ed autri larghi strati, 
Simili a chfddi chi *ntra li purtuni 
Videmu di li nobili, e magnati, 
Chi'ntra hi nostru cassaru* e la nova 
Strata (3)'Qa quaotitati sinni tiova. 

43 

Unn^ eu maravigghiatu addimannai, 
A chiddi cu la bozza risplennenti; 
Levami un dubbio, e comu arriva mal 
Di cca 6na a la munnu la lucenti 
Vampa pri tanta via lontana assai? 
Mi rispusi: dipenni da la lenti) 
Cioè da lu cristallu, cl^'è davanti, 
Chi radduppiat e d*un fumi rini fa tanti, 

Quali pri la distanza, e lu camioU| 
Juncennosi di novu veni a fari 
Ddu lami, chi si astuta a lu matino, 
E ai soli da vui stidda chiamar!; 
E*un è vero chi chisti da vicinu 
(Ti faju fatta vidiri, o tilccari) 
Misuraonuli trovasi chi sunnu 
Assai cchiù eraoni di lu stissu munnu. 

45 

Chi bisogna avirrevanu li Dei 
Di fari lampiuoi accussl granni, 
Quaono cu chisti piccioli, e pigmei. 
Mot ioou lu stisaa effettu io tutti banoi? 
Quaot'ogghiu cci vurria pri tri, e pri sei 
Lampiuna di chisti in tutti Tanni? 
Pirchl puteonu Togghiu sparagnar!, 
'Aoou a fari discapita, e sfragari? 

46 

Cussi dissi; nui intaotu eramo junti 
Di lu celu a li porti maistusi, 
Unni cc*eraoa misi junti-juoti 
Perni, domanti, e petri preziusi; 
Di libra un bastirera un grossu munti, 
Sì eit scriviri vulissi li famusi 
Ricchizzi a monsidduoi, ed a catasta; 
Vi dicu ch'era io eelu, e taotu basta. 



47 



E in chiddu celu, unni lu aommu Giovi 
Xeni la curti sua cchiù scelta, e cara; 
6oni ogni cosa* chi gira« e si liiovi, 
Cuncerta un'armonia, chi 'un cc*ò la para; • 
Unni perpftoamenti cadi, e chiovi 
Ambrosia, e manna di ducizza rara; 
Ed unni lu cchiù iintu monnizzaru 
É un tisoru chi io munnu *oo CQ'è lu naru* 

48 

Cui nun vidi lu celu *un vidi nenti; 
E cui Va vistu, 'un i cchiù chi vidiri; 
Oh chi biddizzi 1 chi cosi eccellenti t 
Oh chi patria di spassi < e di piaciril 
Ma co li pò spiega ri ddi contenti 7 
Pazzo cca 'oa parentisi pri diri, 
Chi a vista di ddi spassi, e ddi ricchizzi 
Nui giravamo attornu alluccotizzi. 

49 

Ma oni faciamu somma maravigghiat 
Chi 'un videvamu un.Dio'ntra chiddi strati 
E li celesti casi, e li curtigghia 
Si videvanu soli abbannonati; 
Sign^è chi la cilesti ampia famigghia^ 
Eu dissi, abbannooao chista citati, 
Pri jiri all'erva, e pri 'ngrassari on poca 
'Ntra qualchi campagnotu amena loca 

50 

Mentri parrò loricchi mi firisci 
(In raucu soou, coniu di trummetta; 
Mi vota, ed eccu già chi cumparisci 
(In pnpulu di Dei, chi venno in fretta 
Lo miu cumpagno puru si stupisci* 
E cci va 'ncoDtru pri la strata retta. 
Poi si cunfunni 'ntra la frattaria 
Pri sentiri chi cosa si dìcla* 

51 
' E aeoii diri 'mmeozu un mimMdoiil' 
Di Del, chi diacorrevami pri strale, 
Chi Giovi avla prumisu lo tagghimii 
Pri Amuri, ch'era testa abbanniata; 
E chi ora fu pigghiatu a rammucciuoi 
A 'oa purtedda multu diflainata, 
E gii cu la giurranna (3j, ed immurdutu 
Vinia comu on strata rio cunnucioto. 

52 
Eccu chi crisci cchiù la frattaria; 
Si aflToddano pri vidi ri u frustatu; 
Cu li mano *unarreri iddu viiila 
A on molo so nimicu accavalcalu; 
Era cu Tocchi 'nterra, e cchiù ou facla. . 
{ Lu spacca-e- lassa? e cunìgghiu-^ttorratu, 



no 



LA FATA GALANTI 



E TarcQ, la hretrai li talUi 
L'ayla lu boia» e li tinaTa akritU. 

53 
La boja era lu idegnu; oh I eomu forti 
Lu' tinta pri *aD scapoaricci di maou; 
* MinazzanDolu poi eii rticchi torti, 
DicU : 'un ti lassiroggiu nn os^a tana; 
Ogn*uoo grida : a la morti a la morti» 
Livamunni davanti ammanii ammana 
Stu jugu-tortUt chi éempri scumposl 
Totti Fumani, e li divini cosi. 

5fc 
Juncina intanta a la curti aapremai 
Ed acchiananii gii li regii. scali; 
Veneri allura impallidisci, e tremai 
Ghianei, e si fastiddia a 'na nova tali; 
Va pinsannu ogni moda» ogni sistema 
Pri salvari a so figghiu d'ogni mali; 
Ma trova ch'ogni Dia, ed ogni Dia 
Omnia maUdicta oni dicla. 

55 
Intanto amori Yeni carriata 
A la cospetto di lo somma Giovi; 
Co Tali rotti tolto seaptddato, 
La testa appozza 'nterra, e non si movi; 
La Dio sopremu avennolo goardato* 
Dissi : si *an sapirria pri miili provi 
Chi robba sì, in vidirti modisteddo, 
Scaoeiata ti avirria pri 'nnuccintodda. 

56 
Ma ti conaseia a pilo, e non m^ingagghl; 
Nò cc'è cchlù ooddo, chi ti ta*mml«zigghi» 
Sta vota lo pistoni feti d'agghì» 



Chi si ascotavi li giosti consigghi» 
Nò avissi fatto tanti errori, e sbagghi 
Pri -ssi porteddi, fonnachit e cortigghi, 
Ti assicoro, chi 'nfacci a totti chissit 
Eo iodici *on sarda, reo non sarrissi* 

57 

Cchio di 'oa vota, Amori,cci ài *ogagghiata 
Né ti ii voloto ancora castiari; 
Ti fo da Metastasio pricorata 
Lassilo oltimamenti pri campar!; 
Ma to vacabonnaczo, ed ostinato 
Aotra non cerchi chi briceoniari, 
Ti la voi fari co verbo arripio^ 
E torni, iicul eros in principio. 

58 

Oli, pri £sco sia eletto MercoriOi 
E Satorpo sia jodici ordinario. 
Co Bacco, e Apollo cootra di sto sporto 
Marti assista pri sbirroy e commissario; 
A sto bricconi pri cchiù mala aogorio 
Lo termini *8i dia straoidinario; 
Ed ora senza nodda eccezioni • 
Si cogghianU li soi 'ifformazioni. 

59 

Dissi lo sommo e onnipotenti Dio; 
E a sti paroli totta la plibbagghia 
Di Taotri Dii contenti risponnio : 
Viva lo nòstra re chi mai la sbagghia; 
Ogn'ono a li soi casi si nni jio; 
E Amori, da grannissimo canagghia» 
Garrico di catini, e 'mmaOitlato, 
'Ntra aa orrida dammuso fo calata* 



NOTE DEL CANTO SESTO 



(t) Terre di»Sicilia disUnle l'ima dalPaltra. 
(S) Dae strade maestre, che dividono in quattro 
parti la dtti di Palermo, 



(3) È ona corona di iiorl, che si mette in capo 
ai l>andlti. 



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ARGOHENTU 

Lu fiseu^ eh'è Merewriui \NmirAmwi 
Fa lu proe^mì^e ìpà la èti^tair 
Sequenza iti pri doM aih'^uh*/ 
Quannu VenefHvfM\'$ V^inuOi ' 
Lu libera piÈhttMiu ir» ìo^fié^ - 
Amnii Éi^la éeUàsè/i <raltiMlt'* 
E dUMiOMatà à brada ¥^bHii $ rtaV^ 

Già Boprall^eeltffttf mttMHMiMf < ' 
Cb'eranu chini di ricchrìti Teri, 
U «a(Ui .ai»àiflib»mM> a isÉttlèft,<-* * 
Diceoou : aiFMba uti jorM 'edvl{i«a^i)6fif * 
E gli li Dei ti v^MNi a raAnfatt 
'Ntm lì MI» iDigliiBel, ed aaferii ^ 

Di fai regm^falastif, mlMa lèmM * 
Pri seoUri la^ealisa» e la'liBtMnn.' 

• a* • 

Ecea Teni IMMriouat^teatiit * 
PiirUona taoii fascia dF'icriUari : 
*Nfioitt^tiMiòiiÌI>iàTéfa'^ laltii' ^ 

Chi depooiiHi •ti'mi'eoAira'Aiftiifr^'" < 
Giovi saitaUMUiaellu «era" assilli tu* 
lo gravi aspetta èililnfltlatAtv«ri^ 
E aveva 'oraoel d'iddo \m buflMlai' 
Unni sidianai li tiri euddÉittta. 

Era cosa ridioaUta |;iMri4ifri'' 
Bacca cu la sua toga, ecuddareltof 
Comu rraidi0ltataiiiniai-afieafit« 
Subitu chi a att 'gnMloitidda fu elelMV'^ 
Circava di vulirsi raffriiarif * 
Pri riverfBM iooullri^ e Tispellur '' 
Ma eonosciiilo ^pri testa: paisignai' • 
Faceva Jtv figura di la sigoa*' 

Erana U'OiiMStri radunati - 
Davanzi tu suprema tribunali : 
Giovi cu^Ia aoBit^inaoDi aototitatl ^ l 
Si chiama l'ovviicalu so fiaealiv r 
Dicennucci .^ ora^vya acaminsatiy > 
Rapprisintannu Uotti « tali .qaali 
Li deliUt» te «co nuiltf. atlenaion» i 
Si dia prioff^itt» * i'aJk|gaiiani. 



.:i. 



Cussi dici; Mcrcàrfà poi ripigghla, 
Dtcennu: quaAttì 'd faifà già sughtf'l leiiza » 
Però «if 'falKiii'^fcdtìtmà fiiaràVlàgWà, 
Chi pri vui dUri'là ^idsta' iiiit^zà^ 
CoflM^>-ctil^8eAipTl'ft 'guastata' li bri^Màr 
Centra un frascbétU tuttu' Ìnlp6rtiiientà| ' 
Iti circannu^'^irofrhf/'e Vaftentèfhti; • 
Pigghiatil ea'àarrà^^iMlèh? fnolUòòeliti; 

Nun sapemu cu' ò Adhtiri ? e chi eci volt» 
Cui «vtfùtfVK,^ cH^è èitaita lil'dgbl' ìnfcU ? ^ 
Gh'ò lu re di*4i> cat^iiViiiridUf' 
Chi unni eel-'arHta, nMì^ metti* 'scali'? ^ 
Chi ccè MdéljWdi' H Vné«' (MirMir'' 
Di judici, aflifttténtii'e di BMlf,' 
Pri daricci la mdrt) a priiltt^bottu? * 
Pari chi vi^àMlgataftu \itra' un ^ottUw 

7 *• 

Di la restu, giaccM %a raccuminzavl» 
Lu proimsilii4ftii^)W boiMP^atM^*^ 
In primis *ntra*9i6«i%l«ll< riiMP^aVlr' 
Ch'Ò figghitt'idVfelA,' e dr^ltMilvM hittàMi' 

Si pasci :^dii*piiMett^^aitoal'itf«^h' 
Fattu signori/ ^' Dito 4a>^eiill^^aiia) ' 
E *ntra;OvMitt, ichi >lri<ii< pi^'esfnara « 
A cut cci misi'ilUiittrlt e «oo^'aiaaru**- ' 

Cbistu lu frenu di ragìuni 'un pressa; 
Chìstu 'uQiitimi'nè. aflbàiituv bè2 rossuri;* ' 
Ogni cun8ig9bni,'«ed'lnMriia:4ispreca«i'$ ' 
E s'iddu òiolBàsii si''Can6is(«iniiruPttri; * • 
£ un vera .yacatwom^ mala p>gzn»t. ' . 
Chi teni sempiii:'lir.mfmBai^iii •rumori; « 
Ora chianci, oitt tidi^iom a'iacaga»^ ' 
I Ora vi fa cariiiif oni'a'«llagiia«j 

Da )i carizzi soi nasctou guerri; 
E da.U.'gaerritaoatasei I* paci^ *. 
É un picciotti». chii^mpri avi li) vorrai 
Sempri ò 'aqiitelo»:ia8tabilè»'e vivad;'. 
Giscchl l'ayeoMi striti» 'ntra li corri» . 
Facemu chid(lu;chi noi pari* e piaci; • 
Benchl è sen^*aanii. ogo* Unu: stia 
CaSbfiatai .(HTi liairi uutao caiigoii. 
...... 10. 

. Parrà suatementi, e li paroiì 

29 



nn 



Su riitlT, di risati, o di sutfiii^i • 
DìTerlimenti, e spasai acmprt voU; 
Sia lu 80 jo€u a sciarra ▼« a fiiiiri; 
Bench), ai si sciarrìa, altura soli 
PJacarisi, e ai accorda cu piaciri; 
'Ma pinsannu la paci, e 'nnimicizia*, 
Sempri la pena è cchiù di la delizia. 

'41 
Pri ea|r«v|i; a'M ewi|Hval9#f, 
Comu «ifi|HQMCMi ohf;naf>add^i!i| im »iv 
S'introduci iijpw' VHa cbi'df«|fOi)i 
Di IrH« quptetù i;^Ua.ollfig|M9i^ t 
Ma poi dNf«to foc^p^aaioiM» 
£ si fa di ^^ msJL %9fi€ìi,twmit^ 
V'intrarimi ^U O^M ii|i«i«si e^ia. 
Pazzia» timuri, aflaMiHi e gllusia. 

* Bì la piggiiìa>4ty> mMMWM i,*aiat 
QuaiNMiX'ii|«»< alw lft|»Ml»tt»/iì^a^ 4fiai« 
A Marc Aiìt(wai<K« wwitn^ ^mm$ààim^ 

L'assassinali 4» 4aalif«Ai{ia*# frigni 
Pri la s€a> €k »a pf a,» aiii k^^ 
Clii lu aBsUPiaai><adb anyrtfiai. i><f a q» 
Pruieonoccf iddu sliaaii lu stilkttu* 

Ed eceut>^bwfli)«Ma^MMMv«BÌMIii : 

E fusai aliiBMi mur^mm^m^p 

8piaticai*af> ik m mm ^ ^^bt^àkf 
Quanta nni à TiyiMniiw iPg igal a |i iu i U»i 
Ya spfit^ m liaMiii,:*aftD^ Ed OMK 
Quanti» an» è fc^m i»ai>f r» «.«mMMìb 
Di PisaaN»^ ar4t riafaii «ifptfHili 
Lu grao casu, chi a^iaitl fa pietati, 

Spiàlicc& aA Iwar^^k «e» OTTIMA, 
Cu' a Twajmmkmimm^^mmwiÉmf 
Vi dirri : fi» im Owaiii^ mm^tt/ 4M, 
Chi a lu &aaev ^mmm.f.ìm Mliiitf, 
Birri, d'EAaaa, # RaaM»» ma «p 
Mossi Paridi a feti ddai rafPina 9 
Sapiti cui ? strMito-dir CufMii^ 
E echi cc'è malli chii^ aiun toni ur'iddu I * 

. Ma Turxia arin nHéN Ragul, e mMdf, 
Ed una tuei «omtt qH' hiipiaiaf iif 
Vi mltaMi M fauci. #* li garMdl, 
Una lensf ed im tUniu mmà pafu* 
Pri putirtwif diri alatami aMM 
Così ehi *alisl -ntra Iti sttCMaau 
Da ma nanaa la veeslila^ allaga «pamir 
£u Dua aapla tri, e <qaattro quantu fannu. 



LA FATA «ALANTI 



^ • 



16 



^Ou IttHu chi sa granoi, e su 'oTicchiutUi 
Ed iddu pari d*avanteri natu, 
Puru iddu era gii celebri sbannutu, 
Quann'eu nuo era ancora siminatu; 
Nasclu cuBsi malignii, e cussi ss tutu 
iDa lu Caos aiitiev. a VnpiAjgghiatu* 
"E in nasclri iddu* trasiu in capricorno 
Lu biuonu»»l^'d|:à^ t^y^ i^ JWMI- 

Appena '^fifKfl^^ ì^t$. A^aMUUftl» 
Cci dava a'lin''ifi>ari^a aHtfrakMr^ 
iPri oneatà • fas- "nitorann^ *nfcaaiat>r 
Ed iddo sr M*w< g h wavli | d apaimi i ;^ 
iTanticchia abtnanlM' 'an^-acri^^airCalasv^ 
!Ma sempri^feca^finiaMtf^,; c^a^MMU 
Prima avla Tocchi, e qualora guardara» 
Piacemm, 'B» ^iMtliwaUf -^ttf^Bmv» 

AHortimaWi'foi '«!#% «ahMdkfMMt 
D'mim^'mffitfi: atHialH' mìa. Iii<^l»li< 
Cu li spi Ta^ii^ri'^aai» *a(isil» 

Cci nfunni i9a.fe«r.aht lè^alaagii^^'iftHiMr 
Li sol nttrMtti|i%cMa«i aaali afaifk^ 
Sioeomu «ippa^: • yapaau. Ilu g«cii# 
Vanna gridannu senza acbiù riguardi; 
Acqua vicial^aiilii, aoaà tlwfik 

Juncenna •.aasU'^ 
Lu roanoaruf », lr^jMmT»t»*m|wii>iii» 
Ma iddìi nWwÉa. la tas ta a a w i ol i K W 
Peju di f^tmtmmv ay aeamiimil» 
Travaa 'naiamailìva a|ipfrapfial» 
Pri lu so genius daMM trii ifealaal^ 
Cioè la Gilusia, Fraudi^ e Pazzia; 
Pìnsati vui,.^ekMMd« 

Gii a fulf ■■■aimwiaaaardUwi fiali 
Gii ffHl^u^ifJmB^n^à^ rgailùr 
E pri quantu lu^aMattu \aa (MmUai 
Uissi 'na 'n^fiimmmmk'lm «nifiai 
Iddu cci r i ipiaaì iu r varianti «cahv 
Ch'eu Dun nni acMHa dt^ Mu^ lar pÉMMta^ 
Dici» e cci abbija 'ntasla un calamarot 
Poi si nni fui au- oaiitra M^ aautàfà. 

ai 

E pirphl Amavi? pri> ao^ ^ 

^Nclìoaya sempiVa juearl''au*'ltom#. 
Si misi on jimra. e« cartu sé anrMtf 
Cu la pruvuli avftrff aétttf jcÈtéfi 
Ma pirchi aaa^prf<ò»tflMr «orltf, ò'Hted, 
E pirchi era aalatr^4«aleihl*ii€ieii| 
Altura ohi la pruYuli abbampau, 



CANTO 
Gei pa 'otn foto^ V«r«Ì, « .VàdouiTM. 

In loca tìWieòdatftii e liirJi t«ni 
Cu sta dUgraija, dil àvU %\k Hssatip, 
IddM cciit^Jeriiv a cehfù Amalfi diteni^ 
Ora ch*è dìriHnati, ed ai)nurTatti; 
Dici giusta lu muitii : e|ii^ciifiT€iii 
Guardarìnni di cai h singalìfttoj; 
Pura io principia ogn^imirCci éH uff^B; 
Cci duna «amia, e i^i Ju {^gghlt m jacih 

A sigou chi poi piignia tafitu aniitii 
Chi starisi cujetu cchm ntHi vpìU 
Fa mustra i^n tatti ài/lfi so.fNiUri^ 
Scurri lu celu, e li terrestri poli; 
Tanta, chi cui 'un H a^utu, l'ivi aVific 
£ divinlato oomu li varoU; 
E cui si fa Tardila 'ntra pU guerra 
'Neappa la priaia , a d^ di nmaiia • taita. 

Ma pri li danni (alili e II mìni^ 
Lo patri nnl rabbija e |u diacsoclt; 
Iddu va trova ^nlra l*uiini marini 
Veneri Dia* chi di I» scuoia afTaccia» 




La ringratio chi /it ? ehi mentri slava 
Strincennulut e vasannain e» kflTethi^ 
C un fera dardu chi sulla pnrta.vai 
L*ingratunazza cci firlti lo pettu; 
Idda cu tultu cen^.tt lo slimavà^ . 
Lu slima ancora j>ri iigghiu liiledò;. 
Lu difenm'» e lo sniisa In tutti lori 
Cu diri : si diverti, è. crialìiri; 

E ancora dda tabbobiu di^VoleanU 
Lu scusa. Ih difétini, e pigghié in jobn, 
Doppu chi i visto* e toccato cu maiìu; 
Chi pr' iddo *ntesta cci a on jocu di focu» 
E pri upni passa fina di luntanii 
Ógni curnulu armali bei dà loco; 
Si la pigghia cu Vctieri, e co Marti» ^ 
E no co Amurii ca 'mbrogdhia li Carli; 

21 

GuardandulUf htm sac^io chi mi parli 
E 'un comprenhu comìi b^ntu valori. 
Uno, chi a mala peiia cci comp4H« 
Un fraschetta di nenti» on criatori* 
Puru nni à dalu a. tutti, chi scardarli 
E Giovi stissu pinsannu ad Amuri 9 



SETTIMO S^8i-^ 

i d'ayiri pri ai9lr4 Efrroipa àimit^ 
a lesta, e l#e^a ancori^ a*àvi «eci|t* 



I 



Ma *nlra di noi partkmu ecbiù aieuri, 
Passamuuni la mano, pri 111 ^Mo; 
Dìcitimi : cu* è chi*iu dii pH Atpori. 
Non i commisu mìL^^^atclii difetto ? 
Cu* d chiddu Dhi, chi. i^aldif tiismiori 
Priddu *tm i avOtu ? È chi 'nira hi Jibneiui 
D'Ovidio 'on sia .ridiauia, e diffo^iiirv 
Pri li àneianli aapistlU « vaiii fermi i 

89 

Beddo esempio, dièiiif chi anno avola 
Li murlali di mii aupfeiAI Oli; 
Quasanl'Amops 1^1 iiM A icli^rhicloto 
A fari totti.yU«rrèseHilta^ii1 
Sintenno dì?l« cl^i Gitavi i teihouta 
Di cela 'htf^rrt pri li io'\ i\ìltì\ 
Ogn*Qnu poi diVfA : 'liki h marsvigfhta, 
Gh'eu httlasi pri ^mijiri ceolo migghtà.^ 

36 * 

Virri naolro. e diri:H.si Apollo, e Pani 
Pri Dafni, e pri. Sirlnok Iknno laiaatA 
In abbannunu li grdggtv é II céM, 
E innu li Ninfi sol peHt^ltKUì** 
Chi maravigghia a'ètt pl*i tri ftifrtànl 
Fazzu lo jceccn, tt dfenlgghil) . àliurràtil 
Lassannu fn abbaAhotitt ti ctiì M'u 
E vaio 'olrk lidà tAI* a gatMati ? 

Yirri naotro, e dirH/ fi Giovi stissa 
Pri la sua Ledi i"^ cah'clalq ih Cigno; 
Cussi pri la mia be'dda me pérynÌ9Ì|n- 
Dirci li goa) cahUnnu,- 6 Vun carlgnii; 
Si in pioggia dofq fa da Danài ammislu, 
Ed acciiggHiótff .cu adbèttu hèiiighti, 
Cussi eo pri meniti m .là bhlavi d oro 
Sferma Mjà t^lo ^ri hi^uì spiHnu, e moro. 

32 
< Yirri nautro, e dirrà : sì Hi pastori 
Giòvi pri la aria hiith Nifobstna, 
E si To (beo chino di sj^lbrìdnrl 
Lu stisso Diti pri là sna bbdda Egina, 
Si non appi per autri |u rdséuri ' 
Di canciari là sua Ibrma divina .* 
[N'è maravigshta s'eM siipacanciata erro 
La notti, elatzu l*àslHu, è lo sgherro. 

.33 
; Naiitru dirrà ! si AÌcìdi' valunisu . 
^càncih.d'àtiH 'riìtuShii Sediti, é spala, ^ 
Co le conocchia TU visiti* e Iti fusn\ 
Filari 'ncostu la sua bedda aoiata 



224 



LÀ FATA 



ehi flìaraYiggbli g^ea'skota 1*080» 
Vig^omf-M 'ut moda iftfflmmiliati^ 
PorUDoo sopra spiriti, ed oidorì» 
ToUo affittata pri fari V arouri. 

3* 

SinteoQO ehi Diana la gran Dia» 
Co tutto. chi 01 casta atia la fama, 
Co Endimiooi so si la iacla; 
Dìi;rà ogoi doooa, sia Jdiota» o, dama» 
Pos^z*eo pigghi^ri pri la stissa.via» 
E rispunoiri grata a coi mi chiama» 
Purcbi saccia Vimhrogghi cummigghiarir | 
La rèula sti 'ntra lu aspiri fari* 

35 

Nuo passo ataoti pri digoo rispetto» 
E pri. non, diri. li ooatri VSrgdgoi; ' ' 
Ma niittemo chi Amurhfu$si retliiy 
E totti cMati fussif u miiisogni^ i 

Nuo si nega p^rA, chi aia T oggetto 
Di li ^sdegni comoot, é li Taóipogoi; 
A tutti' giù vàou^ ò èo^igghìo prudantr» 
La ^rSttà di uo soTo» anchi iboucceoti. 

Né pjrqhi è ,di sfatora pioofariddat 
FidaooÓTi» , r aviti a 1ibcrari;< 
Spiasi Toti *Da picciula ftidda 
Ila grao cianima à aapota'sos^itari; 
'Na vìpara» bencU sia miootfdda» ' 
Z bastanti pn un taoru ^ioojiichiari; 
Ed un* a'puzaa» ,s'idda arrUa mai * 
A poocirvt» Ti'*tt grfdari:'ai ai. 

Cchiù ripara» faiidlda» vespai ed apa, 
Di AmuriT litu fraschetta murritùsu 
Ardi cchiù di tii spezloy e la sloapa; 
Cchrùdi suffi>ikiu; tf'Merpi, è v^eleooso; 
Ssota» e appiccica mégghio d|''fia crajpa: 
Va liberu scurrerinil *ii8qsu»' e gnfisù; 
E cu Bei matarazta/'oiT s'impidugghia^ 
A trisiri 'otra uo fuiinii ^di una agiìggbia^ 

.38 

Nun cc'è libro» o sia tn prosa »o poni inversi. 
Chi oun parrà d*Amurit e nun cuoteni- • 
In quanti modi, e maneri diversi 
Amuri omitii e Del ^gagghiati teoi; 
Tutti r inceosi ad iddu. su convetsi, 
Poichl iddu spargi II mali, e li beoii 
Li vittimi perciò su ad iddu oOerti 
MeotH li nostri otarl su deserti. 

39 

Dune' ora a chi sf pensa? a chi si tarda? 
Pirehr non sdradicamu ammanu ammano * 



flAUNTI 

Sferra seintioaf è di giosto òhi scarda* 
Giacchi nobialTaotri ei'tl et W-tcblàpii» 
Chisto» chi apptzza In tutti la lapardai 
E a ròmiAi/ e* a 1) Del eci cbìanta maoa 
Sì non siaffùca *ntrà cèrti momenti, 
Crisci» e si ta cchld forti, e cchiù potenti. 

, M 
Senza portar! a longo la sintenza» 
Vi consigghia di darla sU rhatinft» 
Chi cchiù chi a*addimora e chi ai ponza» 
Machina auttirrania qoalcbi mina; 
Cchiù chi sti va acqoistinnu cchiù potenza; 
PrinUfiii offtf, $én^ méditifia 
Paratìtn fti lo mali è* gii ihviccbUitOi 
Nò Ippocrati porri' dariicci .àjuto* 

Gbisliv ed autri ragioni cchiù .efficaci 
Dissi lu fisco, e poi cQ li duttori 
A lì sommi mioistri fa capaci; 
Chi corno, iera. e ria pertorbatorl 
Dì la quieti pubblicar e la pacif 
'Hpenniri si. dovla I* ingrata Amori; 
Poi si ritira, e eq Io meccatori = '. 

Si asciuca 4Ì la franti lo sudori* 

Quaona iddu poi finiu di perorarli 
Si senti oo eiqeialloinia autta voel; 
Cono, fanna i^ la sepia. li scgalari, 
Qìiannta cu la so mastra a' intrpdoei 
Qoalchi persuna nobili a parlari; 
O puruf coma chiddu; chi prpdqci 
'Ntra qo' accademia carica di gestii 
Finenno 1* erudita., discurrentU ' 

Gii li judjci sonno persoasi 
Di ù\Tì\ 9u$pendaiwr cu rigori; 
Quann' ecco la. Dia Veneri .chi trasi 
Tutta china di aflanoi, e di daluri» 
Dicennu: chi su ficu^ o su cirasil 
'Quaotu junciti e. *mpinmti |id;Amuri1 
Dunca, Jo.Cigghiu miu comÌ al 'mpenoi? 
Duiici^ *un cc*è noddu, oin^èl chi iudifeonil 

kk . 

O Patri Giovi, e qoanno mai al i ^tìsoi 
Fari ^oa causa senza Tavvacatu 
Di li pov(*ri almeno, chi difiso 
L' svisai, è Vt^do è reo patrocinata? 
Quali delitto s6 è di tanto pisu. 
Chi lu connanna a ipAriri affurcatut 
Ha vui 'mpulati a i' afllittii Cupiddu 
Chiddi delitti» chi *on ^ù fatti d* iddu. 



— n 



CANTO 



45 



Si la ^raii HarcJnlooiq si ammazzaa, 
Chi cu\ptL ed: k lu bona Ggghiu miu? 
Fa r impià 6ilaMa, chi lu sfurzaù; ' 
Ed idda la stilleUii cci prnjia;^ 
Amuri è^ìàtusu; e niai 'piiizau 
Un tanta accasu cussi infami, e rìoi 
E si è sincera/ iduvrà diri Enia, 
Chi a Troja V abbruciau la Gilusia. 

Amuri, chidda Tòta ehi firisci, 
Nun fa chiaga funnuta, e vih'nusa, 
Ma^TeggérmeAti fifiniula, ed accrisct 
Piaciri, e briu'^ntrà Talma siinnacchiusa'; 
Ogni cosà pirl Amuri spunta, e criscì; ' 
Seoziddu la natura è^visilusa» 
La cidntt stissù cti fu so rùnriuri '* ' 
Va diceana pri strata: arda d*amarL ' 

' • . W^ ' ' ' '• 

Lu rasignòlu 'mmènzu la campagna» 
Chi sapriìi *nà ràmuzza sta aggiucbatu, 
Di lu pastirrl caotantiu si lagna, 
Chi la sua 'nnalparata ccl k rubbatu; 
8iè lu palumbù cu la sua cumpìtgna 
Supra on ruccuni* sulitariu« e gratu, 
E tutti dui co rùnguli, e lamenti 
Si contana 1* amati soi tormenti. 

48 

Ddu nico jincareddo, chi mugghiannu 
Ora guarda lu munti, ora lu chianut ' 
La sua cara cumpagna sta chìamànnu, 
Ed idda cci arrispunni di luntanu; 
Chiddu feru liuni, chi va errannu, 
Chinu di sdoguu in qualchi voscu Ircaniii 
Si scontra la sua cara liunissa, 
Eccu già r ira placata, e rimissa. 

.49 

Si r omini si lagnano d'amurì 
Cu dirci, ch^ è un. tiranna, ed un ingralu^ 
Sentina iddi acciisarl lo rigori 
Di chidda chi lo cori cci à rubbatu; 
Pri stari a lu cuvertu, e cchiù sicori, 
Si lagnanu d^Amuri, o di lu fatu; 
Ma mentri fannu a hi coca {^ridati, 
Iddu stanno parlannu cu 1' abati. 

50 

Ch» si poi.Gtovij quaich* un autro Dio 
A fallò errori, o mala funzioni, 
Nun eci à cuU»atu lu figghiuzzo mlu, ' i 
Ma li propri strinati passioni; 
Amurt'*nlra ddi petti, chi firlu, i 

Sempri cci à *nfusu venerazioni 
Yersu Toggettu ama^; nun gik ardiri 



Di (arci /^iulemat c\ tUspfadri* 

Va eircati li siivi, e li foresti 
Uon* abita la P^i, q )' Ipnuopenza, 
Ca truviriii in^ (Ivci fnpóì^ ^. oqestìt 
Lu beddo. Amipta, chi a Licori peijiiaf 
K ca palori, cu fatti., e, cu gesti» 
Loda, e ammira .d'Aquiri la piituiiza; 
Ringrazianmt Jq 'alimenta, e T ora 
Chi *otisi/a pettq^daà grata puatuyra. 

52 

E s' idda porta a ^scìri 1* armenlii 
PaMa di lo pagghiaro o la capanna j 
Dr la soa, ninfa^ datioucct cuatenti 
DI cutiir^ii èiuri una giurràona; 
Poi 'nzèmmufa ad,,on lagu.tcàspaf^iitt» 
Vanno appujati ad ooa stifjia :Canna, . . 
E attoflan^u li labbra *ntrii dd' MOiJttrit. 
A la saluti vivlóu d* Àmuri^' 

SideoDu pòi sutta l'ombrusi aersi| 
A soou di tri. canni pirtusatl 
'Vanna 'ntissennu d^amurùsi varai 
Egloghi pasturali onesti, • grati; . 
Bingrazianna'Aniùri» chi conversi 
Li mesti joma in placidi, e biali, 
.E cti lu so aspiri aolu e profuona 
Regala tatto Y uoiversu munno» 

54 
i A^sto soavi sono, e doei aanto 
Li zeierìiti fermano lo volu; 
Ed interrompi lo so grato chianhif 
Scurdannu li so peni V usignolu;. 
Lo cìomiceddo chi scorreono accanto» 
S'affrittava pri soa paci, e consola 
fri a lo mari, a chìfli grati accenti 
Si raflrena, e camica a passi lenti. 

•' SS ■ 

Da ddi Ciuruti, e proésimi chiaouri 
Si ricogghinu kiinfii e pastureddi, 
E senza fari strepiti, e rumuri, 
Sedinu accantu li dui amanti beddi; 
Godinu di. ddu so. sinceru amori| 
Né pr' invidia ci tìranu a la peddi; 
Coma 'ntra..]a cita, chi in tuttu T annu, 
Nun putennu autru, li vannu sparranoo. 

56 

D^ unni nascimi sciarri. e qoistioni; 
Veni la Gilusla, fraodi, e suspettu» 
Nni soccedinu danni, e occasioni; 
'Nsufnina nun cQ*è quieti) né risettu; 
Ma non. é Amuri no Toccàsiooi 
Di appiccicari guerra in ogni pettoj 



'} 



Ì2% 



Li .tATtL GALANTI 



Mi 'caosa d* ogrt cosa tnftini, e ria 
E la 'nnimicaf e tridda Cilutìa. 

W 
Estirpali sUi nrattru ▼«Kmisa, 
Ca vidiii lo tnimiRi qnieMn; 
Me %ért^ cclrHk ftioteatu, « tormentnao 
Lu regnu di hi ifria (ìg|;jhiuzzu amalo; 
Divinfiri auairi, e f^raizhiifu» 
Di gran piaciti, aioifbni; e bfahi: 
Senza iH» nwatiHi, pozm asaieurari 
Chi *on Gc*è co9a cchiA roeggliiu di Tamari^ 

88 
Dissi , e poi et *lm sua lasciTa uechia'U',> 
Chi mustraTS to vdegmi, e la pielklii 
LI jodici giiardau Ti«zni^« « gtata 
Ad efletlo di teqnirlì placati, 
Ed ecco (o ealrcma fòrza e ifimiMik 
Di la biddizzai) eccovi ttìl mutali 
Li judici, chi rutti ìri dì para 
Fì«al, el iAtóliMturt eBclamaro. 

59 
Ma cu falla peròi e ccmdlziooi, 
Chi a? issi % htari *m;hièsti« o e 
•Chi fojisai ogni lAala oecaajdtd't 



Luotanu d^ogni tizio Iciliralo, 
(.hi si aTvìzzassi a fari operi boni,. 
E chi qualchi virtù linissì atlatu« 
E pri lu tempu chi dovrà vimnt 
Cu li l>ei nuD si avissi adlngenri^ 

Poi cònira la erodili Gilosìà 
ScrìfSJru la sinlenza capi'taìl; 
£ prl pìgghiari a chisla 'oTami, e rik^ 
Spidèru multi sbirri, e capiirali: 
Ogni amorino chi prima chiancta* 
Timenno pri so patri oTtraggiu, e maii^ 
Óra ca senti eh' è fora periculu, 
Abballai fa la birba, e lo rìddiculo* 

Li Grazf ancora pri' la cuntiniizxt * 
'Si baltinu li maou, e poi 'njucannu , 
Si ammultanu^ e si Wanu 1» trizza, 
Facenno vuci| currennù, o «otannu; 
Li laparderi co *na somma as'prizza 
Nni li cacciaou fmra ammioazzaoott: 
Chi su davanti Cjovi sii gridaiir 
'Prestu vajiti forar sharazuti* 



CANTU OTTAVO 



ARGUMENTU 

La Gilutia g" impenni; dipoi Amuri 
Veni farzatu a stari ogni monumtu 
RiUritiu 'ntra F intemu di r Oturi; 
L arma trova lu cofpu; e mentri a itentu 
Sià'nchiuiu 'ntru ddi grutti a$pri, ed oscuri 
Vidi 'no donna^ eh" era a tradimentu 
ftubaia da ìi latri. Cd fu^grata^ 
Middi frooiy s palisasi la Fata. 

1 
Cummigghiata c*un mantu, e 'na fadigghìa 
Fatto a modo di visito, o gramagghia» 
L'oscora Notti co la soa famiggh*a, 
Di sonaora portanoo 'na canagghia, 
Aechiaoa in celu, e flrmanqu la brigghla ; 
A tu so carro, "atra la porta ammaggbia} 
E prima eh* idda trasa pri decenza 
^ paaaa a Gioti la eommooiènza. 



Mif 



Giovi, eh' è amico di la tibertell. 
Ed ama poro li divirtimenll,. 
Piosau d'ossiri gran Of»inmoditati 
L' ajiitu d' idda *ntra certi roomenlit 
Li signori di qoalchi aOtoritati 
Sì astenoo di li spassi anchi innooceiilt 
*Ntempu di jomo pri esempia di chiddi| 
Chi inno V impegon d' imitari ad iddi» 

3 

Unni cci di licenza, chi Irasissi; 
Idda portanno oo tiiuru pinaiddazzu, 
Abbagliata *ntra Tinga di Tabisai, 
Cumincia a plnciri.ogni cosa a agoazzo» 
Mutannu tutti ddi colori stissl 
Dogni petra, ogni casS) ogni palazza 
In un solo colori grato alforvl. 
Simili a lo vistitu di li corti. 



h 

Li Dei parti *iic;^Com,ò fa bro^d),^ parli' 
Nèsckra à hr pidqoa pri tfcìafarj, * 
Cui ya ai fstrim, cai Jóda a li caKi^ 
E cui pff pasBatenìpu, Sfitnùi a mari; 
Cui si nni va io teacirjDr, (| cgi si oaiU 
Cu li slrmientf ' pù jilrf ar canrari 
*Nlra li c^qruii nói {frOi ycdinf. ' 
*I«curun«rt dS fiMcia, i^suin'iii. 

5 

Apollii tff aflimcr fu tijalinut^ 
E Paoi si p%ghiiKu tir ftaufu docìv 
Poi Wemmtrfar tfidbe^ *ntfa un jitf4iÌHJb. 
Suavementi^ sci«ggfiini^ ^i vuci; 
E Pani, lu curoiitu lf\\i w)rmii» 
A cantari la pfimir s^ififr^lpci; 
Apoliu, mentri Pan) igiprovisava, 
Cu iu senti ad orrccWa suscuftifM^naH. 

Sirfngfkedda, dtdff» t»i^\ (v^f$a^ 
£ comu uo f artajaDÒi mi, fa««as4i^ 
Di la tua crutfeltt,' chi no^odipiali? 
SI canna, chi ubbidisci, a Pi t^untrasti 
Di li venli, e ora a.Gbidd'w ed. ora» » •aUitò 
Sptssu per obbedir i liociioasijf 
Duoca tu asetfC, é/«U)i^i8^, n li Vfpii^ 
Ed a mia sulu %n.mi ttèlndTisei»; oi witt^ 

% 
Ripigghla Apoftì: «b ÙafoTi gra^'iisair* 
Chi n canctata in «rvi^fU; di addauruy 
Qoasant'esserì drudiy e disMitlusit; 
Mentri ytì \à mia tesla fi eunsauru, 
Stenol 'na rama ti|a»|Biiiaauluaa 
A mia mtschinu, chi sii affiiitu, emèiKa 
Venttihni. pitclit miknn» 'nsignatu* 
Ca si booay a guarir^ lu. àlatu^ 

Ripiggbia Paài ; 061 SiiangMÀ' uria» 
Chi si cernia, e ti nkainif li margi» 
Veni uóoi 'cblddu^ ch^ pr^ amari a* tia» 
Ciumt'dt chiàùlu di tùU^'uri spargi; 
Veni, chi pri Tainara firaicia 
Tanta àju lagrimatUr ca. t'ammargi^ 
Si tu facoosii in cbidda gratta oscura» 
Unni mi chiància Tan^iìr e la vlotora* 

9 

Ripiggbia iWra : eh Dafni» ta, cbi servi 
Cu li toi Tirdi foggbi pri rannsto» 
Veni Gù mia, pirchl li òbbri» e nervi 
Mi st^ arrustisnt^u hmpiu amuri, e ingiustu 
Nesci da ss'arvuloi unni li ounservi» 
Venitinni imni miai' dammi sta gostii} 
Oh suspittusal dunoa ti cuntenti» 



A stari eaR«a^ a^j|i«Ì3^i,5 q a U feotif 

io, 

Eu stava attentu a lu so improVisarì, 
E mi sinteva in. es^fM TARirit , 
Dicennu 'ntra di. mìa : cu* iditìt a. caiW/irì 
Criju, chi appo^ ^ cci 'p^'mittlri, 
Lu Poeiieu (1^ slissu, e ayrja. a atiotarj 
Lu Cnxf^ieciusyk (2) oca pni oumparirir 
Lu Yari^ (3) aiioòPa;rà. 1| pr^nuii^ nitif||ìu9 
Ma ApoUu o PafH su. chiddi clii', aani|u«' 

Cussi cantaru un feazu li dui amantii 
Siduti Vamenim Torvi, e li yirdUfjy/ 
Ma poi lis aoona fr^stiicnau M. cauli. 
Cu Toppiatu so- letòa licuri : 
Li Dei» si>ddui^iaqei)U< tHtM q<ii|«tft 
Né si seotiof» eqbjù vuoi» c^ nuiiur;! 
Cu tutw eb'era^ Mmsim^ i'aurorai 
Nun s'erii auédu Diuisbigghiitlu a^eora^ 

19! 

; Ma appena s*avia Tòòchi spiccicata 
;La bedda AmvoriK e ailpe"<i ai4avib|MNNiv ' 
Lo so vecchio* '£iliiiii* atttMtmwMtuv 
C|ti< ilafMi «i Braiì riWilalik dumieimm* 
QuaiNH^ afe ae^tì in obistu, e cbìdili!i làl« 
Un vagghiuliz2if,ted'»no'fraea8aworteÉiou; 
E li ceiestif giMN» e^ 'flipelatcftit. 
Fam^Mi fllripilàto^ a ddt gridalL 

1*» 

Subitu s*arrisbtgghiailli li Dei« 
TuUi eooruti, é llorriirr 4\ì UaUiV 
Ca cci nni foru» cchià- ^ ehieuv ^ sei 
Mogghl, chi addisirtvru pri lu sdtoiliri 
Cridianu. chi li bairbdiri Ttfei, 
Scappannu da li. regni di lo" chiaéto, 
Tintassiro Tantfcbi audaci' provi'. 
Di scavaiUarr da lu* celala- GlovK 

14 

Cui chiane!, cai si pi'a, è cui *mpanneddat . 
Cola'ammiicoia*Alra grulti, e *iitra pìrlttsa. 
Ma Marti tanti d'occhi' aprii e spat(Mti, 
Scippannu la spMseta ranciluaav 
Bellona aarrifiiada la fudedda, 
E va corroMiU' ardila, ed artiiilirsà 
Cu relmo'alestav e éo «ciltu in miitiu« 
Chi 'ùtra l^inlénia ttmpirait Vult*anu. 

Giovi si chiama Tacoh, e cci dici : 
Cbi calassi d'un sabito vulannu, 
'Mira dda grtilta, ocMù 'nlcrra df la pic'i 
Unni Vuloaini slava fabbneannu 
Pri li ribelh apposta^ e li *imimici, 
Li fulmini chi a tlmiri lu Tannu; 



8a^ ' LI f£ÌlL GALANtl 

E poi ceVàitì'tn iafjiml priftioril :' 
Chi WallesU 'na fuiniiia àllura allura. - 



f6 

Coma li picurédjfi; il la sfra;' 
Da li ftoi vtrdi 'paseali toMlinnu, 
Yidipii una, chi fuji; e ai ridrat ' 
E timida la inahdra'va ^uàrdaiina, 
Fujinti àppreséu di chista, elfi àggini, ' 
TotU''8Cantatr, e lu pìróhl Mti sabnu: 
Cusaì li 'Dei nuo aannu 6oBa' aia, 
B su tatti io rumuri, e in fraitaria, 

M*allurtitnaU'poi min cci fa 'hétìlU 
Figgbiaa tu munti« 6 M\ tin aufrciledduj 
Autru non foru ddi grida 'nlinnehti,' 
Chi la prisa df Un mostra impiti e ruheddu; 
Voni la Giloara meata, e duléntl/' 
Pirchl Tuleanb c*on groaau mariédda 
Ilo fera tMtpii 'òlMlÉ cci «via datoi' 
E poi Tayla a li abirri Vuoaigoata. 
^ ■ 1»" 

Li f Urrt èn aoti Tobi^ e «a irmndri 
La portaDQ HatMti la pritfenzs 
Vi la prhti^jii'iai (k)^ 6 aia Tniohi martori, ' 
Chi «f* 'atra li tanròcliiV iddo ftcoameiiM ** ' 
A diri >al*ose^Qitfea' cu rigori « 
CoDtra at'iufidt ta^gimrtà 8iiiletaa< 
Mora» e noi vogghio^la^pedélt e ta «attav' 
Giacchi i turbata la tegnu aoìatoriu. 

Diasi lu palrf« Giovi; e a hi so tliri - 
Saceoasira rumor?; evocilati^ ' 
Già si cMii' la fur«a prr mpimilri 
Sta feru mostra prttu dr'pietati; 
Eh coriasii4ai'YoBi<vidi.ri; e 
*Ncugoai cu lu' Isumpagtm, e prì li strati 
Vitti 'mroeaxn Ja cbiorma. e frattaria 
Lu moatru orrenuu di la Gilusia. 

2a 

Simiggbiava a 'a^'^espa* o ad onapuoiv 
Chi gridaoiHi^rorffc^hi'Strona,*o asfurda;' 
Era la facci di* gattumammuiiiv 
E 'otra li graoG avla *nà lima surda/ 
L'occh» luciaiitii"camu un liwlrtuaiv 
^N'oricchia curtai e a booi oovifogiirdv^ , 
E Tautra opìcehia looga ai coi* trova 
Pronta a aioliri ogni funesta nova. 

Scroscia lì dentry e avla ha raggia mula 
Simili appunta a WcaniTiggbiata, 
Quanou un piccioitu 'inoogoituaaMCutaV 
Chi qualchi sua ' caouz/a. eoi i rubbata; 



A I.u mali pilori sompri asiotii; - 
Menza era focu, e menza era ìignilaìta; • 
Sicca* e magra; )u coriacei batUai \ 
IJn manciata, *un vivla, maocu durmia» 

22 

Cassi sta feru mostru, o sciliraiur:' 
A la prisenza di tutti li Dei 
Supra tri ligna infami fu appiccatUt 
Pri 'un sintlrsi cchiù sciar ri, nò nichel; 
Cu tuttu ciò li Dei l*ì^noH sgarratu | ' 
Pirebì ora li mortali su cchiù rei» 
'Anna senzMdda passata a ristanti '. 
Airautru èstfèihu chiamatu* galaòii. 

.23 

Comu pilottf, chi* sBletta» e acappt, 
A gran stentu da Torrida Oariddi^ 
Si allurtimatà poi *ntra Scidda '«cappa 
Mesta ai batti ranca, e li masciddi; 
Cussi si affliggi, e li gigghi^ ai arrappt. •. 
Lu patri Glbvi in vidiri 11 middi 
Scogghi derrutl, e d'infiniti mali, . 
Unni 'nfruntà' ogni misera murtali. . . 

21 * " 

Alhlira'thl murlu la Gilusié, 
Nasclu la modaV e la liì)értJoaggiu 
Ora Ih 'stihu frati ài aflatia» \ 

- Aceti* lu tali ricco |iirsonaggiu 
A li sol genti fasta cumpagi^ia, . 
E iddu stissti raccogghJY e cci fa omaggia 
E cussi ègnuttu soli praticarla . 
Pigghia a filaH; e p<K^ dulia a filari. 

: 25*" • ' 

Fistini, balli; mottetti, caponi; 
Scaccialléi di pedi, arfi," caosoai» ' 
Teatri» musicati, festi/ soni, 
Zitaggi, e prancf èu bdnl vocedniv ' 
'Mbriacamenti^ mali occasioni,- . 
Parlari mu^zu; vigghietti abbulùpt, . 
Basta, chi saccltt... 'otràiu' jttcu, o briti... 
Si un mì'sintUf, Wniporta, mi aeot'iu. : 

26: 
j Intantu Giovi ai fa'carriàrì 
A lu cuspetto so Ju' nica Amuri ! 
E poi cclmustra pri fatìu\amriijnhari 
La cumpagna gli morta v e cu rigtiri 
In chistu moda si metti a parlari : 
yidl eomu ai scutUtiuTerruri! t 
Si tu 'un t'aggiusti ssa ^teèta pazzigqa, 
Ti farroggiu pruviiri sti Irt ligqa. 

2T- ♦ 

Mentri dovi parlava, prì kcddèhti ' 
Si adduaaro di mia» chi *tih era Dfu; 



CÀNTU OTTATU 



ae9 



Unpi tutti gridara unitamentì : 
Chislu murtali cca d'unni chiupplu? 
Giovi mi dissi : audaci impertinenti 
Acchiani cca senza lu gustu miu? 
Ti Yogghiu fari a vidiri... ma pr'ora 
*Aju aggiustar! bautra cosa ancora. 

28 

Giacchi li judici bnnu giudicala. 
Chi Amuri *ntra un paisi derelitta 
Sia d$ mandato principis scacciatu, 
E dintra oscuri carceri restrittu, 
Eu la cosa accussì Tàju pinsatu^ 
Pri casuari ancora lu deliitu 
Di stautru audaci, vogghiu, chi in tulCuri 
Tioissi. impettu carceratu Amuri. 

29 

dissi su càstiati tutti dui, 
Amuri pri li scarsi soì pazzii, 
E chistu, pirchl tantu audaci fui, 
Chi vinni 'ncasa di nuatri Dii; 
Chiddu la pena avrà chi *un pui rk echini 
Fari di cca, e di dda voli e firrii; 
E chistu avennu Amuri 'ntra rinternu 
Sintirà caudu ancora 'ntra Tinvernu. 

30 

Ha c«i patta però, e condizioni. 
Chi Amori *un avi ad essiri cchiù chiddu; 
Divi amminnartsi, e liari operi boni; 
Saggiu, eroica, mudestu; e mali pr'iddu 
Si nun va a verso, e *un mota opinioni, 
Pirchl ogni erruri, benchl minotiddU) 
Chi a stu mortali si vidissi fari, 
Ad Amuri si divi 'nearricari. 

31 

Dissi, e di tanno 'mpoi lu nico Amuri 
Pigghia possessi! dintra Tarma mia; 
Abita dda, dda posa di tutturi; 
'Nsumma cc*ò misja di casa, e putlay 
Né mi dà taotu affanno lo su ardori. 
Ma diletta, e mi metti in alhgria, 
E si d'iddu si lagna ogni mortali, 
£u, *ncuscenza, 'un nni pozzu diri mali. 

32 

fntantu cu mia summp dispiaciri, 
Fui forzato a Ussari ddi contenti; 
Di novu 'nterra mi nni àppi a viniri. 
Unni ddi latri, e ddi eruditi genti 
Avianu lu miu corpu in so putiri; 
Lu miu compagnu a dd^amminazzaraenti» 
Chi a mia mi fici lu sopremu Diu> 
Timcnnu pri li soi, si nni fujiu. 

33 

Eu trasu *nlra la grutta, e dd^ ritrovo 



Lu miu corpu cbix stava badagghiannut 
Mi ficco pri la vocca, e già di novu 
Sidato 'atra la cerebru, cumannui 
E l'animali spiriti mi trovo, 
Chi obbidienti a li mei vogghi stannui 
Sirvenno pri missaggi, e pri cristi, 
A pigghiari e portar! Tammasciati. 

'Ntra chisto mentri ca gran rimurata 
Senta apri ri la porta di la gratta : 
Vijo dda dintra a forza carrista 
*Na picciotta, chi 'on era nenti brotta, 
Qoali pri stari sala fu fìccata 
Da ii latri 'ntra naotra contragrutta* 
Tanto chi eu da la mia simpUcinienti 
Nni sinteva la vuci, e li lamouti. 

35 

Mi mettu apcura, e senta chi Vafflitla 
Si lagna di un so cnidu, e inGdu amanti» 
Dicennu : 'un sento tanto la mia «ditta. 
Essenno esposta a tanti peni, e tanti; 
Nun sentu manco chi mi trovo stritta 
'Ntra sta grutta 'mputiri di birbanti; 
Ma sentu sulu chi mi appi a tradiri 
Chiddu chi lu miu cori a via 'mputiri. 

36 

Eu allora la cunfortu comu pozzut 
Dicennu : accussl paga lu munnazzn, 
Cun idda intantu a parrari m'intozzu, 
Spiannucci : cui fu stu ingratunazzii ? 
Idda rispunni': 'un fu qualchi scapozzu, ~ 
NuQ fu un fraschelta no di qiialtru a mazzo 
Fu on giovini di spirito, ed onuri. 
Chi prima mi mustrau sinceru amuri. 

37 

Uno'eo cci corrispusi onostamenti» 
Purtannocci 'na summa affezioni. 
Cussi di puru affetta, ed innoccenti 
Pasceva la mia propria opinioni; 
Ma oh qoanto furo brevi ddi contenti ! 
Poco dorao la bona intenzioni, 
Pirchl trovanno ropportooitati, 
Canciao li pori affetti in scelerati* 

38 

Anzi si scordao affatto dVgni amuri; 
Fratanto sicotanno a lusingarimi. 
Mostrava sempri farimi favuri, 
Però co intenzioni d'inganna rimi; 
Facia tutto co reguli, e misuri,, 
Pri chiudirmi li passi, e carcerarimi; 
E tanto fioi, tàntu dissi, e ordlu, 
Chi lu voliri so cci riuisclu. 



30 



23Ó 



LA FATA GALANTI 



39 



Sta liti la faclamu 'ntra un jardinu, 
Chi allora eramu dda pri villiggiari; 
Unni d'un vuschiceddo dda tìcìdu 
Li sbannuti nni 'ntisiru gridari, 
E adaciu adaciu facennu camina^ 
A rimprovÌBU li vitti scappari; 
L'iogratu amanti si junciu cun idd!, 
E m'attaccau U manu, e li capiddi. 

40 

Sti latri, comu tu vidisti antora, 
RubariDumi ogni cosa, mi attaccaru, 
E mi chiuderu 'ntra sta grutta oscura, 
Unni nun truvirò mai cchiù riparu; 
E già mi lagnu di la mia vinturai 
Vidennu, chi li reguli canciaru, 
E chi cu tuttu» chi gi vanta ogni omo, 
D*amuri si nni sa lu solu nnomu. 

hi 

Cussi dissi dd'aOlitta, ed eo rlspusi : 
Sì chiddu prima fu un sinceru amanti, 
E sempri onesto a tia ti corrispusi. 
Poi nun culpau mustrannosi ineustanti; 
Ma culpau Giovi, chi ad Amuri chiusi 
'fi tra lu miu 'nternu, e chi d'unnera ayanti 
Lo nisciu a forca; chiddu ti lassau^ 
Pirchl Amuri di dda si nni sturoau. 

4S 

D'ora 'nnavanti à' aviri pri sicuro. 
Chi nun cc*è nuddu cchib chi senti amuri ; 
Cridi a mia, chi pri Giovi ti lu juru, 
Cu' fa l'amanti sarrk on imposturi; 
O quanti tradimenti mi figuru. 
Ora chi nun cc'è cchiù sinceru ardori; 
Né tu la prima» o Toltima sarrai, 
Traduta. e abbannunata in tanti guai. 

43 

Ed eu stissu, co totlo chi su chiddo, 
Chi solamenti porta Amori in petto, 
Cu tuttu ctii 'on cc'è granai, e picciriddu, 
Chi 'un sapi. ch'eu eci riunirò Taffetto 
Centuplicatu/ si mi addognu ch'iddu 
Mi ama davéru cu amuri perfetti!, 
Puru jeo stissu nun purrò trovari 
Persuna, chi davéru saccia amari* 

44 

Cu tuttu, ch*eu cci dassi milli provi 
Di lu miu vera affettu, e singola ri» 
B cu signi d'amuri, ignoti, e novi, 
Esponissi la vita pri saWarì 
Di morti a 'na pirsuna, nun ritrovi, 
Chi chista un jornu mi «vissi ad amari; 
£u di tia su cchiù malu aituatu» 



'Aju ad amari senz^essiri amatu. 

45 

leu fraianto *ntramenti discurrla, 
Circava di sqoatrarla 'ntra la cera; 
Perciò cu somma industria, e mastria, 
Livavi un massu chi davanti cc'era; 
Vitti una donna alala, e in facci avia 
Merchi, • Tiriti Ai mala manera; 
L'abitu stissu totto lenzi-leoti, 
Mostrava li sofTerti vijoleozi. 

4(> 

Pri la compassioni, e la pielatl 
Mi misi a coofurtari chidda afflitta, 
Dicennu : oimè ! sti cani scelerati 
Nni ànnu fattu di tia mala-minnitta I 
Ma si mai eco giustizia, vinnicati 
Saremu, eu speru, e passirà la sditta; 
Lo mio cori è presago, teni allerta. 
Chi 'ntra li tanti qoalchi vota 'ozerta. 

47 

Mentri stava facennu sto discorsot 
Mi addonavi, chi chidda assincupava; 
E comu fossi stata in vacca a un ursa» 
Tuttu Taspettu si cci sfigurava; 
Jeu nun sapennu a coi fari ricorso. 
Ristai confosu, e la Fata chiamava; • 
Mia, in nominarla, cu sorprisa grata» 
Vijo chi chidda si trasmota in Fata. 

48 

Como lo picclriddo, chi si trova 
'Ntra 'na cammara, chi àwì poca luci| 
E la mairi, pri fari qaalchi prova. 
Co 'na mascara 'nfacci s*introdoci. 
Chi, rigoardannu chidda facci nova, 
Foji scantato, e va facenno voci. 
Ma qoaooo jetta poi dda mascarazza, 
Lu fi^hiu allegro corri, e si i'abbrazZA; 

49 

Cossi eo in vidiri la mia bedda Fattt 
Mi 'ntisi on soprasiotUf e on'aUigrizza, 
Como si allora avissi ritrovata 
*Na trovatora d'immensa rìcchizza; 
Di vita toa, cci dissi, chi nnè stata? 
Dimmi, chi dici, eh) la toa biddizza ? 
Amica, 'un voi cchiù a nuddu; oh si tu sai 
Quantu éju vistu l..éju chi diri assai. 

50 

Sacciu tuttu, rispusi, saccia tottu, 
Nun cc'ò bisognu chi ti sfijatassi; 
Pirchì eu sempri ti fai di 'ncutta a 'i 
£ .ti contavi h vvli, e li passii 
Ma invisibili senza fari muttu; 
E aaccio chi ài passatu, e zoccu passi; 



'ncuttu, 



CANTO OTTAYU 



231 



Ti cunsìgghui ora« chi ai visto ogni cesa» 
CujeUti la testst ed arriposa. 

51 

Sì lu pariri mea sentiri 'an voi, 
Ascuta .alrnenu ddu stissu pariri, 
Di tanti amici, e di patriini toi, 
Chi lu beni ti solinu avvirtiri; 
Àscala, ascuta a Vabati Morroi (5), 
Ch'è signori di menti» e di sapiri» 
Ed ascuta a tanfautri omini granni, 
Chi ti dicinu : attenni, attenni, Vanni. 

52 

Cujetati la testa, e chi nni accanzi 
Cu fari sti viaggi ? già lu vidi, 
Ca si sempri lu stissu, ch'eri avanzi; 
Di lu miu ajutu tu troppu ti fidi; 
Attenni) amicu miu, d*ora *nnavanzi; 
Girasti cchiù chi 'un girauBaccu.e Alcidi^ 
Sì fortunatu, chi di vintunaonu 
^Ai vistu cosi) chi 'un vitti me nannu. 

53 

'Ntramentri mi faceva sta parrata, 
Sentn fora la grutta un ciuciullu 
Di tanti genti, e 'na gran rimnrata 
Di petri, e di cavaddi un calpistiu; 
Idi dissi allura la mia bona Fata : 
Sta sodti, pri lu restu cci pensu iu; 
E mentri sta dicennu sti paroli, 
Cumparinu li latri marioli. 

5^ _ 

Era sta cumpagnia di malandrini 
Di cincucentu 'ncirca, si nun erru, 
Armati di scupetti, e di scarcini; 
Ogn*iinu vero latru, e cani-perru, 
Era la capo dichisti assassini 
Un giovinazzu 'ntabbaccatu, e sgherru. 
Quali, trasennu dintra di la grutta, 
Vidi la Fata, e la cunlempla tutta. 

55 

Di poi cci dici: e tu d' unni scuppasti? 
Oh! cnista, amici, è bona cugnintura» 
Senza stintari eii liti, e cuntrasti. 
Fina cca nni li manna la vintural 
Catapatiotta, comu cci ^ngagghiasti; 
E taliàti ad idda, eh' è sicural 
Ch'è tosta! ch'avi ardiri di guardari» 
Senza calari 1' occhi, né trimarii 

56 

Gei rispunni la Fata: 'un ammascatl. 
Su capurali) e non mi scummittiti... 
Fistoli ... carrubbini .. . menzl spati... 
A la fini chi ce' è? mi ammazziriti? 
Nun contano cu mia sti scatasciati; 



Nò su babbina no, quantu criditi; 
Eu sola, cu sta virga, si mi stizzUj 
Ghist'armi vi li meitu pri capizzu. 

57 

A sti paroli, tutti chiddi genti 
Si misiru a pisciari di li risi; - 
Ma allura eh' idda burlari si senti. 
Metti in eifettu zecco ci promisi; 
Giranno pri tri. voti la putenti 
Sua virga, e di poi subitu si misi 
Cu la tosta calata a murmurari 
Cosi ca 'un sacciu anni li ilo a scovari. 

58 ^ 

Ed ecca, oh maravigghia! oh gran stopuril 
Oh summi metamorfosi mai visti! 
Cosi di un darci fidi, si in chiddi uri 
Nun cci avissi stato eu^ chi a tutti chisti 
Li vitti tramutar! di-eoluri; 
E cu dd'armi di coi eranu provisti, 
Canciannu forma, e facennu gran ciauru, 
Trasmotarisi in panKpini di addaoru. 

59 

Unn'eu cci dissi : chi nni àju di fari 
Di sti pampini inutili^ megghiu era. 
Si tu mi li faci vi trasmutar! 
In frutti, o puru in qiialchì autra manera, 
Quant'eu mi nni putova apprufittari, 
Rispusi la mia Fata in brusca cera : 
Pampini, amicu, ma nun frutti accanza. 
Cui fa a li Musi quaichi dimustranza. 

60 

Del restu pri sta vota ti è accordato 
D'utili 'na ficcata picca picca; 
Cuntentati di chistu» chi t'ò datu; 
Sì soli diri : cu licca nun sicca; 
Cussi dici, e la virga, chi avi allato. 
Spinci, e menzu ddi pampini la ficcai 
Eccu (a pinsarci mi trema ogni fibra) 
Tutti ddi fogghi si canciaru in libra. 

61 

Poi, votata co mia, dissi : fa presto; 
Va, cogghiti sti libra totli quanti; 
E portali a un libraru, chi sia onesfu. 
Acciò chi ti li vinna pri cuntanti; 
Si sa accetti, e Taccattanu, tu lesto 
Pigghi li grana, e bonciornu a li santi; 
S'iddi 'un su accetti, tu li sfardi. e d'iddi 
La sira ti nni 'ncarti li capiddi. 

62 

Una cosa ti avverto, già vldistl 
Ca sti libra foru omini sbannuti, 
Chi pr'esseri di grana ben provisti, 
Nun curavanu vita, né saluti* 



232 LA FATA 

Perciò 8tli .allertai dii ogn'uou di clrtti, 
Benclìi è libru, mantcni li soi vati 
Di sculari li viirzf, e caniinari 
NuQ éanou senza cogghtri dinari. 

63 
Va vtnDilìIli, e levati di "pteita * 
Di rinesciri an oltimu poeta; 
Tannu ti la prumisi pronta, e lesta, 
Ca la dumanna mi pardi discreta; 
Fici chiddu, chi potti, e siila resta, 
"Nguaggiariti *na musa cchiù faceta, 
Chi poi la mogghl la mautinirai 
Cu ddu capitaleddui chi cotu ii* 

'Na poca di minzogni ti Tattrovl, 
Chi cugghisti 'nlra Tisula brfanti; 
Ed in Parnassa *ntra li vecchi, e novi 
Putii accattasti tanti cosi, e tanti; 
CoDusci a Bacca, a Saturnu, ed a Giovi, 
Chi.BÙ Dei di to mogghi tutti quanti; 
£ pri dari a manciaricci la festa, 
Cosi d'istoria ti nni attrovi *Dtesta« 

65 

Prì jinchirci la panza ogni matina 
fini ài di mitologia pruvisioni: 
Pri-raricci un cantusciu, o tudischina, 
Pigghi 'na pezza d*erudizioni 
*Ntra filosofi grannl, e di duttrina; 
Si cci voi fari autri vistita bòni. 
Multi auturi t'avranou conoscenza, 
B si nun paghi Tavirrai a cridenza. 

*Ntra li viaggi cìii noi avemu fatta, 
Eu ti fici vidiri an po' del tuttu; 
E cu giudiziu poi di trattu in trattu. 
Ora cosi di briu, ora di luttu. 
Ti jivi arricugghiennu ad ogni paftu, 
Pri fariti ben commoda, ed istrutta, 
Cu idea chi maritannuti 'un k\ siddu, 
Jiri pri 'mprestitu unni chistu, e chiddu. 

67 

Amica, cridi a mia, cci voli bissai 
A mantèniri casa, e la mugghieri, 
E poi casa in t'arnassu; ah tu nun sai 
Quantu è caru dda supra lu lucri; 
E pnru di stu tcmpu unni vai vai, 
Genti, chi *uu sannu si Poggi fu ajeri, 
Cridinu cssiri supra ài lu raru 
Parnassu, o iddi su supra un munnizzaru. 

68 

Eu però ti cunsigghiu, amica miu, 
Scaccia adJrìttura sta tentazioni 
W acchianari stu munti alpestri, e riu; 



GALANTI 

Pirchl cumpagni a li poeti boni. 
Ed a li musi, ed a lo biunnu Dia, 
Cci su li mostri, chi nun ti supponi; 
Cc'è Tinvidia, la fami, la pazzia, 
La povirtà, o di cchiù Tippocondria. 

69 

Da vara! eucci rispusi, mentri ò chtsiii, 
Nun cci vogghìu acchianari afiatta aflattu ; 
Nò nni parrarau cchiù, chi ora eu stissu 
Ddocu 'un cci accustiroggiu a noddu patta; 
Marciamu a casa, chi eu stamggìu fissa 
'Ntra chistu mia propositu già fattu; 
Vivu cchiù tostu un brodu d*una trippa^ 
Chi di Parnassu mai Tuona Aganippa, 

70 

É a vui vi rennu grazi! infiniti, 
Chi tanta amuri mi aviti portata; 
E giacchi li viaggi su finiti, 
È versu voi mi è Tobbligu ristatu; 
Vogghiu sapiri, o Fata mia, cui siti? 
QuaTè lo vostro noma appropriatu? 
Pirchl 'un putenno darivi autra gloria, 
L'avirò sempri fisso a la memoria. 

71 

Idda rispunni: la tua curtisia 
Mi sforza a palisariti co* sugnii; 
Eu sugna la tua propria fantasia, 
Chi videniHitt astrattu a tia m' incugoo; 
E caminanno supra d'ogni idia, 
Tegnu la vuluntà stritta 'ntra un pagnu, 
Purtaunula unni vogghiu, e l'ali mcttu; 
E cci apru milH strati a 1^ intelletto. 

758 

Ti apparsi finta butTa tempu arreri, 
Oppressa da an viddano assai ostinata, 
Pirelli lo to filatu, e li pinseri 
Tutta me stissa avevanu ofTuscatu, 
Tu poi mi lilierastt vulinteri, 
Scaccianou li pinseri, e lu filatu; 
Ed eu acquistannu forza altura altura 
Misi a vulari libera, e sicura. 

73 

Dopo aviri girata tanto e tanta, 
Mi ritrovai *ntra un laidu procintu; 
Pirchl guardannui e vidennumi accantu 
Lu versu, per un miu sinceru istintu, 
M'innamoravi d' iddu» ed iddo, oh quanto! 
Si dimustrao crudili, e amico finta: 
Prima roustrau di agevolarmi, e poi 
Si junclu cu sti latri amici soi. 

7* 
Li quali mi attacraro fortementi, 
E m'impideru aflattu di vulari. 



CANTO OTTAVO 



Carceranno lacinia virtù potenti« 
'Hpidenna di pulirimi spiegar!: 
^Nfini mi sciolsi libera e cuntenti« 
E vosi supra d'iddi trlunlari: 
Già sunnu libra, ti li lassù a tia, 
Fri sempri rigurdariti di mia. 

Spiriu la fantasia; jea rititroata 



833 

*Nautra vota io me stissii, a oo baffiltino 
Mi ritrovu cu ruvihi appiijatu, 
Dinlra dì lu ro*u propriu cammarion; 
Oirannn rocchi In chistu, ochìddu lata 
Guardu ddi cosi, chi àju dda vicinui 
'Ntabbaranata, stupiduf e minnali^ 
Comu si fussi statila di sali* 



NOT£ DEL CANTO OTTAVO 



(i) Antonio Lucchesi prlneips di Campofranet. 

(2) Baroo« Giovanni Uioca. 

(3) Girolamo Pilo conte di Capaci. 

(4) Alludo l'Autore al giuoco detto in Sicilia 



dei tarocchi, nel quale gìneco II primo tronfo , t 
sia carta principale, viene chiamata Giove. 
(6) Casainese. 



L'ORIGINI DI LU MUNNU 



POEMETTU BEBISISCU. 



ARGUMENTU. 

Spitga lu primu statu di li Dei, 
Prima, chi fussi fattu l*Universu, 
Li soi primi pinseri^ e primi idei. 
Fri stabiliri li cosi cu versu; 
Dopu vari pariri cchiù plebei^ 
Giovi si fa stirari pri traversu, 
E da ddi soi stinnicchi, $ cosi iati 
Nni risulla lumunnu cu Varmali* 

1 

Jeu canti! li murrlti di li Dei, 
Chi vuleonu sbiàrisi cu mii, 
Crear» un munnu chinu dì nichel; 
Domini pazzi, eccctta 'un si sa cui, 
Jeu di lì soi, Tiziu dì li mei, 
Basta nni trizziamu tutti dui, 
E li Dei di lu celu a sti cuntisi 
Si nni piscianu certu dì lì risi. 

2 

Ora stu Munnu a cui la dngnuT A lia 
Ti Tarrìga'u. mora ravarizia, 
Neh doci, pirclii fusti cu mia 
*Kc8lratla e quinta essenza d'amfciziai 



Jeu t'amu tanto, ca niin hi dirrtat 
Timennu chi ^m pìnsassiru a malizia. 
Si *un russi chi avi un annu, e Torsi «chiul 
Chi 'un nni videmu 'ritra nuatri dui* . 

3 
Chislii servi a pruvari, ca si duna 
Lu ptiitonicu amuri 'ntra dai oggetti. 
Però ccì voli sta <jondizianuna : 
Chi ànna ad essìri, o masculi perfetti, 
donni tutti dui, nò gìè chist'una 
Basta a livari tutti M sospetti; 
Ma ccì vonnu cu chista st'aulrì dtii : 
Luntani, e senza intressu, comu nui. 

E qiiannn veni poi roccasionl ' 
Di faricci a l'amicu gualchi beni, 
Si parrà, s*tntrodnci, ai proponi* 
Si loda, si difenili, si sustenit 
Lassannn alTallu diVaifit (azioni. 
Chi 'ntra li snii labbra si trattoni. 
Ma dannu qnalchi sigmi chiatlu e (unno. 
Esempli grazia rigalari un Munmi. 

S 

Accettalu, *ud è pocu com(>1imcnfu; 



23i 



L ORIGINI DI UT MUNNU 



E a pìnsarhi cchiA grossa mi Cdnfiinnat 

Jea min fa/zu Kpirtizzi, ne spaventu» 

Cu diri II toi pregi sinii a Tanna? 

Pirelli doppi! rtii fannti juramcnlu 

Li podi, r ridilli nnn cci sunnii. 

Ed eii cu cchiti rigiuni, anchi mi chiami] 

Siispettiii comy amitMi ; incoininciamu. 

G 
A tempii chi III Icmpii 'un era tcmpu, 
Ln Munnu era una cosa impercettibili. 
Ohi jia granciulianmi a tcmpu a (empu, 
^Ntra la srera unni stannu li possibili; 
Nun cc'cra altura stu tardu, o plrtempUf 
Mun cc'eraiiii occhi, riè cosi visibili, 
Ma senza espiri cc'era In gran Nenti, 
Ntiduy crudu, spiriiu, orvq e scuntentì. 

7 
Nun cc'eranu perciò gonza lu Manna 
Oggetti, chi alienami, e Irattennu» 
Giovi stissa facla lu vacabiinnu 
Scnz^arti, senza parti, e jia scarrenna 
^Ntra un vacuili senza tettu, e senza funna, 
Illimitaiii, orribili, e stupennu. 
£ 'un avennu nò casi, né pagghiara, 
Unni junceva, armava eufulara- 

8 
E pirchl la siia bmigghia jìa "ngrussanno* 
Chi avla ottu figghigranni, e tri a nurrizza, 
E la ventri a Giununi jeva unciannii. 
Sicché traseva già 'ntra la franchizza. 
La santa erozza jiaeci macliinanou, 
Prt situari a lutti cu granniaza, 
« Pirchl un patri cci melti.di euaeenza, 
« Si a collocar! U aoi figght *un ponza. 

9 
BcnrM iddu *un era tantu scriipiilusu, 
Cu tutlu ciò *iio vulla *n«ignarli mali; 
« Chi un pairi, ancorchl fu^si viziusii, 
« Li figghi sempri li disia morali* 
A Marti In &npìa pricipitiiFu, 
Mercuria latra. Veneri carnali* 
*Nsamma lu patri Giovi era 'mbni^ghiatu 
Co tanti birbi, chi vidiasi allatu. 

10 
Perciò 8j metti a machtnari fissa^ 
Fri situarli, e daricci anchi spassa; 
Pigghia un pinseri, ed ora lassa chissii, 
Mai afTerra oaiitru, poi lu caccia arrassu; 
Fa reguli, e piitlni cu la jissu; 
Fa circuii, e figuri cu cumpassu; 
Nun vidi, an senti cchiù, già è tuttii astratta 
Cu Tocchi stralanati eoinu un gatta. 



Il 



Alluri imata poi dda saggia menti « 
Chi a tutti Tautri sempri è stata avanti. 
Determina, pri stari allegramenti. 
Di dari corpii a chidd'umbri vacanti, 
E fari tin gran teatru di viventi 
Di milli umuri tutti stravaganti. 
Chi slannu assèmii coma li rurmiculi, 
Fiirmdssiru cumeddii ridicali. 

12 

*Stu pinseri ci qnatra, e min putenna 
Cchiij Iraititiiri l'iilligrixza 'ntcrna. 
Si leva la pilucca, e va ctirrennu, 
Conruirmbriacu dintra la taverna; 
Saula a ciinciimeddu, e va sbattenna 
Li marni in ogni sua témpula eterna; 
Di cca di dda si aggira comii strùmmula» 
E poi cafudda ^na cazzicatummula. 

13 

*Li figghi cci jucavaiiu e la cucca* 
Crìdennii, chi era gi^ nisciiitii pazzu, 
Chi sotannu, e jittannu la pilucca, 
Sbatlla li manu com^un babbanazza 
Giovi peròi chi^un avìa pilu in buccat 
Si vota allara cotn\in liunazzu: 
Chi \in cc'è megghiu crianza vaslasuni'? 
Vi vognu a pigghiu a cauct e a timpuluoi. 

*Jeu in grazia di vuautri signuri 
Mi àjii sgannati! li corna a pinsari» 
Ed ora mi facili li dtittiirt? 
('hi bella moda di nìguziari ! 
Sapiti ca'siign'eii...la miu riguri 
^un stati, culazzùni, a provocari. 
Ah.. .(ali ardiri I.. trizziàri a mia 
Si muzzica lu jidito, e talla. 

15 

*Comu li picciutteddi di la «cola» 
Chi lu so mastru viJennu distratta, 
Cci abballami, e cci fannu crapioli) 
E mentri pri darreri acantrafattu 
Qualcnnu d'iddi imitari lu voli. 
Mila si vota, e lu trova *olra ddatta, 
Cu vurca aperta, cu jidila a cornav 
Testa cu testa in attti chi lu scorna, 

16 

Tlissi li fìgghi di lu summa Giovi 
Si vidinu dun subitu allampari, 
Cu* appuzza Tocchi *nterra, e non si movi» 
Naulrii si arraspa in atta di pinsarlf 
Cui nesci, e filici vldiri si chiovi, 
Nautru fa scusa di iri ad orinari 9 
Lullimu Giialmenti a lu so latu 



POEMETTO BERNI8C0 



233 



Piggliit. tabaccu menzu ^nsuanacchialu. 

17 

*Giovi si voìSj In guarda, e tistìai 
Chieda godo coi proi la tabaccherà; 
Ammirii la distrizza di vossia, 
Cci disBÌ Giovii ma cu brusca cera. 
Chi aviti, gnuri, parrati cu mia ? 
Rispunni chiddu cu'na'aria sincera; 
£ Tautru: cu sta vostra santitalì, 
finì vurrissivu corpa di lignati, 

18 

*La cosa java a longu; ma Gumuni 
Si misi 'ntra hi mcnzu; via 'tm cc'è nenti; 
Chi cosa fu? si arrusica pnimuni? 
A stt picciotti sempri li tnrmentt? 
Chi pesti 1 d*ogoi cosa fai un catuni ! 
Sempri stizzatu contra sti *nniicceoti? 
Ah tuccau a mìa sia r ètica v intura 1 
£ quaunu speddi? e quanou sari Tura? 

19 

*Cussl dicennUf si torci lu musso. 
Fa lu cucchiàru, e metti a picchiari; 
Giovi a ddu chiantu si fa russu russot 
£ li sugghiazzi si senti acchianari; 
Anchi allura currla stu malii *nOussu, 
(È cosa veramenti di nota ri) 
Chi un orou duru cchiù d'una culouna 
AUaschisci a lu chiantu d*una donna* 

20 

*Ttramu avanti: 'ntra marìtu, e mogghi, 
Facilmenti s*accommoda *na sciarra; 
Lu maritu cci canta qiiattru ^mbrogghi» 
Cci duna *na cusuzza prì caparra; 
Idda sì munci comu avissi dogghi, 
Fa la \icagnàta; sugghiuzzannu parrà; 
^Nsumma ^ntempu di quantu vi lu dicu, 
Erodes a Piìatu già cc'è amicu. 

21 

Si accosta 'ntantu Pura di mancia ri, 
Li figgili si arricogghinu affaniattf 
Apoilini si metti a badagghiari, 
Veneri avi li visceri 'nfascìati, 
Ch'è debuti, ed in pedi 'un cci pò stari, 
Marti avi li diavuli acchianati, 
Grida» strilla, e' un cci va un capiddu a versu 
Si *nu si ammucca un pagnotta prì traversu. 

22 

*Veni Mercuriu, e dici: Aju pitittu; 
Diana spija: lu manciari è fattu? 
Prestu, masinnò manciù pani schittu» 
Gridava Marti: vogna lu me* piattu* 
Gìununi intantu: saggi v'aju d.ittu, 
Stati cojeti, ca chiomu lu galtu» 



Spittati a vostru patri, ch'ò Jijtiau 
E di poi vi minestru ad uou ad luiu* 

23 

Ma però Giovi seriu cu Tuechiali 
Veni, e mustra a la cera un gran riguri, 
La varva, lu vastuni, e lu vracali 
Pr'inctitiri rispetta, e cchiù timuri; 
Ma pirchl Giovi è veru giuviali, 
Nuo sapi conservar! hi rancuri. 
Ed in chi è gravi, ed uncia comu bufla, 
Ed in chi poi guarda so stissa o sbrutla^ 

2^ 

Quannu iddu ridi, scaccanìanu tutti, 
Quann*iddu è seriu, cc'ò un silenziu grano i; 
Su inibii di manciariy e giii li fruiti 
Sta spartennu Giunuui a lu cciiiù granoi^ 
Di vinu si lini vlppiru 'na vulti, 
E tutti si noi jiana canni canni, 
E accussl *Dtra li brinnisi, è li vuei, 
Si 'mbriacaru lutti duci duci. 

25 

Sbarazzata la tavula, e livati 
Li tuvagghi di saprà, e li cucchiari» 
Giovi ripigghia la serietà ti, 
Dicennu : s' à pinsatu a lu manciari; 
Ora pìnsamu cu matur itati, 
Comu si M stu Munnu a fabrioari. 
Cci dici Marti : chi cos'è stu Muimo f 
Giovi: sarrà... oun so... lo vurru tuono- 

26 

Ripigghia Apollu: chi sarrà a la fioi 
E Giovi : chistu stissu àju a plnsjrif 
Giacchi di vinu li testi sii chini. 
Ora è tempu, picciotti, d* inventari; 
Circannu *ntra li specii peregrini, 
Como corpu a lu nenti si pò dari; 
Ogo'unu dica la sua opinioni! 
Pri poi mettirla in esecuzioni (1). 

2T 

Rispunni altura Marti prosuiitusu: 
Oh via 1 mi criilia, cirera sta ^rjn cosai 
Pri chistu, gnuri miu, siti cunfuii? 
Ora cca 'un cci sugneu? Vossia riposa, 
Vuliti fatta un Munnu machiinisu 
Di nenti alTattu? Recipe una do^a 
DI nenti, e di poi *nautra siipra cliidda» 
E supra chidda 'aautra supra d' idla (2]. 

29 

Rispunni Giovi, gik 'mbistialutu : 
Oh iu grao cìriveddu veramenti \ 
Oh lu gran sceccu quasato, e vistutu! 
Lo nenti» juntu a nenti, resta nunii. 
Ripigghia allura ApollUi eh' 6 cchiù aatutut 



236 



Ma si 1u sulu Nanti nn* è presenti, 
Fiticemunni 4li Munna già provistt^' 
Cu suli idei, e siamu idealisti (3). 

39 
O s'àvi a (ari o no? Giovi ripigghia; 
Si 'un s'èvi a fari, trasi zecca ài ditta; 
SI s'àvi a fari, resti duna trigghia; 
E slu cunsigghìa 'un reggi, né ¥a dritta. 
'Nsumina, picciotti. *Qn jacama a caniggliia, 
Yogghiu ciresista.e non in menti, o in scritta; 
Pirelli esistenna sulu in fantasia, 
Nan esisti la Manna, ma 1* idia. 

30 
: Mercuria, coma figghiu cchìù anzianu, 
Cci dici : patri miu, s'eu ben discerna, 
Dufemu ricercari, si hintanu 
Fussi tu Mumiu, esistenti ab eterna (h)\ 
Chi forsi a nui sia incognita, ed arcana. 
Chi avemu di tu nenti lu guvernu; 
Pò essiri... cui sa? fussi ammucciatu 
'Ntra ^nabissu di nenti sprofunnata. 

31 
Cosnul ab eterna esistiri lu Munnul 
Esclama Giovi, oh armali memorannu 1 
Senza ccrcari, e firriari 'ntunnu» 
L'avirriamu prisenti tutta l*annu; 
Chi lu nenti 'un à gnuni, 'un avi funou» 
Pri cu! a jiri Tavissimu circanuu; 
E poi 9enza ragiun succienti 
Poi immaginari mai cosa esistenti* 

32 
Chistu è lu manca; pò avirla in se stissa, 
Dissi Mercuria; e Giovi ; concepiri (5) 
Chistu *un si pò. Ma patri cu permissu 
St'oggezioni nuo la stati a diri. 
Chi anchi ferisci a vui; megghiu è di chissà 
Diri, chi Tavirrevamu a vidiri. 
Si mai esistissi, pirchi ammanca, o crisci, 
Lu nenti nun è cosa, chi impedisci. 

33 
Senza pinsarlu eterna, dici Marti. 
Pò essiri la Casa, o l'Accidenti (6), 
Chi avissi fattuY e unitu tanti parti, 
Pri cui nni fussi lu Munna esistenti; 
Cussi succedi 'mmiscannu li carti, 
Chi senza mettirci artifiziu nenti, 
O vennu d'ogni meroia, o tutti a achera, 
E succedi lu goffa, e la primera* 

34 
Hispunni Giovi : bella aainitati I 
Dintra uo mazza di carti su comprisi 
Li vari merci, e tutti dda ficcati 
Eslstiou; uoDÌ pò farli divisi 



l'origini di lu munnu 

La Ca^u, o anitii quanna li 'muffiscati, 
Non gii criarli; chistu nun scintisi; 
E poi, Ggghiòli, Casu, ed Accidenti 
Su cucini carnali di lu Nenti. 

35 



I 



I Parentiai : cca pari a prima tista 
Qualchi sfacciata contradizioni : 
Cioè» mentri chi povera, e sprovista 
La Ditta di tuttu si supponi, 
SI finci non ostanti assai provista 
Di robba, chi a lu nenti si cci opponi» 
E vinu, e carti, e cosi di. manciari... 
Ma chistu è a modu nostru di spiegar i. 

36 

Anzi chi eu trova tri oturi 41 menti» 
Ohi commentannu beni stu gran passa» 
L'unu fa Giovi strologu eccellenti» 
Chi tuttu previdìa, ancorchl darrassu; 
E Tidei di li cosi avli prisenti. 
Ma confusi, in disordini, e fracassu; 
Ed alcuni di cchiù necessitati 
L'avla purtatu a la realitati. 

37 

St'opinioni, pri quantu discerna, 

Sii pari veramenti, chi zuppia» 
nn Oli cchiù tostu accordu 'ntra l'internu 
Cu Teatri dui l'opinioni mi4; 
Chisti l'eterni ti rota, e lu pernu 
Supponnu Giovi, unn'idda si firria; 
Pri tanta Giovi vidi chiarameoti 
La passata» e futuru pri presenti. 

38 
Ed iddu, pirchl ò vera gioviali, 
Pri divirtirsi un pocu di li fìgghi» 
Si Gnci loccu» stolida, e minnali» 
Pri sentiri li soi atrammi cunsigghi. 
Stopinioni, eu crìu, chi ivi ccbiù sali, 
E servi ad evitari li bisbigghi, 
Chi a li acoli farri l'eternitati 
Intornu a prescienza, e libertati (7). 

39 
Ma sti cosi *un si divina spianari, 
Ca servinu pri sbiju a li dutturi; 
Pirchl autri 'un voli diri argumentari, 
Chi viaggiar! 'ntra paisi oscuri^ 
Ne li vonoa illustrati, ca cci pari, 
Chi mancanu di merita, e valuri, 
Unn'eu mi rinniria troppa odiusu, 
*Na finestra grapennucci o un pirtuau* 

M 
Chiudemu sta parentisi. Giununl 
Spiega cu l'antri la sua opinioni, 
E dici : Jou farria un gran guastidduni (8), 



LOaiGINI DI tu MUNNU 



Speeia di pani di muntiiont, 
Gei mittiria materia a muosidduni, 
Tutta in confusu senza eccozionì, 
,E di qualunqui speci, anzi mi basta 
IVuoa specì aula estisa, e vasta. 

41 
Fatta stu gran pastizzu scammaratu, 
Lu farrta cu' un cuteddu feddi foddi*, 
Doppu lu fiddirìa di laulru latu, 
Tuttu già riducennulu a tasseddi; 
Chiddi di 'mmenzu su fatti a quatralu, 
A li iati cc'è cubbtf e cabbiceddi; 
E dannu motu a lutti quantu sunnu, 
Li Yìdiriti firriari 'otunnu. 

42 
Cussi joco di foca a la rumana 
'Avi li gran rutuni concertati, 
Cu carrittigghi di manéra strana, 
Chi sbrugghiannusi, gtranu 'mbrugghlati^ 
Uou gira di sapra« e nautru acchiana* 
Cu nautru "mmenzu, e nautri dui a li lati; 
E 'ntra tantu disordini, e sconcerta 
Gira la rota granni, e fa un cuncertU' 

43 
Cussi cu la girari ddi quatrati, 
Venna a smanciari l'anguli d'intorno, 
Chi tatti si nni vannu sprannuzzati, 
Comu tuscagghi sutta di lu tornu, 
Vinennu li figuri variati. 
Acuti, cobbi, e tunni di cuntorna; 
Ed eccu di la varia figura 
Di li vari elementi la natura. 

44 
'Nterrumpi Giovi : oh pesta quantu parri I 
Chi diascacei scacci, babbanazza, 
Chi carrittigghi) tricchi-tracchi, e carri ! 
Chi guastidduni f lecca, tu si pazza 1 
£ nuo lu vidi ca 'roprincipiu sgarri ? 
Nun farria guastidduni, e guastiddazza. 
Sì avissi la materia a lu miu 'mparu. 
Ma cci ammaoca la funnu a lu panaru» 

45 
Ora ea farria "na cosa curiusa, 
Dissi Hercuriu, un mostru bistiali (9). 
Chi avissi un mota» ed una forza infusa 
In tutta la sustanza sua brutali, 
E menti ancora, ed anima diffusa 
In tutti li sol membri a sìgou tali, 
Chi ogn'unu sia un viventi,e a middi.ea middi 
Tutti vivanu in iddu, ed iddu in iddi. 

46 
Bravui ripigghià Giovi, egregiamenti I 
Ala sta motu, e sU vita, chi diciti, 



237 

Vi pari forai *oa cosa di nenti? 
Chistu è lu grappu, chi nun sciugghiriti. 
Appressa. ...airautri...ca'àvi sennu, e menti 
Spieghi Tidei cchiù chiari, e cchiù graditi 
(Cci voli flemma assai cu stl 'gnuranti) 
Cu' ivi a diri autra cosa vegna avanti. 

47 

Veneri s^immizzigghia un pocu; e dici : 
Papà, stu mea sistema 'un mi dispiaci : 
Si plgghia un ovu friscu di pirnici (iO), 
O di gaddui o qualunqui autru vi piaci, 
Cci dicemu : carvuni, 'nchiostru, pici, 
E autri paroli nìuri efficaci, 
E cu chistu linguaggiu girbuniscu 
S*imprena Tovu fattu a basiliscu. 

48 

Poi st'ovu cu lessenzl di tan*ova 
Lu mittiria, ciatànnulu, a cuvari^ 
Ed eccu supra rannii, chi si trova 
Dda dintra un munniceddu cu lu mari; 
Cussi di tempu in tempu sompri nova 
Qualchi cosa si vidi arriminari. 
Ed a proporzioni chi cchiù crisci, 
Lu Munnu si multiplica, e ciurisci. 

49 

Cuss mi rigord'iu, comu fuss'ora (11), 
Chi essennu ancora nica mi spassava 
Cu un cannulicchiu nicu nicu ancora» 
Chi 'ntra la sapunata Tabbagnava, 
E poi ciusciannu nni nisceva fora 
*Na bella lanipa, chi si dilatava 
Cu la simplici ciatu; da stu jocu 
Viju» chi fari un Munnu, cust» pocu. 

50 

Multiplicanu l'omini, e si avanza 
Cu dda sua stissa regula, e misura 
La terra pri abitari, e la sustanza 
Atta, e bastanti ad ogni criatura; 
Anzi fatta Sibilla, in luntananza 
Supra li spaddi di Tela futura 
Viju crisciri apposta pri la Spagna 
L'America» ch*è quasi 'na cuccagna (12). 

Rispunni Giovi: 'aii cci sbattiti spissu 
Cu sta cuva, e cu st'ova» marioli) 
Pirchi (sia dittu cu vostru pcrmissu} 
La lingua batti unni lu denti doli, 
Passamu avariti; stu sistema stissu 
Si impugna iddu medesimu, e 'un cci voli 
Gran duttrina a conusciri abbastanza, 
Quantu è sullcnni la sua ripugnanza* 

52 

Apollu, chi s van ta iudovinari, 

3t 



238 



L ORIGINI DI LU MUMNO 



Baccuota un sonmi, e dici: a mia signuri (13) 
Paria durroennii; aviri a auprattafi 
A una ciaccula immensa di spleoduri (14}) 
Fissa immenzu a li spazii avvampar! 
Vidlasi, e dari all'umbri li figuri; 
Giraou supra, e altornu luminasi 
Macchiai ancora granai, e spaziasi (15). 

53 • 
Una di chisti 'mmesli saprà uo latu 
La ciaccula d'immenzu, e ^a solari 
Di dda materia un pezza, chi sgangatu 
Si vidi cu gran Iurta arrivularl) 
Menlri chi curri liquida, e squagghiatu» 
Si senti da dui (orzi dominari, 
L'ammuttuni, chi fora lu spincla, 
Lu so tutta omogenea Tattrala. 

Da sti (orzi cuntrarii cammattutav 
Nun sapi a cu* obbediri *otra ssa lutta. 
Cerca scappari, e da una è trattinuta, 
Cerca turnari, ma Tautra rammutta» 
Cosa fa Y senza avirni dispiaciuta 
Nessuna di li dui. sfui pri salta; 
E mentri sti dui forzi opposti sunna, 
Passa pri *mmenza, e cci firria 'otunnu. 

55 
Cussi immenzu a ddi turbini spiranti 
Ca forzi uguali da Topposti lati 
Li pagghi, e sicchi pampini a ristanti 
Si restrincina tutti ammunsiddati, 
Poi mettina a furmari tutti quanti 
Li tortici, e li circuii ordinati; 
Ed eccu, chi 'otra Tarla firrianna, 
Di lu sistema mia la prova (annu. 

56 
Poi dr sta pezza in gira, già astotata 
La vampa pri la furia di la scossa» 
'Na nnateria ristau vitrlficata, 
Chi s'addenza, a'attunna, e ancora smossa 
S'aggira di vapuri atturniata, 
Haffriddatasi poi, eccu s'ingrossa 
La negghia, e appocu appocu tutta intera 
Cadi in acqua, e ricopri la gran sfera« 

57 
St'acqui da lu Livanti a lu Ponenti 
Muvenuusi cu moti regulari, 
Vi formanu la reuma, o sia currenti, 
Cu lu flussu, e riflusso di lo mari; 
Lu quali, strascinaonu sedimenti, 
Appocu appocu li va a cumular! 
Tutti *ntra certi lati, e agghianci in iddi 
Reschl di pisci, ossa, ervì, e crocchioliddi 



5S 



Chisti lo tempo poi li forma un massa , 
Si fanno munti gnnni, e spaziusi. 
L'acqua abbassannu va di passo in passa, 
Sproiunnata 'ntra grotti, e *ntra pi riusi; 
Cchiù chi l'acqua declina, e si fa arrassu : 
Cchiù apparinu li monti macchinusi 
Già appocu appocu la terra cumpari, 
E nasci da lu funnu di lu mari. 

59 

Cchiù vulla diri, ma 'mpazientatu 
Giovi Tinterrumpio: beni, t'accordo, 
Cci dici, chi pozz*es8irt "nfrontatu 
Lo soli da on cometa, e 'ntra dd'abbordu 
Un pezzo noi pozz'essiri sgangatu, 
E resti in aria, e on Manno sia di lorda, 
Co ratmosrera, ch'in arrifriddari 
Caschi disciolta in acqua e formi on mari. 

60 

Ma dimmi poi: sto suli^ sti co.netì, 
Chi to sapponi prima di lo Munnu, 
Sii tutto, parti di Taotri pianeti ? 
D*unni foru sgang^ti? cosa sunnu? 
'Nsumma li primi primi, e consueti, 
D*unni scapparu? d'unn*appiru funuu? 
Senza sfirniciaritt, va dici: 
Cui pò fari la tigna, fa la pici. 

61 

Lu stisso dico airaotri; ora, picciotti. 
Non mi sostati cchiù, ca sugna stanca; 
Già Taju vistu qaantu siti dotti. 
Da sti discursi di pedi di vancu; 
Vui li lasagni li vulili cotti, 
E ininoistrati *ntra lo piattu; e manca 
Viditi la sulenni repugnanza, 
Chi cc*è 'ntra lo gran Nenti, e la sustanza! 

62 

La sustanza è unica, e sogn'Eo (16) 
Essenzialmenti opposta a lo gran Nenti 5 
Pirchl è vero impossibili, chi ora Éu 
Mentri sugna, ed esisto, fossi nenti; 
Pirtanto sili voi, pirchl sugnEu, 
Cioè, quaonu distintu da lu nenti 
Vogghiu me stissu a mia rapprisintari» 
Multiplico lu miu modificari. 

63 

Scummettu un occhiu ca oun mi sintiti ; 
Del restu mi sentu lu, m' im^iorta on Gcu; 
Verrannu un tempu lomini eruditi 
\ diri chiddo stissu, chi Eu vi dico; 
Non saranno mai 'ntisi, e chi valiti? 
Qaann*ò comprisa in mia latta Tintrica ? 
Si ultra lu nenti solo cci sugna lu; 



LoaiGiNi DI LD uvtmxs 



239 



Iq iotennu tutto, ed è TeMiri mio. 

*Cci sarrèy cci sarrà cui farrè Sdppa 
^r^tra 8tu steleiiìa, e cu tutti a^allappa» 
Ma corno ìu scraTagghio 'ntra la stappa 9 
D*un assurdu ai sbrogghia, e in autru *Dcappa, 
PresuiDÌrli di Bcioggliiri stì gruppa, 
Ma 8Ù tutti attaccati 'otra 'oa rappa. 
Griditi a mia, picciotti nun ce' è ouddu^ 
Chi truvari saprà lu pidicuddu* 

65 

*La cumedia un^è chista; li fauturi 
Di stu sistema su li cchiù sctarreri, 
Noi parranu io grammatica ti/tturli 
'Ngarzàli di li stissi soi pinseri, 
f<<on è Vu stissu casu pri l*oturi, 
Cliiddu merita lodi, e lodi veri, 
[Datu chi fusst inutili lu stentu) 
A mustratu In studiut e lu talento. 

66 

Via dunqui arma« e curaggiu. picciuttazzi, 
Stiratimi sta gamma, chi Eu ri stenou; 
E Tidiriti poi/gnurantazzi, 
Un prodigiu ridiculu, e stupenno. 
Cussi dittu. li figghi comò pazzi) 
A dda gamma s^aflerranu correnno» 
E tirannu, e stiranna» finalmentl 
Si forma lu cchiù bellu continenti. 

67 

Ecco 1 Italia, chi fu Tanca dritU (17) 
Di Giovi, e fu rigina di la terra; 
La saluta, e si leva la birritta 
Saturno, e poi cuntenti si TaOierra M8}; 
Marti puru susennusi a Taddritta (19) 
Jura acquistarla cu Tarmi, e la guerra; 
Ma Giovi pri livari ogni autra liti; 
Dici all'autri: stiriti, e nni avirriti. 

68 

Veneri, e Apollu. tutti dai a roricchi 
Si cci lassaou comu dui *mmi8tini; 
La prima tantu fa cu ddi manicchi. 
Chi cci la scodda, cadi, e di li rini. 
L*autru, pigghiatu ancora a sticchi e nicchi, 
Cci scodda Tautra; ed ecco chi a la fini 
Caduti stì granii* isiili d*in celu (20), 
L*una si chiamau Cipru, e Tautra Delu, 

69 

Sicutaru cassi a sqoartariarì I 

L'autri figghi lu patri, an^i lu munno: 
Lu nasu crisclu in Alpi, a separari 
L*una Gallia da Tautra, chi cc'ò 'ntunnu; 
La sua saliva si conversi in mari. 
Salato ancora sinu a lu profunnuy 



E da Tautri fratturi, e pezzi rutti 
Si noi ficiru scogghi, isuli, e grutti. 

70 
Ma la testa? fora cca vennu li liti) 
Jeu dicu: è la Sicilia; ma un romanu 
Dici, ch'è Roma; dicinu li sciti, 
Ch'è la Scizia; e accussl di manu in manu 
Quanto cce regni, tantu sintiriti 
Essirci testi.. .jamu chianu chianu* 
La testa è una; addunca senza sbagghi 
È la Sicilia, e cc'è 'ntra li midagghi (21). 

Cci viditt *na testa cu tri pedi (22), 
Chi a prima vista vi fa sfrinziari, 
Si vuliti sta cosa nun mi sedi, 
4 quattru pedi la duvianu fari, 
Ma s'è accussl, criu, chi accussl richiedi; 
L'autro pedi si potti sdillucari (23), 
Anzi rumpiri affattu; chi fu allora, 
Quanno Tlstmu di Riggiu iu in matura. 

72 

E lu pejo qaaTè? Chi 'ntra asa testa 
Ci sunnu purci, lindini, e pidocchi, 
*Na pittinata cci vurria ogni festa; 
Ma a mia non mi appsrteni, chiojo Tocchi; 
Si Giovi arraspa, la cosa è funesta « 
La Sicilia cu tutti li crafoccbi 
Si subissa; pirchl la sua manuzza 
É un regnu, chi on'incoppula, e samftiozza. 

73 

Ed ecco accossl Giovi fatto Monna (2V) 
Cu Tèrvuli, cu Tervì, e cosi tali. 
Chi un tempu eranu pila, ed ora sunnu 
Voschi chini di pecuri, e darmali* 
Tutti li figghi lu firrianu 'ntunno, 
Gudennusillu 'ntra jochi, e 'ntra sciali; 
K da una pia modificazioni (25} 
Vinni la prima generazioni. 

74 

Fora li Semidei; oh chi scovata 
Felici chi fu chissà I Oh fossi allora 
Nato 'ntra dda bellissima vintrata 1 
E chi ti fiei, chi. matri natura, 
Ca mi sarvasti 'ntra sta maT annata !•• 
Ma no, chi dicu? sarria mortu a sTura. 
L'eroi nasceru da li Semidei, 
E da Teroi Tautrì omini plebei. 

75 

Appoco appoco lu stisso timori 
Ce* iosigna a fari spinciri li mura* 
Nischiii li cita *ntra ddi chiantiri 
Da li mucchi di petri, e crita dura, 
Lu scaotu fu lu so legislaturi (26), 



340 l'origani di 

Contri la Torza forma liggi, e jura-, 
E meiitri d'autra carcera la fidiy 
S'incatioa iddu atiasa. e 'un si noi atvidi. 

75 

Finalmenli eecu Giovi Munnn, ed eccu (27) 
La mannu Giovi, nui Gìuviceddi ancora; 
Partì di Giovi Varvulu, la sceccu, 
L'omu, Tarmali, la tnrcn, la mora, 
Lu taura, la pecura, lu becca: 
E qaanta insamma esisti dinlra e fora; 
Manclama a Giovi, evacaama a Giovi« 
Spissu in apecii di rlganu, e d'anciovi. 

77 

Rinnemucci la fama a H poeti, 
Chi s'ànnu pri bugiardi, e munsignari; 



i 



LU MC19NU 

Non pri nenti sti aaviit e sii profeti 
A Giovi Tànnu fatto trasmotari 
In tanti formi, in cignu. in arieti 
Slmbula di lu so modificari] 
Jn aquila, in sirpenti, in foca, in loro, 
In satiru) in pasturii in pioggia d'ora. 

78 
É certa, ch'è un piaciri essiri tuttii 
Noncchiùfangu.nonpetri(28),mancucriU(29J; 

Ma estenzioni, numeri produtti (30) 

Di l'eterna sustanza, ed infinita; 

Ma s'idda si rilira, oimèt nni agghiaili; 

Si movi un'anca, Tltalia è la Zita; 

Prlgamu a Giovi cu tutta la ciatu, 

Chi stassi sempri lisu, e atinniccUiaiu (31). 



NOTE 



(i) n nostro amore in -questo suo poemetto non 
ha avato per ìseopo di sviluppare minolamenie 
tutte le idee melansicbe , >che circa 1' origine del 
mondo ebbero i Feo i et , i Caldei , i Creci, e gli 
altri popoli antichi; o di dare un quadro perfetto 
di tutte Je cosmogonie degli antichi e moderni 
filosofi; cosmogonie, che presentarono i primi sotto 
il velo delle favole, e i vezzi della poesia, e que- 
sti ultimi sotto il n\pDtito nome di teorie e sedu- 
centi ipotesi. Ha avuto egli per oggetto di riferi- 
re , per ischcrzo , solamente e sol di passaggio , 
alcune delle principali opinioni, che volarono per 
la testa di certi uomini di lettere de' secoli , o a 
noi lontani, o vicini a' nostri, e per dimostrarne 
il debole e l'assurdo. 

(2) Non comprende y né pnò comprendere V u- 
mano intelletto, abbandonato alle sue naturali for- 
ze , cosa sia Creazione. I più gran niosofi degli 
antichi secoli , i Greci medesimi , che si diedero 
ad emendare non poche stravaganti opinioni dei 
Fenici, e dei Caldei, da cui succhiato avevano le 
loro prime cognizioni, non arrivarono giammai ad 
intendere, come dal nulla si p'^ssa formar qualche 
cosa, ed ebbero per inOontrAstabile quell'assioma: 
cf sx nihtlo nihil, in nihilu'm nil posse reverti », 
Costretti perciò ad ispiegarc la prima formazione 
dell'universo, sopposero di comune consenso una 
materia preesistente ed eterna, da principio confu- 
sa, informe, ed errante in un vasto Tartaro , in 
un nero Ereho, in un ininUHigibile spazio, dalla 
quale ebber l'origine tutti gli Enti : origine, che 
alcuni di loro ascrissero a un cieco, « cannale ac- 
cozzamento delle sue minime pani, dietro infìni- 
te, e tutto disordinate comi^inazioni, che precedet- 



tero Tattualc ordinata che noi amm iriamo; altri a 
un necessario , benché lentissimo, sviluppamento 
de* germi, contenuti in essa maieria , dietro un 
infinito scorrere di secoli e secoli^ origine, che al- 
tri in fine, forse meno inconseguenti, attribuirono 
alla voce autorevole della Natura , o di un Ente 
superiore alla Natura medesima, nell'epoca , che 
noi fissiamo, delli creazione del mondo. Fonti 
perenni, da cui scaturirono quelle tanto si diver- 
se, e sì bizzarre cosmogonie degli antiihi filosofi, 
deturpate da non pochi di loro oon quel ridicolo, 
e iiiosiruoso,che vi sparsero d'innumerevoli scioc- 
chezze; e inverisimilitudini , pariitamente riferite 
dopo Esiodo, ed altri antichi , da Stanlejo , Fur- 
mont. Deslandes, Batteaux, Condillac ec. 

(3) È qui superfluo l'avvenire, che siccome chia- 
miamo Materialisti que' filosofi , che asserirono 
non esservi nel mondo che una sostanza sola ma- 
teriale, cioè enti soUmeute materiali, ossian cor- 
pi; cos) chiamiamo Idealisti quei fanatici, che giun- 
sero a porre non solo in dubbio , ma a negare 
assolutamente la esistenza reale del mondo e dei 
corpi tutti , e diedero al mondo e ai corpi tutti 
non altra, che la sola esistenza ideale nell'anima 
nostra. 

(A) I piò dotti filosofi dell'antico Paganesmo. i 
quali per altro vollero eterna la materia, difese- 
ro costantemente doversi segnare un'epoca, in cui 
il mondo prese la sua forma : cosi Trismegisto , 
da cui i Greci attinsero le loro scienze. Lino, Or- 
feo, Hpicnrmo. Zoroastro, Esiodo, ed Omero; cos^ 
Finpedocle, Anassagora, Anassimandro, Anassime- 
iie, Leucippo, Deitiocrito, gli Egizi, gllndi, i Mao- 
I meltani, i Uracmaui, ed altri di cui parlano Eu- 



KOTB 



24 1 



sebio Prep. Erang. lib. I. e tra i moderni Uè? io 
Alnet. qaest. lib. Il, cap. 5. Grozlo de Ter. Be- 
]ig. Christ. Itb. I. g 16. 

Piltagora, Platone, Senoerate, Bicearco» AriaUH 
tile. ed altri credettero il mondo eterno, ma non 
gindicarono, come dimostra l'Uezio lib, I. |oc. cit. 
ed il Clark de t*$xiti, de Dieu tom. i, cbap. 4, 
ed altri, un Etsere indipendente da se medeiimoli 
ma bens) da on Baere intelligente, primo Motore 
immobile, cagione originale ed etema di quanto ti 
ba nell'universo. 

Boulengero, Miraband, Vab. de Pradcs ed altri- 
eoi trarre in Iscena le dinastie Egiziane, Cbinesi, 
Babilonesi ee. diedero al mondo , come il finto' 
Usbek delle Lettere Persiane, migliaja e migliaja 
di secoli antecedenti l'Epoca conosciuta della Crea- 
zione; e laMngaronsI di insinuare cos'i l'opinione 
dell'eterniti del mondo. Ma de la Hire, Cassini , 
Wiston arean di già dimostrato, e Freret, the svol- 
se, ed esaminò con occhio crìtico gli annali di 
questi antichi popoli, dimostra ad evidenza , che 
cotesti vieti monninenti, ed altre consimili conget- 
ture, che 8'addncono, non ci obbligano ad oltre- 
passare l'epoca data da Mosé. 

(5) I Leibnizisni, ed i Wolfiani , che furono i 
promulgatori della ragion safficiente, la vogliono 
estrinseca all'oggetto, giacché da questa ne dedu- 
cono l'esistenza del medesimo; essi ne eccettua- 
no solo la Divinità. 

(6) Leucippo, Democrito, Epicuro , Lucrezio ed 
altri, dal rasnale accozzamento degli atomi per Im- 
mensi spazi, f! per secoli innumerevoli in infinite 
guise moventisi ; ora cioè librandosi nel vacuo , 
ora premendosi ed ora urtandosi scambievolmen- 
te, finché trovarono un ottimo equilibrio, diceano, 
essere finalmente colle semplici leggi del mecca- 
nismOr sortito V universo. II sistema dell' Elvezio 
non è mollo diverso ; scrivo egli : <r Dieu n' ait 
« mis qo'un seul principe dans lout ce qui a été 
« Ce qui est, et qui sera, n' est , qu'un develop- 
« pemcnt néressaire. Il a dit à la matière, je te 
« donne de la force. Aussitdt Ics eicmens noumis 
« auxloiz du mouvement. mais crrans, et confon- 
€ dus dans les desertcs de 1' e^space , ont forme' 
« milles asseniblages monstmeui , ont prod «it 
« milles ehaos divers: jasqu'à ce, qo* enfin ils se 
« soient placés dans l'equilibre, et l'ordre phyAt- 
« que dans le quel ont suppose maintenant l'Uni' 
« vers rangé. De l'Esprit discours. ili vhap. IX. 

Beca meraviglia come questo letterata chiami in 
ajoto la Divinità a dare il moto alla materia, co- 
me ubbidisca questa tosto alle leggi del saddclto 
moto, e fratanto precedano l'armonico afcoc/anien- 
to delle parli di essa materia, infiniti sconcerti , 
di cui suppone Dio un ozioso spctt.itore. 

(7) Prescienza, e libertatt. Quesìioni celebri tra 
le scuole; conosciutìssime sotto le denominaxioni 
di scienza media, fisica premozione, ec. | 

« Il n'y auroit ricn.irrtrc 3f. V ibnitz discovr% 
de la conformile de la Fvi aver la raisnn. J'eod 
tom. /. pag. 409. de si iisé h icrminer, que ce; 
disputcs sur iesdroits de la « Pei, et de la Uni- 



« ion, lei bommes ai voitaiant sa aervir dei re- 
« gles les plus volga ires de la loglqua, et rafaon- 
« ner avec taot soìt peu d'attention. Au lieu de 
« cela , ils 8' embrovillent par dea expreasiooa o- 
a bliques, et ambigues, qui leur donnent un beau 
« champ de declamer poor faire valoir laor esprit^ 
«r et leur doctrinc : de sorte que il semble que ils 
« n'ont point d'envie de voir la vérité tonte nue. 
et pcot-étre, parco qu'ìls craignent, qn'elle ne aolt 
« plus desagrèable, que l'erreur etc. 

(8) Cartesio gran filosofo insieme, e gran ma- 
tematico vuole Ti mondo nato da per se, in vigore^ 
cioè delle icfrgi meccaniche della materia, e del 
moto. Non è già che difenda la materia eterna, la 
quale siasi sviluppata collo scorrer de* secoli gra- 
datamente; egli scrive, che sul principio delie cosa 
Creò Iddio un'infinita quantità di materia^cbe di- 
vise m parti sommamente piccole, e di figura cu- 
bica, che infuse diverse p^rti di essa materia la 
forza motrice, ed il moto con questa legge , che 
la prima quantità del moto suddetto si conservasse 
in tutta la materia cosiantemante la stessa ed in 
in maniera, che a proporzione sempre della per- 
dita, che ne facesse una parte di materia, no fa- 
cesse subito acquisto un'altra parte. Le particelle 
cubiche , ei soggiunge , ubbidienti a questa legge 
loro impressa , incominciano le une e le altre a 
muoversi neceasarla mente per linea retta essendo 
questa la prima legge del moto. 

Poi deviano esse dalla direzione retta , grandi 
porzi^i di loro girano quasi a torme, e disordi- 
natamente, e eon ciò nascono infiniti vortici, o sia- 
no globi celesti, i quali formano altrettanti soli. 
Nel moto circolare de' cobi, gli angoli si urtano. 
si rompono , infra ngonsi e ai convertono altri In 
polve minutissima, ed altri in particelle alquanto 
craase di figure irregolari, e con ciò la prima ma- 
teria viene a dividersi in tre principali elementi, 
in isfericai sottilissima, e crassa. 

Provveduto questo filosofo de' suddetti tre primi 
elementi , si annunzia sicuro di potere {spiegare 
facilmente la prima formazione dei corpi , e di 
render ragione di tutti i fenomeni dHla natura. 
Egli combioa, decompone questi tre elementi , or 
gli considera isoleti, ora uniti insieme, gli mejcola 
ora in minori , ed ora in maggiori porzioni ; e a 
suo talento, e capriccio ne forma i pianeti, l'etere, 
l'aere, il fooeo, e i corpi tutti, grandi, o pireolfi 
che adornano l'Universo. 

(9)'^//tiie al sistema di Anassagora , ed al 
Panteitmo di Platone , spiegato egregiamente da 
Virgilio nel libro ri delVEneid 7, 49- 

« principio coelum, ac terram, etc, 

JET nella Georg, 4, v, ttL 

......Deum nanque ire etc. 

Felicemtnte tradotto da ÀPnibal Caro, 
Primieramenic il ciel, la terra, e il mare, 
I/aer, la luna, il sol. quant'é nascosto-, 
Quantappare. e quani'^, muove, e nudrisce. 



242 N0?£ 

B rf 99e Cn, ehc v*è dentro, e spirto, o OMOte, 

O anima, che sin dell'universo, 

Che sparsa per lo tutto, e per le parti 

Di sì gran mole, di se l'empie, e seco 

Si volge, si rimescola, e si unisce. 

Andarae Dio 

Per le terre, pe' mar. pel ciel profoiido, 
Quinci la gregge aver quinci gli armenti, 
Gli nomini, e ogni fera, aagelli, e pesci, 
E tuiio ciò fra noi, che spir», e vive 
Spirito, e vita; e ritornarsi poi 
La onde si partir tai cose tutte : 
fiè vi aver luogo morte, ma volare 
Vive nel ciel tra 1 numer delle stelle. 



(10) Allude alla dottrina di Orfbo. Orfeo, al dir 
di Plutarco e di Macrobio, fa II primo, che ahbia 
insegnato ai Grei-i la dottrina àeWUovo primitivo, 
d'onde eblM*ro origine tutti gli Enti, opininne aa- 
tichissima che egli senta dubbio attinse dagli E- 
gizt. i quali r'ippresentavano il mondo con questo 
simbolo. Gli Egizi credettero, come prova Cndwot 
Sysi. IntBlL p. S48, che un Ente, ciii diedero 11 
nome di Cneph, avesse preseduto alla formazione 
dell'universo. R ippreseotarono essi cotesto Ente » 
come dice PorGrio , sotto la figura di un uomo • 
avente in mano lo scettro, risplendenti piarne sul 
rapo, e un l7ovo alla bocca , da cui veniv% fuori 
un altro Dio, che essi chiamarono Phtal Dio ve- 
Iterato da questo popolo quale artefice del mon- 
do , e a questo oggetto simboleggiato nell' Uovo. 
Anche i Fenici davano ai loro Sophaumin, geni 
contemplatori del cielo, la forma di un Uovo , t 
servi V ansi di rappresentazione nelle loro Orgia. 
Era lo Slesso simbolo in uso presso i Caldei , i 
Persi, gl'indi , i Lhinesi » ed è molto probabile , 
che questa opinione dell'Uovo primitivo sia stata 
la prima opinione di tutte le antiche nazioni , e 
di coloro , che si diedero ad ispiegare la prima 
formazione dell'universo. 

(11) Allude qui l'Autore a una certa particolare 
opinione dei moderni Indiani. Credono costoro, che 
un Dio cacciò fuori della bocca per mezzo di un tubo 
un uovo, il quale prendendo sempre maggiore e mag 

?;iore incremento, poi crebbe in modo, che venne a 
ormare quell'immensa mole, cui dismo il nome di 
mont'o. Nee doeirinam guper mundi opi fleto a 
majorihus aceeptam poenitus abjecerunt indi no- 
vitti. Nam ' Ovum per (iitulam ex ore Dei emis- 
$um primo: deinde magts magi tqtte ampli /ieatum 
in mignam illam evuMisse moUm narrant, quae 
mundùe dieitur. Haet. Arnct. Anarst. lib. 2. e. A 

(12) Allude al discopri mento dell' America do- 
po 53 secoli circa, da che era rreato il mondo. 

(t3j Allude alla celebre Ìpott*si del signor di 
Buffon. Questo illustre naturalista dopo a vrr con- 
futate le teorie di Burnet di Wislon. e di Woo- 
dword, volle sostituirne un'altra, fondata unica- 
mente sopra supposizioni arbitrarie da lui mede- 
simo chiamate Rorwnsi fiiici. 



Riconosce egli, che il moto circolare dei pianeti 
d'intorno al sole si fa per la forza d'allrazioiic, 
o di gravità, combinata con quella d'impulsione; 
e che questa forza fu comunicata agli astri in ge- 
nerale dalla niano di Dio In quel momento me- 
desimo, in cui per la prima volta impresse il moto 
all'Universo. Riconosce l'islesso moto nelle comete. 

Suppone, che una grandissima comeU cadde ob- 
bliquamente sa 'I sole, pose fuor di luogo qne- 
sr astro, e ne separò con la violenza di sua caduta 
inforno la 65G porzioni della saa massa. Da questo 
immenso volume di materia solare formaronsi la 
terra, i pianeti , e i loro satelliti \ ecco le sue 
Congetture. 

la violenza dell' nrto ha dovuto eomonicare a 
questa euorme massa di materia Infocata , e li- 
quida, una forza d'impulsione^ discostarla dal sole 
ad nna incredibile distanza; farla girare sopra se . 
stesso; e segregarla in differenti globi. Questi glo- 
bi, mediante la forza d'attrazione, si dovettero 
locare a differenti disiaos9, secondo 11 grado della 
loro densità. 

La porzione di materia solare, di cui la terra 
è stala formata, soggiunge l'ingegnoso Autore (che 
ha dovuto render la terra più elevata verso l'E- 
quatore, e schiacciata verso i Poli) né] suo alloii- 
.tanamento dal sole si è raffreddaU, e induriu; 
allora i vapori, dai quali era attorniata, eondenaa- 
rousi, e cadendo nella sua superficie, formarono l'a- 
ria e l'acqna. Ecco la terra dapprincipio, dice egli 
ricoperta dall'acquei come scrisse San Basilio nel 
suo Exaemei'O, Queste acque a cagione del molo 
della terra verso oriente moto veementissimo. par- 
ticolarmente verso i Tropici, dove la forza centri- 
fQsra à maggiore, respinte verso l'occidente, agi- 
tarono la terra, l' arena. Il sabbione , e si sca- 
varon delle vasche; dlsposersi per istrati;e produs- 
sero le montagne e le valli. 

Con questa ipotesi, e accordando al nostro globo 
dal sno primo stato d'infuocamento sino al suo 
stato attuale I' enorme durata di 75 mtla anni, 
eh' ei divide in sei celebri epoche, in tuono franco, 
e sicuro spiega i fenomeni tutti della terra gli 
Strati orizzontali, le catene dei monti, la figura, 
il sito delle valli, e particolarmente la sempre 
costante proporzione degli angoli nelle valli in 
modo che i solidi delle montagne corrispondono 
sempre ai concavi. Rende ragione dell'origine, e 
del sito, delle isole, e dei continenti, che ei vuole 
tntti sortisser dal mare e prima le orientali della 
Cina, poi le occidentali dell'Africa , e in ultimo 
luogo l'America; perciò incolta, selvaggia, e scarsa 
di abitanti ; rende ragione dell' ostriche, e delle 
conchiglie e di altri corpi marini sepolti a una 
^'raode profondità neUa terra, e dentro ai monti, 
del corso dei fiumi verso occidente, e verso met- 
zogiorno. Questo illustre accademico di Parigi • 
questo gran filosofo sa colorire le sue Idee, e gU 
errori suoi , con tal arie, e facondia , da far co • 
noscere a prova anche ai più dotti, a qua! ponto 
di seduzione possa arrivare la favola istessa so* 
stenuta dall'incantesimo della eloquenza. 
(14) S^intende il tote. 



NOTE 



2i3 



(Itt) S'intendono U eomtte. 
(16) Meile in yeduU l'aotore il Panteismo di 
Beoedeito SpìDota, cioè il mostruoso erroi*e, onde 
viene a eoofondersi Iddio con questa macchina 
mondiale ; confutato da Bayle Dicliuo. Hist. art. 
Spinosa Kem. n. da Samuele Clark de I ciisieot, 
de Oieu chap. 4. toro 2, da Leiboìzio Essats de 
Theodic. g ^73 , da Hook Relig. Nat. et Revel. 
Princ. Pari. 1, da Fenelon , e da tant' aliri. Non 
v'ha in Natura (dice Spinosa nella sua Elica p 1.) 
altro, che una sola ed individua sostanza^ e que- 
sta ò dotata di infiniti attributi, trai qua;i si no- 
verano specialmente l'estensione e il pensiero. 
Tutu i corpi , che sono neir universo , sono mu- 
dificazioni di quest'unica sostana^a» in qtranto c- 
stesa',luite le menti sono modìGcaziooi di qucst unica 
sostanza in quanto [lensantej e quest'unica sostanza 
pensante insieme ed estesa, che per un' azione e- 
terna , necessaria , ed immanente produce e con- 
tiene in se tutti questi corpi, tutte queste men- 
ti , e tutto , a dir breve , 1' Universo , quesln è 
Dio. Questo sistema ebbe dei fautori in Sicilia , 
e un nostro celebre letterato , buon metalisico 
insieme, e, buon cattolico , si comprometteva di 
salvar tutte le difficoltà , che gli ai avrebbero 
potuto oppore dalla parte della religione^ma pre- 
venuto dalla morte, non potè soddisfare la curio- 
sità dei nostri dotti. Frattanto sol perché s* an 
nunzio per an sistema spicciatissimo , sbrigato, e 
raggirantesi nei soli termini di euenxa, sostanza, 
e modt/CcaxtOTie , si appiccò fra tutti come fuoco 
in paglie secche, per qnell' istessa ragione, per 
cui si accetta subito , e comunemente una moda, 
poco dispendiosa^ perchè alla fine qualunque sco- 
lare» che sappia raggirare i saddetti tre termini 
rappresenta an filosofo di una sbrigata economia, 
il nostro poeta a questo proposito lepidamente 
diCea : 

Cussi eu conoscivi an mastricedda. 
Chi 'un avia autra, chi un lìrriulichiu^ 
La jornn cci sirveva pri manleddu; 
La notti pri cuverta, e linzulicchiu', 
Pri faldistoriu quannu dicìa un creddu^ 
Fri muccaiuri quannu facla picchia^ 
Qnanna jia a caccia cci sirvìa pri tappi, 
E qualchi vota arripizzava nnappl. 

(17) « Allude alla figura di uno stivale, che l'I- 
« talia rappresenta nelle carte. 

(18) « Saturno primo possessore dell' Italia se- 
« condo gli storici e i poeti. 

(19) ce al allude alla conquista che ne fecero i 
« romani discesi da Marte. 

(20) ce Allude all'amico culto d'ognuna di dette 
« isole. 

(2r) « La miglior maniera, cha si è potuta tro- 
cc vare dagli eruditi per decidere alcune contro- 
« verste intorno a certi tratti di storia , è stata 
« quella, come ognano sa, di osservare le meda- 
« glie, da coi se ne cavano prove le più indubitate. 

(22) Si descrive i' emblema della Trinacria o 
Triqaetra. 

(23) « Uaec loca vi quondam, et vaUa convulsa 
raina. 



u (Tantum aevi longiqua valet mutare vetnstas) 
u Dissiluisse ferant, cum protinus utraque teilus 
ce Una fore*, veni! medio vi pontus, et undia 
« Hesperiuro Siculo latus abscidjt etc. 

Virg. Eneid. lib, ///. 

£ fama antica. 

Che questi or due tra lo r- disgiunti lochi 

Erano in prima un solo, che per forza 

Di tempo, di tempeste e di ruiae, 

(Tanto a cangiar queste terrjine cose 

l'uò de* secoli il corso) un dismembrato 

Fu poi dall'altro. Il mar nel mezzo entrando * 

Tanto urtò, tanto rose, che 1* Esperio 

Dal Sicolo terreno alfiu divise. 

Ann. Caro, 

(21) Qui l'Autore vuol dare un saggio della co- 
smogogonia degli antichi orientali, adottata in 
pirle dagti Egizj, scolpita in geroglifici sopra co- 
lonne, e deposiuta nei loro Tempj sotto la custodia 
dei Numi, come ci ricorda l'eloquentissimo M.Tho- 
mas nell'elogio di Renato Cartesio Anuot. n. t. 
Ciò che esiste, essi diceano. Non v'ha, che una 
sola sostanza , eterna e infinita^ indivisibile, ben- 
ché divisa, il coi fondo è immutabile, ma che ha 
delle mutazioni pisseggiere. La parte più pura 
formò r Essere Supremo, i corpi celesti^ e i geoj 
sono la seconda emanazione di questa essenza; 
della faccia della materia si son costrutti i corpi, 
e il globo che noi abitiamo. Nella natura tutto si 
sviluppa per un incateuamento necessario di cause 
ed effetti^ la terra sepoKa sotto i* acque , massa 
informe e fangosa, peneti-ata dai sole, ed agitata 
dalle scosse dell' aria, si spossa, e si consuma» 
prova rivoluzioni, ed incendj^ tutto sconvolgesi, e 
ritorna al primo caos, finisce il grand' anuo del 
Mondo, che dovrà esser seguito da un rinascimento 
generale dell'universo. 

Ó2$) Giacché tutto per Benedetto Spinosa è mo- 
dificazione, diremo pia quella, che si appartiene 
ai semidei. Per gli uomini iKsnscranno 1 fautori 
di questo sistema di dare un epiteto, che loro 
senibrerà giusto. 

(26) Jura inventa metu injusti fateare opus est» 

(27) Se l'Autore del nuovo Spinosismo corretto 
si fosse trovato fra i maoiuettani della Persia, senza 
dubio sarebbe stato inalzato al grado di Soffi^ ini- 
perniocchè costoro, chiamati con altro nome ca- 
balisti al riferire del celebre Bernier: « Pretendcnt 
« que Dieu, ou cet Etre souvren, qu'ils appellent, 
« Achar immobile, immuable, a non seulement 
« produit, ou tirò les ames de sa prope substance, 
« mai generalement encore tout ce, quii a de ma- 
« tèriel, et de corporei dans 1' Universa et qua 
cette production ne s'est pas f^ite simplement 
« à la facon des causes efficientcs, mais ài a far 
ce Con dune arcigne, qui produit una tulle que elle 
ce tire de son nombrii, et qu'elle rèpand, qoaod 
« elle veni, Yìd, Encicl. art» asialiques. 

(28) Allude r Autore alla curiosa maniera, onda 
favoleggiavano i poeti, essersi ripopolato il mondo 
dopo un orribile catalismo per mezzo di alcnna 
pietre, che laaciarooo per consiglio di Temi die- 



214 



NOTE 



tro le loro tpalle DeuealtoiM, e Plrra. Qvid. lib. 
1. iiil. • Fif. 

« Quo tempore prfoiam 

• Deeeolio tacum lapides jaciavit in orbem 
« Code Kiomifies nati, duram geoas. 

(29) Scheria pare il nostro Autore soJla sciocca 
opinione di DioUoro Sicolo. il quale giunse a per- 
suadersi cogli antichi Egizj, che gli uomini tras- 
sero la loro prima origine dal fango, riscaldato, 
e roeaso in moto dal sole uflle spiagge del Nilo, 
dietro un ritiramento delie sue acque. 



« 

c< 

a 

a 
a 
« 

a 
« 
ce 



(30) « En tant qae toate cette mnltiplicité et 
diversità de òhoses, qae noos Trappent, ne sont. 
que une soule uniqne, et memo chose^ qai est 
Uieu meme; comm toas les nombres divers, qae 
noas connoissons, dix, vlnt» cent, et aiosi des 
antres , non sont anfin , qae ane meme unite, 
répélée plusiears fois. JSneicl, L c« 

(31) ce En sorte, que le dernier jour du monde 
etc. ne sera a atre cbose, qae une reprise gene- 
rale de leus ces rets, quo Dieu avoit aiosi tirò 
de lui niéme. EncicL l, e. 



DON GHISGIOTTI E SANGIUPANZA 



POEMA EROI COMICI!. 



ARGUMENTU. 

Don ChiseioUi è spirduiu ''nira timpesH; 
Sunciu s'agghiummaria 'mmenzu la nivi; 
L'Eroi tira a li Fati, e spacca testi; 
E lu sceccu li colpi si ricivi; 
^Ncantisimu armaliscu, in cui si testi 
Di a spogghi *n€antatii si descrivi: 
Saneiu, attirrutu di sfadornu stranu^ 
Lu sfiguita scantatu di iuntanu. 

1 

Musa, canta TEroi; già Tumbra audaci 
Di D. Chisciotti mi circuoiia tuttu; 
Ardi di sdegoui chi Scervantes (1) taci, 
Di tanl'autri prodizzi'un noi fa muUu; 
Cerca TOmeru so, né trova paci: 
Si raccumanna a nui chi voli rutta 
Lu vecchiu muru, unni lu cecu obliui 
'Nzoccu chiddu nuo scrissi» slpilliu. 

2 

Da Tautru latu lu gran Sanciu Panza 
Mi parrà *ntra lu zuccu di Toricchia; 
E mi fa viva e premurusa istanza. 
Chi a l'immortalila yoli una 'nnicchia; 
NuM vanta lu curaggiU} e Tarniganza, 
Né vanta imprisi di Ja sua sBrriccbià, 
Ma lu boa seosu uoitu a uo cori driUUi 



E li peni, e li guai misi a profittu. 

3 
Granniy e illustri memorii, chi durmili 
*Ntra li caverni di Toscuritati, 
Tempu è già, risbigghiativi, e nisciti 
A visitari li futuri etati; 
'Ntra lu tempiu di Gloria truvirlti 
Chidda, chi vi precossi autra mitati (2); 
Veneratila; ed eccu, ch*iu animannu 
Trummi , sampugni (3), vi vaju ch iamanpu^ 

Da la Scizia 'ognìlata era vinata 
A cav.addu a li negghi, e a li tempesti» 
L'Invernu, tecchiu rigidu e 'ngriddutu« 
'Ncumpagnta di li venti cehiù molesti; 
Lu celu chi di nluru era vistutu, 
Surruschiannu* sfardava U vesti; 
E lu fracassu cu cui truniavat 
Scurria, e di munti io munti ribummaYa. 

5 

Chiuvla la oivi sfìlazzi sGlazzi; 
L*arvuli eranu nudi, arripuddulì^ 
Li ciumi duri, e condensali in jazzi; 
Cadianu occddi morti, 'ncripudduti; 
Lu ventu chi maggia *ntra li gruttazzi, 
Mittla spaventu a H campagni muti; 
Tutta era orruri lutt era biancura^ 



GÀNTU PRIMU 



215 



Mustrannti un lulu aspetta la natura • 

6 

Von Chiiciottì fratantu sempri iovittu 
Resisti a la furtura, a li jilati, 
A lu sonnuy a la siti, a lu pìtittUt 
'Ntra nivi, e spiui, e vaasi sdirrupati; 
Ma Sanciu Panza spavinlatU} affiittu, 
Ittàu'im viici: genti pri piftati, 
A cui mi leva di stu malu passu 
)^u cuvernu di Fisula cci lassù I IVì 

7 

L'Eroi a *na bestemmia di sta sorli, 
Ah! indignu, dissi, di purtari lanza, 
Ad un miu paru tantu arditu, e forti, 
Chi nun cc'è paru paladinu in Pranza! 
Dunca tantu timuri ài di la morti? 
Dunca sì poca in mia ài tu fidanza ? 
Yegna» e vidrai in battagghia allurtimata, 
Si pò cchiù la sua fauci, o la mia spata. 

8 

Ah 1 signnri, signuri, cci rispusi 
Sanciu. a cui cci sbattia iu gangularu, 
Gei sarria lu riparu a li gravusi 
Soi colpi, si la fauci fussi azzaru; 
Ma la fauci cu cui nni tagghia, e scusi, 
È composta d*un friddu senza paru; 
Poi si cci agghiuoci la fami pri tagghiu, . 
Pri manicu lu stentu, e lu travagghiu. si 

9 f 

È Yeru, chi cu vui cci sù'nsignalu, 
A fari vita di porcu salvaggiu, 
E cci iju ogni momentu contrastatu 
Cu la fami^ la sili e lu disaggiu; 
Ma stari 'ntra la nivi vurvicatu, 
Comu un gnuechittu 'mmenzu lu furmaggiu, 
Chistu mi pari pri parrari schettu, 
Muriri in friddu a modu di surbettu. 

10 

Senti, cci riplìcau lu nostru Eroi : 
Lu tempiu di la Gloria è situatu 
Supra un gran munti, e arrivari *un cci poi. 
Si prima 'un scalti, e 'un ti nosci lu ciatu; 
Mentri si vivu, di li preggi toi, 
Lodatu *un nni sarrai, ma invidiatu; 
Sicché coraggiUf leni a menti pri ora: 
Che un bel morir tutta la vita onora. 

11 

Comu I rispusi Sanciu, o chi scacciali 1 
Chi àju a muriri pri e$siri onorutu ? 
Pirdunaliini, è grossa asinitati*, 
Mi scntu megghiu eu vivu sbrigugnatu, 
Chi Achilli e Ulissi morti, decantali; 
Pirchl eu o lintu, o pintu avennu ciatu, 



La cinniri di sgomini valenti 

M scarpisn, e perciò su cchiù potenti, 

13 
Ddocu ristau menzu 'nzaccatu, e quasi 
Si vitti traballari ddu grann'omu; 
Però min si smarrlu, ma in boni frasi 
Promisi 8t«idiari 'nautru tomu; 
Turpinu 'ntra ssi punti nun ci trasif 
Amatis d'Aula^ ed autri di gran nomu 
Su arditi eroi, aunnu omini valenti. 
Ma 'un si picanu tantu di argumenti. ^ 

13 ^ 

'Ntramentrsi facianu sti discorsi, 
Sicutava la nivi, e la furtura; 
E a bia di sciddicùni erann scursi 
'Ntra un munti, unni scupriasi 'na chiamirat 
Ddocu 'ntra 'na scuscisa, eccu cci occursi , 
Chi lu sceccu di Sanciu, o pri paura, 
O pri lu friddu, o pri la debiltati, 
Pici una di li proprii asinitati* 

14 
Sciamprau di quattru podi, e'ntralujazzu 
Sciddicau quasi un mìgghiu duci duci; 
Sanciu s*abbrazza ad Jddu, e tullu uìi mazzu 
Jusu cun iddu ancora si ridduci; 
E nivi, e sceccu, e Sanciu, acqua e critazzu 
Fannu un impastu, e dda nesci *na viici 
Mesta, pietusa, afflitta, e cchiù chi jìa. 
Si jeva alluntanannu, e si pirdia. 

15 
Alluechla Don Chisciotti, a di luntanu 
Cci die*: 'un ti cunfunniri... sta forti... 
Stennl ssu vrazzu... dunami la manu... 
Ma inutili vidennu sti conforti, 
Risolvi scavalcari ammanu ammanu: 
Sanciu inlantu è a li strilli cu la morti, 
Gira. •• sbota..- firrU) sciddica, ed eccu 
'Nsastàti 'ntra la nivi e Sanciu e sceccu» 

16 
Don Chisciotti sbruffava pri la stizza; 
VuUa daricci ajulu e nun purfa; 
Cu Tocchi misuravanni l'olizza; 
La scuscisa e la nivi Timpedla; 
Ma In coraggiu poi eccu cc'immizza 
Una cchiù brevi e- cchiù spedita via; 
Si assalta 'ntra la nivi a tugghiu appunU 
Di la lavanca, e sciddicaunu è juntu. 

17 
Cussi àju vistu li picciotti ancora 
Cu li causi rutti, e un*anca lisi:ia 
Jucarì 'ntra iddi a la tfciddicalora 
Supra marmura, o tavula chi striscia: 
Lassau Sanciu di nivi un sulcu, ed ora 

32 



DON CHISCIOm B SàNCIU PÀNZÀ 



i 



su 

Don Chisciotti cci sciddica, ed allisciat 
Gei cadi ^DtesU) e cu la so dioocchiu 
A Ì*affliltu di Saociu aituppa un occbiu 

18 

E chista va cu rautri! esclamaa 
Afflitta e piatusu Saociu Pania} 
Don Gbisciotti però iu cuorurtau* 
Poi misi a fari lera cu la lania 
1antU9 chi di la oivi lu sgastau; 
Ma di lu sceccu oun noi supratanza 
Chi lu mussu, 'na oricchia, e menza testai 
Pirchl la nivi si misi pri *mmesta« ^ 

19 
E chista è vita» chi starno faceonu! 
Usfflittu Panza lacrimannu dissi» 
Suli!..spirduti'..ccal..'otra un tempo orrennul 
Yurrla na matri, oimèl chi mi chiancissil.. 
£ chista forsl, chi stamu scurrenDU9 
• La strata di la gloria *mparissi ? 
E si oni scalta i*arma *ntra sta nivi » 
Cut nnt loda? sti 'mbrogghi cui li scrivi f 

90 
Un Numi, amicu a Tlmmurtalitati» 
(L' Eroi serio rispusi) ivi la cura 
Mannari da perluttu li soi Fall, 
E nota ri ogni Tatto t ogni avvintura; 
Ed unni testimonii ^un cci sii statif 
Fannu li Musi parrari li mura... 
Benii 'nterrampi Sanciu. ma sti jazii» 
Si ànnu vuoi» anno a diri: sa dui pazzi. 

21 
Chista 'un è ara cca d'arsoroeotarit 
Va susiti lu scocca, e poi discorri , 
^ Dissi TEroi; e misi a soUévarl 
« Uasinu, chi di nivi avla li Wurri; 
Sanciu loricchia si misi a tirari; 
La nivit ch'è plslau, squagghist e scorri; 
Lu sceccu gii si susi e si ravviva) 
Ma appena alzaUit fici recidiva. 

22 
Sanciu Panza jittau devotamenti 
X Un tarocca pantotico, a l'usanza 
Di un jucaUiri, chi *ntempu d'un nenti 
Perdi tutta la somma, chi cci avanza; 
Dipoi ripigghia: nun bcemu nenti. 
Chi slassi mpedi 'un cci ajiti spiranza; 
Lu sangu gii cci quagghia, e va pirennu... 
Chista ch'ò vitat chi stamu facennul 

23 
Saociui nun mi abbutliri, statti ziltu» 
Pirchl piosirò iu pri quadiarlu, 
Dissi dda cima d*omu; e accussl dittu, 
Vigghia un struncuni, • metti a mazziarlu; 



In verità cci fu d! gran proflitu 
Ddu lormentu, e ddu caldu a sollevarlu; 
Lu sceccu, ch*era friddu, (tra gii suda, 
E Sanciu si lu spinci pri la cuda. 

2V 
Lu cavaleri di la mancia 9 doppu 
Chi alzau lu sceccu, misi a taliari 
L*autu ruccuni, unni pri Taspru intoppa 
Bisngnau lu cavaddu abbannuoari^ 
Lafflittu Ronzinanti, monzu zoppo, 
Pri un viuleddu cuminciau a catari, 
E arrivatu dda sutta lu ruccuoi. 
Quasi chiancennu, chiama a lu patmni. 

23 
Don Chisciotli si appoja all'asta, e scioni 
Pri un violu. chi appeoa cumparla; 
Saocio lu capizzùni ai tratUoni, 
E rucculannu appressu cci viola; ^ 
La notti 'ntra stu mentri si nni vinni» 
Ad incontrarli 'mmenzu di la via; 
Lu scuru si fiddava, e alFariu fusca 
Sulamenti apparta qualchi surruscu* 

26 
Vannu l'afflitti 'ntra ruvetti, e ìunchl» 
Vaddi} pinnlni, scuscisi e lavanchi» 
*Mmistennu 'ntra li rocchi* e 'ntra li Iruncbi» 
*Nntra nivuri macchiuni, e ddisi vranchi; 
4j'orrori cu umbri pallidi, e pijunchi« 
Trimari cci facla li passi stanchi; 
E pri cùmulu poi di tanti affanni, 
Cci sbulazzava 'nfacci un varvajaonl* 

27 
Caminanu a lu lumi di li lampi 
Spirduti, smannatizzi, sularini; 
Cci pari un bistìuni cu li zampi * 
Ogni arvulicchiu, .oani macchia di spini; 
Don Ohisciotti cclìiu voti pri ddi campi 
Scippau la spata pri fari ruini; 
E cchiù voti a ddi tronchi, o invitta ardiri! 
Cci detti colpi enormi di muriri. 

28 
Cussi a tantunijerii a ritruvari 
^Di vuci in vuoi lu gran Ronzinanti (5); 
Dda caviilcanUy e vannu pri arrivar! 
A un certu lumii chi *un paria distanti: 
Sanciu 'un lassava di rucculiari; 
Don Chìsciotti imperterrito, e custanti» 
Cci dici: oh pesti 1 e Panza va diceonu: 
E chista è vita, chi stamu facennul 

29 
Gii sbrizzla a minutu, lu libbicl 
Nuvuli sopra nuvuli ammunsedda; 
Lu celu si fa nloru comu pici; 



cAmru pEivu 

Lii scura 'ntra ddi tìusì si fedda: 
Sanciti cu Bon Chìsciotti sbrici «brici 
Sì sbbuccanu a la puppa di la sedda» 
Cu li gpaddi armochiatt» e cu li schtni 
Si arriparanu T acqua li mischioi. 

30 
Ma eccu chi s'avanza la fiirtura; 
Grida lu ventai e strinci la timpestat 
Urla ogni grulla, friscà ogni apertura; 
Li trona cci sfriscianu pri la testa; 
Autru *un si vidi, oimè! chi la paura 
Cu lacci zjyica spaviotusa, e mesta. 
S'accosta a Sanciu, e cu mann *ngnilata 
Labbrazza» ed iddu esclama: oh chi outtata! 



247 



31 



Ed unni su li vostri amichi Fati» 
Pri darivi succursu 'otra pericuU ? 
Ora conusciu la mia asinitati, 
Cli* àju cridutu a sii cosi ridiculi ! 
Chi 'ocantisimt, e maghi, chi scac ciati f 
Jeii, chi d nutatu tutti rammioicufìi 
Nun éju vislu cca, chi a mia. ed a vui, 
E *un cc*ò Dudd'autru, chi nuautri dui* 

82 

D. Chìsciotti si metti a tistiari; 
Poi cu risu sardonicu cci dici : 
O tavulunif e ancora tV a sbarrar! ? 
Oh celu I r ignoranza, eh* è infelici! 
Senti a mia : Taria è cca, né cci cuniparl, 
Ma OD omu dottu, *oa menti felici» 
Quannu *un cc*è nuddu, e si senti ammuttatu, 
Dici : è tu ventu» l'aria m*à tuccatu. 

33 
Cussi vistuti d'aria li Fati, 
Li Spiriti, li Strighi, e li Magari, 
Si stannu d'mtra Tatomi ammuociati, 
Cca cci nti*è milli, ed una 'un cci cumpari, 
Tu, chi ti crldi, ah?... cca... atturniati.., 
Cu nui... fratantu a sentimi parrari 
Sanciu, bencht *un cci cridi, e fa lu bravu, 
Ogni capiddu cci addivonta un travu. \/ 

34 ^ 

Guarda ìntantu di Tasinu Toricchi, 
E vidi, oh scantu orribili! oh spaventu I 
Dui ctammi accisi, ed autri eannilicchi 
Nèsciri di U grigna a centu a centu ! 
'Mpasima, fa la scuma. « li stinnicchi, 
Torci Tocchi, e li chiudi a ddu purtentu, 
Iitatusi da Tasinu 'ncanlatu, 
Stetti menz*ura *nterra assincupatu. 

85 
Don Chìsciotti in principiu attenta, e guarda 
Ora lu sctccu, ed ora Ronzinanti) 



^ 



Chi A focn ancora; ed abbenchl nun s'arda, 
La ciamma ò troppu certa, ed è costanti; 
Cerca Tardiri, a nun nni trova scarda; 
Cci pari aviri 'nfacci un Negromanti... 
Jeu chi nun su lu stissu ? accusai dittu* 
Eccu ed veni un gran coraggiu invittu. 

36 
Chi dirrA Duleinia, sequita a diri. 
Si chistQ momentaneu batticori 
Prt mia disgrazia arrivirk a sapiri ? 
Quali sari lu miu russuri? ah mori 
Codardu. si tu mai divi patìri 
Una sventura tal'*.* A sti palori 
Poi si cunforta, e dici : e puru ò vero, 
Chi dormi ancora qnalchl vota Omeru. 

.37 
No, gii su rfshtgghiatu, ed iju in petta 
Lu stissu Don Chìsciotti..* À sta parrala 
Smunta da sedda. e cu superbu aspetta 
Sfodera la terribili sua spata; 
E compostu *ntra V ira, e 'ntra TafiettUf 
Dici a la vampa : o si Tamica Fata, 
E palisati prestu; o si nnimica, 
Lu cchiù gran pezzu sarrk 'na muddica. 

38 
Fratantu era distratto, a *un si nni accorsi 
Chi lu sceccu punclu sotla la paoza; 
L^asinu gattigghiatu anchi risorsi 
Fari a da eroi, cu un cauciu lu sbalanza: 
Cci fracassau lu ciancu... no, nun morsi, 
Lu spiociu la sua orribili baldanza, 
Si 8U8Ì...aimè( si avventa... vola.** ed ecce 
Chi nun discerni cchiù cavaddu, e sceccu. 

39 
Mai vola accossi fiern, e impetonsu 
Turbini in aria, e mai si forti sbampa 
Foco in mini di pulviri racchiuso, 
Comn subitn io iddo Tira avvampa; 
Batti li pedi, torbido e sdigousu 
Comu tauro, chi manna cu la zampa 
La terra in autu, ed a vindttta sfida 
Lu gran rivali, chi minaccia e grida, 

40 
Cii8s\, dici, viddanu negromanti, 
Fata vili, zoccu sì, rispunni 
A li mei offerti, ed a li mei galanti 
Gentilizzi 7 accussl dittu, s' infonni 
Tuttu ntra 1* ira, e s* impaja davanti 
La vampa, chi a la testa cur rispunni 
Di l'asino mischinoi e co on fendenti 
La spacca 'mmcnzu fina ^utra li denti. 

41 
Si gira attorno,. ed in distanza vidi 



248 



DON CHiSCIOTTI E SÀNCIU PÀNZl 



^' 



La vampa ancora^ e un'ambra aliata d* idda, 
Ah ! mi fujUi, fati tili, e infidi, 
Diasi; e di adegnu, e d* ira ardi, e sfaidda, 
Cci santa supra cu colpi omicidi... 
Tinta dda vampa, tinta dda faidda- 
Ma ccliiù tinta dda grigna, e cliidd'oriechii 
Unni cci sunnu lumi» e canoilicchi. 

42 

Già datu fini a sta granni avvintara, 
S' infodera la spata, e spogghia T ira; 
Si siivveni di Sanciu, e torna allora, 
Timennu di nun perdirlii di mira; 
Lu trova ancora 'ntra dda' positura, 
Simili a(Tattu ad un omu chi spira, 
Si stizza, chi st' imprisa di valuri 
Nun appi aviri mancu un apettaiurì. 

43 

Lu scoti e va dicennu: oli, codardu, 
Aliata a Don Chisciotti anchi ài timori? 
Si dk spaventa sutta lu stinnardu, 
E sutta r umbra di lu meu favuri? . 
Apri r occhi scàntati, e jctta nn sguardu» 
Vidi svanuti T umbri, e li figuri; 
L* incanta è snperatu. ..intantu chidda 

zaja ad aprlri un occhiu picciriddu. 

44 

Poi 'ncaraggiuia tutti dui Tapriu, 
Attenta... nò la ciatu manna fora; 
Don Chisciotli pri forza la spincUi; 
Ma nun pò stari in pedi, e trema ancora; 
E bagnatù, 'ngnilatu, e un arricriii 
Cci vurria d*u/ia grutta, o pagghialora; 
Ah! circamu cci dici, sn patruni, 
Pri cariti cci fussi gualchi ^ngnuni. 

45 

Don Chisciotti nun già pri lu timuri. 
Chi lu so cori mai nni cunusciu. 
Ma a prlgheri di Sanciu e pri favuri 
Tràsiri *ntra *na grutta accusstnliu; 
Dda stinnicchiatl supra petri duri, 
Steltini un pezzu senza diri cui. 
Si jittaru pri morti, e un allammicu 
A Saocia cci stizzia *ntra lu viddicu. 

46 

Ma non Chisciotti pirchl avla la testa 
A la criobri sua scarsa avventura, 
Tacita la considiira. e in se desta 
Spiriti generasi, e si avvalura; 
Poi dici: o Sanciu, s'è fatta la festa 
Di la Fata nimica, e traditura... 
Ohi st vidivi'a mia 'ntra ddi cimenti... 
ArnialuoazEU, 'un nni vidisti nenti! 



4T 
Li meggliiu vista ài perflu<.. Ahi inter- 

(rumpiu, 
Sìgnuri, è vera, ed ora mi nni amenta. 
Mentri Tarma 'un cci critti, 'un a'aiUrrio; 
Ora ca cridi trema di spaventa. 
Fu *ncanti8ima vera, e la vilt' in, 
Né fu di eh iddi di mulini a ventu (6)... 
Senz*o«ghiu, senza eira, e senza mefcu 
Dui Vampi *ntra roriccbi di lu sceccu I 

E poi tant'autri lumi 'ntra la grigna ! 
E nun rànnu a bruciari a' iddu è armai» ? 
Sugna alluccuta, restu d*una vignai, 
Chista certu 'un fu cosa naturali; 
L*eroi ripigghia : è 'n'avventura digna; 
Ma nn'ài a vidiri assai portenti tali, 
Casleddi vidirai, voschi 'ncantatl, 
Cu snirdi) negromanti, strighi, e fati. 
^ 49 

Pri carità, stgnuri* *un noi parrama, 
O almenu 'un nni parramu mentri è scura, 
Pirchl si cchiù sti cosi arriminamu, 
Jeu 'mpinatisciu sicuru sicuru,. 
Cchiù losfu'ntra di nui cunsidirama 
Sti patimenti, chisto ìettu duru; 
'Nlra fami, e scanlì, e limpurali orrennu... 
Chista cli'è vita, chi stamu facennul 

50 

Dissi l'Eroi: e zìtluti sumeri, 
Manca sai si hI viva, e voi parrari; 
Chista è la vita di li cavaleri. 
Non chidda chi in cita ci vidi farij 
Stu nnomu 'ntra li acculi 'nnarreri 
Antru un gignificau chi cavalcarli 
Perciò da tutti l'omini sti tali 
Distinsi lu coraggiu marziali» 

51 

Gnursl, rispanni Sanciu, nun la nega, 
Ma cavalcar! pri divertimentu, 
Iri di jornu a caccia in gualchi fegu, 
Equilari pri sbiu. pri giuvamentu : 
Ma nui 'un facema autr'artì,ed autru impiegu, 
Chi viaggiari 'ntra IVcqua, e lu yentu, 
Circanmi; e cu lu reu, o pri caritati, 
Murirì o mpìsi, o 'mpasima, o ammazzati. 

52 

Babbu l sta vita nostra strapazzata 
Cci renni cchiù robusti, e vigurusìi 
Li romani a U sua milizia armata 
Cci drfvauu ro!ri/.ii cchiù gravasi, 
Sc^avari fo'^si, fari *mpalaz7.ata, 
Alzari turri granni, e raachinusi; 



GAMTU PR1MU 



249 



Pirchi Tazzaru cchiù chi lu larmcntì, 
Addiventa cchiu Gnu, e cchiù lucenti. 

63 
Agglìiunci poi, chi un cavaleri erranti 
'Avi ad essiri forti, azzariatu, 
Pri contrastari cu mostri, e giganti, 
Cu maghi o strighi, e cu V ìnrernu armatu; 
Nui di l'oppressi sustegnu costanti, 
Ogni tortu da nui veni addrizzatu; 
'I^summa aggiustamu un rounnu, e da sta 

(spata 

Ogni mali, ogni *nciuria ò vendicata. 

Cus«l la saggia e provida natura 
Fic» nascìri liilmu autu, e pussenii, 
Niin gi^ pri fari pompa a la chianura, 
Occupannu aria, e terra ìnutilmenti. 
Ma a fini chi la viti cchiù sicura, 
Cu rappiijari in iddu li sarjjjcnti, 
Putissi siistinlari cchiCi racina, ^ • 
Pri abbunnari ogni vutti, ed ogni tina. 

55 

Soffri perciò lu nobili, e lu ricco, 
Non pri scialari, e fari lu pulrnni, 
'NlramenlVi lu plebeu poveru e S'ccu 
Suda a lu guu^u, o sutta lu zappimi; 
Ma acciò chi lu prìvatu fazza spicco, 
Proleltu da un eroi, da un signuruni, 
Nati quasi pri appoggiu a la virlù, 
Fri farla io autu risaliri cchiù. 

56 

Pri fina ddocu via la discurriti. 
Dici Sanciu, ma poi vi 'mmarazzatì; 
Nui chi capejnu a fari sciarri, e liti, 
Irì raminghi pri vaddi • muntati; 
Si hi nobili sciala, e chi vntiti ? 
Chi v'apparleni a vuì ca vi 'mmiscall? 
Jamu a mia, ca mi senlu menzu persu, 
E airisola 'un cci vìju nuddu versu. 

La straU di li posti, e di lonori, 
Bispunni ddu grann'omu. s'accumenza 
Da 11 slenti l'affanni e li suduri, 
Uniti ad una savia sofferenza, 
Cussi soda Taffliltu zappaluri, 
Poi va spargcnnu 'nlerra la simenza. 
Poi doppu tontu affanno, e tanin stonlu 
Si vidi riccu d'oriu. e di frumento. 

58 

Ora nui 'nlra rinipicg» chi r.icemo, 
Avemu prima co travagghi, e steitli 
A jiri pri un violo tanlu esInMiHi, 
Clii nn'àvi a faii sudari li denti... 



Però fratanlu, dici Sanciu. co tromu .. 
Chiddu chi genio tN In tempo presenti... 
E chii-ta è vita chi... (un badagghiu appunto 
Scappa... )ripighia, starno. ..e Gei punto. 

59 
Ed ecco *ntabbacc.itu lenfu lentu 
Lu fig^hiii di la notti, amicu sonnu, 
S'impatrnnisci d'ogni sintimento; 
E rocchi a forza chìiidìri sivonnu: 
Cossi statino rafflilii un poco abbenfo. 
Posano corno megghio, o pejo ponnn; 
Durnìero tutta annoili, e 'un si svigghiaro 
Si nno quann'cra tardn. e jornu chiaro. 

60 
Don Chiscioltì lo primo s'arrisp'gghia, 
Dipoi scotenno a Sancio, cci dnmanna 
Di li bestii; chi hoslii ? ripigghia, 
Crijo ca su ristali all'aolra banna ; 
Forai chi vi facili maravigghia ? 
'Ntra na notti fel rigida e tiranna, 
Chi *on sappia s'era trnnzo, o s'era laddo, 
Mi spirciava lo scecco, e lo cavaddo. 

61 
Via, ausiti, cci dici, jamu a circari 
Lo loco onni fu assira la baltagghia; 
Cossi s'alzaro, e jero a firriari 
O'ni grolta,ogn.'gnoni Ogni ammocciagggìiia; 
llfcia Sanciu : sintennosì chiamari. 
Lo mio scecco'nn risponni,omancoarragg!ìia; 
pri lo troppo friddo appi a 'nsurdlri, 
O ch'è 'ncagnato, e 'on cci voli vmiri. 

62 
Cci vanno Tocchi inlanlo...oimè chi vista ! 
Oh colora \ oh cotogno! o pena orrenna !^ 
Lo scecco è morto, .ob colpo a la sprovisla . 
Nfe cci vali rchiù papghia, né provenna . 
Chi pena, o Sancio. chi amarizza è ctiislat 
lllato a lo scoverto, senza tenna i 
Pialoso in vìsia, chi 'un appi ad aviri 
Un testimonio airoltimi sospiri. 

63 
L'oricchia rispitlabili è taggliiatn: 
Sparloto è 'mmenzo l'occhio maislusu; 
La fiincia risolcnti, oimè, spaccata 
Ponnlmitati in so, milati 'ngnnso; 
Sancio comò 'na furia dispirala. 
Si cci ietta di sopra niimiso, 
Si gratta o p'ia, e 'ntra sogghMizzi e chianti 
Rópita li soi pregi, e li soi vanti. 

Oh vero scecco d» ia pasta antica ! 
Chi t'addobbavi a radichi, e cardeiUia ! 
Chi appozzavi la testa a la fatica . 



250 



Chi mi 8irvÌYÌ pri Yarda> e pri tedda I 
Chi di^prizzavi la sofli noimica 
Slanniili 8odii *ntra la tua casedda I 
La Ina flemma qiiagghiata, e «oflerenzat 
Era respmpiu di la mia prudenza. 

65 
Cu Uà afugata li mei peni e guai, 
Pri lu lo gran aigillu naturali; 
F<ra chi a tia, nuii mi tru^avi mai 
Un parenti, e un amicu a li mei mali; 
Ti stimara da frati, e tu lu aai 
Si amicizia «ci fu a la noatra uguali : 
Mortu lo, ristai lampa senza meccu^ 
Oh|)enaI o!i ria spartenza! oh morti! o sceccol 

66 
Don Chiaciolti fralanlu era firmatu 
]>avanti dominanti; e contemplara 
ì>d'aulru armali dda 'nterra atinnicchiatu» 
Chi 'ntra lu proprio aangu s'allagava; 
Vìdia tantu dì lunu e Taolru latu 
^Li. feriti frofonni, e suspirava; 
DopiHi chi un pezzu si duliu, e s'nfllissi 
Poi seriu si cumposi, e accussl dissi : 

67 
Ronzinanti, chi nato a tanta gloria 
Di inuriri in hattagghia cumu eroi, 
Pri lu vrazzu di chiddu, chi si gloria 
Lu speci-hiu di IVrranti pari soi, 
Godi thi la tua morti Tu vittoria; 
E diri all'umbri cavaddini poi 
Di RiindeMn, Bajardu, e Brigghiadnra, 
Chi assai cchiù d'iddi li toi fasti foni. 

68 
Ma Sanciu Tinterrumpi 'nfuriatu : 
Chista è la gran prudizza di sta notti 7 
Chisli foru N Fati, chi prova tu 
Annu li valiirusi vostri botti ? 
Ma Sanciu caru (risponni cagghiatp, 
E in un tono amurusu Don Chlsciotti) 
Nun h vidisti tu co l'occhi toi 
La vampa, comu mia? dunca chi voi ? 

69 
Nuo cunfissasti ancora tu, chi mai 
Putia esseri cosa naturali 7 
Certo è donca, ca chisli chi ammazzai, 
Foro fati 'nsitali sopra annali; 
E tantu veru eh iato ca tu sai, 
Chi li nostri dtsgrazji, e lì gran mali, 
Fri quantu a lu passatii rìflitlemu, 
Si cuntanu d'allura chi lavemu. 

70 
Giuirda in eflettu ora ca si't scannati, 
Chi j.irnaU eccellenti chi nischi ! 



ÌM)N CHISCIOtTI E SANCIU PÀNZÀ 

Vidi si cci aasiroigghia a ddi nottati^ 
Qiianno rinfernu oontra nui sì aprUi I 
Giisrda In sulì, e li soi rai 'odorati, 
Chi accussl allegri mai li rifliltlu I 
Cuarda, contempla la natura, e vidi 
Comu davanti a nui ai allegra e ridi. 

71 
Stu jorno è da notarsi in petra bianca ; 
Chisto è lu primu aiigurìu felici; 
L*armi giii mi cidiu la aorti stanca, 
Niin mi restano fati cchiù nnimici ; 
Già stenoo la mia deatra ardita e franca 
A li J^arti, a li Sciti» a li Fhoìcì... 
Li coroni di TAsia e li riami. •• 
Ma 'un pò cchiù atari io pedi pri la fami. 

72 
S'appoja ad on roccoiii, e poi ripigghia : 
Ora di* quanto voti, o Sanciu meo, 
L'iocanto ti cuntai, la meravigghia, 
Lu grann*asinu d'oru d'ApuIen 7 
Ora si la mia menti a'arrisbigghia. 
Mi doli assai ca cci appi a ^ncappari eu t 
Doppo chi h letto tanto» e stodialo, 
Da li strighi appi ad easiri gabbato I 

73 
Como statua di sali, Sancio intantu 
*Ntabbaranulo, n co la vocca aperta» 
PìnsanTiu ora a lu scocco, ora a Tincaota. 
Rinctli, aacuta, palpils, e sta allerta; 
Amuri ai lu tira, ma lu scanto, 
L'arributta, Taggrizza, e lu sconcerta ; 
Viirria chianciri, corriri, abbrazzarlu... 
Ma li carni cci arrizzanu a guardarlo. 

74 
Di poi prorompi : oh scocco micidara ! 
Sia farina jittavi, armalonazzo ? 
Ah 1 donca, aujlenni^sìmo roagaro : 
Pir chialu mi jittasti 'ntra lu jazzu! 



Eri saggia, 'mpar[88i. eri massa ru 1 
Parivi un minnimni a quattro a mazzo 1 
Parivi on coddo torto on marabutu !.* 
E tu eri boDo lo becco cornutu ? 

75 

Ma Don Chisciotti, pìrchl ruminava 
Soinpri lì fatti eroici e maistusi. 
Si ri^urdau d' A Iddi cu la clava. 
Chi di li apogghì ruvidi e piTusl 
D*un Moni ammazzatu s'adurnava; 
Risolvi d'imitarlo; ecco si susi, 
Pigffhia lu acceco, e In metti a acorciari 
Ma Sanaiu trema, e non voli accustari. 

76 

*Nstunma tantu a^aflanno, e s^aiTatlay 



CANTO primo' 



251 



Fina chi menzù coriu cci livau, 
Chiddu pezzu cioè, chi si siiitiiìa 
Da la coda a 1 oriceli i, e dda tagghiau; 
Si lu carriau 'ncoddu, e cci piniiia 
La cuda pri darreri, e si aggiustati 
L'oricchi pri davanti, chi a la vita 
Pioiiianu coma scocchi d'una zita. 

77 
Cussi si parti» e inetti a eamìnari; 
Sanciu però liniasi a lu darreri; 
Nun aveva curaggiu d'accustari. 
Di la paddi timia di la sumeri; 
Di luntanu Ju misi a sequitari, 



Cu la tistazza china di pinscri; 
Era 'na vera iarva, o dogiii iatu 
Lu muQOU cci paria ttitlu ncantatu. 

78 
Vai Saneiu, chi la celo interu e sana 
n cunservi, e ti dia bona v intura. 
Giacchi la tinta già l^i pri li uianu. 
Ti sarrà scola, ma pinusa e dura; 
Scurri, cheu nun sarrò tantu luntanu; 
Lassa chi almenu pigglii cialu uirura^ 
B pri mogghiu accurdari lu iniu sonu, 
Permetti, clfeu ti lasci, e canci touu* 



MOTE DEL CANTO PRIMO 



(1) Michele Skervantes celebre aatore della vita 
di 0. • hisciotte, scritu elegantisaimameDle in lin- 
gua castigliaoa, e poi tradotu in diversi idiomi 

(à) Allude a ciò che oe ha scriuo il sopracitito 
Scervantes. 

(3) Allade alla varietà dello stile , con cai è 
scritto questo poema , forse per isfaggire la mo- 
notonia, difetto , di cai sono suti accusati molti 
celebri poemi. 

(4) Governo promessogli 4a Don Chisciotte per 



indurlo a servirgli da Scadiere e Compagno nello 
aue avventure, e nelle da lui sognate con<]aÌste. 

(5) Nome che Don Chisciotte, ad imitazione de- 
gli altri Cavalieri Erranti , aveva imposto ai suo 
cavallo. 

(6) Allade adon'altra celebre avventura descrit- 
ta dallo Scervantes dove l'eroe s'era contrastaio 
con due mulini a vento, credendoli Giganti; e che 
poi convinto dello sbaglio , sospettò iu eosi aua 
magica metamorfosi. 



CANTU SECUNNU 



ARGUMENTU 

Spuia la Scrii lu Capricciu pazzu; 
E vennu li vicenni 'ntra la terra; 
L'Eroi s^addubba cu pani, e tumazzu; 
E ^nira voàchi^ • vaddali^ seurri, ed erra\ 
Sanciu s'impazza^ e lassa ^ntra 'mbarazzu 
Dan Chisciotli^ a cui fannu cruda guerra 
Li canij e pri prodigiu di la sorli, 
Nun fu manciaiu vivu sfomu forti. 

1 

£ fama chi creatu gii In munnu, 

Da principiu fu seriu, e reguldri; 
E cui turnava a raggtrarlu in tunnu, 
Nessuna novità pulla truvari; 
Giovi, chi lu squatrau da cipu a funnu, 
Provitti chi duTiacci tedia ri; 



Pirchl una cosa, aneorchl bella e ricca; 
Quannu 6 sempri la sti si, puru sicca. 

Pirtantu malcontentu, e dispiaciutu 
Di tuttu chiddu, chi a via già criatUi 
Onuinamenti lu vuKa abbuloln. 
Chi l'uniformità cci avla stulTatu; 
Qiianmi un pinscri novu, e cchitt aaputUi 
Patri di la politica di statu. 
Dissi: sia variu tuttu, e sia mutabili 
Nò sia cosa a lu munnu firma e stabilì. 

3 

Furmatu*ntra Fidia stu gran progettu, 
Di fari tuttu variu a i'infiniiu, 
*Na Putenza cci misi pri architettu, 
Ch*in nostra lingua sona lu Mnrritu; 
Alcuni cch.ù limati pri rispettu 



252 DON CHISCIOTTl 

Di Giovi, chi i'A sempri favuritu, 
Lu chiamanu Capricciu da caprìtiti» 
Chi Bauhi comu crapa, e mai va drittu. 

k 

Chistu è n^estrattu, o sia *na qatnU essenza 
Di faniasii di fìmmini, e sculari. 
D'allevi di scritturi, e d'un*iinmenza 
Qtiantitati di genii singulari. 
Giovi cu la prafunna sua scienza, 
Li misi in una storta a distillari: 
Junci l'estri poetici, e cci aduna 
Li venti cu li fasi di U luna. 

5 

A tutti poi sti essenzi preparati 
Si cci vannu ad uniri da se slissi 
Li giuramenti di li 'nnamurati. 
La lidi di li spusi e li pruinissi; 
Clìisti uniti a li primi, e distillati 
Doppu diversi moli, e varii ecclissl, 
Faiinu un bottu. la storta sarrimazza, 
Sapri, e nni nasci na putenza pazza; 

Cu chisla lu gran Giovi nova versu, 
Novi ordini a lu munnu dari vosi; 
Ti cunslgiiu, cci dissi, l'universu; 
Presedi a li vicenni di li cosi, 
Novu, incosUnti, variu, e diversus 
Cancia modi, costumi, ordini, e dosi 
Jeu ti lassù a la testa di V alTari 
In piena libertà di fari, e sfari. ' 

^ 7 

E ditlu fattu lo suprema Giovi 
Si nni acchiana a V Olimpu apinsirala. 
E abbenchl foggln-a d'arvulu \n si movi, 
Senza chi d iddu cci fussi accurdalu. 
Iddu psrù pri certi arcani novi. 
Chi la scienza sua si i riservatu, 
Pilotu, chi a timuni sulca l'unni. 
Lassa fari a li causi seomnl. 

8 

Supra chisli Jispoticu, s'erlMi 
Lu Capricciu, chi tuttu bizzarria. 
Produci novi mostri, opra prodiggi; 
E spusa a la saggizza la pazzia; 
Wun soffri disciplina, 'un senti lissi. 
Consa. guasta, distrui. duna, carria; 
Mastru di bizzarrii di novi usanzi. 
Di sconcerti, di scherzi, e atravaganzi. 

,,/^'?'? .'*•"*'' ^^'l***^ sollenni nni Qci una, 
J> avirisi spusata na parenti. 

Chi discinnia comu iddu da la Luna, 

E eom' iddu era pazza ed insolenti; 



E SANCIU PÀNZÀ 

Fu sta digna sua spusa la FoHunaj 
E da sta cucdiia è nalu T Accidenti, 
Chi li gran cosi a lu spissu ri vota*. • 
Ma prima parriremu di la dota. 

10 

In primis piirtaa tanti sapienti, 
Ridutti a mendicarisi la tozzu; 
Sei centu miliuni di insolenti, 
Ricchi e superbi cu tantu di cozzo; 
Cci purtau tanti giusti, ed innoccenti 
Persoquitati, e dintra un caracozzu; 
E tanti mila rei cu facci tosti| 
Ossequiati io eminenti posti* 

11 

Ed item cci purtau tanti battaggbi, 
Ingiu:$tamenti guadagnati, o persi; 
Tanti savii cunsigghi, e dritti magghi, 
Mf rinisciuti fausi, e riversi; 
Tanti felici, e sfortunati shagghi; 
Tanti sentenzi ingiusti, e li diversi 
Vicenni di lu foru, e di la vita, . 
Su li beni dolali di la ziU* 

Doppu chi lu Capricciu co la Sorti 
Si sunnu uniti in un legami strittu, 
Autri *mbrogghi,estrammizzi assai cchiù forti 
Nni sonno nati di quanto 8*è. dittu; 
D'ogni latu videmu cosi storti, 
ISenchl lu munnu sia ottima, e dritto, 
Però lu bellu so, la sua buntati 
Autra cosa nun è chi varietali. 

13 

E lu Capriccio pri li testi testi, 
LI menti corno aoimuli firria, 
E cunverti lu luttu in gioja e festi; 
Ed in luthj cunverti ralligria; 
Cundanna a jiri scausi e senza vesti 
La virtù saggia, e la Glosofìa; 
E Tomu chi surprenni a lu parrari, 
Fa chi sia bestia poi 'otra Toperari. 

li 

Ddomu, chi sarria on arvolo di frotto, 
'Ntrat lo magro tirrenu è situata; 
Quannu lu tortu, lu sarvaggtu, e brutta 
'Avi l'acqua a lu pedi, ed ò curata; 
Chi purria fari beni è chinu tuttu 
Di mala vuluntà, tedia, ò filato; 
E a chiddu, chi *un pò farìu, e vurria fari, 
Ci ammancano li menzi, e li dinari. 

15 

Cussi lu nostru Eroi sur Un d' Achilli 
Lo cori, e un corpu, di 'na canna masca; 
Dispostu sempri tari beni a milUi 



CÀMTU SECONKO 



253 



Ma senza menzi, e sènza grana io tasca; 

Menti granni, ma china di cavilli, 

Pricui lu stiidiucchiùlu'mbrogghia,eWrasca; 

Un cori drittu. un animu sincera 

Ma li soi circastanzi 'un vannu un zeru. 

ÌG 
A tuttu cliistu poi cci arava uaitai 
La cchiù comuni specii di pazzia^ 
E chi forsi da tutti è faviirlta, 
Chi vulia fari chiddu, chi 'un putia; 
Ma lu Capricciu chi cu la sua vita 
Proteggi ancora la mia poesia. 
Mi cumanna, e fa signu di luutanu. 
Ui nun farlu aspittari Uilra tu chianu. 

17 
Da un funnu di una Talli snlarina. 
Chiusa di macchi, e di salvaggi cersi, 
Sonu, chi all'aria aperta si ralTina, 
Da un flauto campagnolu si cci offersi; 
Pinnla supra la valli 'na collina. 
Sparsa di greggi, e d* armeni! diversi: 
E un paslureddu supra d'un ruccuoi 
Appujava iu mussa ad un vastuui. 

18 
Pri manu alzata da li primi etati, 
'Na turri cci era allato, e avìa li ciaochi 
Da li scossi di Tuoni rumati: 
Sedinu supra d^ idda, quasi stanchii 
Li gran vestigi di 1* antichitati ; 
SMocarva un ponti sapra ddi lavanchi, 
D' unni scurri co strepito, e declina 
Uo ciumi, chi di T autu si ruina. 

19 
Da industria pasturali riparato 
Uo cianco di la torri, era covertu 
Oi eanni, e jonchi, e un travu era appujatu 
Supra un pilastro ruinusu e incertu; 
Di dda nisceva cu la rocca allatu, 
Guidannu li gaddini ali* ariu apertu, 
*Na pasturedda, chi prl ddi chianuri, 
Jia circaonu cu Tocchi lu pasturi. 

20 
Junei dda Don Chisciotti, e si fa avanti 
Cu maisiò grottisca, ed imponenti; 
Li saluta benignu, o non ostanti 
Di la sua gravità nun cadi nenti; 
Si ferma pinsìrusu qualchi istanti; 
Li guarda, e li contempla attentamenti; 
Poi prorumpi, e c*un giru d'eloquenza , 
Proferiu giavemcnti sta sintenza. 

21 
Vuautri picurara, e viddaneddi, 
Chi stati notti ejornu sutta un vausu, 



O zappannu, o guardannu picureddi, 
Cu Tanca nuda, e cu lu pedi scausu* 
Siti la basi di città, e cvsteddi; 
Siti lu tuttu, ma 'un nn'aviti lauso; . 
L'ingrata società scorcia, e maltratta 
Lu pettu unni si outri, ed unui addatta* 

22 

Lo pastori, chi dda s*era ^ncugoatu, 
Lu squatra, e lu talla ammirativu; 
La pasturedda stritta a lu so latu. 
Trema comu farina *ntra lu crivu; 
Da Talitu di chiddi ò ,g\k animatu 
Sanciu, ed accosta cchiù mortu chi yìvu; 
Cci fa sentiri in termini aggiustati : 
Chi cc'eranu dui poveri affamati. 

23 

Pri alluntanari da la soa capanna 
Lo paslureddu accorlu ogn'inclimenza> . 
Chi timia, cu lu daricci cchiù canna. 
Da ddu fari assoluto, e dda prisenza; 
Pensa mannarinnilli a nautra banna; 
Sei pani, e ficu sicchi cci dispensa : 
*Ntra dda vaddata sotta di ddu poggiu, 
Dici, cci truviriti un megghiu alloggiu. 

Dda cc'è 'na grossa mandra, unni è pasturi; 
Figghio di Meliheu, Titiru, chi avi 
Tri ceotu vacchi sparsi a sti chianuri; 
Ed a stili, e maneri assai suavi; 
Cca sta turri fu prima d*un slgnurif 
Ora è caduta; pochi frascbi, e travi 
Pò opponiri la nostra puvirtati 
Di l'aspro invernu a li flutti 'ngnilati. 

25 

Sanciu intantu si carrica un saccuni 
Di pani, e ficu, e caciu picurinu; 
Nni metti porzioni *ntra un vurzuni, 
Pri avirli prontuari a lu caminuj 
Vi ringraziu cci dici; e lu vuccuni 
Nun spiega la parola, pirchl è chiou ; 
Don Chisciotti però nun si licenza 
Senza prima spacciari 'na sentenza : 

26 

Lu pattu sociali di li genti 
È concertatu in modo, chi ben forti 
L'omini unisci, non fiiicamenli, 
Ma attacca 'ntra li varii rapporti; 
Lu vili somministra a lu polenti 
Li cibi, pri scamparlo di la morti; 
E chislo in conlracambìo coi assicura 
Cu la spau, e li liggi la cultura* 

27 

Varii toni accussl chi su scappati 

33 



254 



BON CBISCIOTTI B SÀNCIU PÀNZà 



Da diyersi strumenti armuDiusi». 
Meotr] Vanna pri Paria scherati» 
Saccedi chi laccordiu si spusi» 
Medianti di Tautri frannn^izzati, 
Chi 'ntra rapporti varii sunna usi 
Jinchi ddo gran vacua, chi arrassa 
Teni, e dividi Tautu da la bassa. 

28 

Per unni tu, o pasturi, chi in mia ajutu 
Sti pani» e fico sicchi già disponi, 
X^aUima corda si di stu liutu, 
Chi fai la to doviri, accordi e intoni : 
Sta beni) chi tu ài fatta, *an 6 pirdutu; 
Poi vantari la mia protezioni; 
Sarrà la tua capanna rispittata; 
Fida su la mia menti, e la mia spala* 

39 

Accuss) ditlu, parti, e porta in fronti 
Un^ aria astratta, comu in fantasia 
Cci passassiru munti supra munti; 
Scorri, s^ avanza, e nun vidi la via; 
Saoclu manciannu fica junti junti, 
In gran distanza appressu cci vinia; 
Picchi r amuri di lu so Mcconi 
Multa la distrajia di lu patroni. 

30 

Cossi pri dda campagna, e dda foresta 
Camina spirdutizzu, amnaaluccutu; 
Ora un ramo lo 'mmesli, e lu molesta; 
Ed ora da un ruvettu è trattinutu; 
Si tanta in tanta acchicchia, isa la testa. 
Guarda si la patrunl è assai scorrutu; 
Ma poi cu la sua flemma, e la sua paci, 
Torna a maociari; tira avanti, e taci. 

3t 

Trasino 'ntra *na valli unni di rara 
Manna lo sali qualchl raggia incerto; 
Pirchl cci fa da on lato umbra, e riparu 
Un monti di gran voscura coverta; 
Da Tautra parti sì stenni qq chiarchiaro 
Di vausif e gratti starili, e desertu; 
E in funnu arvuli, e macchi 'ntra se stissi 
S* intricano, e fonn* umbri opachi* e spissi. 

32 

Cci sourri *ntra lu menza pigro, e lento 
Un ciomiceddu, chi 'ntra junchi e canni, 
Ora si perdi, ora si vidi a steotu; 
E lassa margi cechi unni si spanni; 
Cussi va danno amuri e nutrimento 
Ad olmi, chiuppi, e macchi densi e granni 
Ch'èttanu Tumbri a funnu, e rineguali 
Solo (anno cchiù orribili, e fatali* 



33 

Colera cuvcrta di ruvetti, e Yrochi, 
Un pczzangaru ceco, e tradituri; 
Accanto avia 'na macchia di savochi. 
Chi r adombrava co li soi virdori; 
Sanoio vineva a passo di tartuchi, 
Pri sentiri a li cibi cchiù sapori; 
E mentri astratta W castagna manna. 
Arriva *ntra sto locu, e si sprofuuna. 

3b 

Senti, benchl era scursu assai luntanu, 
L' ultima vuoi Don Chisciotti; e attenta 
Sì ferma, ascuta-, e all*una, e ali'aotra maou 
Si gira cento voti 'ntra on momento; 
Ma *oo sintenno cchiù alito umana. 
Ritorna cu premura, e un trova abbentu; 
Oh Sancia, oh Sancia, ed unni si, dicia? 
Ma eccettu V eco, noddu arrisponoia* 

35 

Cussi Hyla Hyla jia sciamanna 
Ercoli *otra dda spiaggia, anni assittato, 
L* Argonaoti compagni abbandunanno, 
Lo so diletto ali'acqoa avIa mannatu. 
Chi mai cchiù da lo fonti ritoroanno, 
Da li ninfi, e li najadi rubbatu, 
Erculi lassa, chi si gratta e pila; 
E va solo esclamannu: Hyla HyU. 

36 

Girannu Don Chisciotti ddl macchiuni, 
Cci scura 'olra li pedi, già spirduto 
*Ntra 00 vosco oscoru, chinu di grottooif 
Mesto, romita, sulitariu, e mutu; 
Sedi stanco, ed afflitto *ntra 'na gooot 
Co la testa appuzzata, sbalurdutu; 
Sti immobili accussl *ntra sto ritira. 
Fina eh* è arrisbigghiato da on sospiro. 

37 

Isa l'occhi, ed' attenta (oh cosa strana I) 
In funnu di la macchia, ch'avia allato, 
Alito senti di persona umana. 
Chi sta chiancennu co cori aflannato; 
Cci va la testa a Saociu, ma stramana 
' E la vuoi; iddo intanto sta 'ngattato; 
Prima di fari strepito, o bravura, 
Risolvi d ascotari sfavvintora. 

38 

Pirtanto co Toricchia a lu plnneddo 
Si cala trattinennosi lu ciatu; 
Però la spala nuda sta a liveddu, 
Pronta a feriri, si veni assaltato» 
Accossl 'ntra sto sito coiteddo. 
Si ferma, veni intanto replicato 
Uo sospiro cchiù forti e io rotti accenti 



CAMTU SECUNNir 



255 



Fa sequitatu poi da gti lameatU 

39 
Misero ! e a chi mi servi la campati? 
Pt^.rsi la gioja mia, lu beni amata; 
Ciii mi resta a sta munnu cchiù a spirari? 
La sali a li mei sguardi s'è oscurata; 
Di chianta Tocchi mei fannu ciumari; 
La vocca oadda ciba è cchiù guatata, 
Lu petta autru duo manna, chi sospiri... 
Morti, oimè ! pirchl tardi cchiù a Tiniri? 

Primavera pri mia cchiù non ritorna; 
Né cchiù venno li zefiri d'escati; 
Né cchiù i'autunnu la sua testa adoma 
Di racina, e di. frutti prelibati; 
Da Talba a sira, e poi sinu ch'agghiorna 
Mi viju attornu tristi, e scunsulati 
Chianti, e duluri cu Tacuti dardi; 
Morti, pirchl a viniri, oimè i cchiù tardi? 

ki 

Como ti persi, anima mia dilettai 
Como spiristi, .oimèl da Tocchi mei? 
Quali locu t*accogghi, e ti ricetta? 
Porsi t'innu rubato, oimè' li Dei? . 
Forsi fera eruditi... ah! chi s^aspetta? 
Mandativi a mia puru o mostri rei^ 
Stari cun idda mi sia datu in sorti... 
Pirchl a viniri, oimèl cchiù tardi, o morti? 

42 

Don Chisciotti, chi tutto ascuta e senti, 
E vidi, quasi junto alTultimi uri, 
Un pastureddu amabili, e innoccenti, 
Pri dda bestia feroci di Tamuri; 
Nun pò cchiù stari à frenu. e impazienti 
Santa da la sua macchia... a ddu rumuri, ^^ 
A dd*umbra, a dda prisenza, arrivulannUyP 
Lu pasturi di dda sgriddau, gridannu. 

43 

Cci curri appressu» e dici co bontatì: 
Su cavaleri, e 'un spennu lu valuri 
Centra TafBitta, e timida umiliati, 
Anzi su d'idda un saldo protetturi; 
Ma chiddu cu li senzii scuncirtati 
Curri comu tu porta lu timori. 
Ne si sapi firmari a nudda banna, 
Si nno quann*è già dintra la capanna. 

44 

Veni TEroi a tardi passi ansanti, \ 

Comu un canazzu stancu cu gran basca: %ì>n 
Pirchl à tri joroa, chi 'ntra voschl erranti 
Nun vidi cibo, e pari canna masca; 
*Ntra macchi e spini, chi si para aranti, 
Tuttu si cimiddla, sfarda, ed arrasca*, 



Junci, ma a lu passari *na moragghia 
'N'esercita di oaoi ai cci acagghia. 

45 

Sfodera la sua spata, e a pedi stari 
Intrepito Taspetta; ecco fratantu 
Li oimici lu venno a circondari 
Chiodenno la trincera a Io so canto: 
Ceda Torpino, e 'on staja cchiù a vantari 
Li Paladini soi timuti tanto; 
LEroi ssa notti fici cosi tali, 
Digni di on chiaro jorou, ed immortali. 

46 

Musa, chi 'ntra Tarcivu di Pamassa 
Teni li fatti eroici registrati^ 
Canta tu, ch'ea mi perdo; sto gran passa 
Non è pri menti omani, e limitati; 
Rinaldu, Orlanno, Artù, Bovo, Gradasso 
Vinili cca, viditilo, e trimati; 
Gira la spata attorno, e ogni canazzo 
Sta allargo 9 quanto steoni lu gran vratzo. 

47 

Cossi cignali orribili 'ofot^to 
Da cani, e spati, d'asti , e da spontonf, 
ApH, e rompi lo vosco; onn'è ntatto» 
Sdirrùpa vaosi; sfarda li macchioni, 
Cu fieru grifu, e sehino rabbuffatu; 
Poi si ferma, ed arrota li scagghtuni; 
Li cani cci su attornu, e ad un so sguardo 
Coi cedi, cadi^ fui cu*è cchiù gagghiardu* 

48 

Tali l'Eroi co la gran spala in manu 
Ora tira di tagghio, ora di ponta: 
Ma corno avisst menti, e senza omana 
Ogni cani lo sfoi prima chi sponta, 
^A datu centu corpi 'tra lu chianu, 
Cenlu sliccati all'aria, e nudda è ghiunta 
A tucca ricci un pilo; st'assassini 
Nascino co la scherma 'ntra U vini! 

49 

Criscino li nimici da cchiù banni; 
Su on esercito intero, ed iddu è unu; 
O viltà ti da on lato! oh gloria granni 
Pri coi è solo fra tanti, ed e dijonu! * 
Ecco chi mentri da ddi vrazza spanni 
Virtù • valori, saota importonu 
Un canaizo assai lestoi e un muzzicuni 
Scarrica) a tradimento 'ntra on garroni. 

50 

L'Eroi, chi senti li dogghi ^neasari. 
Tira on corpo terribili; oh valuri! 
Tri pila in auto cci fa arrlvolari, 
Ultra di lo spavento, e lu terrori. 
Chi la spata purtau'ntra Tabbissari. 



256 



BON CHISCIOTTI E SANCÌ U PÀNZÀ 



'Nfurialu lu cani traditurì, 
(Giacchi di facci a facci ai nni acanta) 
srui pri aalUt e la cuda eci agiiaoU* 

51 

Da reaempia di chiatu inciiraggiati 
Si cci appenninu Tautri a lu darreri; 
Ecco già lacerati , ecco aburduti^ 
L'adorni di lu fu bona aomeri; 
Don Chisciotti ai (eni cuatoduti 
Lì gammi da la furia di ati fari; 
Ma nuQ pò fari cchià chi aia guardala 
La veoeranna mania ed onorata. 

52 

Doppu la acorcia vìnniru a la civn 
•Li canazzi, *) traaeniiu *ntra miaura, 
Cominciaru a tuccarlu 'ntra la viva; 
E qualcunu la tasta, e Taasapura: 
O di gammi, a atu punta fasai privn! 
Chi aimcnu 'un audriria tanti dulura; 
Ancbi di ferru a tanti scagghiunati 
Sarrianu a at'ura rutti, e pirtuaati; 

• 53 

Ma aupra tutti Tautri cci dà 'mmaata 
Un bastardu di corau» e d'immistizzu» 
Chi un cunuaceva lomini chi a tastu, 
Di pilu longu, griciu, abbruscatizzu; 
Si*armalunazzu, natu a fari guaatu, 
Sr cci avventa a la gula arraggiatizzu, 
E cridcnnu sbranari cannarozza, 
L*orìccbia di lu aceccu ai acaddozza. 

51 

L'Eroi a'inquarla, e tira un corpo rara, 
Capaci di apaccari, ai juncU, 
*Na culonna, o 'na 'ncania di firraru; 
Ma lu cani lu acanza e lu sfricla; 
Fratantu oautra beatia micidaru. 
Chi quattru lupi atraognlatu avi a. 
E cu vuci, e cu gesti Tautrì tutti 
Incuraggia a Tassaltu uuiti, e 'ncutti. 

55 

Si cci avvento di frunti, e si abalanca 
La vucca, ch'è un puzzangaru proruonn; 
E. 'un putennu la facci, «(ferra un anca 
Di 1 onju lu cchiù rara di hi munnu; 
linla di russu è già la carni bianca. 
Li cauai rutti, e insanguinali auonu; 
«è lautri fieri cani e minasi 
Stovanu inUnta friddi ed oziasi. 

56 

Ma comu Tapi, quannu un parpagghiuni 
E penelratu 'nlra lu so fasceddu» 
Chi cci vannu di supra a milinnl* 
luiU mpigoali a farinai maccddu; 



Tali li cani a vuci, e a mnzzicuoi, 
Ognuna lestu comu un furgaredda; 
Cci vannu aupra, attornU) ed a li canti 
E a'avventanu unlli tatti qoantl. 

57 

A vidirlu di notti a la campla, 
Sulu 'mmenzu a ati cani tradituri» 
Trema la pietasa musa mia, 
E forsi trimirà lu min letturi; 
E tu (mentri trimamu nai pri tia) 
Tu sulu 'un tremi, o specdito di valuri? 
Anzi ti allegri comu un ballarinu, 
Qaannu ai trova a nozzi, o in fistinul 

58 

Li dritti ch*iddu tira, e li riversi. 
L'inquartati, e trasuti 'ntra misura» 
Li santi, li vutati, e li diversi 
Posizioni di situ e figura» 
%Sìi qaantu genti in Grecia purtau Scrst, 
E qiiant'aneddi a tùmminu misura 
*Ncosta Canni l'Eroi di T Africani, 
Quannu detti la rutta a li romani. 

59 

Ma la apala, chi un maga (com'è fama) 
L*avla fatta antipatica di sangu, 
E abbcnchl fusai stata bona lama, 
'Ntra li virgini avla lu prima rangu, 
D'aria» d'umbra, e di ventu si disfama» 
E qualchi vota di rimarra e fangn, 
E suli foru esclusi da slu incanta 
La aceccu, e cui di aceccu si dk vaniu. 

60 

Stardulo da Tabbaj di dd'armalu 
Slardatu, e afilittu da li muzzicuni. 
La notti oscura» lu solò ineguali. 
Unni ogni passu custa un atrantulunì, 
*Ntra caai accussi critici, e fatali, 
Trema, e auccummi qualunqai scarciuni ; 
S*iddu ancora reaisti, e lira botti, 
Nun vi roaravigghiati« è Don Chiaclotti. 

61 

Già la falla, lu sangu, la slracchizza 
Dumannanii riposa a lama pena; 
Ma r ira di li cani, e la ferizza 
Nun |)ermetti chi manca pigghi Iona; 
La furtuna, idJa, atiasa, chi V attizza, 
Vidennu quasi tragica la acena» 
Nni chiane! e trema, e cerca lu ripara 
Pri 'un perdiri un snggettu tantu raro. 

62 

Comuchl *ntra lu beni, o nira lu mali 
La Sorti è scmpri varia, ed incoslaoti, 
Doppu chi centra cci abbijau dd* armali, 



CANTU 

Si pinthi di lu dannu alVautra istanti, 
Ricurri a lu Caprlcciu: un omu tali 
Pri irai, diasi) ò *iia ^ioja, un gran diamanti: 
Nun pirmittemii, oìmèl chi intra ati chiani 
Huriasi divuratu da li carn- 
ea 
Tu lu sai chi li saggi, e li prudenti 
Sunnu amici di 1* ordini, e la paci; 
E r ordini e la- paci ^ntra li genti 
Fannu un tnttu uniTormi, e a nui dispiaci; 
Li soggetti pri mia li cchiù eccellenti 
Sii li bizzarri, stravaganti, e audaci; 
Diinca si m'ami, chistu un*àja mali; 
Ciinserva, o spusu miu, st' originali. 

Lu Cnpricciu cci dà *na zìcchittata 
Supra lu nasu, poi T abbrazza, e parti; 
V«)|a a ia mandra, eh* è *ntra 'na vaddata, 
E trasi dintra, e gira in ogni parti; 
Trova, comn si fussi alluppiata 
La genti, a cui lu sonmi cci cumparti 
Li spiriti, e li forzi chi cci avU 
Rubbati di lu jornu la falla» 

65 

Lu geniu juculanu ad un pasturi. 
Chi profnnnu durmia sutta una nnicchia» 
Cummfgghtata di frascht, o di virduri, 
Un purci cci ficcau dintra un* oriceli ia: 
Nautru chi a facci ali* aria li jnnluri 
S'arriposa supitu, e si stinnicchia, 
Subitu s^ arrispigghia cu gran baschi, 
Pirchl si senti strinciri li naschi. 

66 

A cui punci, a cui gratta, a cui gattiggbia, 
A cui pizzica, ^mmeslì, o stranlulia, 
A cui *nfila a T oricchi, ed assuttigghia 
Un sgruppiddu di riganu, eh' avia, 
Né desisti, chi quanmi V arrispìgghia, 
E lu sonnu di V occhi cci stravia, 
A signu chi stuputi, ed ammirati 
Guardanu supra» sutta^ ed a li lati. 

67 

Cu tali stràtaggemmi a tutti quanti 
Li scoti, e dipoi fora fa un fracassu, 
Spargennu vnci, chi ad un lupu erranti 
Li cani cci stagghiavanu lu passu; 
Ecculi spiritusi e vigilantii 
Comu avissiru a ghiri a festa, e spassu. 
Armati cui di petri, e di vastuni, 
Cui di stanghi, di spiti, e di spuntuni, 

63 

E cussi sunnu cursl a lu rumuri 



SECUNNU 



237 



%Supra dì un muntarozzo, e d* un sdirrupu, 
*Na chiurmagghia di genti, e di pasturi 
(iridaniiu forti: a lu lupu a lu lupu; 
Ma Tiiiru esclamau: siti in erfurj, -, 
S*eu ben discernu alfariu fuscu e cupu, 
Chistu e cliiddu, chi a mia si presentau, 
E impravisu da un truncu arrivulau. 

69 

Ma sinlenmi, ch'era omu, li cchiù sagfi 
Pasturi si nvvicinanu a dda via, 
Caccianu li feroci, e li sarvaggi 
Canazzi, chi facUnii battana; 
Eccu J' Eroi, eh* in caneiu di V omaggi 
Tanti, sfa rduna ricivutu avìa; 
Ed era comu un seneca svinafu 
Da la testa a li pedi insanguindtn. 

70 

Misu in mezzu di ehiddi a li capanni 
Don Chisciotti trasìn di li pasturi; 
'Ntornu a mania però discordia granai 
*Aju truvatu ntra lutti V auturi: 
Nò di chista Scervantes mi^ttu Tanni , 
Né mancu Cydi llamcti fa rumuri; 
Qualch^autrii di li cani la battngghia 
Raccunta, e di poi subitu si ammacghia. 

71 

Ma certu manusrrittu muUu raru 
Di li viaggi di Petru la Valli 
Porta, chi ^ntra lu misi di frivara 
Partennu da la mancia li cavalli 
Mentri passava un voscu cci appuntaru; 
Firmatusi truvau dui pcdistaUi 
*Ntra' *na maiidra. clVè 'mmcnzu *na vaddata 
C'im poggi u allatu, e turri sdirrnpata. 

72 

Dui gran mucchi di petri, e crita dura 
T^i pedistalli avèvànu furmatu. 
Ci) certa bosca roccia architettura; 
Chi unonnusì facevanu un quatratu. 
1/idea di coriu, e pila ancora dura 
Dda supra, e spunta un cudigghiuni aliata; 
(Signu chi poi nni liei un'unioni) 
Infatti sutta ccè st'iscrizioni: 

73 

Di un sceccu negromanti misu a terra» 
Chi Sanciu Panza in vita cavalcau, 
I^i 9pogghi« giusta Tusu di la guerra, 
Chi lu so triunranti conquistau; 
Supra di st'obeMscii a la sua sgherri 
Dulcinèa del Tobosco, pri cui oprau 
Prodigj di valuri jornu e notti. 
Dedicai, dicat) donai Don Chisinoiii. 



S58 



DON CHI9CI0TTI E SÀNCIU PÀNZÀ 



CANTU TERZU 



ARGUMENTU 

Sonnu mi$tiriu$u di V Eroi, 
7ii cui da ^na matrona è curunatu; 
Sai diicursi in vigilia: e coma poi 
Dinira un funnu di fossa fu calatu» 
Sentimenti di Saneiu, e angustj soi 
Cu ranca zoppa, e lu nasu tagghiatu; 
Lu eanaleri si sprofunna sutta, 
E Sanciu pìnnulìa supra la grulla. 

1 

Gii è eueln In inannu , e in senu sUssi 
Di Tunibri friddi tutta la natura; 
Lu Sileiiziu scurrennu a lenti paisi, 
Amnialucchiaci ad ogni criatura*, 
'Ntra rami appisu' ìu tardi noti, e basai 
Un jacobu Bì diianci la Tintura; 
E in luntananza cu vuoi importuna 
Si senti un cani chi abbaja a la luna. 

Doppu chi Don Chisci«>t(i sodisfici 
])i la ventri a la liggi, di cui esenti 
ì^un è nuddut e leroi lu cchiù felici 
Cai slìi suggetlu coma la pizzenli. 
Guarda a tutti in silenziu; poi dici : 
Qiii«ntu rnvidiu sta sorli, o boni pentii 
In Tui cunserva la natura amica 
Qualchi residou d*ianuccenza antica* 

3 

Si lu celu 'un mi avissi destinata 
All'ardua imprisa d'aggmslari un munnn, 
Jeo eca mi cusirla a lu vostru latu. 
Senza girari ccliiù la terra *ntunna; 
Ma li doYìri di lomu privato 
Diversu assai di lu magnata sunna; 
L'unu a Ju so individuu su'.u attenni) 
S l'autru a tultu suprascdi, e ìntenni. 

k 

Ver'è chi a prima vista su guardati 
Li primi quasi in odiu a la natura, 
£ Tautri pri felici su stimati 
A Tapparenza esterna, e a la figura; 
Ma li proprii disii limitati 
Su la felicità la cchiù sicura; 
Ke mai divina estendirsi in manera, 
Chi di li forzi pasainu la sfera* 



Tn effettu un gran re puru & infelici» 
Si disia cchiù di chiddii chi possedi. 
Chianci Alessandru quannu si cci dici: 
Ch'atitru munnu^ non so, cc'è ancora io pedi; 
Cchiù chi si voli, cchiù si pati, amici, 
Lu riccu stissu si la brigghia cedi 
A li propri disii» o chi cantrastu I 
Martiriu cci addiventa lu so fastu. 

6 

Chiddu voluttuusu, chi la vita 
Spenni a Tagi, a li spassi, a li piaciri, 
Fattusinni un idea cooiuni» e trita, 
Nun trova cchiù chi tediu. e^ispiaciri; 
L'ofanu, chi nun i Tidea compita. 
Di qitantu cu la yucca fa vidiri, 
Si la gloria pri oggettu si proponi, 
Diventa schiava di ropinionì. 

7 

Sicaomu è la mercedi ali*almi bassi, 
Stimiilu all'almi granni accussi è gloria; 
Ma gloria cosa si? Sì fumu» e passi; 
Sanciu Tindovinaui bona memoria (1), 
Ln vera Eroi prescrivi li sol passi 
'Ntra giustizia, e virtù, nò si nni gloria^ 
Pirchl la sua mercedi, e la sua paga, 
È rioterou doviri, chi si appaga. 

8 

Tri sunna infatti, e li ripeta spissu, 
Di Pomu li doviri principali : 
Primu a cui lu creau» divi se stissu; 
Poi se stissu a aè stissa: e poi a l'egoali ; 
Pri adempiri a li primi, è megghiu chissà 
Vostru oscaru sistema pasturali; 
}f:a pri lu tt-rzu a la cita mi alTuddu 
Ch*ò facili chi dda 'un si noi fa nuddu. 

9 

Ver*è ch'àju lodatu a vili sfusi 
La vita pasturali, ma nun sentu 
Appruvari chidd*omini uziusi, 
Chi stannu a panza all'aria co Tarmentu; 
Né manca a ddi cuntinui e pinusi 
Materiali impieghi cci accunsentu; 
L'omu costa di fisicu, e morali; 
Lu studia lu distingui da l'armali. 



CANTU TERZU 



259 



10 



Qiiaotu sarria opportuna all'umbra incerta 
Di un albera ramata immenzu a tanti 
Crapi) chi utannu a la campagna aperta 
Dispersi 'ntra li ciuri, e 'ntra li chianti, 
Leggiri, studiarii e stari allerta 
A cosi cchiù sublimi, ed importanti I 
£ ligati ca rimi, e cu misuri 
La sira poi cantarli a li pasturi ! 

li 

E osservar!» ad esempla d'Hermeti, 
Pri meozu Tastronomici strumenti, 
Lu cursu di Ju sali, e li pianeti 
Supra di un vaasa aliata di Parmenti ! 
NuUri li stagiuni in marmi o abeti, 
Cu Tecclissi) e li varii canciamenti I 
Chistu è un campari simplici, e 'nsitatu 
Saprà un sistema sodu^ e ragiunatu. 

12 

Dissi; e sputaa tri voti, e li pasturi 
Stupefatti a dda ciumi d'eloquenza : 
A ddi massimi sodi, e chi *ntra duri 
'Mmiscava. spissu spissu 'na sintenza» 
L'ammiravano chini di stupuri; 
Ma lu vestiri so, la sua prisenza 
Li scuncirtava un pocu, nnalmenti 
La cchiù vecchia rispasi in chisti accenti: 

13 

Felici etati, in cui la valli alpestri 
Pasturi accuss) saggi producia I 
E in cui 'mmenzu li dJisi^ e li jinestri 
Qaalcbi Dia boscarecciu si vidia I 
E li DÌnfi'di ciumi, e li terrestri 
Currevanu d*un flautu airarmunia ! 
Iddi istruianu Tomini plebei; 
Chi iu sapiri scinni da li Dei. 

La terra altura si vidia fecunna 
Rispunniri a li vogghi di li genti; 
Un ramu stissu, ed una stissa frunna 
Li frutti in chiù stagiuni avla pendenti; 
Ma a nui la terra ingrata nni circunna 
Di cardi, e spini, e ardlculi puncenti; 
E lu bisogna di sira e mattina 
Dappressu a la fatica nni strascina. 

15 

^Ntra alpestri vausi, e dintra grutti smorti 
Passa la vita nostra umili, e oscura; 
Né cc*è cai nni ammaistri, e nni cuuforti , 
Salva la matri provida natura; 
Sulu dui voti Pannu a nostra sorti 
Di sua prisenza un signuri nni onura, 
Chi ptl diàiu di caccia, e forsi stanca, 



Di li piaciri posa cca lu cianca. 

16 

E 'un sdignannu la rozza cumpagnia, 
Spissu quannu lu sali altu perculi. 
Canta di nostri flauti airaruiuoia. 
Ora lu ciirsu di Teterei roti, 
Ora la fuga di lu più Enia, 
Ora di Taurea età Tusi remoti, 
Ora Tira di Achilli, ora d'Ulissi 
Li frodi io Troia, in Itaca li rissi. 

17 

Penni da la sua vacca attenlamcnti 
La viva gioventù, e dimustra in Iruuti 
L'affetti di lu cori dda presenti, 
E interessati a chiddi sei raccuiiti; 
Già pussedi lu metru, e iu pettu senti. 
Quasi nivi a lu suli in aspri munti. 
Un non-so-chi di tepida, e snttili. 
Chi a lu cori sirpla gratu e gentili. 

18 

'Ntra li siivi di Tracia accussl Orfeu 
Di la sua lira all'armunia celesti 
Scinniri da lu munti Rodopcu 
Vidia ruvidi vàusi aspri foresti; 
La fera tigri da lu cori reu 
Cadi ri si sintla Tiri funesti; 
Cussi è so donu, quantu nui pensamu, 
Quanta a li canni armonici cantamu. 

19 

Ma la notti è avanzata, e la puddara 
Si fa vidiri supra Torizonti; 
Lu carru già si abbassa allunna amara» 
E striscia, e gira supra lu gran fonila 
Lu sonnu. chi li forzi cci prepara, ^ 
Pr'essiri a la fatla li membri pronti. 
Veni furtivu, e cu soavi ingannu 
Adaciu adaoiu Tocchi va gabbannu. 

20 

Sciota accossl la cena, e lo discurso» 
Ogn'unu, s*indrizzau pri ripusari; 
Lu sulu Don Chisciotti dannu cursu 
A la sua fantasia di spaziari, 
Si dispera, ed arraggia, comu un ursu, 
Pinsannu comu Sancia appi a sfumari; 
Si sfirnicia, si stizza, *un trova abbentu, 
Finalmenti conchiudi : è 'ncantauientU| 

21 

Perciò sollenoamenti fici vutu 
(E a jurarlu arrivau pri Dulcinia] 
uhi mai di leimu so irrà vistutu, 
Si prima *uo rumpirà sta magarìa; 
Cussi cu stu cunforto già abbattuto, 
'Nlra un suavi sopori s'arricria; 



260 



l>ON CHISCIOTTl E SANCÌ U PÀNZA 



E scacciata ogni ria cura importuna 
'Idputiri di lu Aounu si abbaoouua. 

22 

*Ntra 111 regnu di Tumbri unni cunsefva 
L'anticu Caos e\iialchi so putiri, 
Cc*ò un voscu in aria, eira pri rami, ed erva 
Confusi idei d'afTanni, e di piaciri, 
Vacanti li fantasimi a caterva 
Li strani innesti vannu dda a compiri, 
E Morfeu riparati sutta Tali, 
Li porta 'utra li sonni a li murtali. 

23 

E pri via occulta, e ad ìddu sulu oota* 
S* introduci furtivu in fantasia, 
Unni li clìiosi ceddi apri e rivota, 
£ cunfunni ogni aspettu, ed ognidia, 
Poi rimmagini a ddomu cchiù devota 
Scfgglii Tra tutti, e a modu di magìa. 
La metti pri traversu, e culurisci» 
Cc*insita li fantasimi, d Taccrisci. 

Pèrtantu in sonno Don Cliisciotti vidi 
Un gran saluni chinu di splenduri; 
Epilogatu dda Tempireu ridi 
Cu gioi, e gran domanti di aiupuri; 
Vintiquattru culonui su li fidi 
Sustegni a ricchi palckii, e di valuri. 
Li mura su tuttoru isturiati 
Cu figuri a l'eroica rilevati. 

25 

Un rabinu. e un diomanti in menza fanou 
«L'ofiizitt di lu suli e di la luna; 
Graoni, e lustri accussì, chi taliannu 
Si offusca ogni pupidda cchiù importuna; 
Don Chisciotti la sala firriannu. 
Vidi 'mmenzu ^la spata, e *Da curuna 
Misi *ntra *n valanza, e un multu 'nfuoou: 
Si dia a VAggiustaturi di lu Munnu. 

26 

Mentri guarda alluccutu, e frasturnatu 
D'alcuni tardi, e lamintusi accenti; 
Gira, e vidi un giganti smisurata, 
Chi a Sanciu si strincia 'mmenzu li denti; 
*Na matrona superba, ch'era allatu, 
A dda struggi cu gestì anchi accunsenti; 
Ma Don Chisciotti grida: ah tradituri! 
Davanti alPocchi mei Untu fururi ? 

27 

Seenni la manu supra la Talanza, 
Impugna la gran spata, ed oh stupurii 
Eccu chi d'ogni palcu si sbalanza 
Un cavaleri armatu io Testi oscuri ! 
Cu spata nuda ogo'uou ai cci avanza. 



Lu' sfida ognunu a guerra cu riguri; 
Sunnu dudici eroi di Trabisonna, 
'Ncantati ognunu dda cu la sua donna. 

28 
Si ferma; e ammira l'aria marziali 
Don Chisciotti imperterritu, e poi dici : 
Jeu so ristorii, e so quanta prevali 
Vostru valuri centra li nimici; 
Ma senza la prudenza, ah no oun vali 
L*ardiri, anzi cci renni cchiù infelici; 
Tannu la spata avi a cacciarsi fora , 
Ouaunu 'un à locu la bona palora« 

29 
Non daliodii, li straggl, e li fururi 
Natu è Tomu a la luci; l'omu divi 
L'essi ri so a la paci, ed a Tamuri 
E a Taffetti cchiù teneri, e giulivi; 
La guerra, la discordia, e lu fururi 
Su malatii di l'alma; unni ricivi 
Natura in ricompensa a li soi affanni 
Affrunti virgugnusi, indurii e danni. 

Sti sentenzi cu imperiu proferuti 
Poru li veri fulmini adattati; 
Eccu di botta cadinu abbattati. 
Fatti cinniri già Teroi infatati! 
Leta armunia di flauti, e di liuti 
Rimbumma attorna chidd'archi indorati; 
La matrona s'accosta, e s'accumuna, 
E cci adatta a la testa la curuna* 

31 
Cavaleri, cci dici, unieu in munnUi 
Chi Ili saputu spusari a lu valuri 
Alta prudenza, sapiri profunnu. 
Giustizia e paci, pietà ed amuri; 
Va, vinci, aggiusta, regna, chi tol suona 
Li glorii tutti, li palmi, ò lonuri. 
Dissi, e trimau la sala d'autu, e bassUf 
E successi un terribili fracassu. 

32 
Eccu a ddu suprasaltu sfuma, e vola, 
I Lu sonnu cu l'immagini, e li sceni; 
I L'eroi santa di lettu, ed arrivola 
Sudata, e stancu a signu chi già sveni 
Poi si ferma, rifletti, e si cunsola 
A ddu felici auguriu di beni; 
Ma puru è mi&u in costernazioni, 
Chi *un sapi si fu sonnu visioni. 

33 
Intantu di Tituni la cumpagna 
Tiifà li vrazza di Zefiro amurusu 
S'affaccia nuda supra la munta gna 
Ad onta di iu so veccbiu gilusu; 



GANTU TBRZV 



261 



Li campi, e TerTi di rugiada Tagna» 
Copri a li stiddi l'aapettu briusu, 
Sula splendi» e davanti ccì camioa 
Vi Veneri la ilidda matutina* 

Si 
Ogni animali amicu di la joma 
*I*9tra lu propriu lioguaggia lu salata; 
Canta la gaddui e ogni poddàru attornu 
Rispunnennu, cci fa la benvinuta; 
Lu taura mugghia « e arraspa la so corna» 
Apri la capra la vacca lanuta; 
E Toceddi cu giubilu fistanti 
^Ntonanu larmunia di li soi canti. 

35 
Li pastori divoti dì l'aurora 
S' alzana ad incontrarla badagghiannu; 
Parti niscennu poi rarmenti fora, 
Li portanu a ddi macchi pasculannu; 
Parti la latti in cischi, e parti ancora 
In autri vasi a spremiri lu vannu» 
Ed autru la quadàra à preparata 
Fri la tuma, ricotta ed alacciata. 

36 
Li pecurì, e li capri pri moncirisi 
Passanu ad una ad una da la 'nciarra: 
Muncinu poi ii vacchi; e pri *un muvirisi 
La pastura cci mettinu a la garra; 
Li viteddi amminazzanu firirisi, 
Ma spedJi in jocu poi tutta la sciarra; 
Circunnàti di spini, e di ruvetti, 
Tripplanu 'ntra 'na grulla li crapetti. 

37 
Curcatu 'ntra li faldl di I» monti 
Rumina Ter vi gravi, e pinsirusu, 
E appena affaccia la lanuta frunti 
Lu voi, chi *otra li mai:chi sta cunfusu; 
Li crapi, e vacchi strippi su già junti 
A li cimi di un vèusu ruinusu 
E^ lu cani lanutu sempri attento 
L'accumpagna indefessu a passu lento. 

38 
Un picciutteddu avviva la muntagna, 
Mentri sedi a la guardia di Farroenti, 
Chi mai da li soi labbra si scompagna 
Un friscalettu di vuci 'ntinnetiti; 
*Na pasturcdda Tinnii accompagna, 
E tutta a un Iraltu gridari si senti, 
Pirelli lo ntgghiu è in aulu, chi Olia, 
'^E li cari indieddi cci curvla. 

39 
AlTaccia d'una macchia di jinestra 
Lu tauru supcrbu, a uu truncu rultu 
Di li soi corna lu viguri addestra, 



E già lu scoti, e lo icardla tuttu; 
Vidi la matri, e coma 'na balestra 
^a vitidduzzu santa a pedi *ncuttu, 
Junci a li minni, a cci dona on socuni 
A forza di tistati» e strantoluni. 

M 
La matri si lu guarda, e si Io liccst 
E amminazza li cani cu la testa; 
Iddu si cogghif e cchiù 'nnintra si ficca, 
E muvennu la coda cci fa festa. 

Benni a un pagghiaru da ana staccia sicca 
li cascavaddi e provuli 'na resta, 
Autri su stisi in pasta feddi feddi. 
Di ricotti abbianchianu li fasceddi. 

41 
Tacitu e gravi Don Chìsciotti ammira 
Li studii pasturali, e *ntra la menti 
Gran machini d^idei volgi, e raggira; 
L'umili inalza, abbassa li putenti; 
Gran disgrazia (tra se dici^ o si adira) 
Di Tomini, ch'in munnu su presenti, 
Tri parti, e forai cchtù, servinu ad una. 
Ed idda si nni abusa la putruna- 

42 
Cussi passau tri jorna da privato 
*Ntra ddi ritiri aulitarii, e scuri. 
Senza chi cci avissi mai incontrata 
Avventura di grido e di rumori; 
Doppu li quali già da lettu alzatu 
'Nsemmula quasi cu li stissi albori, 
Passija un pezzu avanti ddi capanni, 
Co lu cori presau di cosi grannl. 

43 
Mentri cu latti, quadaroni, e vampi 
Su li pasturi a la fatiga intenti. 
Scurri VEroi, e li selvaggi campi 
Va misurannu a tardi passi, e lenti; 
Cerca un loco rumitu unni s'accampi 
Pri sfogo airamurusl soi tormenti ; 
Poi sedi, a boscarecciu si concerta 
Supra 'na costa ripida, e diserta. 

44 
Cussi fu vistu un jornn Endimiuni 
^Nnamurari a Diana, chi caccia; 
Cussi lu vago pastoroddo Adoni 
Veneri inciamma^ ed Aci a Galatia; 
Oh si Tavissi visto 'ntra sta 'gnoni 
La cara immaginaria Dolci nia ! 
Fici un friscalitteddu co hi landro, 
E a lu stili cantàu di Colloandru. , 

45 
Li brifnzi, e li metalli li cchiù duri 
Si sarrianu squagghiatl? o donna mia, 

3i 



262 



DON CHISCIOTTI B 8ANCIU PÀNZA 



A li gran ctammi, o a li cuceoti arduri. 
Chi ttii miu cori, oimè ! pati pri tia; 
A li lagrimi mei spàrsi pri amari 
Rimuddatu anchi un marma ai sarria; 
Ma pri mia pena, s'è uà prodigiu fattu; 
Tu resti dura, e lu mia cori iotattu. 

46 

Ddocu pri un pezza si firmau sospisa 
Pirelli la fantasia già si cc^infrasoa 
Da un strepita, clii senti all'improvisa, 
Di malta genti timida, e fuggiasca, 
Saula a l*inipedi attonita, e sorprisu; 
E vidi chi currianu pri dda frasca, 
Niscennu da una grutta spaTintati 
vPaSturi, e ninG cu li roanu alzati. 

47 

Subitu curri, e dimanna ansiusu 
Lu molivu di tuttu ddu s|)aventu; 
E senti, chi dda dintra da un pirtusct 
Niscla funestu, ed orridu lamenta; 
Ascuta anch'iddu intrepidu, e animosa; 
Lu senti, e poi decidi : ò 'ncantamenta, 
Sia loda tu lu celu, chi m'onura, 
Avennumì serbatu a st'avventura. 

48 

Osserra beni, o vidi 'atra dda grutta 
Un bucu, quantu appena cci eapla« 
Chi ghieva a funnu, e la vuoi pri autta 
Ottusa, a cuba, e lugubri niscìa; 
Olà cumanna a cbidda chiurma tutta, 
Pigghiàti cordi, ed attaccèti a mia. 
Calatimi cca ghiusui eu aolu basta, 
A daricci a l*infernu un ^ran cuntrastu. 

49 

Cassi si vitti Aloidi in FlegetontI 
CalpesUri di Gerbera li testi} 
Espugnau paru Orfeu, Plutu» e Caronti 
Cu li noti ora lenti, ed-eta presti; 
Anch*ia vogghiu passar! sta gran ponti; 
Cori àju in pettu, lija aoimu, ch'immesti; 
Pericoli nun timu, 'an curu affanni) 
Lu celu mi criau pri cosi granni. 

50 

Li pasturi alluccuti a tanta ardiri 
S* Impegnanu a vidirinni li provi, 
Cercanu cordi a tuttu so putiri, 
E lu guardaou comu cosi novi; 
Iddu intantu si metti a proferiri : 
Oh bella Dulcinia, si nun ti movi 
Ad ajutarmi tu 'ntra sti cimenti, 
Sarrà attratta lu vrazzn, ed impotenti. 

51 

Eccu chi già attaccata pri la cinta» 



La càlanu a lu funnu appoco appocu; 

Iddu racchiusu dda 'ntra ddu recinto 

-Avvampa, e pri la naschi manna focu; 

Visitannu dd'oscoru laberintu, 

Intrepidu avvicinasi a lo loco... 

La voci 'ncugna, e lu pila s'ar rizza» 

Ed iddu Hitra se stissu bi noi stizza. 

52 

Ma 'un si duna pri vinto, èva gridannu: 
Vegna centra di mia tutto lu munno, 
Congiuri ancora rinfernu a miu danno 
Cu tutti Tavirserii, chi cci sunno, 
Ch'eo (Dulcidia però nun mi caccianno 
Di la soa grazia) mai mai mi cunfunno; 
Si avvitisca lu corpu quanta vogghi. 
Chi lu spiritu 'un cura di sti 'mbrogghi. 

53 

Mai sparveri va centra li palummi 
Cu tanti ardiri, e mai iupu a Tagneddi, 
Quant' iu 'otra lochi oscuri, e catacommi 
'Ntra lamenti, 'ncanlisimii e marteddi... 
SSi senti intantu strinciri li lummi 
''Da dui vrazza, chi parinu rasteddi; 
Ogn'autru sarria mortu di spaventu, 
Ma Don Chisciotti abbampa, e fa pri cento. 

54 

E sciotu da dd* impacci, Isa la manut 
Scippa la spata, ed a lu scoro *mmesti; 
Quann'ecco senti un orlo, un grida strano 
Uhi uhi mali pri miai... lo naso?... oh 

(pesti I 
No. replica Teroi, non scappi sano 
Di l'odio mio^ si *an ti palisi, e arrestt« 
Rèoniti zoccu si, o spirdo, o fata. 
Omo, mago, o donna, o anima "ncantata. 

55 

Jeo co^ sogno? so Sancia, e su sminnatu; 
Oimè I chi mai vi avissi conosciutu ! 
Vi vitti, cursi, e sto piaciri ingrato 
Mi costa un naso, chi mi dava ajutu; 
Cu prigheri lu celo avU stancato 
Pri vidirivi, e 'nfatti fui ^saodutu; 
Ahi mischino mia! ma nun previtti, 
Chi duvia rinigari ca vi vitti ! 

66 

Tu Sancia 1 dici attonita Teroi, 
To ccal dintra st^orrido dammoso, 
E di\ pri Tarma di li figghi tei, 
Si in spirito, o in sostanza cc4 rinchioso? 
Sto problema, rispunni. sinu ad oi 
Mi ò slata sempri oscuro, e dubiasu; 
Ma spiegatilo vui ca studiati* 
Si noi duoanu spiriti sciancati 7 



€ANTU TEEZU 



263 



57 



Pirch'eu quanou cadivi 'ntra ddu puzza, 
A 'na ficu sarvaggia m'abbrazzai; 
Idda 6ì rumpi, ed eii dda diotra appuzzo; 
Parò Bupra li rami acattiai; 
Ma lu puzza era fuonu» e la cruduzzUf 
E Vaaea cu dda botta mt spirnai; 
Ristai sciancata, oimè I chi crudo caso 1 
Hi ammaocava ristari aeaza nasul 

58 

Basta, dissi TEroi, conta Gdili 
La storia di il toi tristi aTTenturi, 
E pri quali artifiziu sottili 
Ti suttrassi da ima V incantatori ? 
Dirrò ripigghia Sanciu, a lo mia stili 
Mi corrino dappresso li sciaguri; 
Lu pani, chi manciai *otra h foresta, 
Sàcusu quannn fu, mi fici pesta, 

59 

Mentri distrattu appreasu vi vioia, 
Mi mancati lu tirrena 'ntra li. pedi; 
Mi irovu dinlra un puzzu sforasìa» 
Unn'anchi un pocu d acqua cct risedi; 
Chianciu la svintorata sorti mia. 
Chi non trova rajuli, chi richiedi» 
E chi pri la scoscisa, e pri la zanca 
Ogni spiranza a nesciri mi manca. 

M 

Doppu chi guardu 'mmatula la luci, 
Abbassu Tocchi versu di ddi *gnani, 
E cci viju un crafocchiu, eh* introduci 
A 'na ciacca» e sta ciacca *ntra un groltoni; 
lìili metta a strascinar! duci doci 
La coscia, qoasi sempri a brancicuui, 
E mi cci Gccu cu tali mastria. 
Chi un aurei, o *na lucerta atiotiria. 

61 

Mentri ^ntra ddi puzzangari, e sdirrupi 
Scnrru a tantuni comu megghiu pozzu, 
Sentu 'ntesta on ciatoni, e 'ntra ddi ropi 
*Nna specii di sospiro, e peditozzu; 
Aimo! già vinni Torà! ecco li lopi! , 
Gii si lassano jiri pri lo cozzo; 
Mi *nconigghiu a 'na 'gnuni, tuttu attentu» 
E mi pari di sentiri un lamentu* 

62 

Conoscin chi la vuci è di picciotta; 
£ grido : cca cc'è fimmini ! èo' è ddocu ? 
A sti pareli un strillo co *na botta 
Sentu un pocu distanti lu miu loca; 
E vijo 'nterra comu 'na ricotta, 
*Na ninfa di vint*anni) o pressu a pocu; 
Ma cu tolta sta bella compagnia 



leu mi scantava d' idda, idda di mia. 

63 

Finalmenti gii stancu di trimari» 
Mi sforzu, e dicu : o figghia di la rocca, 
Si sì Gmmina vera, comu pari, 
Jen sugna un omu, chi si vidi e tocca; 
Sta aicura di mia, né ti scantari; 
Chi si tu pri accidenti oggi al lecca, 
Jeu, senza avirci misu niiddo. pecca. 
Pura mi trovu tri parti di sceccu. 

6^ 

Comu 1 r Eroi interrompi, cunta arrori ? 
Sta donna uno' è nun mi nnl ti dittu nentil . 
E quali sunnu Tincantismi veri, 
Si nun aù chisti veri 'ncantamenti ? 
Luntano perdo a tia tri jorna arreri; 
Ora 'ntra sto grattuni sì presenti ! 
Bencbl profunna. abitata è sta grutta I 
E corno campa 'na donna cca suttaT 

65 

Adaciu, ca 'un sii sacco, ora risponna 
A tatto quantu Tui mi ricircati, 
Dissi Sanciu, ed in primis 'ntra stu funna 
Si chianci ò veni comu li dannati. 
Ma si campa, si taffii cci noi sunna. 
Chi a In scura la vocca la 'nzirlati; 
La sorti fu chi aveva a dda cadota 
'Na vertala di pani providuta. 

66 

E comu chi ogni pena io pani torna, 
NA ca la ventri si pigghia vinditta, 
E dijonatu avevamu cchiiì joma : 
Sacco vacanti 'un pò stari a Taddritta : 
Nni misimu a roaociari; e mi frastorna 
'Nira lu megghiu sta specia 'mmaliditta : 
Si non nni veni noddo a liberari. 
Campo tanto, qoaoto àjo di manciari« 

67 

Chista mi scorza la provisioni, 
Diinca li jorna mei si sti mancianno; 
É cantati, è vero, si supponi^ 
Ma 'on divi essiri poi co lo mio danna; 
Lo patruni 'ntra P antri cosi boni 
Diceva sempri, e jeva predicannu; 
Chi la natura a tutti qoanti avvisa^ 
Chi lu jippuni è doppu la cammisa. 

68 

Chi diavolo scacci! mi ii siccato, 
Smenni li mei sentenzi, e si prolisso, 
Gridao V Eroi; e io se riconcentrato: 
Lo sonno s* avvirau, d^ci a se stisso. 
Ecco la donna^ chi m* i coronatu... 
Ma dimmi Sancio caro, on era chissu 



264 

6ii gran bella laloni rìccu e rara. 
Chi Blraluceva coinu jornu chiara? 

69 

E ]a viJisti 'mmenzu dda valanza, 
D*iinni pinnìa *na spata, e ^na cnranal 
La spala è miai la donna è la Cusianza» 
Chi mi la cine! aliata, e m* incuruna; 
Vidiall dda giganti di gran panza. 
Chi di tìa nni faceva tri Taceanal 
Oh gran boUi avvonturil oh tur lunato 
Sanciu, a granai avventuri riservata! 

70 

Unni? cca? chi saluni? dici Sancia, 
Ah signuri, viditi ca sparralt; 
Chi jol*na chiara? vai pigghiali a scancia; 
Lu scura cca si Tedda, chi scacciati? 
Valanzal chi "Valanza? «ih chlstu è grancia 
Chi spala? chi curana? chi 'nfasciati? 
'Ntra si' oscuri crarocchi 'un cci viditìt 
Chi buQazzi, culovrii o taddariti. 

71 

L* aju g4ratu tutti a grancicuni 
Cchiù di tri migghia; e jia sempri passannu 
Da grulli in grutti, da crafocchi a 'gnunl, 
Parti 'Oimistennu, e parti truppicannus 
Ju avanti chi jiltava suspiruni; 
Idda appressu vinla trivuliannn; 
Vlltimu in auta poi certa spiragghia; 
Ma cu* palla acchianari dda muragghia? 

72 

Afililli e disperali tatti dui 
Nni avemu«niisu a chianciri, e pilari, 
Quanna vitti di dda calari a vai, 
Coma un catu 'nira senia, o *ntra mari; 
Idda ^cantata grida, e si nni fui; 
}eu m' agnunu, e in sintlrivi parrart 
Niscivif v'abbrazzavi, oh duru casul 
£ sr abbrazzau, oimè, mi casta un nasul 

73 

Ripìgghia Don Chisciotti; eh via nun sunnu 
Pri l'occhi toi profani sti prodiggi; 
Lassa Irasiri a mia eh' eu mi sprofunna 
Sina a la sedi di li regni Sliggi; 
'Nsignami unn* è la donna e vota tanna 
Ch*eu so di Tincantisimi la liggi; 
La sorti è data a mi^, chisl' avventura 
Pri mia è giuliva, a tutti Tautri è oscura. 

74 

Coma! 'nterrumpi Sanciu, chi diciti? 
Jeu vMnsignu la donna? vi sunnati; 
Si a mia, ca vi su serva, mi firili, 
A chidda certa certa la scannati; 
Nuo è fata gnamd coma criditi; 



DON CinSCIOTTI E SANCIU PANZA 

È *na picciolta, chi vi fa pietati. 
La quali è a parti di la mia amarizzay 
-Pri veniri a circari 'na inizza» 

75 

Cussi Sanciu si para pri davanti, 
Timenna chi non scanni dd' infelici; 
Ma Don Chisciotti intrepidu, e custanti 
Lu jelta *nterra, e poi cussi cci dici: 
Lu vijui ca si un furlxi negromanti. 
Chi m* attraversi V esita felici 
Di sta bella avviatura; ma f inganni, 
Jeu conusciu li maghi^'da lant' anni. 

76 

E mi suvvent ultra di tanti, e tanti 
Inganni, e furbarii, chi nn*àju letta. 
Chi in un casteddu lu gran maga Atlanti (2) 
Pigghiava or' una, ed ora nautru aspella: 
A Buggeri cumparsi Bradamanti, 
E a Bradamanti Ruggeru perfetta, 
E ad iddi, ed autri multi cu si* inganna 
*Ncanlali li linla sempri girannu* 

77 

Sciugghiutasi la corda, unn' era cinlu, 
Don Chisciolti attaccau V afQitlu Panza; 
Lu lassau *nlerra, ed iddu poi nastintu 
Dintra dda grulla orribili si avanza; 
La giuvina vidennusi in procintu, 
Etta 'na vuci, e *nlerra si sbalanza; 
Ma r Eroi cu lu sessu pletnsu 
Si cci *nginocchia grata, ed amoruso. 

78 

Qualunqui sì, li pregu, o Fata, o Dia, 
Pri lo Gdu campiuni ad accettarmi; 
Ch'mi ti prumetlu cunsagrari a tia 
D' ogni vintu nimicu insigni ed armi; 
Avvera tu la visioni mia, 
Ch* in sonnu li dignasti presentarmi; 
Ciucimi tu la spala, e la curana; 
Te propizia, poi sfida la furtuna» 

79 

Accussl stelli un pezzu a dlnaecMuDi, 
Prigannu la dunzella a cnronarlu; 
Dicennu chi 'un si alzava d' abbuceuni. 
Si *an si sarria dignala d* onorarla; 
Idda prega a niscirla di ddi 'gnunl. 
Chi poi sarria sua cura cumpinsarlu. 
Da dda punta V Eroi so si prumetti, 
Quantu a T onuri la fidi permetti. 

80 

Imperciocchl, dida, ver' è chMn tanti 
Slorii antichi di cavalleria 
Leggiu: chi multi cavaleri erranti 
Fatta ànnu abusa di galanteria; 



CANTU TERZV 



265 



E la donzella misera e trimantl 
Mentri *nimana d'an latra si turcia» 
Liberala da clustut doppii pocu 
Cadeva da la bracia 'ntra lu foca, 

81 
Ma *un BÙ tutti Tesenipii da imitarsi. 
Coma r api, cui studia divi fari, 
Da li eiari, chi vidi presentarsi^ 
Lu sulu meli si nni avi a sucari. 
L*Erol prima di tuttu k da pruvarsi» 
A Tinciri, e a se stissu suggiugari; 
Pirchl di tutti r imprisa chiù dura 
E jiri unni 'un noi aiuta la natura. 

Prì lantu nnn iimiri tu, o dunzella, 
Chi da mia sia macchiata lu to onuri; 
^Nzoccu è sculputu in pettu, 'un si cancella, 
Ed in su di me' stissu vincituri; 
Ardu, è veru, a 'na ciamroa assai cchiù bella, 
Né sa reu d' un pinseri tradituri; 
Culpa pri occasioni ^un è permissa; 
Chi un' alma granni è teatru a se stissa. 

83 

Li pasturi fratantu a sta dimura 
Timennu di disgrazia, o d*autru intoppu» 
Si ti'ranu la cord^; Sanciu altura 
Si senti solleva ri ancorchl zoppu; 
Si vidi alzari in aria, e si figura 
Ch*è pri cadiri, e fari gualchi scoppu, 



Trimava di sparentUt e si eridla, 
Ch'era opra tutta di negromanzia* 

Ma è gii arrivata a vidiri lu jornu. 
Gii la testa spurgla da la pirtusu, 
Quannu chiddi vidonnu da ddu tornu 
Spuntari un gran facciuni spavintusu. 
Senza nasu, e lu sangu d'ogni 'ntornUj 
Chi pri la facci cci sculava jusu, 
Cu Tocchi lustri, e fora arrivulali, 
Lassannulu, fuèru spavintati. 

85 

No, nun jiu a fnnnn, pirchl gfi pri sorti 
Si trovava li spaddi 'nsirragghlati. 
Savia sciotu lì manu, e perciò forti 
Si avviticchia a ddi vausi ciaccati^ 
Resta cu Tocchi stralunati, e storti, 
'Mmenzu ddu buca ntsciutu a mttati; 
,Cuss) alluccutu, 'ntòntara, e minnalìf 
Chi pareva *na statua di sali. 

8(> 

'Armati di pacenzia, statti ddocu, 
Sanciu« ca s*ò scurdatu la strumentu« 
Assai m* inerisci, cridimi, e non pocu, 
Lasciariti 'ntra un statu vijolentui 
Ssa facci giarna, comu lu varcocu 
L'occhi lucenti^ e chini di spaventu^ 
Lu sangu pri la facci chi ti scula, 
Fannu, cireu perda li pareli in gula. 



KOTB DEL CANTO TERZO 



(i) Vedi canto I, st. 10. 



I (2) Ariosto Or. Fur. cani. 21. 



CANTU QUARTU 



ARGUMENTU 

Sanciu, pri la pi^tà di li pasturi 
Tiratu di la ciacca, fa palisi 
Cu li ioi iuna ninfa li sciag^ri: 
Chi poi 8i spusa a un giuvini curtisi: 
Cunta di Don Chisciolii Vavventuri^ 
D'alltira, chi a scuderu si cci mtaq 
Si aggiusta Vanca pri lu so viaggiu: 
Don Chisciotti s'^annèga cu coraggiu. 



I 

Pri lu cchiù li disgrazii 'ntra la terra 
Solinu iri sempcl accumpagnati; 
Chi si un regnu infelici ìivi la guerra» 
O la fami o la pesti cci attruvati : 
Tante tu forti, chi fortuna sferra, 
Nun si metti pri pocu, o pri mitati; 
Ma vi duna di guai na bona stritta, 
vi porta a finiri fitta fitta. 

3 

Sanciu, chi avia scappatu a In fururi 



266 



BOK CHISCIOTTI E ftANClU PÀIfZÀ 



Pi la fami, ta aiti, e li atrapazzi; 
Chi Biiffrìu di lu friddu lu rigiiri 
Sepultu cu hi sceccii "ntra ii jazzi; 
Chi iiatlit 'iitra lu puzzu li aciagiiri 
Di Tanca rutta, di acaoti, e atramazzì, 
Cu lu iiaau tagghiatu 'nlra un pirtusu 
Pìnnulla meozu aupra, e menzu *gnu8a. 

8 
Crijui chiavili viatu. o mei letUiri, 
Li menzi. busti 'ntra carnei d^aueddi, 
O a la funlana di lu Pirituri 
Spuntar! ddi tiatazzi da li ceddi; 
Accusai pari Sanciu, e fa terruri 
A ddi simplicit e boni Yìddancddi; 
Ogn un» di hinlanu a miautri dai 
A jiditu lu niustra e di|K>i fui. 

4 
Stelli un gran pezzu aulu a pinnuluni^ 
Menxu< abuccava dìntra, e menzu 'nfora; 
Li vecchi patri cu atanghi, e vasluni, 
G«à sunnu lursi, e li picciotti anccra; 
Trovanu dda 'ngastatu un maacaruni. 
Chi guarda a lutti, e nun bri palerà ^ 
Inorriduii a atu gran ca&u alranui 
Mcttinu a acuncicarlu da luntanu. 

5 
Rump' iddu in (ini lu silenziu. e dici : 
Aimo I cu sti scunciiiri mi cuiifiuinu 1 
Jeu nun su Bpirdu« sugnu un infelici; 
Li spirili però cca sulla sunnu; 
Spiriti, chi di nasi su nnimici. 
Matiml ajutu, oimè, ca mi sprofunnul 
Pri carità accuslati, o pastureddi, 
Ma si no stu diavulu mi speddi. 

6 
Mossi tutu a pietà di ddi lamenti* 
E vidennu chi 'un era spirdu, o roostru. 
Ma un omu. chi pri casn, ed accideuti 
Si riiruvava 'ntra dd*oscuru chioslru. 
Li pasturi currèru unitamsnti, 
llicennu : eccuvi cca rajula nostra; 
£ accussl cu li canapi 'nvracatu, 
A viva forza di dda fu tir»tu. 

7 
Vinutu fora Sanciu, raccuntau 
Quantu passatu avia, vistu, e patutu; 
K comn da principiu s* iuipuzzau; 
E la. pìeciotta, ch*avia dda vidulu; 
Comu di grulla in grulla strascinau 
L^anca, chi primu avevasi rumpulu; 
Poi rineanlu, d'unn'era porsuasu, 
Sina a la tagghialina di lu nasu. 



8 



Sintennu di la giuvina parrari 
Li pasturi rjpigghianu spiranza. 
Chi fussi la sua ninfa, chi penari 
Faceva lutti pri la sua mancanza* 
Eccn Ttliru altura arrivulari* 
E di calariCGì iddu facla istanza; 
Gridau Sanciu : li spirdi dda cuntraslanut 
Crìdi a mia, ca 'un c*è nasi» chi ii butaocu 

9 

Mentri supra si fannu ali discursi. 
Don Chisciolli dda sulla pri la maou 
Jia purtanoy la giuvina; e aù acursii 
Unni figalu avia Sanciu non sanu; 
Ma quannu nu' lu villi, ai noi curai; 
Ah ! grida, Incanlaluri iropiu inumanU) 
No, nun mi fuirai* beochl ammuccialu 
Fussi in Sliei, o a lu Caucasu Vnilalo. 

10 

Poi vutalu a la giuvina cci dici: 
Bisogna separarci; un gravi impegnu 
Mi chiama a funna, a vui vinlri "un liei 
Duvi putrà arrivar! lu miu adegnu; 
A spillatimi cca lela, e felici, 
Clii vinlu r incanlisimu, poi vegnu; 
Dissi ed in un balenu, oh gran valuril 
Si sprofunnau dinira li grulli oS4!oriff 

11 

La pasluredda afflilia* e scunsalala 
Resta, chiancennu la sua cruda aorli; 
Sula, scura, spirula abbannunala* 
Ne ce* è cui l'incuraggi, o la cunforli; 
Senti fratanlu in aulu rimurala; 
Timi cosa di peju. e grida forli; 
Isannu V occhi, vidi poi di ausa 
Calari un giuvinotla graziusu. 

12 

Ma quali tu stupuri, e quali fui 
La sua alhgrizza» quannu dda arrivila 
Vidi r amalu oggetlu? Tulli dui 
Rislaru Iramtirtuli, e senza cialu* 
Imaginalivillu, o amanti, vui. 
Si un casu uguali P aviti pruvatu: 
Jeu passu avanti, ed a cuutarvi lornu* 
Chi poi nisceru a vidiri lu jornu- 

13 

Tra li comuni applausi, e II viva 
Di li ristanti ninfl, e li pasturi 
Non occurri, chi fora* eu vi la scrìva» 
Comu anno a lerminari si' avventuri; 
Imeneu, gili si sa, chiudi giuliva 
La scena unni Cupidu A stalu alluri; 



CANTU 

La storia min nni parrà, però jìn 
Giudicuv chi a lu aolita finiu. 

ik 
Saocìu torna cu T antri a li capanni; 
L*£roÌ9 chi nun rispunni a la chiamatai 
Besta dda autta; però li cchiù granni 
La corda cci lasaaru dda appizzata; 
Li ciarameddi, e li sonori canni 
Fannu a la Talli un' armunia assai grata; 
Fratai*ta una piatusa vicchiaredda 
A Sanciii Paoza Tanca ce* intavedda. 

15 
Ristaa cchiù joma dda; cu cantati 
Fu assistutu da tutti, e cuvirnatu; 
E intantu li disgrazii passati 
Dà capu a funnu a chiddi cci A cuntatu; 
Cuntau di tutta la sua riditati, 
E comu conoscenza avia pigghiatu 
C un galantomu dittu Don Chisciottii 
Chi studiava lu jornn, e la notti. 

16 
E chi aveva a memoria tanti, e tanti 
Storii, e libri di cavaltaria, 
Tutti li maghi, e cavaleri erranti. 
Chi cci foru a lu munnu li sapia, 
Comu r avissi avutu pri davanti^ 
Cci parrava a li voti, e cummattia; 
A cui diceva lodii a cui strai>azzt. 
E dava botti ^ntra li matarazzi. 

17 
Doppu di avìri fattu sta carvana 
Cu li chiumazzaf li letti, e li mura» 
Risolvi abbandunari la sua tana, 
E pri lu munnu circari viulura; 
St'imprisa, chi pri ogni autru è pazza e vana 
Pr* iddu è un oggettu granni, e si figura 
Chi si arriva a chianlarf lu so tema, 
Lu munnu divi mclllrsi a sistema. 

18 
E inratti *ntra lu celebM casteddu 
Ch*è probabili assai fussi taverna, 
cu nun cci fn\ ma so eh* è un ciriveddu 
A cui pari ogni lueciula lanterna) 
Vigghiau r armi 'na notti a cunctimeddu. 
O inginucchiatu avanti *na isterna; 
Fu armatu cavaleri, e a lu momentu 
Stipulaa stu soUenni giuramentu. 

19 
Jeu m* obbligu cca supra sti sgabelli, 
Sinu a lu spargimentu di In sangu» 
Di salvar! l'onuri a li donzelli 
D'ogni condizioni, e d*ogni rangu, 
O laidi, 'O bruiti, o mediocrii o belli. 



s 



QUARtC 26Ì 

O nati in gran palazzi, o *ntra lu fangu, 
Cuntra li rapituri micidari, 
Pirchl *un appiru flemma d'aspittari. 

20 
Mi obbligu ancora a costu di la morti 
Viiidicari Toffisi chi su faUi 
Da li potenti) e li persuni forti 
Cuntra la pWbi« chi ogni ventu abbatti; 
M' obbh'gu infìni aggiustar! li torti; 
Vigghiari a T osservanza di li patti; • 
E tentari T imprtsi cchiA azzardiisi 
Centra li pregiudizii» e T abusi- 
si 
E pirchU secunnn iddu la discurri, 
A tutti li gran mali di la terra 
Lu diavulu mnltu cci concurri« 
Pri causa d^ogni striga caniperra, 
E di maghi, ch*incantanu li turri, 
Perciò jura di darl eterna guerra 
A chisti, chi cu ciarmi, e vituperii 
Afnianu li corna a Tavirserii* 

22 
Chinu di sti progetti accussl vasti 
Nesci sulu a circari ravvenluri, 
(>, pri cchiù meggliiu diri, li cuntrastif 
E dari provi di lu so valuri; 
A lu munnu nun cc'è lingua chi basti 
Pri diri li gran stenti, e li suduri, 
Li pittati di fami, chi chist*omu 
Palla, pr'immurtalarisi lu nnomu. 

23 
Doppu diversi imprisi granni e nichi. 
Si accorsi aviri fattu un sbagghìu enormi; 
(Cui mancia finalmenti fa nmddichi, 
E qualchi vota lu grann*omu dormi): 
Di battagghi notturni, e alpestri intrichi 
Cui nni faceva fidi, e dava informi ? 
In rubrica di erranti cavaleri 
Nutaru e tisiimoniu è lu scuderi. 

2^ 
Dducu fu, chi vidennusi spruvistu 
Di st'articulu taniu essenziali, 
Pri farinni la scelta l*àju vistu 
Girarari attoniu di lu miu casali; 
Lu suggetCu, chi scelsi, è stutu cliistu, * 
Chi vi presentn cca comu un miimali) 
Sia sorti, sia disgrazia *un sacciu ancora, 
M'àju muUu a lagnarimi finora. 

25 ^ . 

Jeu, ch*era omu pacificu, e a Tanticat 
Né di la porta affacciai mai lu nasu, 
Nò cc'inclinava troppu a la fatica, 
Cchiù chi mi chiama, ed cu chiù diutra trasn. 



2C8 



PON CHISCIOTTI E 5ANCIU PANZÀ 



Ma tanta parrà* e dici, e s*affatica| 
Fina chi nnl arristavi persuasa; 
Specialoienti qiiannu cu l'oturi 
Mi pruvaU} chi patia farmi sigauri. 

26 
Mi liggin multi lihra, ed apparai, 
Chi ogni tintu scuderu arrinìscla; 
Perciò cun iddu glissa cuncirlai. 
Chi a li primi battagghi, chi vincia. 
Di li regni acquistati o.picaa, o assai, 
Jeu guvirnari unisula nni avla^ 
Iddu accunsenti) ed cu cu st*aliteddu 
Mi misi appressa coma un cagnuleddu. 

2t 
E profittai. di tanti iezìoni 
Di storia» di politica, e morali, 
Pirelli un governaturi si supponi 
Chi *un divessirl stupidu, né armali; 
Occurriou Tintoppi, e occasioni. 
In cui cc*è di bisognu multu sali; 
Yeru è chi in posti granni pigghia toIu 
Lu bugghiòlu, però'sempri è bugghiòlu. 

28 
A lu cavaddu so magni e patulu 
Coi avla inisu pri nomu Ronzinanti; 
£ già quasi paria ringiuvlmitu 
Cu stu titulu granili e riionanti; 
Jeu cavaddu *un nni avìa, stava cusutu 
Supra un sceccu, chi poi fu negromanti | 
Pareva saggiu, e chinu di modestia. 
Ma tirau sempri a perdirmi sta bestia* 

29 
D'altura fici un viitu arcisul tenni : 
Di nun dari chiò fidi a coddi torti; 
Qtiantu cuverti cchiù, tantu tremenni 
Sunnu Tinsidii di sti genti accorti; 
Non a casa si storci, a cui s'impenni, 
Lu coddu, quannu è Tura di la morti; 
Denota chi sta razza malandrina 
Era di la stississima farina* 

30 
La prima 'ntra Timprisi stripitusi 
Fu l'eimu di Mambrinu, chi s'ò risu 
Celebri immeniu all'armi cchiù famusi, 
Lu conquislauntraun nenti, e a l'improvisu: 
Però li mali lingui invidiusi 
Vounu chi Telmu celebri preti su 
Fnssi un vacili, chi lu cavaleri 
Cci rubbau da la testa ad un varveri. 

31 
E cuntami, chi mentri sbrlzziava, 
Passannu d unu a oautru paiseddu, 
Un varveri pri radiri purtavA 



Lu vacili a la testa pri cappeddu, 
E TEroi chi li cosi li guardava 
Comu Taveva '«tra lu airiveddu» 
Curri, i'aguanta, a grida : ah malandrinu 
Tocca a mia lu grand'elmu di Mambrlnu. 

32 

Si vuliti, jeu poi quannu lu vitti» 
Ch'era vacili, cci avirria juratii; 
Ma meritanu cchiù d'essiri critti 
L'omini, chi innu leitu e studiata; 
E lu patrani mia stampati e scritti 
S'avia tanti volumi divoratu, 
E pri sua caritè, bontà ed amuri 
Mi li chtantava 'ocorpu lutti furi. 

33 

Jeo misu appressa di la roea patruoi 
Lu studiava, e nenti nni capia. 
Ora parrà da Socrati, e Piataui» 
Ed ora arranca un truncu di pazziai 
Pigghiava spissu oi granci-fudduni» 
Chi 'un vi ponnu passari per Idia, 
E s*ea rido, o cci muslru diffideozai 
Li giustifica siou all'evidenza. 

Jeu, chi viju, e coousciu lu mia oeoti» 
Pirchl nun àju letta, nò imparata, 
Dica li dubbii mei sinceramenti. 
Poi mi rimetta a cui un'è cchiù iofurmatu» 
Certi sbagghi parevano evidenti, 
Comu lu fatta lantu celebratu 
D'un mulina di vento, e cci dicia: 
Chistu è mulinu in cuscienza mia. 

35 
Iddu cu Tocchi chini di scienzi 
Nun videva mulina, ma giganti; 
Divo cridiri ad iddu, o a li mei aenzif 
Quali cchiù di li dui sonnu furfanti ? 
Pir quanto cci rifletta» e quantu ponzi, 
Restu tuttora dubio, e titubanti; 
Pri un promodu dirrò : ch'era in eflettu 
Mulinu ali'occhiui e mostro a rintellettu. 

36 
Chi dirrò di li crapit chi acaoeio 
Pri 'oa gran compagnia di genti armati ? 
'Nsumma sempri cuntisii e guirriggiau 
O co li propri! sbagghi, o cu li fati, 
co 00 mago, chi Tocchi m^offdicaUf 
Pri scimari di gloria *na mitati ; 
Pirch*eo beochl cci avisai opinioni, 
E lotta fidi, a non convinzioni. 

37 
Non nni sogno convinto, ma cci criu, 
Pirchl àjo 'otiso diri, ca cci aumiu 



CANTU 

Sii ncantisimi, e o su chistì, chi viu, 
O chi lu me' patruni è pazzu tunna^ 
Pirchi nun è da saviu lù straviu, 
Iri sempri raminga pri lu munnu» 
Patirì fami, puvìrtali, e stenta» 
Culpenou crapi, e h malini a vento. 

38 

Da Tautru latu s'iddu Tussi un pazzu* 
Nun parriria cu tanta saviizza. 
Né li sentenzi su di qualtru a mazza, 
Ma veri, chini d'enfasi, e grannizza; 
Nonostanli sl'imbrogghiu , e stu 'ntrìUazzu 
l)i giudiziu e pazzia fatti a pastizza. 
Scoprii nautru sfunnatu cchiù profnnou, 
Di cui nun cci nn'è esempiu *ntra lu rononu. 

39 

Tutti li libra di cavalleria, 
E li poemi eroici celebrati 
Portanu, chi leroi di gran valia 
Foru finn a li gigghia innamurali; 
Lu cavaleri miu. chi nun vulia 
Cediri airautri in niidda d gnìlati, 
Critti chi senza amuri sarria statu 
*Na nova specii d'un eroi crastalu. 

E dicia tra se stissn : Erculi invittu 
Pri Joli maniau fusa, e conocchia 
Ed Achilli, di cui tantu sé scrittu, 
Pri Tamurì purlau lu ballilocchi; 
Dunqui, chi di mia sulu sarrà dUt|], 
Chistu pri la biddizza nun appi occhi ? 
Né per iddu cci fu na donna lati, 
Chi conciirrissi a rcndirlu immorfali ? 

41 

Quali adorni avirri Tisloria mia 
Senza di Pepisodii amurusi 1 
Né in prosa jeu putrò. nò in poesia 
Fari li soliloquii affettuusì, 
Quannu sarroggiu sulu a la campla 
'Nlra voschi, e siivi, e vausi ruinusi; 
Né pulrd diri a cui sta bonu in sedda : 
Sudu chi la mia donna é la cchiù bedda> 

42 

Ah min permetta mai sortì nimica. 
Chi st'infamia unni mìa sbulazzi, e posi; 
Sia 'nnamuratu. basta ch'cu lu dica. 
E basta a diri Don Chisciolli vosi; 
L'amala donna sia saggia, e pudica. 
Prodigiu di beltà, chi mai supposi 
O Zeusi, Apelli , o qualchi ingegnu raru 
Gratu ad Apollu, ed a li Musi cttru. 

Sia bianca comu latti nlra la cisca, 



QUARTU 269 

Liscia comu lu rasu di Fiorenza, 
Dilicata, gintili, e sia manisca. 
Ma dritta, e longa, o bella di presenza, 
Picciolta, culurita, sana, e frisca, 
Capiddi biunnit e di lunghizza immensa, 
Occhiu spaccaìu, niuru, e penetranti, . 
Stritta di cintu, e di peltu abbundanti. 

44 
Chi lassassi unni passa 'na fraganza» 
Comu fusai di zàgari, eS:Joli : 
Chi quannu cauta sula nlra 'na stanza, 
Vincissi in armunia li rnsignoli; 
Sia disinvolta immenzn a leleganza; 
Saggi, duci, e galanti li paroli. 
Gentili li maneri, onesti, e santi; 
Sia 'oa tiranna, però sia un'amanti. 

45 
Cussi dittu, imitannu in fantasia 
Lu gran Pigmaliuni, si furmau 
'Na biddizza perfetta, anzi una Dia, 
E milli e milli doti cci adatiau; 
La chiamava pri nnomu Dulcinia, 
Pri la dulcizza granni chi pruvau 
Quannu si la supposi; poi curlisi 
Del Tobboso pri titulu cci misi. 

46 
E stu Tobboso, cndi, ch'è un casteddu , 
Quanu'iddu nun é aulru chi un casali, 
E supponi lu so gran ciriveddu, 
Ch'idda nni sia patruna originali-: 
Cussi tantu zappau stu jardineddu, 
Fina chi fìci poi radichi tali, 
Chi sti favuli, d*iddu imagiriati, 
Iddu stissu li cridi vintati. 

47 
E in eflettu si fa li soi chianciuti, 
Pinsannu ad idda sutta li ruvetli; 
Ed anziusu di la sua saluti 
Spissu cci manna littiri e stafletti; 
Ora a sonu di canna, e farà riti 
Cci canta ad aria, o recita sonetti; 
Ed ora sta dijunu 'na jurnata, 
Pirchi cridi chi chiJda sia 'ncasnata. 

48 
Si raccumanna ad ìdda 'nira l'impriti 
Cu fidi sunima, e gran devozioni, 
Acciò cci sia benevola) ^ ciirt>si,' 
Pirelli è rifu dì fiua professioni; 
Si vinci, chistu ò sìgiiu chi hi 'ntisi, 
Si però li calenni 'un vaiìnu boui'. 
Dici ! chi la prighera 'un ebbi efl<»ttn, 
Pirelli è macchiata di qualf'hi difettu. 



270 



DON CHISCIOTTl B SANCIU PÀNZA 



49 



Ed accamiMia a fari peniteoza, 
Darmeomi nadu aapra di li spini, 
£ faceoDa paioli cnio coofideoza 
Faoou iimlri duri caUivu fioi; 
Ora mi prega a darci la sìnteaza, 
O la cunoanna comu rassassioi; 
E iptsiu pH placari a Dalcioia 
Fa patiri la pena pam a mia. 

50 

Ca lotti iti spropositi avldenti, 
Chi quasi cu li roanu li toccati) 
^Avi qaano'iddu parrà un ascendenti. 
Chi 'nzoccu dici pari viritati; 
O sia pri lu so meritu eminenti, 
O pri effettu di mia minnaliuti, 
'Ànou tanta virtù li soi pareli, 
Chi agghiottiri mi fanno li bugghioli. 

51 

Nun passu avanti a diri Vaolri imprisi, 
Pirchl 'na pinna dotta ed eleganti 
In Hngoa castigghiaoa li distisi, 
Pri spargimi la fama a tutti quanti; 
Ver'ò chi multi fatti 'un cci su misi, 
£ in grao parti la storia è mancanti; 
Ma spera chi lu celo non permetta. 
Chi un'opra tali fistassi imperfetta* 

52 

E chi li tanti mei stenti, e travagght, 
Ch*àju patutu, e pato tottavia, 
Morano sipilloti 'ntra li 'ngagghi 
Di li rocchi e va^duoi a la camp?a; 
Un aotori disia, chi Taotri magghi 
Vaja tissennu di la storia mia; 
Acciò nun resti incognita lu caso 
Di Tanca rutta, e Ju tagghiato naso. 

53 

E si saccia co quali attenzioni 
L'àju siryutu Odili, e indefessu, 
Di li timpesti a Tindiscrizioni, 
Pedi co pedi sempri d'iddu appressa; 
Chi coi àju avoto sempri opinioni, 
Mentr'eo non fui da tanti mali oppressa, 
Ora chi sogno, oimè ! sminnittiatu, 
Pinsari a casi mei nun è piccato. 

Molta cchiù ca pri liggi natorali 
Doppo simani chi 'un si nn*bvi nova, 
'Mtra dda grotte terribili, e fatali, 
Avirrà fatto già Tultima prova; * 
Sarrà mortu alPurvisca da un mlnnali, 
Ntra puzzangari, e petri comu chiova; 
Pcrtantu pozzo oprari a mio piaciri, 



Pirchl la morti sciogghi ogni 'duTiri. 

55 

Ghisti, e moirauiri storii cci cuntau 
Ntra tottr chiddi jorna, chi dda stetti, 
Doppo chi poi la coscia cc^ingummao. 
Pensa a la mogghi, ed a II Ggghi schetli. 
Di dda chiancenno si licenziau; 
Solo soliddo in viaggio si metti; 
A via 'ucoddo lo pani 'ntra oo saccunl, 
'Na mano all'anca e Tautra a lo vastuni. 

56 

Avla da li pasturi 'ntiso diri : 
Chi attraversanno totU dda montagna, 
Si vidia da *na grotte scaluriri 
Un ciumi, chi scorreva la campagna, 
E chi chisto putevacci sirviri 
Pri goida, pirchl a mari Taccompagna, 
E chi arrivato sino a la marina» 
Troviria la soa terra assai vicina. 

57 

Lassamu a Sancìu 'ntra lo so viaggio» 
Solo ed afflitta, ru Ciato, e grunna; 
Jamo a TErui chi chino di coraggio 
*Ntra dd' orribili grotti si sprofunna. 
Gridi da cavaleri accorto e saggio, 
Chi dda dintra lo mago si nasconna; 
Perciò si ficca dda senza riguardo 
Dicenou: no, non scappirai codardo. 

Maghi, razza briccona, infami, aodaci, 
Chi co li vostri sortilegii escori 
Arditi ancora rumpiri la paci 
E lo riposo di li sepolturi; 
Di Tossa yeoerandt anchi vi piaci 
Fami vili stromenti ad usi impuri 
E co li vostri scelerati incanti 
Siti la pesti a* cavaleri erranti 

59 

Jeo purghirò lo monna di... Ma senti 
Un strepito, un rumuri un gran fracasso» 
Gei pari un campo in armi, cummattenti 
Cu Tarduri di Artù, Bovo, e Gradasso; 
E dici tra se stissu: oh gran portenti 
D'arti magical e affretta cchiù lu passo, 
Ed abbenchl li strati siano oscuri, 
S* indrizza unni lo chiama lu romorl. 

60 

Chiù chi s* accoste, chiù lo grido erisci; 
La teste cci scamina, e cchiù non reggi; 
L'oricchia a ddu fracassa si sturdisci; 
Tant' ira di V Eroi coi cchiù la reggi? 
Ecco 1* amalo nomo proferisci. 
Chi li spiriti renni arditi e leggi; 



CÀNTU QUARTO 



271 



Avvampa dìntra» ed à V eslrcmi friddi» 
£ in frunli su a V addritta li capìddi. 

61 
E giH cumpoata in attu di battagghiat 
Alza la vrazzu, e pri li naschi sbruffa; 
Trimati, dici, olà! vili canagghia, 



Don Ghisciotti è chi trasi *ntra ala zufla; 
Cussi dicennu, subita si scagghia 
Diotra rarml, a T incanii. ..oh no s^attoflGi 
'Ntra un ciumi chi sbuccava di 'na grutta, 
L' agghiuttlu r acqaa, e si pirdìu dda soUa, 



CANTU QUINTO 



ARGVMENTD 

V Aeeidinti V Eroi guida e proieggi; 
Facennu pr iddu inioUti f rodiggi 
Di pemottari in rufniiorio eleggi 
Sanciti: e veni e* un monaeu a Utiggi 
Don Chisdotti d^un Magu a li dispreggi 
Dà ad un Giganti^ e un vautu trafiggi; 
Dipoi cu Sanciu per un $bija-$onnu 
Si dannu pugna e caud quantu ponnu. 

Soli ingerirsi tra V umani affari 
Un certu non-so-chh figghiu putenti 
Di la Fortuna; solitu scherzari 
Cu tutti; ed è chiamatu l'Accidenti: 
Chistu in jochi di sorti esercilari 
Soli r imperiu so. li soi portenti; 
E tannu godi, e nni avi cuntintizza« 
Qiianna lu jucaluri cchiù si stizza* 

a 

Regna ancora a lu nasciri di tutti; 
Mdu fa li vassalli, e lì patrnni, 
Ctii fa nasciri in tetti, o coi fra gratti; 
Cui bassii, cui mircanti, e cui baruni; 
Iddu forma li beddi, iddu li brutti; 
perciò a li voti un èrramu jtppunl 
Fa echi ili fracassa, cchiù gala, e echi ili scrusciu. 
Di lu cchiù riccu e sfrazzusu cantusciu. 

3 

Banchi e fraschetta, non ostanti è tali. 
Chi affari di rimarcu, e d* importanza 
Li mina e' un cìusciu. e tantu vali. 
Chi scoti ad Astria stissa la valanza; 
Mai si previdi, d' improvisu assali; 
Pirchl s'ammuccia in qualchi circustanza; 
L' armi soi su impalpabili, invisibili,] 
^ìàtì si ci bada, o puru su terribili* 



Perciò spissu è fatali, pirchl igridda, 
Ammucciatu 'ntra baddl di acupetta; 
Ora si occulta dintra *na (aidda; 
E fa tuttu ddu danna, chi *un s^ aspetta; 
Ora s'agnuna dintra 'na pupidda 
D'un maritu giUisu, e si diletta 
Li conlrabanni scoprir!, e li 'mbrogghi 
Di la fidili ad autru, amata mugghi, 

5 

Stracanciatu di notti soli jiri; 
Si ammiiccia *ntra purtuni. e cantuoeri; 
Cu Tacabunni cci mustra piaciri; 
Poi lu so sbijo sunnu li sumeri. 
Li pruteggi. e li pigghia a beo vuliri, 
Li tratta prt parenti e amici veri; 
Stccomu ancora è Vamicu viraci 
Di li bizzarri, capricciusi» e audaci. 

6 

Infatti di l'audacia, e bizzarria. 
Di TEroi nostra s'era innamuratu; 
'Ntra periculi gravi Tassislia, 
Indivisìbilmenti ce' era allatu; 
Perciò vitturiusu nni niscìa 
Da tant'imprisi in cui s'avla ficcata; 
Né criditi chi ancora moribunnu 
La lassi stari di lu cìumi a funnu. 

'Nlra li visceri alpestri di lu munti 
Per occulti canali, e obbliqni vini. 
Trapilavanu V acqui, chi poi juoti 
'Ntra li cavi voragini, a la fini 
Sbuccanii impetuosi, e fannu frunti 
A vausi e grutti, e a forza di mini 
S* ànnu *ncavaUi 'nlra la r«)cca dura 
'Na strala suttirrania, ed oscura. 



2T2 



DON CHISCIOTTI E SANCIU PANZA 



8 



IncogniU a 1u mnnnii, e a li viventi. 
Scurri un gran trattu Tunna in cechi gruttii 
Po' a pedi di lu munti li soi argenti 
Mustra in facci tu siiti, e awiva a tutti; 
Bagna T aperti campi a passi lenti 
Fecundannuti d'erbi» duri, e frutti; 
Cadi in vaddi, entra in 8ilvi« e s' incamioa 
Cu murmuriu suavi a la marma. 

9 

Di la cava voragini a In funnui 
Unni cecii hi ciumi scalnria, 
Già caduln TEroì, l'aggira 'ntiinnu 
Ln vortici, chi strepila, e firria: 
Ma l'Accidenti, eh' è sempri fecunna 
Di menzi, pri cui teni in sua balia, 
Lu suUeva, e a chidd' unna lu cunsigna, 
Chi scurri sutta placida e benigna. 

iO 

'Ntra nn lettu accuss) morbidu sdrajatu» 
L' umidi passi di V acqui assecunna; 
Pallidu, semivivu e rilass^atii, 
Cu nenli cibu, e viviri, chi abhnnna; 
Cussi scurriu gran trattu Y incavatn 
Suttirraneu canali, e qnannn V unna 
A pedi di lu munti sbuccan fora, 
Sbnccau cun idda Don Chisciotti ancora. 

11 

A In sbnccari detli nn sammuzzunl; 
S' attulTau sutta, e visitau hi funnu; 
Senza siti tummau cchiù d' un vuccuni-; 
Poi vinnì siipra lassn, e moribtmnu; 
Eccii nun ciala cchiù, né lu pulmuni 
Dà l'aliti magnanimi a lu munnn; 
Lii sangu 'un gira, T anima è sopita 
^Nlra *na vera pareniisi di vita. 

12 

E marni, e testa, egammi* ecodduievrazza 
Su senza sensi! di V unna in balia, 
L' unna li movi, T unna Tarrimazza, 
L'unna li gira, T unna li carria; 
Finalmenti lu 'mbrogghia. e hi 'mbarazza 
'Ntra junchi, o cannizzoli, e si *un joncia 
Umi, chi dda virinu aveva Tortn, 
A la surda e a la muta sarria morlti. 

13 

Lu sulitarin Sanciu afflilhi, e mestu, 
Allatu ta di lu ciumi pinsirusii: 
Quantu. dtceva. oimèl sfumanu preslu 
Li spiranzf di l'omini cca gliìnsu! 
Oh chi mtinnu 'mbnigghiatu. e s*enzà sesto! 
Bealu cui in sua casa stk ozìiisn: 
Cchiù chi si cerca, e chi si gira ntunnu, 



Cchiù'mbrogghi, eguai siscoprinua stumunnn. 

* ik 
Sempri àjii avutu, oimè, sti sentimenti! 
Ma hi patruni, e li soi gran librazza 
^Mi ànnu 'nsaccatu. oimèl ca sii saccenti 
Su armali^ e nun discorsinu capazza! 
Stu grann*omu, chi struggi *ncantamenti, 
Chi spila a li giganti li mustazza. 
Chi raddrizza li torti a marni franca, 
Pirelli 'un raddrizza a mia lu nasu, e l'anca? 

15 
Quantu nni paghirla si hi vidissi! 
Chi sfogu vurria fari contra d* iddu! 
Oh li soi libbra 'mputlri l* avjssi! 
Certu *un cci farria sentiri cchiù friddn! 
Mi ammagava cu chiacchiari, o prnmissi, 
E m* infasciava comu un picciriddu! 
La dutlrina, e vahiri, eu mi cridia» 
Ch' eranu boui cosi, e su pazzìa. 

16 
Q.iali beni a hi mutmu innu fruttata 
La diittrina, e vahiri di li genti? 
Liti, gnorri, omicidi i, pri cui è slata 
Oppressa hi bon cori e rinoccentt; 
Tanti hbrazza, chi s'ànnu slampatu, 
'Anno faltu hi munnu cchiù elementi? 
Chi fors'ora 'un s*arrobba, e podditriai 
Comu un tempu senz*iddi si (acla? 

17 
Chi forsi sannn cchiù di mia taluni, 
Chi ànnu sfugghiatu librazza, e scritturi 
Chi un fui pnsenti quannu hi patruui 
Argumentava cu qiiattru dalliiri? 
Cui trattava lu suli d' un patrnni. 
Chi stava fìssu, e sodu di tutt'urt; 
Cui dicia, chi girava comu un mattu; 
*Nsumma nun si conchiusi ncnti affiaittu, 

18 
Ch*iju bisognu di la sua duttrina« 
Pri godiri T invenui di lu suli? 
Senza l'anatomia, e la midicina, 
Chi 'un àju fattu piidditreddi* e muli? 
Dunca a chi servi la sira, o matina 
Sfasciartnni la testa suli suli ? 
Tnjti li librarli ammuntuati 
Suhnu civa di corna allammicatf. 

19 
Cu sti riflessi aggiustati, e maturi, 
(Ciré Tunicii vantaggia, e la reali) 
Chi nni procaccia hi viaggiatiiri 
*Ntra coddu, e gammi rutti, ed autrt mali] 
S.inciu j<*va pinsanuu a Tavventuri, 
E conchiudeva, ch'era stata armali; 



CANTU 

Ma sopra tnlta poi ramareggiava, 
Ca troppu tardu, olmè ! s! nni addimava. 

20 

Junci davi hi citimi, in dui spartutii, 
Lassava ^mmenzu uo*i9uIetta asciutta, 
K tin ponti vecehiu, e qtiasi già cadnin, 
<'rida piotati all'acqua, ehi cc'è sulta; 
Un nimiioriii simplici, e spiriitii 
'Nira rersi antichi^ e frassini s'ingratta, 
Cca. dici, d^allaggiari àju spiranza, 
Si la ponti *ntra lacqna 'un mi sbalanza. 

21 

Passa a gran stentu airanlru latu, e scinni 
'Ntra Tìsula, unni frasi, e s'incamina : 
1 u nìischinu in guardarla si sowinni 
Pi chidda, chi cridia tanlu vicina; 
Lu meu serviri, oimè, sta premia ottinni! 
Qnafisula la cclu mi destina! 
Unni sunnu Ji trammi, e li tammuri, 
Pri fari oiTiaggiu a la Cuvernaturi? 

22 

Chi bedda gala chi portu cu mia ! 
Li acarpi rutti, un citeccti sfardatu, 
Na catisa chi tutta pinnnlia« 
Un'anca zoppa, e hi nasu tagghiatu I 
E certu chi voressiri ri^ia, 
Truvari alloggiu, e *an essiti pisciata; 
Oh vicenni di munnu ! oh stravaganza I 
Nun cc'è *ntra li pizzcnti cui mi avanza. 

23 

Trasi Wa un urticeddu assai restrittu 
D'insalati diversi, e pitrusinu; 
Cc^ò Tamenta, chi smovi la pitittu, 
Mastruzzu, matricàla, e ger!>amina, 
Dui rumiteddi cu lu mussu afflittui 
Discurrennu sidevHnu vicina; 
Sanciu s^accosta, e cu \\ nianu'mpettu 
S'iochioa dumannannaci ricellu. 

D^unni veni ? cui si ? chi vai facennu? 
Unu di ddi rumiti cct addimanna* 
Sanciu rispasi : patri riverennut 
Jeti vegnu d*ana rustica capanna; 
*Aja girata pri cumprari senno 
Di cca di dda raminga in ogni banna; 
Finalmenti 'mmiscatu co la fango 
Truvainni un pocu, ma mi casta sangu. 

25 

A coslu d*anchi ratti, e nasi mozzi, 
Di aiTanni, di travagghi, e spaventi, 
Di saspiri, di lagrims e sugghiazzii 
Di fami, e siti ed aatri patimenti, 
*Aja vistu e laccato co manuzzi, 



QUINTO 273 

Chi mai rei foro in manna cchiii potenti, 
Cch'ii granni, cchiti sol le nni, e fa m asani 
Asini, quanta mia, e lu meu patroni. 

26 
Era longn, era siccu* e assim'gghiava. 
Tolto sciirciatu a vostra riverenza; 
A la pnrrari li genti ammagava. 
Ed Ogni sua palora ora sentenza, 
Jeu cu la vacca aperta Pammirava; 
Ma ^un ce 'è bugiarda cchiù di Teloqueoza : 
Cosi, chi *un 81 palianu imaginariy 
Vi li faceva vidiri e luccari* 

27 
Si fossi iddo ora cca a hi nostrq latu. 
Voi sarrisflivu un maga in carni, e 'nnossa, 
Un colpo *ntesta *an vi aarria mancala, 
una scorcia di coddu grassa, e grossa; 
La vid*ti sto naso, clfè tagghiatu ? 
Iddo mi la tagghiau dìnlra 'na lossa; 
E fratantu un crediti ca jueava. 
Si poi spiati ad iddo. mi stimava. 

28 
Aveva un primo mota bestiali; 
Ma a trattarla era poi Vapa di meli; 
TinU massimi eroici, e reali; 
E 'ntra lo cori so non cc'era feli; 
Cu totto ciò palla d*on certu mali, 
Ciressennu 'nterra si cridia a li celi. 
Mendica, si crideva un signurazzo, 
Dijiinu sazia, *u8umma era un gran pazzo. 

29 
Nni menti pri la gula, anima 'ngrata^ 
Lu romita gridau coma un liunì; 
Chista è la fidi chi tu m*àj jiirata ? 
Cussi si parrà di lo to patroni ? 
S*in canciti di la mia tagghifnti spata 
Nun mi trovassi cinta sto curdnni. 
E si tu fossi un para min a slu punto, 
Di zoccu ài ditto mi darissi cunlo. 

30 
Sancia rtsiaa 'na statua di marmo, 
Trasiculato, e pri lo gran spavento 
T^u manco manca appi a scarzari un parmu, 
Tanto si rannicchiau 'ntra ddu momentu; 
Tali 'na pasturedda di poco armo. 
Chi mentri sta scippannu da on sarmenlu 
Na rappa di ramina, vidi in chidda 
Un scursoni, chi d'ira ardi e sf&idda. 

31 
Intanto umili e mt^stu s'inginocchia; 
A lo patnini so earih e timoto, 
Vasa li pedi, abbrazza li dmocchia. 
Cui addimanna pirdono, e poi fa vutUf 



274 



DON CIIISCIOTTI K SAKCID PJkNZA 



A 



Chi si virieva *na ficu, nii'aprocchlà. 
Un cavulu di ciiiri arrìpuddutu. 
Duvrà scmpri parrari beni d^ddii. 
Pri lu llmuri cli'iddiif 'un fussi chiJdu. 

32 
Cu In talentu so lucidu, e nettu, 
Ma neHanJichi scoli cnliivatu, 
Don Chisciotli accettau dd'allu imperfetlut 
Pirchl iiarlla da un omu limilatu; 
Cussi lalibrazza, e si hi strinci in peltU) 
L*assicura d'avirlu pirdunatu, 
E l'incoraggia poi cu vuci amica» 
Di riturnari a la saggizza antica. 

33 
Ali Santiii ! Sanciu ! ab ingratu, cci dicla, 
Quantu ti trovu, aimè I quantu divcrsu ! 
t'omu scurdasli la caTaMaria 1 
L'anticu zelu, aiinèv comu Fai persu ! 
Coinii ti trovu senza pulizia, 
'Ntra tanti erruri sprorundata» e ìmmersu! 
Ah ! min cridia, chi mi siccava in citiri 
Sta pianta, chi adacquai cu li suduri ! 

34 
Signuri, h tempo già di disingannu, 
Già cei bju vislu li cosi a lu Tunnu; 
Dicla Sanciu, chi jamu firrijannu? 
Chi nni spiramu cchiù da cliistu munnu ? 
Quali acquisti nni jamu 'usingannn ? 
Si pri nui siminati nun cci sunnu ! 
Sta terra *un sapi daricci autri fruiti. 
Chi disgrazii) amarizzi, -ed anchi rutti* 

35 
Quafisula mi resta ccSiù a spirar! 
Da una sorti accussl cruda, e nimica. 
Chi scmpri, aimè, mi porta a sdirrupari, 
E chi dì mali in pcssimu m'intrica ? 
Anzi di chislu stisnu tai a prigiari, 
L'Eroi ripigghia, bon'è ca 'un tè amica, 
La sorli è donna, e a lo peju s'applgghia, 
E Tasini, e li bcstii alliscia, e strigghia. 

36 
La sorli è pazza, ed e di geniu vili; 
Chi nun accorda mai li soi favuri, 
Clii a li genti cchiù infami, e cchiù crudili, 
A latri, ad usurarti, e tradituri, 
Lu veru Eroi con ar.imu virili. 
Li doni di la sorti Va in orruri; 
Pri mia lu mìu trionfu cchiù bizzarru 
Sarrà di strascinarla a lu me' carru. 

Sancni, doppu chi metti a mussiari, 
«tei : stt cosi sunnu beddi, e boni, 
ti»of quannu savissiru a stampar! 



Dintra un poema, o 'ntra un'oraziont. 
Ma no quannu nni manca lu manciari) 
O quannu la tniseria nni scomponi; 
Si SI camina cu sorti contrarlat 
Virtù, e valuri suimu botti alParia. 

38 
L'Eroi prorumpi, oimè, chi cosa sentu! 
Tn hucca di un allevu miu stì senzi ! 
Cui dunca in tantu miu travagghiu, e stenta 
Mi à salvatù sin*ora ? cai ti ponzi 7 
Cui dunca da l'orrennu 'ncantamentu. 
Da pelaghi profunni, e abissi immenzi 
Mi partau vivu a sti parti sicuri? 
Cui Tu T la mia virtù, la miu valuri. 

39, 
Cun iddi allatu intrepidu, e costanti 
Vi>gnu di visitari nautru munoa; 
Oda nascinu li gioi, e li diomanti, 
Oda li minori preziosi sunnu; 
Mi assaltau la disgrazia a l'istanti» 
Ma nun mi poiti mai Cacciari a funna; 
Un torrenti m'agghiutti, ma poi sauu 
Mi salva la pietà d'un ortolaou. 

40 
Ma tralasciannu li gran maravigghi, 
Ch'tMi vitti *ntra ddi pelaghi profanni, 
(Sia tua gloria, virtù, chi sempri vigghi 
Pri ajulari a li toi, nò li conrunni) 
Ooppu d'aviri scursi tanti migghi, 
J<ni vinni santi e salvu supra l'uoni; 
Ma però sarria mortu intirizzitu. 
Si dda a casu 'un juncla certa ramitu; 

41 
Chi unitu all'ortolanu pietusu 
Mi portano a la sua cedda vicina; 
Dda mi sfig»hianu l'elmu ruginusii, 
L*autr'armi, e la curazza suprafioa; 
Mi spogghianu di susu Gna jtisu. 
Mi asciucanu, e m'anncttanu la rina; 
E pirchi 'un cc'eranu autri vistimenUf 
In abitu ristai di penitenti. 

Signuri, dici Sanciu, eu timo assai, 
Chi la sorti di nui si nni diverti; 
Ammunsiddannu va guai supra gaai, 
Tutti reali, tutti veri, o certi, 
E la felicità nun muslra mai, 
Chi ntra sonni, chimeri, e cosi incerti; 
Senza vidirla curremu a tantuni, 
Ed idda sfili, comu parpagghiuni. 

43 

Già nni pari pusata rascia va scia, 
E nni ci 'jamu calati calati; 



CANTU 

Gingia sì pigf^hia, giii s'aflcrra, ed ascia, 
Ma poi strincUi, e ncoti vi ai?ruvati : 
Si mostra arreri, nni tenia, e nni 'nfascia, 
E nui scurdanna li burli passati, 
Turnamu ad idda, poi lu ciatu manca, 
Aprcmu rucclii} e nni battemu Tanca- 

La sorti a miu pariri si assimigghìa 
A lu turnaru, e nui semu lignanii : 
Nni fa strìimmuli d\ino, d'antri brigghia, 
D'autru ghiummlna, o. fusi prl li dami, 
Lu fusu trova sempri cui cci vigghia^ 
La stràmmola firrija pri la fami; 
Lu ghiammlnu s'intrica tutti Turi; 
Brigglìiu ò trastoUu di li eriaturi. 

A mia m'àvi pri brigghiu, e cci scummottu, 
Pirchl si nni i sbiatu a crepa-panza; 
A pinsarì di vul nun mi cci mettti) 
Macriu ca nun vi tratta cu crianza; 
f^aì teni 'mpedi, ma 'un è tutta aflcttu; 
Vn\ pigghia 'mmanu, ma poi nni sbalanza; 
£ forai ancora sazia *un è di nui. 
B avvirrà robba assai pri tutti dui. 

46 

Pircbì cu* è natu pri fari la strùmmuìa, 
Gira, e firrla» ma sempri è a *na banna*. 
In ch^è tisu, e in chi fa cazzicatùmmula; 
Cui pri brigghiu la sorti lu cunnanna, 
La testa si farrà bùmmula bùmmula; 
Ma non pri chistu la sorti tiranna 
Si placa, o cedi, o cancia dì pinserf; 
E si lu spinci, è pri ghitiarlu arrcri. 

Ah sceleratu 1 t)on Chiscìo'.tì esclama. 
Ah turcu cani fidi di Maumma ! 
Tu cridi chi la sorti è qualchi dama 
D*altu putiri, e d'autorifati sunima? 
Sorti da li filosofi si chiama, 
Lu resultatu, o siasi la summa» 
Chi dà lu nosiru liberu operatu 
Cu Tostaculi fisici assummalu. 

hS 

Siasi 'ozoccQ sia, rispusi Sanciu, 
Una cosa è sicura, ed evidenti, 
Ch'eu si 'un Iravagghiu, e sì 'un siidu *un man- 
Ed autra sedi, mancia, e sta cuntcnti; (ciu, 
E stostacuh stissi, si nun scanciu. 
Chi vi parinu a vui cosa di ncnti? 
Fannu no muro di brunzu, e forsi echini* 
Ch*è situatu 'otra la sorti e nui. 

W 

Don Cbisciotti fralaolu era vutalu 



QUINTO 275 

Cu Tocchi a la muntagna, e rifliilia; 
QuaoQ*eccu un gran giganti smisurato. 
Chi pri dda costa rapidu curria; 
Er'àuto cchiù d'un migghiu, e aveva allato 
'Na mazza (comu ad iddu cci pariaj 
Chi a 'na calata aula era bastanti 
A scafazzari un taoro, o un elefanti. 

50 

D'un gliiriusu ardiri eccu s'accenni, 
E grida: all'armi, olà, vegna la .spara, 
Vegna la lancìv, e l'aulr'armi treincnni; 
Addiu tonica, e vita arripusata. 
Sanciu chi iu mutivu nun cumprenni, 
Kesta sturdutu, comu si pitrata 
Avissi avutu 'ntesta, poi ripigghia : 
E mali forsi chistu, chi vi pigghia ? 

51 

Chi vi abbinni?chi f\ì? Guarda, rispusit 
Ddu giganti, chi curri ^ntra dda eosla? 
Comu avanza li rocchi machinusi ! 
Comu a gran passi versu nui si accosta ! ' 
Sanciu a li primi accenti si confusi; 
Poi cu la facci pallida, ma tosta. 
<Miarda, ed osserva Tumbra, chi ghittava 
Un grossu nuvuluni, chi passava. 

52 

S'arrisetta In sangu, e respirannu. 
Chi semu miserabili ! poi dissi; 
Quant'omini si vannti inqniclannu 
Pri nuvuli, e per ombri uguali a chissi! 
Si cirncmu, e si jamu esani inannu 
Li causi di li còluri, e li rissi, 
Truvamu, chi sti mostri, e sti giganti 
Sunnu nuvuli, ed umbri tutti quanti* 

53 

Gif sti riflessioni veri, e giusti. 
Su savio cchiù di Tautri, già hi viti; 
Ma savii/za, aimò ! quantu mi costi ! 
Sti avai.zi si su fatti a costu miu ! 
L' Eroi fra tanto co Tarmi robusti. 
Tolto spirito, focu« ardori, e brio. 
Va girannu la spata, e sfida a morti 
Lu mostru, chi parla superbo e forti. 

5^ 

Cossi *ntra primavera lo sirpenii. 
Lasciata già la vecchia spogghia Otida, 
Superbo di la nova, ed insolenti. 
Mostra tri (ingoi, e sta sopra la coda. 
Sancio cci dici : e via co sfarmamcntl» 
Chi vi criditi di pigghiari a Boda ! 
Ma r Eroi risoloto grida forti : 
Cca non cc*è meuzo, o fama eterna o morti. 



276 



DON CHISCIOTTI E 8ANC1U PANZA 



55 



Eccu s'abbijii vorsii lu giganti, 
E miistraiiiiu ciré inastru di la guerra, 
Isj, lu scutii di la testa aTanti, 
Ora s' inquarta, ora 8i abbassa a terra, 
Ora stenni lu vrazzu fuliiiioaoti. 
Ora si scopri tultiit ora si serra, 
Ora si alTrelta, ed ora fa li |>as8i, 
Cuuiu si appuntu lova scarpisassi. 

56 

Cuss^. lu gaddu d'India quannu abbeoi 
Lu cani, chi cainina lentu lentu, 
^broggliia la nniicca, lu cuntempla beni, 
l)i()oi va unciannu coinu un utru a ventu, 
Stimni lu ooddu, nzaja, .e poi si te^i. 
Avanza un passu, e poi si para attentu, 
Si concerta superbu, e pitturutu, 
Poi sbrulTa pri li nascili un gran stranutu; 

57 

Tali lu nostru Eroi ntra larmi chiusa. 
Si avanza arditu cu la spata in àutu, 
E da guerrcru espertu, e cautelusu 
Cerca ÌU so vantaggiti, e marcia càutu; 
Scupri di lu iiiinicu macliiniisu 
Lu ciancu di^armatu; e jetta un siutu; 
Eccu disigiia 'iia gran botta dritta. 
Ma cci trasi utra locchi iia muschltta. 

58 

Sta nouschitta chi intattu lu so onuri 
Pensau di conserva ri, jia l'uennu 
Un iiiuscagghiuiii, chi d' impura amuri 
Ardla per idda, e la vinla strincennu, 
Gìh già la junci cu Irasportu, e arduri; 
Idda vicina a lu gran passu orrennu, 
Trasi 'nlra V occhi, e eleggi Iti so gir 
Pri ooe;^tii reclusoriu, e ritiru. 

59 

Però chi certi istorici accurati 
Voniiu, chi ntra stu fattu singulari 
Coi russi intelligenza di li Fati, 
E chi si vosi apposta cuncirtari; 
Jeu lassù a locu so Ja vintati, 
Piusalivilla vui, come vi pari; 
'iNsuiiima T insettu, beuchi vili, è taiitu, 
Chi r Eroi» nun pò tèniri lu chiantu. 
. . 60 

V / TuchianciDonChisciuttilAhgiàcumpreonu^ 
Chista è la parti machinali, e bassa, 
• Pirchl r insettu, è dinlra, e puncennu; 
Si pr«mi Tocchi, e lu Jicurl abbassa 
Ma sti lagrimi, oiraè! pirchl nun vennu 
Quannu a la menti Dulciiiia ti passa? 



g«ru 



Quanta, dimmi, 'na lagrima di eh issi, 
Quanta 'utra-dd'.uri, quantu paghirissil 

61 
Apri fratantu l'occhio lagrimusu, 
Ed ecco, benchi appena cci vidia^ 
Vidi lu gran giganti portentusu, 
Chi alTautru latu già passatu avia; 
E cu lu sbraccu so meravigghiusu 
Scurri di munti in munti, anzi passia, 
Cu gesti Tamminazza, e lu disfida, 
Si accendi pri Ja stizza, e dipoi grida: 

62 
Aspetta, pirchl fui? si grassa, e grossu, 
'Ai tuttu stu vaotaggiu, e pati appagnu? 
E di cui timi, dimmi, o gran colossu? 
D* unu, chi nun t' arriva a lu calcagna? 
Pruvirai co tua pena sinu air ossa 
Ddu vrazzu, chi a lu munnu 'un à cumpagna; 
Dissi, e cu summu ardiri, o gran baldanza, 
Curri, e di vàiisu in vàusu si sbalanza. 

63 
Quantu voti cadiu, quantu s'alzau» 
Quantu contusioni in vrazza, e rini, 
Quanto macchi, o piraini alTruntau, 
Quantu detti la facci 'ntra ii spini, 
Quantu voti la carni si sfardau. 
Quanta sangu chiuvlaoci da li vini; 
Cui si fida cuntarli, pò cuntari 
Li sliddi in celu, e lunni 'ntra lu mari. 

6^ 
Ma la sorti purtau, chi giustu appunta 
Meni ri stava passannu pri un vadduni, 
Si trova ani:hi a passari ntra ddu punta 
Lumbra di chiddu, o dautru nuvuluni; 
Tuttu allegro esclamau : è juntu, è juntu 
L'ultiinu lo momentu, o gran potruni; 
Isa dda spata, chi 'un si torci, o stocca, 
E jotta un colpu orribili a 'na rocca. 

65 
Nun cadì accussl Torti a Muncibeddu, 
Mentri Volcanu teni la tinagghia. 
Di St^ropi, e di Bronti lo marteddu, 
Siipra lu tronu, chi dda si travagghia, 
Ctimu la spata, chi cadi a livedda 
Centra hi vàusu, e in pezzi si sparpaggh 
E foru li sfrantumi tanti e tali, 
Chi parsi chi lu vàusu avisai l*ali. 

66 
E fama (ed è attestato unitamcoti 
Da tutti li sculari di Turpinu) 
Chi a lu colpu terribili, e potenti, 
Tantu li pezzi Cciru caminu, 



eANTV 

Chi a una cerU citi di lOrieoti 
Clìiavèru petrì prì un misi cuotina, 
E a VEbreu, chi bivia cu facci babba» 
'Na pctra cci rumpiu masiU) e carraUÀ. 

67 
A la iremeDDa botta un porcu spinU) 
Ch'era sutta dda viusu agnuniatu» 
Sgtridda» e scocca li dardi da ?icinu» 
E Timpaona da Tunu e Tautru iatb : 
Quatlru foru 'ntra gargi e cuddarinu, 
Unu a la nasu* *uautru a la palatuy 
Dui *ntra li gigghia prossimi di Tocchiu, . 
Una a U gamma, *aautra a lu dinocchtu. 

68 
L'Eroi pri lo duluri sbalurdio^ 
Poi rivinutu abbampa di russuri; 
Cerca la so nimica ma spiriu; 
Vidi li dardi e nni senti Tardori; 
Ahi dici, negromanti infami, e riu. 
Chi canci formi, e muti li figuri; 
Flnciti comu voi, deformi, e sporcu» 
Moo ti timu giganti» e mancu porcu. 

69 
Sanciu intantu (era cosa veramentl. 
Chi y*arri8tava rocchio prì guardari) 
Fri lu suverchiu ridiri t li denti 
Tutti si cci potevanu cuntari; 
Si strinceva li cianchi fortementi; 
Timennu di 'un avirisi a cripari» 
E aflìrrannusi forti ad una rama, 
Si turciunia,'comu 'na ligama. 

70 
Di tàntu in tantu oci gridava : eyyiYa.f 
Ammazzatila; forti, forti ad iddu.... 
Ecculu dda 'ntra dd'arvula d'oliva... 
Ah cani ! comu aiuta ! ch'ò griddu 1 
Sti pareli a finirli nun arriva. 
Chi rìdi, e 'nguscia comu picciriddu; 
Dipoi conchiudi, chi sutta la luna 
JNun si pò dar! cosa cchiù buffana. 

71 
Si cci fa 'ncontra, e dici : via slgnari. 
Aviti assai sudatu sutta Tarmi; 
Sta vota vi facistivu d'onuri; 
La cosa è digna di brunzi, e di marmi; 
Asciucativi un pocu lu suduri* 
Doppu aviri mitutu tanti panni; 
Ora conusciu appetto a sti giganti 
Chi voli diri cavatori erranti. 

72 
^0, rispusi TEroi» nun sari vero, 
Ch'eu ceda a la fattga, e a la stracchizza; 
Starò In traficu scmpri pirchl speru 



QUINTO 277 

Purtari lu miu nnomu a granai alttiza, 
Sanciu, cb'è di natura assai sinceru* 
Nun toni di sirragghiu, e gii si stizza; 
Dunca, dici, 'un permettimi l'Eroi, 
Chi passi un'umbra pri TafiGiri soi T 

Dunca lo celu nun è echiù patruni 
DI Cacciari li nuvoli unni voli ? 
E chi manco a li viusl, e a li roecuoi 
Lo starisi cueti cchiù cci coli ? 
Dunca sU stravaganzi, e sti sbariool, 
Sunno lu frutto di li vostri scoli ? 
S*è chisso, li dottori, e sapotazzi 
Sunnu l'antesignani di Ji pazzi. 

7* 

L*Eroi placidamenti cci risposi : 
Sanciu, ti cumpaiisciuy e ti pirdunu; 
L'occhi di la tua menti sunnu chiusi, 
Fora di lumbri nun vidi a nessunu; 
Li stissi sensii i^ei sanno coofosi 
Pri fariti cumprenniri opportonu 
Lu modu comu vennu sti portenti, 
E 'un trovo espressioni confacenti. 

75 

Del rcstu provi rò 'na paritati : 
Figurati ea si 'ntra 'ra ohianora, 
E ddocu 'ocontri 'ntra li matinati 
Un cacciatori, chi dici, e assicura, 
Chi dda 'ncoslo cci su lebbri aggbiazzati; 
To goardi afflitto 'ntra dda sua drittura, 
A lo cchiù vidi on fumo, né l'apprennl; 
Ohisto è assai pri coi è prattico, e comprenoì. 

76 

Ora, comu una picciula fumata. 
Chi osala da *na troffa, all'omo esperto 
Cci duna signu di lepri ammucciata, 
E senza chi la vida, gik nni ò certu; 
Cussi ea conosclo a certa maiiiata 
Tutti l'incanti, e cridimi ca 'nzerto : 
Cci voli menti stadio e soduri 
A conosciri incanti, e incanta turi» 

77 

Tu ti nni ridi, e pnru nni bi *na prova 
'Ntra Btu fatto passato chiara chiara : 
Vidistì un'ombra, e nun i cosa nova, 
Qiiannu la negghia lo soli arripara; 
Ma pirchl mannao dardi comò chiova 7 
E pirchl l'ombra, ch'è dì corpo avara, 
Si muta in porcu, chi si vidi, e tocca ? 
Ed i In un tempo ed umbra, e porco, e rocaa? 

78 
Signori, via finemuta 'qn sia echini : 
Su pcrsoasu, i cosa manifesta; 

3S 



278 



PON CHI8GI0TTI B SANCIU PANZA 



Fu veru incaoto, ba«ta a dirla yui; 
Anzi pent'iu. chi si vi afferra 'ntesta 
Di cridiri 'ncantati luUi nuti 
Cu risula lu ponti e la firesta, 
Cu tuttu, chi di chista "uo cci nn'ò ciaani » 
Farriiì cca lu jocu di lu tauru» 

79 

Addanca arrlpusativl per ora, 
E poi ptnsamu a fari lu viaggiu; 
Ripo9o il del non mi concede ancora, 
Cci rispusi r£roi prudenti, e saggiu; 
Jcu vogghiu esercitarimi cca fora 
Li Torzif lu valuri, e lu curaggio$ 
Comu faclana appuntu li ronsani 
'Ntra li circuii inassiiiii, e li chiaoi- 

80 

Ma Dun essennucci antru chi tia 
'Ntra it'isala, banchi fussi scuderi, 
leu i'ahilltu a mettirti cu miai 
Pirch\ è *na prova, e nuo su cosi veri; 
'Ntra li primi esercizi! scertu sia 
La lotta» ch*a li seculi nnarrerl 
Fici onuri a TAtleti tulli quanti, 
E doppu ancora a cavaleri erranti- 
*^ Hi ^ 

Cu lu sptspu battirisi l'azzaru 
Si rendi assai cchiù splendidu, e echiù dura ; 
La ginnastica in Grecia ebbiru a earu, 
Chi furtifica Toma comu un mnru; 
Tali Dell'arti mia, nun oc'ò riparuy 
Bisogna esercitarimi» e tu puru; 
Chi quanna lu scuderu è tin gran pulruni» 
£ macchia, chi s'estennl a la patroni» 



Orsù* coraggiOf Sanciot via da brava. 
Ch'eu pri Tamuri, e stima chi ti portu. 
Mi scorda di me' stissu, a quasi un schiayu, 
Chi tu mi stassi a pettu oggi sopporta; 
Tu si un pilidda, ed lu oni Tazza un trayu; 
Gradiscinni Taffettà* e a dritta, e a torto 
Li pugna, e vastunati di sta sciarca 
Di la mia stima siano la caparra. 

83 

Si chista è stima, odiarmi^ e avirmi a mali 
Vi prega: 'un è pri mia sta lezioni; 
Nun su vappo, e sforzari un natoralit 
Mi pari propria un'indiscrizioni; 
Pazzii nni aviti Tattu origioalit 
Ma chista è grossa assai, cc'ò lesioni; 
Lu nasu...ranca...'osumma vui di mia 
Nni aviti forsi a fari anatomia t 

84 

Sanciu, pri carili, si mi voi 



Dissi l'Eroi, nun ti musUart vili, 
Pri quantu lu miu onuri a caru tent 
Cerea ostentar! un animu viri]!; 
La mia gloria si reggi f e si susteni 
Anchi supra di lia, infatti è stili, 
Chi pri sapiri un omu chi arti fi, 
Si osserva cu cui prattica, e unni va. 

85 
Orsù sbrizzati, e lassa li riguardi 
Dovuti da la servu a lu patruni; 
Ti permettu li pugna ccliiCi gagghiardi, 
L'i gsrgi, li listati, e rammuttuni, 
Usa l'arti, e la forza, 'un siano tardi 
Li vrazza, né li gammi; un bastiuni 
Sia lu to corpu, ed iu da l'autru lata 
Usirò Tarli mia, ch'àju 'mparatu. 

86 
Sancin aUuccutu di sta nova dosa 
Di pazzia, dici^: e stativi cuetu ; 
Jocu di mano cu qualch'autra cosa, 
Criditilii di mia ca venna a fetu, 
Ma Don Chisciotti intautu non riposa) 
Lagnanta, e dici : 'un fari lu discreiu; 
OrsCi viguri, armo, distrizza, o Sanciu, 
E chidda chi nun servi ti la canciu. 

87 
Accossl dìttu, scarrica c'un pugna. 
Chi *ntanau 'ntra li spaddi strepitusu : 
Ddocu chi*un cci sta nudduteu chi un coi sogna 
Dissi Sancio. o provati lu dammosu ? 
Basta. ..nun cchiù... lu nasu vi lu scugno»*» 
Nò. nun vuliti starivi?.. .a tia pusu... 
Cci abbija 'na listata 'ntra li ganghi« 
Poi 'ntipa forti ad iddu tioghi e tanghi. 

88 
S*acciccìaru 'ntra d'iddi a signu tali. 
Chi paria di dui corpi un corpo sulut 
Sanciu d'ira ò 'na bestia, un animali; 
Dava listati, e cauci coma un mulu; 
Lu nostru Eroi gridava : o beni, o mali 
leu certu nun sugn'omu, chi arrinculu; 
Dissi ed un pugou 'ntra li costi affunna; 
Sancio intanto una tempula cci ciunna» 

89 
S'ioibrogghianu li gammi, e testi, e vrazza. 
Chi 'un si coousci di cui sunnu cchiui; 
Ora un pugnu, ora scinni 'na gargiazzat 
N^ si sa da cui vtnni, ed a cui fui; 
Cui sgranfugna, coi duna, co' ammioazza. 
Su accicati da Tira tutti dui; 
Li vastunati chiovina a tempesta; 
E nni risona l'aria e la foresta. 



^NTU QUINTO 



279 



90 



Ancora avi a resistiril dicìa 
*Nntra se stissu V invìUu Don CbiscioUi; ^ 
L* antica forca, ch*ò già morta io mia! 
Uq tinta servu reggi a li mei botti? 
Pri pietà nu lu aaccia Dulcinia; 
Sanciu fratanlu comu roegghiu potti 
Sciogghi 'na manu, e *nlesta cci ribbumma 
^Na t>otta tali obi parsi 'iia bumma- 

91 

Sturdìu r Eroi, e tanti stiddi) e tanti 
Cci passaru pri l'occhi a jornu chiaru; 
Fu di oadiri io forai, ma a V ittaoti 
Li spiratazzi soi F arrispigghiaru; 
Li sguardi su di foca fulminanti: 
Guardati Saociu, oimè? cerca ripara 
Sanciu, chi già previdi la timpesta. 
Si ripara cu T avita la testa* 

92 

Comu da un tenebrusu navaluni 
Prima si senti in aria |u bisbigghiu» 
Poi cadenou li grandini abbuluni. 
Tinta dda roatri chi cci ^vl lu figghiu; 
Sbuccanu pri la china li vaddunl, 
Tutta lu munnu si vidi in scumpigghiu; 
Li turbini, e li trona fauna guerra, 
£ s'impasta lu cela cu là terra; 

93 

Tali r Eroi *ntra l' ira sua trimenoa 
Fulmini, e focu da li nasehi sbruffa; 
Si sgarra un colpa, lu difetta emenna; 
Torna a dari di novUi e Taccutufla; 
Sancia fratantu cu 'na furia orrenna 
La .so patruni pri li cerri acciuffa; 
Ma pirchi di capiddi un'era spana. 
Si nni vinntru allura *ntra li manu. 

9i 

Circaa metti rei un pi)di pri traversa, 
*i\lpidugghiarlu, e poi darci un ammuttaol 
Ma Tanca zoppa nun cci jeva a versa, 
E r a(Hittii frimla comu un liuni; 
Finalmenti pinsau persa pri persa 
L'espedienti cchiù prontu, e comuni, 
E li spiranzi comu mcgghia potti, 
^Ntra li causi funnau di Don Cbisciotti. 

95 

Passa un vrazzu pri sutta, e cci Taguanta, 
Li tirau forti, e nni rumpiu la cinta, 
Cala la tila, e scopri tolta quanta 
La mappa cu la sfera ben distinta; 
Vidi lu so vantaggiu, e si nni vanta, 
Saociu gridannu: la battagghia è vinta, 



La breccia è rutta, e apertu è la yaddani 
Pri fina diotra di lu pavigghiuni. 

96 
Don Cbisciotti avvampaono di russuri, 
Cci sirinci li gariddi fortementi; 
Sanciu spatedda Tocchi, o a lu datari 
Si torci tutta, e zurrichia li denti; 
Era già quasi juntu alT ultimi uri, 
Si 'an s' appiggbiava a certa espedienti: 
Stenni la manu, e cu distrizza immenza 
Di Don Cbisciotti turciunla T essenza. 

97 
Attaccata chi fu stu contrafoca, 
L' Eroi vacilla, e la sua forza stagghia; 
Va cadenou in deliquio, e appocu appocu 
G'A quasi manca, s*abbaonaoa, equagghia: 
Fratantu suoou curst 'otra sto loca 
A lo tracassa di sta grao battagghia 
Un omo, chi zappava *oa nuara, 
Un rumiteddu, ed una lavaonara. 

98 
L* ano si cci fa avanti co la zappa, 
Dicennu; via spartemu sta discordia; 
L' autru cu la pacenza. e la cappa 
Grida: fratelli mei^ paci, e concordia; . 
La fimmioa in scapricci la chiappa. 
Esclama: chi sfrinzial misericordia! 
'Nsumma pri menzii di ati boni genti 
Foru divisi sti dui cummatteoli. 

99 
Mentri TEroi si accomoda li causi, 
Lu rumiteddu co V occhi modesti 
Tessi un sermunl cu dovati pausi. 
Ricco di boni frasi, anturi ^ testi; 
Pruvannu chi T infernu noi (a sausi 
Dì chiddi, chi su torbidi, e molesti; 
E chi fu vistu un jorno Farfareddu. 
Chi noi portava qaattru a Muncibeddu. 

100 
E cir è 'na quinta vucca sta muntagua , 
Pri cui si scinni jusu a casa-cauda, 
E chi Bolena di la gran Brittagna 
Cci fu purtata, e s'abbruscau la fauda, 
E chi nuddo castìu si cci sparagna, 
Pirchl fu mariola, e fu rifauda; 
E poi conchiusi: sulu veni ammisu 
L'amicu di la paci in Paradisa. 

101 
Patri, dissi T Eroi, da pam vostra, 
f^u sermuneddu è stata ben li&sutu; 
Ma nim è adatlu pri lu casu hostru. 
La guerra in oui nun è fururi, ò vulu: 



280 



K>N CHI9CI0TTI ■ 8ANCIU fkHtk 



Coma Tui fi spinati in la chiostra, 
Eli spasa pri la paci spala e scutu, 
Pri la paci cammatta, e st* esercizia 
Fu fatta pri addestrar! sta novizia. 

102 

Patriy ripigghia SancìU) in santa paci 
Nni avema rutta, e grattato la facci, 
E pacificamenti a taci-maci 
Nni aveinu data càucì coma macci: 
Nun sacciu si chist' arti a vai ri piaci; 
Si ?uliti vidirl li procacci) 
Eccu lu nasa, e la sangu, chi chiovì 
Da chist'autri firlii frtschi e novi. 

103 

E Zocca aviti vista, e ehi vidìti 
È stato un passatempo Yoramenlti 
Ptrchl *otra noi non cei su stati liti, 
E oni valemo beni estremamenti; 
St* eserciziù nni ammazza, ma dirriti: 
Morsiru pri ammulari li strumenti; 



Chi vita saggiai chi bella camparli 
Diciti, patri mia, chi vi noi pari? 

104 
Ripigghia Don Chisciotti boni genti 
Avlssivu. nzamai, gualchi molestia 
Di qtialchl mago, o eiclopo Insolenti? 
Di fiero dragu, o di salvaggia bestia? 
S* aviti resto cca d' incantaotamenti? 
folletti) chi stanno co smodestta? 
Dicitila, e 'nsignatimi la via, 
Ch'eu vi li sdugno, chista ò Farti mia. 

lt|5 

Pri mia ripigghia Sancio, si sapitl 
Unni fossi on riposta o 'na *ncantina, 
Un porco sano co tolti li 'oziti, 
on stufata di carni sarvaggina, 
VI prega pri pietà chi lo diciti, 
Pirchl mi trovo 'na rami canina; 
L'astanti tutti tri s' iosalanerot 
Si goardaro 'ntra rocchi» e si nni jero. 



CANTU SESTU 



ARGUMENTU 

Sdn^iu a TlProì i^imbareanu: un torrenti 
Si porja la vareuzza\ *na profunna 
Negghia li copri; un pugnu 'nira li denti 
Yu8€($ V Eroi, ehi di progetiu atbunna; 
Coi iueeedi un stranisemu iucidenti; 
Storia <r Ufi paetureddu porta V unnai 
La varca a menzu mari; Saneiu è in pena*y 
L* Eroi ti seagglìia in bueca a 'na balena. 

1 

Ce' era 'ntra dd' isoletta arrimurchlata 
*Na piccola varcuzza di pii>cari; 
'Na nassa cci pinnla menza sfasciata. 
Un rimo rulla, e cordi di giummari; 
Don Chisriolti cci dona *na varata, ' 
Cci sbuta dintra e poi metti a parrari: 
La varca è pronta, signu chi li fati 
A lutti dui noi bramano *mmarcali. 

a 

t>docu *i;n jamu d'accordo, dissi Saneiu, 
Nun mi pari una bona cuncurdanza; 



Jeo la terra co Taeqoa 'on cci la cancio; 

Anzi cci àju perfetta ripognanza; 

Dio non mi fici leochia, e manco granciu; 

'Nsomma *an è armali d'acqoa Saneiu Pania; 

Chi criditi sia cosa picciridda 

Jeo cu voi 'ntra *na scorcia di noctdda? 

, 3 

E vero, chi ddo ponti è sfasciateddu; 
E chi mi dona timori a passari; 
Veni ancora chi chista è un ciumiceddu; 
Ed e' multo diversa di lo mari; 
Vero poro, ch*ea sugno sciancateddoi 
E m* iticommoda assai lo caminari; 
Ma lo cani sqoadata all'acqua ardenti* 
Quaimo vidi la fridda, fa spaventi. 

k 
Ma qoanno, replicao lo nostro Eroi, 
Sti antichi pregitidizii spiigghirai? 
To ora navigari forsi 'on voi, 
Pri lu limiirì clii li annightrai? 
I Forsi chi 'nterra mòri ri non poi? 
I Cridimi, chi nni mòrino cliiii assai 



CANTU 

•Nferw, 'olrt 11 foi eaii arrlsUlali, 
Dì chiddi, chi perisciitii annigatj. 

. 5 

E vera, pirchl p«ca snnnu clilddi, 
Riapasi Sancia, accusai arrisicati, 
Chi cu la morti faona li aganghiddi, 
A an jiditu di tayula affidati... 
Beatia; chi dici! su middi, e poi mìddi. 
Diasi r Eroi; li secali passati 
Yantanu a Tira, chi lu mari fici 
La cchiù ricca cita di li Fenici. 

6 

Chi dirrò di Carlagini famosa. 
Chi tanta a Roma detti chi scardarit 
Nun ai risi putenti e gloriusa 
Cu la sulu cammerciu di lu mari? 
Ma no, r antica storia e rancitusa 
Nun cc'ò bisogna cchiA d'esaminari; 
L' Gianna a tempi nostri, e V Inghilterra 
Divina cchiù a la mari, chi a la terra. 

7 

La prima a forza di coraggiu, ed arti, 
Lu tridenti a Nettunu cci scippaa; 
Cu lu quali cacciannulu, gran parti 
Di Tundasu so regna cci iisarpau; 
L'autra II regni, chi dividi, e parti, 
L*immensa Oceano, *nzemmula atlaccao, 
E d*unu a ^nautru polu passa, e cala, 
Comu fussi la càmmara, e la sala. 

8 

Chi dirrò di la figghia di Nettuno, 
Chi gloriusa da TAdriacu nasci ? 
Di la cui fama mai nuddu dijunu 
*Ntra tottu Tuniversu no, nun asci ? 
Glaaeo cu Proteo e. li Trituni. ogn'unu 
L'ammira, e Talma di stupuri pasci; 
E insamma chi dirrò di tanti, ^ tanti ? 
E tu, armali, di lacqua ti nni scanti ! 

9 

Accassl tanta dissi o perora u. 
*Mmiscannu ora prìghcri« ora cumanni, 
Fina chi a Sancia Panza l'imbarcao, 
E la currenti, chi s'allarga, e spanni, 
La varca duci duci si partati; 
Don Chisciotti nisciutu di li panni, 
Si cridi Baccu, chi ritorna ancora 
Da li già vinti regni di l'Aurora. 

10 

O Teseo stissu *ntra la navi ardita 
Capa di rArgonauti valenti, 
Li primi, chi affilia ru l«i sua vita 
Airunni tcmpostusi, ed a li vonti; 
O Alcidi, chi cu dui munla-^ni addita 



SESTO 



281 



Lu termini a Tincegni intraprendenti; 
O Colummu, chi doma POceànu, 
Scuprennu un novu munnù a noi luntanu, 

11 
Passa la varca *mmenzu a li vadduni, 
Unni a li lati pènninu ramati 
Supra li preeipizii, e li grottuni. 
Li salici di areddara vistati; 
Cchiù sutta poi li junchi, e li Crisciani, 
Spuntano da li margi risiduti, 
E triscanu *ntra lacqui. e tannizzolt 
E foggi, ed ocbi, ed anatri, e trizzoli. 

12 
Sanciu godeva a vidirt ddoceddt. 
Co l'ali aperti, e la codda inarcatu. 
Fari *ntra Pacqoa milli jucarcddi, 
Sbolazzannu da Tona e rautru lata; 
Ora un sbarda vidia di papardeddi. 
Chi *ntra lu ctomi stavasi attufTatu, 
E di supr* acqua 'mmenzo di V irvutzi 
Appena cci parianu li tistuzzi. 

13 
Caditi, si guditi, cci dicla. 
Fortunati ocidduzzi, giacchi siti 
Dintra In vostru centru, e in alligria 
Li frutti di la vita vi cngghiti 
La sorti, matri a vui, parrastra a mia, 
Mi fa docili, e poi mi duna liti; 
Tantu chi pari appunta la mia stato, 
Chiddu stisso d* un osso sdiUucatu. 

ih 
Cadinu intanto V umbri da li monti, 
Jennu sempri facennusi cchiù ^ranni, 
Pri lu suli, chi ammuccia la sua fronti, 
E pochi raggi pri traversu spanni; 
Chiovino r acqua/tini jtmti junti; 
E in menzo di lu ciumi, e di li canni 
Ncsci, esalannu lu so malo odori, 
'Na negghia orrenna china di vapori. 

15 
Stenni la negghia hi so manta oscuro, 
Commigghianno lif eiomi, e lu vaddoni; 
E restan* iddi cu la varca poro 
Ammocciatt *ntra on grossa novuloni, 
Cci pari aviri avanti Tocchi un moni. 
Né si distingui cchiù servu e patroni; 
Unni su? dicla Snnciu, chi man ju? 
Signuri, dati voci, ca *un vi viju. 

16 
Don Chisciotti a Toricchia cci risposi: 
Si tu sapissi cosa voli diri, 
Lu stari *ntra sta nuvola racchlosi. 
Infinito sarria lo to piaciri; 



2 82 



DON CHISCIOTTI E SANCIU PANZA 



Chifti 8Ù tratti assai maraTigghiuii» 
Chi rari voti solinu accadi ri; 
Lii celu li concedi a qtialchi eroi. 
Per eseguir! li gran tini soi. 

17 

Ad Enpa stn prodi gin si accurdaii, 
Quannu sbalzalti da la gran timpesta, 
Li spiaggi di Carlagini tiiccau; 
Veneri, chi a succurrirlu /ii presta. 
Di *na niivula tiittu T ammugghiaii; 
E accuss) comii fiissi *nlra 'oa 'mmesta 
Scurri pri la citati unni è trasutu, 
Senz* essiri da nuddu mai viduto. 

18 

Si leggi ancora, da hi map^u Isroena 
Purlatii *ntra 'na negghta Solimanu 
Sinii a Gerusalemmi *Dtra un balena 
Dintra di un carru spleodidu e bagiana; 
D* unni scupriu, non vistu lu velenu. 
Chi contra d' iddu vomitava Orcaou; 
E In smentlu di chiddu chi dicla, 
Ca accusarlu d* infamia, e codardia. 

19 

Si leggi.*.E Sancì» Panza interrumpiu: 
Si liggir>, ma nun si leggi ancora 
Di dai minnali, comu vui e cnm' ia; 
L^ oturi innu aspittatu sinu ad ora. 
Acciò lu vostru esempiu i;u lu mia 
*Na nova storia pozza da ri fora* 
D* unu, chi matricbesi agghiutti e lanza, 
Di ^lautru, chi sugnii iu, sempri in valanza. 

20 

Pici la vticca a risa Don Chisciolli* 
Ma qnasi in aitu di cumpassionì, 
Pri la pietà, chi Sanciu Panza 'un polii 
Ben pcnetrari l'erudizioni; 
Cussi scursi gran trattu di la notti 
Di la currenli a la discrizioni. 
Cridonnti certu chi dda negghia oscura 
Tcrminari duvla cu Vuvvcutura. 

21 

Era jtmta a mitatì di la via 
La notti cu lu so carru stiildatu; - 
E li jenchi nimmatici puncia, 
Pri passari da l'unu all' aiiiru latii; 
Quannu a un raggia dì lana, e di chiaria 
Aprcnnusi la negghia cci è mustratn 
^Na ritagghia di celu, e ce* era sulta . 
*Na gran rocca, ch'a pedi avla 'na grulla. 

22 

Davanti di la gratta un pagghiareddu 
Facìa comu 'na specii di pinnata; 
Di sulta ce' era un chianu e un vijuledda, 



Chi terminava poi *ntra la vaddata; 
Era taltu in silcnziu, ed ogni oceddu 
La testa sulta V ala avia ficcata; 
Sula 'ninnava, e 'un si vidia pirsuna» 
Cu Teca di li grulli sta canzuaa. 

23 
Pirelli nun lijtt vacchi né j ini zzi, 
Pirchl nun àju lìecuri ni agneddi 
La bianca Joli di li vrunni trizzi 
Torci contra di mia l'occhi soi beààr^ 
Scordali, cori mhj, li (enerizzi; 
'Mmatula ti tormenti e li marleddi; 
Li poveri anchi saggi e virtuasi,* 
Da lu regna di amuri sanuu esclusi. 

L* ultimi accenti l'ecu ripilia 
Da li grulli patetici, ed opachi» 
L'ecu, chi solilariu si firrla 
'Nlra li soi membri trasmatali in ciachi; 
Di lanln in lantu un tauru muggla; 
Né di chianciri, tu jacobu, abbachi, 
Pri la cui chianlu Sanciu esclama: oh sorti 
Chislu canta l' esequi i a la mia morti* 

25 

La varca s'alluntana, e d'ogni lata 
La negghia sempri chiù s'addeoza e qaagghia; 
Eccu arreri lu cela commigghiatul 
Eccu a la cori crisci la gramagghial 
Sanciu dintra la varca rannicchiato. 
Dici: oimé! lu pistoni feti d' agghiai 
Mt>ru a lu scuru. e manca pri canforta 
Jca stissu sapirrò coma aù morta? 

26 

Si r ambra, e la bitlarma di me' gnuri 
Dda jusu spiirà: coma murisli? 
Sulu dirrò: chi 'nlra li morti scuri 
La cchiù scura fu mia; 'nlra li cchiù tristi 
La cchiù trista fu mia; nò mai favuri 
La vila a mia mi Gei cchiù di chistij 
Ma la mia vila e la mia morti fora 
cucini carnali, e pura sera. 

27 

'Ntra lamenti, e lamenti si noi veni 
Lu sonnn, chi spargennu paparinit 
Va inalzannii teatri, od apri sceni 
\Nira la lesta di l'omini mischioi; 
E zoccu sapi, di mali, o di beni. 
Di cosi veri, o finti, o peregrini» 
L'impasta cu l'immagini ideali, 
E li presenta chiari, e naturali* 

28 

Sanciu sunnava, eh* era morta, ed era 
Nlra la varca afTumata di Caronti, 



CANTO 

Lu quali cci facia 'na brutta cera; 
£ lu trattava cu dispetti, ed ontij 
Iddu si cogghi, e cala di manera, 
Chi |Mrì uo arcu misu sutia un ponti; 
"Nzumina, dici, cui nasci sfurtunatu, 
£ dda 'mpisu, ed è cca martariatu. 

29 
£ ccliiu chi vern, chistu è lu distinu, 
(Dieta Caronti cu la varva gramii) 
Di cui pensa» e évi un Sf^nziu accussi finu« 
Chi di natura penetra T inganni, 
Lu fa jiri, com'èrramu* e scintinu, 
Pirchl 'uo voli scuverti U malanni) 
Filosofu sarrai» ma avverti a tia : 
Povera e nuda vai filosofia. 

30 
Fralantu Don Chisciotti ad occhi aperti, 
Ma cechi da la negghia ed ofTuscati, 

S'appoja airasta; e *otra se stissu avverti : 

Chi sia guidatu in aria da li fati; 

Prima suspetta, e poi nn*à provi certi, 

Pirchi senti rumori da li lati; 

£ra un mohnu, ed iddu si cridia» 

Chi fussi di li celi Tarmunia. 

31 
O Pitagora, o gran filosofuni 

(Esclamau tutta chinu di stupuri) 

Ora cooosciu beni, ch*ài ragiuni, 

Ca noi aju provi stabili, e sicuri; 

Sarrò juotu in Callistu, o tn Orioni, 

Pirchi ò troppa vicina lu rumuri; 

O su 'olra la via Lattea; o almenu in parti. 

Dì lu circu di Veneri o di Marti. 

32 
Su cdfiusu Torli di sapiri, 

Zoccu voli di mia Giovi, o lu cela; 

Naturalmenti cosa mi avi a diri, 

Mentri mi chiama cca cu tantu zelu; 

Pocu cchiù a menu vaju a previdiri 

Chi mi varrà parrà ri senza velu 

Di TalTari 'mbrugghiati di lu munnu 

Pri dari assettu a tutti quanlu sunnu. 

33 
In primis parrirk di lu Baruni, 

Di li Capi, e supremi Magistrati; 

Chiddi, chi pri modelli a li persuoi 

Sii stati da lu celu destinati; 

L'àji'i 'ntisu lodari cu ragiuni 

Giusti, benigni, saggi, ed onorati; 

Ciò non ostanti Giovi cerni strittu : 

E nui lodamui e forsi è cca un delittu. 

Avirrà multa assai forsi chi diri 



SEST0 283 

Di l'Avvocati e di li Professiiri; 
Genti chi a liti, sciarri, e dispari ri 
Cci àonu atlaccatu Tutiii, e i onuri; 
La società fratantu avi a nutrici 
Sti tali, a costu di li soi sudtiri; 
L^apa cogghi lu meli in ciuri, e in fruttii 
Ma ciarmulia Tapuni, e si l'agghiulti* 

35 
Mi aspettu pri li Medici un Catuni» 
Pirchi Fabusi sunnu a cinijnara; 
Parranu in tohu musicali alcuni, 
Ma nun àn.iu un' idia, chi Tlissi chiara* 
E fratantu lu vuigu simpliciuni 
Adora lu misleriu, e si pripara, 
Di dari chiddu, ch'avi di cchiù caru 
*Mputiri ad un sollenni strifìzzaru; 

36 
Ultra di chisti quanlu mancia-franchi, 
Quantu scotula-vurzi, e allanipa-cncchi. 
Chi vaonu attornu incipriati, e bianchi, 
O stannu *ntra li banchi macchi mucchi ! 
Quanti uziusi cu li manu all'anchi ! 
Quanti chi di lu jocu mai li gcucchi! 
Quanti vlvinu sempri in gioja. e spassoi 
E li rènniti soi su donna, ed assu ! 

37 
£ la terra fratantu abbandunata 
A pochi vrazza mercenari!, e vili. 
Chi meravigghia, si si attrova ingrata, 
E nun rispunhi cu Tusatu stili? 
Prima di tottu a Giovi *na parrata 
In termini farro chiari, e virili, 
Pruvannu, chi la prima prima cura 
Divi essiri fra nui ragricullura. 

38 
Parrirò poi di lu commercio, e in parti 
Spieghirò li mei massimi cchiì^ ostisi, 
Conchiudtrò cu li scienzi. e Tarlii 
Adattati a li climi, e a li paisi : 
Di poi di snlu a sulu, ed indisparti. 
Lu preghirò) chi fussi cchiù curtisi 
Cu la genti da beni, e a li briccuni 
Chi cci mostrassi un pocu li scagghiuni. 

39 
Chi gtuva si li peni e li vindilti 
Su alPautra vita eterni, ed indefessi t 
E megghiii preveniri li delitti, 
Chi castigarli, quannu su successi; 
Si li rei dda su fritti, h su rifrittir 
Non perciò si riparano Teccessi; 
Lu vivu un* li vidi, e un pò imparari; 
Lu morta è morlu, e *un avi ch'cmeodari» 



28 i 



DON CIIISGIOTTI 



(0 



lInn*oii vurria, ch'escinpiu sì facìdei, ^ 
Mentri dura ala viU iransitoria; 
Aooiò ehi Tomu bonu 'un si avviUs9Ì, 
*Nè lu birbanti avissi vincitoria. 
Chisriiltimi paroli appena dissi, 
Qiianu'eccn, o caso digmi di memoria I 
S.inciu santa durmennu, ed a tantuni 
Gei duna 'otra lu miissu un sucuzzuni 

u 

Dicennucì : e va zlltuti, vaviisu; 
Stava buuuannu ; cirun diavulicchiu 
Si ci mittia davanti prostintusu; 
E cci dioia : e un càuciu ti stinnicchtu; 
Sancin dissi *ntra se : t&ntu Gtusu 
Pri una testa aarrò. quantu pri un spicchiu; 
Accussl dittti, 'ntipa un sucuzzuni, 
Si;arra lu spirdu, e 'nzerta lu patruni. 

L^istorici accurati, e diligenti 
Portanu : chi a la furia di la botta 
Cci caderu di vucca quattru denti, 
Coniu fussiru stati di ricotta. 
Allampau Don Chisciotti, e prestamenti 
Si arrunchiau tuttu, comu trippa cotta; 
Pirchl lu colpu barbaru, e lu mali 
Cci rii^ordai cli'ò fragili, e murtali. 

Ma di poi scossu da lu smarrimentuy 
Senti a Sanciu, chi rùnfula profunnu; 
Si meraviggtìia, e dici : è gran portentUi 
A tpiegarlu mi perdu, e mi cuniunnu; 
Sanciu comu appi mai tali ardimentu ? 
E Sanciu dormi di la varca io Tuonu 1 
Ultra di chistu nun àju Tidia, 
D'avirlu vistu a lu celu cu mia. 

hi 

Gu9sl parrà stunatU) e titubanti; 
Quann'eccu supra Taria risunari 
'Ntiai 'na vuci, chi diceva ansanti ; 
Veni, tiranna, e vidimi vulari-, 
Comu lampu. chi adduma, ed a P istauli 
Junci lu tronu, e fa terra* trimari: 
Tali a dda vuoi, oh casul oh meravigghial 
Succedi *uo precipiziu un para-pisshia. 

Chiovi un omu di raria, e fa un fracaasu. 
Chi già la varca in pezzi pari rutta; 
S> scossi tantu, chi un mancau, ch*ua assu 
Ad abbuccari, e ghirisioni sutla, 
E Sanciu, ehi durmia piegatu, e baasu. 
Si *nti8i fracassari quasi tutta 
La spica di li rioi; e Don Chisciotti 



E SANCIU PANZA 

ProVa a li gammi dai tremeooi botti. 

46 

Chi successi? gridau» chi fii? ch'ò atatu? 
La causa di sta guerra non discerou; 
Rispusi Sanciu: mi V avia ideatu; 
Chi nni spirati? sema 'otra T inferou; 
Chi scacci? Don Chisciotti k replicata, 
Vegnu da Tauto empireu supernu, 
'Mmenzu a li stiddi Gssi, ed a TerraDtit 
Pri ralTari di atatu cchiù impartaotì. 

47 

Ed eu, rispusi Sanciu saccia certUf 
Chi 'ntra V infernu un spirdu malandrina. 
Mentri a li ganghi lu culpiscia, e 'ozertUf 
Mi duna la risposta 'ntra lu scbinu: 
Neir atta chi cuntrastanu, V incerta. 
Chi *mmenzu d' iddi stava a capu cbioOi 
Isa la testa, cumincia a parrari 
'Mbragghiatu a moda di tartagglaarL 

48 

Sta vuci d* anni vinnif dissi Sancio, 
'Ntra sta varcuzza nui quanta saremuf 
Li testi sunnu tri, oè pigghiu a acaneia; 
Cuntamoli di nova, e vidiremu: 
Sutmu tri! oh chi 'oibrogghiul edipoichiancia 
Ca semu sparu. e nun ni conuscema; 
Sti cosi certamenti nun aù boni, 
'Aju la cozzai oimò! in eonfosioni. 

49 

Già Don Chisciotti 'ntesU li capiddi 
Si senti sullivari, e poco manca 
Ad accicciarisìcci a li gariddi; 
Ma si ritrova fracassata un* anca. 
L'orna fratantu. ch'era 'mmenzu d'iddi, 
Rlpi^ghìa e dici cu 'na vuci franca: 
Oh morti! oh morti? vèntmi a pigghiari; 
Chiudimi Tocchi, e portami a scialari. 

50 

Sanciu meravigghiatQ fortemenU 
Di stu discursu di pedi di vancu, 
Dissi: or eu cci scummetta certamenti 
Chi chistu è un sfortaoatu, chi gi^ siaoca 
Di campari 'ntra làstimt, e tormenti. 
Curri pn dispiratu, e 'un cora manca 
Di esaggerari la sua cruda sorli, 
Pirchl 'un calcala cchiù •atra viU, e morti. 

51 

Forai cridia cadennu da un vaddani, 
Di ritruvarla di la ciami a fuoDa: 
Ma morti, oimè ! s'ammuceia a ddi persuoi, 
Cb ànnu bisogna d' idda 'ntra sta munau. 
Cussi Sanciu pinsava, e cuntintuoi 
Cci dici: frati mia, firria tuona; 



8ti allegro, tt UorasU li toi frali; 
Ghìfta è la yarea di li gviotarati. 

59 

Don Chisclotti però gravi, e «etera 
DiiBÌ: la suicidiu nao approva; 
QaaDDo campa, a li guai rimedia ipera. 
Ma pri turoari io vita, duo nni trova. 
La limatura chi cerca pri davera 
Lu oostni beni, quasi, coma un chiova, 
Dintra di la nostr' alma cri i scalpita 
*Na passioni immenza pri la vita. 

53 

Ma sta vita nan è sempri un favori, 
Rispusi Sancia, né sempri nnMnvoggbia; 
E lima, chi a li voti la daluri 
D' ogni qualunqui arbitriu nni spogghia; 
E chi la morti nnn fa cchiù timori. 
Quannu cun idda Bnisci ogni doggUa; 
E ehi cun idda ancora va a finiri 
La cuHUnti certiiza di muriri. 

Pn quantu mi ricorda aviri 'ntisa, 
L eroi ripigghia, e in multi anturi letta. 
Sulamenti ammazzarisi è pirmisu 
Pri grazia ad aa amanti assai perfetta; 
PircW r amanti allure, eh' à comprisu 
Funesti novi di la so diletta, 
Lu cori si cci scasa, e 'ntra sta stala. 
r» morta prima d'essirsi ammazzata. 

55 
Ogni bona ragiuni e Tavurita 
(Fora iu dittu casu) 'un vali a nenti. 
Jt^irchl a la guardia di la nostra vita 
Cci sta lu sala istinto, e no la menti; 
La ragioni pri quanto sia perita, 
A franti d' idda è deboli e impotenti. 
FruTirà; chi conveni di muriri; 
L istiotu tira avanti, e lassa diri. 

56 
Mentr' iddi si la stannu dispuUnnu. 
JJi lu letturi meu forsi la menti 
Irrà supra sp incognitu pinsannu. 
Fri essiri a ghiornu tf un tanto accidenti; 
t» sapirni lo chi, lo coma, e quannu. 
M musa mia ciré giusta e compiacenti, 
^ accinci a raccuntari sf avventura, 
^•igghia di Baccu e di la notti oscura. 
A 57 

Amuri avla 'ochiagatu un pastoreddu 
Oi firiU profunna, e viliousa. 
E notti, e ghiorno lu tinla a marteddo, 
Pri na ninfa superba, e ambisiosà; 
M notti, si struggla lu puvìreddu 



CANTU iBtTy 



28T 



TTcampagoia di lo chiantUi • di la mosat 

E la jornu purtava li pidati 

*Ntra lochi tristi, oscuri, e inabitati. 

58 
SUnco già di sta viu travagghiata« 
Ricorsi pri consigghio a un vecchia saggio, 
Orna raro ed in tolta dda cuntrata 
Tinutu in summo credito, ed omagglu} 
O sapienti, dissi, o vera strafa, 
organu, pri cui Teternu raggiu 
Si cumpiaci purtari a li mortali 
V ajutl, e li cunsigghi, a li sei mali. 

59 
Pioti ti mova d* un amanti aiDUtu, 
Clii si agghiutti li lagrimi pri pani; 
Ch* ama un* ingrata, chi ivi a gran delitto 
Nutriri in pettu sìntimenti umani; 
Degnati di truvari in miu profittu. 
*Ntra li presidii sconosciuti e arcani. 
Un segretu, un sollevo un menzu tali, 
Acciò liberu sia da tanti mali. 

60 
Mentri parrà, di lagrimi un torrenti 
I Scioni da 1* occhi pri la facci smorta; 
Lo bona vecchio omano, e compiacenti 
Cu aiTabili maoeri lu cunforta; 
Poi dissi: ancora di stu focu ardenti 
LI cicatrici lu miu cori porta; 
E quannu un vecchio pensa a lo passato 
Compatisci un picciottu *ooamuratOé 

61 
Belln é V amori; in iddo si conteni 
La delizia cchiù «ranni di natura; 
Ma a lu latu pero stanno li peni 
IVoguali pisu. qualità, e misura; 
La providrnza 'mmisca mali e beni: 
Metti li spini ^mmenzu a la virdnra. 
E *ntra li duri, e la campagna amena 
La vipera, e la serpi eh' invilena. 

62 
Nun amar! a cui v' ama, è gran delitto; 
Amari a coi non v*ama è gran pazziat 
Da chisto si noi cava in to proGtto, 
Chi to si pazzo, qoanto chidda é ria; 
Ma pirchl da li medici s*é ditto. 
Chi on veleno cu *nautro si castia, 
Jeu spero di guaririti V amurl 
Co 'naotru focu d* ordini maggiori. 

63 
Sscci chi Baccn quannu ^nggiognn * 
L'indo, lo Ganci, e tutto T Orienti, 
A lo ritorno a on' isola apprudau. 
Starili, e sparsa di scogghi poneenti; 

37 



28B ]K)N cHisciom 

* * * 

Quanti* eeea ali* occhi loi si presentaa . 
L* infelici Arianna, chi languenti 
Stava 'ntra li 8nggh)uzzi toffocatay 
Da r iouQfìanu Teseo abbanduoata. 

Amori ce* era a lato, e lo t'iraonii 
In loco di portarlcci cunfprtu. 
La jia co li sui dardi stimulanoo; 
E aggliiuncla danno a datino, e torto a torlo; 
Lo figghio di Semeli, allora quanoo 
DI tanta crodiltati ai fo accorta, 
Isa» lo tirso, cummdttio l'amori; 
Ristao firutO) ma fo vincitori. 

65 ' 

Da sto Tatto lo saggio Anacreonti 
Ooanoo slotia chi amori era molesto, 
A Bacco ricorria co vogghl pronti, 
ViveTa, e poi tornava pri lo resto. 
To dunqoi, si' disii riparo, air otiti 
Di r aspro amori, a la tua paci infestOi 
Ricarrr a Bacco, e dunacci ricetto, 
'^tro li visceri toi 'ntra lu to pettii. 

66 

Ver* è cNf lo forori di stu Dio 
Duna guerra, e scuncerta la ragiuni; 
Fa 1* omo pazzo, ma chino dì briu, 
Non pazzo malloconicój dunnuni, 
Chi turmintato da on vano disio, 
Si chlanci Vanni solo *ntra *'na *gooni 
E in ciucia di briliari co Y amata, 
Coi comparisci ^oa. pezza vagnala 

.67 

Bicorri danquj a Bacco, ed Ih so onori 
Metti 'ntra 1* al/nà on geoeroso vino; 
Intercedi lo sagìru so foruri. 
Chi fa felici Pomo cchiù mischino; 
Però trattali! comd ori gran f ignuri. 
Nò troppo arrassò, ne troppa vicino 
Si poi scappa la mano, lassa jirii 
'Na vola r anno è licita 'mjiazziri. 

68 

Dissi lo vecchio e poi votao li spaddi; 
Lo pastareddo, appujatu k 'na canna, 
S' iiidrizza a passi lenti pri una vaddl, 
Supra la qoali s(à la sua capanna; 
DJa coi ofTri un vinu, chi ghittava baddi, 
'Na vutti antica chiamata la nanna, 
La guarda prima cu amurusa cera; 
Poi iodrizza a lu Dio Bacco sta prighera: 

69 

O Dionisio, fiftghia di Semeli, 
Chi passasti da r utero materna 
dentri la Dia gtlosa agghiuttia felt) 



B SANCIU PÀNZÀ 

Diotra lu cianca di lu Diu superno, 
Ti rìnoocio Io lièttari e Io meli. 
Forchi avissi di mia tu lu gaveroo, 
A tia mi dogno, m' abbandona a tiai 
Acciò salvi u amori V alma mia. 

70 
Dissi, e poi vippi; Intanto la prighera 
Si noi Ta m aria sopra di li venti; 
Passa li celi, e Irasi 'ntra la sfera, 
Unn' era Bacco co li Dei possentit 
Chi avennula accugghiuta in bona cera, 
Scinni a lo munno, e cerca V Accidenti) 
Viraci amico so, chi appena ponnu 
'Ntra d'iddi dui spartirisi la sooou. 

71 
'Ntra on Giù di capiddii assai sottili 
La truvao, chi jacava alf oca e 1* ali: 
lanci, e Tabbrazza co Tosata stili; 
Poi dissi: si r amico in tia privali. 
Ti vegnu a cunsignari on mio fidili; 
Scinzalu di pericoli, e di mali. 
Lo mio foruri hi fa pazziari, 
'Ajacci r occhio to particolari. 

72 
^Ntisa la vnci di V allegro Dio, 
L' Accidenti lassao vàstoni, e insigni* 
E toghi. e sforgì» chi pri so stravlu 
Tinta in mano pri T asmi e li signi; 
Si lu strine!, e cci dici: amico miO| 
Pri tia sospendo totti li disigoi; 
E in grazia di la to raccumanoatu . 
Farro.. .vatinni in celo spiosiralu- 

73 
Dissi, e licenziatosi da Bacco, 
Va a trova lo pastori, chi ridicola 
Ora faceva un sàutu, ed ora un sbraccO) 
Di notti, senza vidìri periculu', 
Acchiana un vèusu vacillanti, e stracca. 
Chi pinnla saprà V acqua a perpeodicali|; 
Ma r Accidenti si cci fa davanti* 
Lu ripara, e lo férma alcuni istanti. 

n 

Aspetta chi arrivassi la varcuzza 
Di r autri sol proietti, é quannu 1* appi 
O iostu a picu, I* aguanta, e lo sammuzza 
*Mmenzu di chiddi, coniu megghiu sappi; 
La botta a tutti tri sparti, e sminuzza, 
'Na piarti Tappi Sancfu in rini e chiappi; 
L'aiitra Tappi T Eroi di gran valuri} 
La terza parti (u dì In pasturi. 

75 

Economicamcnti tripartita 
La furia di la botta% fa, chi tutti 



• V 



CANTU SESTO 



389 



Restano oflisi si, ma però in vita, 
Senza gammi stuccati, e vrazza rutti. 
L'acqua fratantu la varcuzza incita, 
E r Accidenti 'ntra ddi macchi, e gruttì 
Li teni sempri a vista, e chianu chianu 
Cci veni pri dd* appresso a longa mano. 

76 
Sancio intantu bructanno di disiu> 
Pri sapiri st'incognitu cui fossi, 
Fammi sta grazia, dissi» amicu miu, 
(Giacchi nni èju li rini e l'anchi russi. 
Giacchi lu scuru ò tantu, eh* *un ti viu) 
Dimmi insomma coi si? leva sta tossi? 
L'imbriaeu gridau: taciti, o cucchi. 
Su lu regnanti di li Mammalucchi. 

77 
Pri chisso, dici Sanciu, vai circanno 
Li gebbiiy li ciumi o li pantani... 
Ma Don Cbisciotti serio, e venerannu. * 
Olk, gfidao, rispetta li Sovrani, 
Chi spisso sconosciuti vannu errannu 
Per avventuri inusitati, e strani, 
Di cui nni fannu fidi a cui si sia 
Li nostri libra di cavallaria. 

78 
. E vui sovrano valoroso e saggio, 
Chi la sorti o V amuri, o la bravora, 
Vi ridossi co noi 'ntra slu viaggiib 
Di notti, erranti, soli a la vintora. 
Graditi pri ora un rispittusu omaggio. 
Giucchi in appresso dari vi procura 
Provi di zelii 'ntra V armi e li bolli 
L* umili vostro servii D. Chisciotti. 

79 
Sanctu esclaniau; Kiali Maistatit 
Chi ghiti in aria comu un riiinìninii 
Jeu nun sacciu conusciriy scusati, 
Li Re a lo scoro, comu lu patroni; 
Del resto sento farvi dd^ attestati 
D'un cortigiami, e di un poUlicuni*, 
A pratticarli poi nun cci àju 1* arti, 
Pirch*eu nun vitti He, chi 'ntra li carti. 

80 
Ma 'giacchi la mia sorti, Tatta am'tca', 
M'à rtìisu un re a la spadda pri ciunpagnu, 
È giusto cliMinitannu la fiirinica, 
Jeii mi mittissi Tali a lu calcagnu, 
Spero chi di sta misera e mendica 
Vita, di cui hìi mùrmiini, e mi lagnu, 
Nni vija 1)11 canciamentu, un liilii lini, 
Sia in graiia di la Wtta ''«Ira lì rini. 

81 
Jcu nuo prctcnnu d'essiti a la lista 



Di l- inipleghi e li titoli di eorti: 
Su fumi) chi m* annorvanu la vista. 
E la mia vuccà'nun ò avvezza a turti; 
Jeu vogghiu 'na casuzza ben provista;' 
Cu li limiti sof cchiù tostu Curti, 
In un situ amenissimu, e cci sia 
Attaccata uà bella massaia. 

* 82 

Distju lu superfluo» e 1* abbondanza, 
Non già pri fami sentiri lu scrtisciu 
A chiddi chi a lanterna ànnu la pania, 
O a qualchi gintilornu adtitiù, e moscio; 
Nò. pri fari 1* enormi stravaganza 
Di sarvari pri chiddi chi un conusciU) 
Ma pri aviri lu massimo e reali 
Piaciri di soccorriri regnali. 

83 

Si sensibili fossi a sto piaciri 
Ogni nobili, ricco, e facultusu. 
In chisto caso si, si purria diri; 
Chi si darria felicita cca jusu: ' 
Ma tutti cosi non si ponnu aviri; 
Sancto parrava assai giudizlnsu; 
Ma pri disgrazia chìddu, a cui parrava. 
Era un briaco, o di echio ronfulava. 

84 

Va spargennu fra tanto Y arquazzina 
Lo frischiceddu di la matinata« 
Chi allegro si parilo da la marina, 
Annonziannu chi già V alba è nata; 
A coi fanno li nuvuli cortina 
n'arg<^ntu ed orii tutta listiata, 
E da li li^ti rutti, e p'trtusati 
Nescinu lasci ^di raggi indorati. 

Propagata chi fu la sua "chiaria, 
Si vitti Sanciu^ ciravlà t'occhi fissi 
Snpra hi pastiireddu. chi durmia; 
Lo sqoatrao beni boni, e poi s' affissi; 
Lti fasto, e la ricchizza, chi cridia. 
Vidi eh" è puvirlali, oh cclut dissi» 
Si lo Tignanti oun vali tri caili« 
Pensa poi chi sarrannu li vasalli? 

86 

Poveri Mammalucchi! a vui la Parca 
Sempri, jeu criu, chi vi fila alTaimi; 
Gira fratantu l'occhi, e la sua varca 
Vidi 'atra un mari spaziusu, e grànni; 
Si raccoggSi, si suca, e Tocchi inarca, 
E grida, oimè! autru chi ciumi, e canni; 
Non ostanti la mia gran ropugnanza. 
Mi trovo a man! oh cclu! oh stravaganza! 



290 



»7 



SiN ciinteiiKi? diti a In patranit 
Fra brevi sarrò pastu d' un *mniìslinu 
Lì progetti a lu scuru, ed a tantum 
Sempri ànnii avotu un eaitu scìntina; 
Chi farrema ora cca dui lumiuuS* 
eo un ra fafliitu, ehi feti di Tinii? 
Wra 'na varcuzza, ehi a mari firria, 
Conitt 'na mu^ea 'nira 'na gallariaf 

88 
Si veni un vlnticeddu friscu* r *ncuttuf 
*Na btirrasahedda minima? un marusut 
Ch*avemM a fari cu ttu rimu ruttu? 
Faeemu un fosBU a mari» o jamu jusu; 
Poviru mia a chi statu su ridutlo! 
Si pò dari lu cchiù periculusu? 
Guest Sanciu chlanclai ma lu patruni 
Era Tomu cchiù allegro e cuotintuoi. 

89 
CuniAlatì. eoraggin. cci dìcla, 
'Ai letta mai chi morsiru annigatì 
L* antichi eroi di la cavallaria? 
L'erranti cavalerl ammontuati? 
E pam nun ec'ò storia, o poesia, 
In cui *ntra li viaggi 'un cci su stati 
Li tempesti maritimi, e di chiddi. 
Chi Ti fannu arrizzari li capiddi* 

90 
Tegnano dunca timpesti a fururf, 
Giachi r Istoria mia sarria mancanti; 
Mò lu poeta si farrla d*onuri. 
Si almeiiu 'an nni scrivissi una eleganti: 
Fammi, o cela sta grazia, ed a V oturi 
Somministra materia bastanti; 
Seiiiggbi tatti li venti acciò 'mpastari, 
Putisairu lu celo cu lo mari. 

91 
CompariscUi *na notti aceossl scura, 
Como fussi lu tartaro infernali; 
Si tija orrenna in celu *na russura 
Di meteorl terribili e murtali, 
Mugghia In mari, e, sparsi di paura, 
Apra larghi Toragini fatali; 
Ora criseia in munUgnl, e ogn' una d' iddi 
Porti guerra a la luna, od a li stiddi. 

92 
A lu strepito orrennu di lu mari 
Si anitcia di li trona lo fracasso: 
*Nira lo spisso e cootinuu lampiari, 
Chi SI vija la morti ad ogni passo. 
Chi si senu la varca scaitiarì, 
O sia lo oiancii trarag^iato e lasso, 
O tavola di poppa, e a porta aperU 



BON COIgCIOTTI E SANCIU PANIA 

1 Trasano V onai dintra li eororta. 

93 
Un torbini terribili confonna 
Li nuvuli, lu mari, e li tempesti; 
Santi da poppa e prua lu Tento; e rooiui 
Sbraccassi supra di li nostri testi: 
Si vija, mentri chi la Tarca aflTunna, 
Un vicchiareddo a puppa in bianca veati 
Cu 'na lanterna; intanto eo m*alzo Telmo 
Ed aduro la loci di sant'Elmo (1). 

94 ' 

Basta basta, non cchiù, risposi Sancin, 
Chi puzzali miotiri prl la gula. 
Chi vi sicchi la lingua comu un grancio» 
Chi va sempri *onarreri ed arrincula; 
Belli conforti chi mi duna! ea chiabciu 
Pri lu timuri, ed iddu si percola 
In descrlTeri Ter! e naturai! 
Li disgrazii possibili e li mali. 

95 
Scurri iniantu la varca, ed esaudio 
Lo celo a Sancia, dannucci banazza« 
Nun si senti chi on leggio murmurio 
Di Tanna, chi 'otra un scoggbio si arrìmazza: 
DisUnti 00 migghio di la spiaggia, eo crio. 
Era Hlo scogghiu, e dava larga chiazza 
A molti oceddi di marina, duvi 
Fannu dintra li 'nnicchi li sol covi. 

96 
Parsi a Sancio *oa vera Irovatora, 
Qoanno lo scogghiu sì ritti vlcinu; 
Biapigghia lo pasturi co premora, 
E ringrazia la sorti e lo distinu: 
Chiddu si strica l'occhi, e si figura. 
Chi fussi 00 sonno figghio di lo yioo; 
Quaooo vidi, eh' è Toro ed è reali, 
ArresU corno statoa di sali. 

97 



Sancio la acoli, e dici: o sonno, o Tigghia 
Jeo cbisso l'àjo aToto pri UnU anni;^ 
t. ogm Tota chi dorma, o m' arrìspigghiu. 
Passo senjprid; affanni a novi affanna 
Lftì ntra d iddi hnno sempri on assumigghiu. 
Como li Bgghi li patri i li „anni} ^ 
Lo peju e chislo, chi èju pri li mano, 
wa ò megghio chi nni sUssimo lonUnu. 

98 

I „ A««««l «J'ttu siaU 'ntra lu icogghia, 
f •' V'i <*'PP''«»«« lu pa«»arii 
Però 1 Emi grldaa: signuri, eu TOgghia 
Disingannaryi prima di an erruri. 
ArTirliti chi ehistu è un brutto 'mbroggbìu. 

Jett pri aigoi caratteri e figuri 



CANTU SESia 



291 



Conaicia chi sta fcogghiu è in oarni e io ossa 
La cchiù brreooa balena e la cchiù erotsa. 

99 
Ripigghia SaDciu: ti si troppa beo!» 
L' oceano di la vostra fantasia. 
Nni abbunna di sti gninchi e sti baleDi» 
Nn' aju gran provi pri disgrazia mia; 
Jeu però staju oca mentri mi teni; 
Intornu a vai si la cava Ilaria 
Vi à destinata pri Fimprisi grannl, 
Guardati chi la spala nun 's'azzanni, 

100 
S^ azzannida, eu nun lu negu, quanna» 
Gei risposi r Eroi, supra II scagghi 
Jea la battissi, comu multi fannu» 
Inesperti a sti sorti di battagghi; 
Ma di la scola mia la mastra Orlanna, 
La strata m'Insignaa pri *uq fari sbagghi 
Ch* è chidda appuntu chi cu uguali ardiri 
Jeu speru allocchi vostri di seeuiri. 

101 
Cussi propizia a mia la sorti Tassi, 
Corn*idda fu ad Orlannu Paladinu, 
Ch* iu vi farò vidiri V acqui russi 
Di sangu di stu riu mostra marino; 
Dissi, e in menzu la varca si ridussi» 
S* assetia e all' autri dui vota la schinu; 
La menzu rimu cu 'oa mano afferrai 
Supplisci all*aatru Pasta di la guerra. 

102 
Accussl parti rima, e parti 'ntlpa 
L^asta a lu scogghiu, e la varca va stramma 
Comu Iq granciu, chi veni a la ripa, 
Muvennu a sguinciu la sua torta gamma; 
L'invittu Eroi, chi dintra Tarma stipa 
Di gloria e di virtù V ardenti ciamma. 
Gira lu scogghiu a fini di truvari 
La yucca di sto mostra singulari. 

103 
E la truvau, o almeno parsi ad idda 
Di avirla già truvata, giacchi avia 
Lo scogghiu a fila d'acqua 'ntra an eantiddu 
'Na gratta, chi di sapra *an si vidia; 
Guarda lu scogghiu, ed ecco vidi in chidda 
Lu mostro chi avia fissu in fantasia) 
E vidi 'ntra la grutta sprofunnata 
Li vucca di lu mostru sbalancata. 

lOb 
ApriUf dissi, quanto voi sta vacca, 
Bistiazza feroci, e mictdali; 
Accostati unni mia, anzi mi ammucca, 
Ma chista nun è pinnula. chi cali; 
Cu mia lu feli a li toi fauci sbuccai 



Ti farri stu vueoooi asiai fatali, 
E aliura apprinoirai chi li mei pari 
Nun su facili a farsi masticare 

105 
Saocio chi senti fari sti minacci 
A li radichi sordi di la scogghio, 
Coi acchiana supra» e si cci metti in faoei, 
Dicennu: eu mi protestu, e mi nni spogghla 
Chislì su sbagghi di testi di macci| 
Quali libru Io dici, e io quali fogghiu, 
Chi li baleni, ancorchl smisurati, 
Su vistuti di pezzi aecarrozzati? 

106 
L* ignoranti si divi stari motu. 
Dissi r Eroi, la storia naturali 
Cci presenta di marmura vistuto 
Qoalchi insetto, eh' è meno d' un armali; 
Si tu beni cci avissi riflìttutu 
Supra li trummi, e pateddi riali» 
Cci avirrissi truvatu pri cummogghìu 
'Na dura rocca, un vausu, un veru scogghio» 

107 
Accussl 'ntra li tanti meravigshi, 
Chi lu mari produci» 'un si pò uari 
Un mostru, chi a l'estrinsicu sumigghi 
A stu piociulu insettu di In mari? 
Dunea nun mi siccari cu cunsigghi... 
Sanciu cumincia un poca a vacil'ari, 
Pirchl ddi paritati e dd'argumenti 
Cci parevanu multu conchiudenti. 

108 
S'agghiunci a tuttu chistu, chi (o sia stata 
Forza d' «pprensioni, o fantasia, 
O virtigini, testa scuneirtata) 
Cci parsi chi lu scogghiu si muvia. 
Si ferma attentu, e duna poi on' occhiata 
A lo compagna attonito, e vulia. 
Quasi 'ntra Tocchi legeirci ad un tratta 
La pura vintati di lu fattu. 

109 
Ma già prova la solita siotomu 
Di lo sbalancamentu di li rioi; 
Cci tremano li gammi povir^ orna, 
E cci 'gnela lo sangu 'ntra li vini; 
Dnnca, dicla, mi scantirò d'un nomo? 
Pirchì dissi Balena ! E nun su chini 
L'aoguli di lu munnu, e *gnuni « e 'ngagghì 
Di l'enormi, e terribili soi sbagghi? 

Ilo 
È vero ca lu prova cu argumeotl, 
A li quali nun pozzu replieari; 
Ma chista è scogghiu l'kju cca'presèntii 
£ l'evidenza nuo si fò negarl; 

38 



DON cHisciorn b sxiicni piitrzÀ 



Ma si porta lu cafu e l'accideoli. 
Chi li'Seazii mi avissiru a 'Dganoari ì 
S'ea sbagghiu chista, oinièl nqa cci pò ajutu; 
E sHddu 'Dzerta chista su pirduta* 

Ili 

Da fta dubbia terribili agitato. 
Guarda lu acagghiu. e lu firria tuttu; 
Poi versa lu patruni avvicinatu. 
Gei dici : lu min statu ò troppa brutto, 
Sugnu da on gran pinseri cesternatu; 
Sia iDostru, arci chi mostru, ma ò riduttu 
Già sopra Tacqui, ò saggiu. è mansuliddu , 
Accoffffhl a cui cci Teni supra d'iddu* 

112 

Forsi chi dormì, e forai è d*una razza 
Chi darmiria di li simani e misi; 
Timu chi si adoprati o spata, o mazza* 
E contra d'iddo cci tentati ofBsi, 
S*arrispigghia, s'arraggia, e on'arrimazza 
'Mmenzu a lu mari, e dda sarremu ocisi, 
DoD Chisciotti gridau : dubitu forti 
Ca da lu^soonu passirà a la morti. 

113 

Tu intantu, s^eo non torou da st'imprisa, 
Portacci sto rigordu a Diilcioia; 
Fortacci uo pezza di sta mia cammisa. 
Chi mai ai vitti divisa dì mia; 
Dicci : chi la mia fama è già decisa; 
Dicci : chi Tadurai, comu oa Dia; 
Chi fai fidili; e 8*idda cbianci, o Sancia, 
Cuofortamilla..ea chiù naDreggiu..e chiaocitf. 

11<^ 
^ Signari, comu accordano sti ^mbrogghi ? 
£ lempu di pinsari a la piccìotta ? 



*Mmenzu lu mari tra baleni, e scogghf, 
Cu la morti d'appressu chi noi trotta I 
Antri affanni, antri anguatiif ed autri doggiù 
Oggi lu statu nostro eslggi e adotta; 
E poi quannu vulamu 'nautru tomut 
Cos'è sta Dulcinia ? un puru nomu. 

115 

L*Eroi si *nfuria, e dici : ah impertinenti» 
A sti bestemii orribili t'azzardi ! 
Si. *un mi truvassi ccà 'ntra sti cimenti, 
Ti vurria folmioari cu li sguardi, 
Sacci« chi Dulcinia 'ntra li viventi, 
Chidda, chi Talma 'ntra lu petto m'ardi, 
Sgarrari nun si pd« si giri 'ntunnu 
Tutti li beddi, chi cci su a lu munnu. 

116 

Chidda chi truvirai la cchiù perfetta* 
Chidda, chi truvirai la cchiù gentili, 
Chidda è l'amanti mia, cara e diletta, 
A cui stu cori miu sempri è Gdilit 
Ma la gloria mi chiama, e già m'aspetta 
Dintra la gola orribili* e crudili 
Di lu mostru superbu, Sanciu addiu, 
Seu cchiù nun tornu* cci dirrai» muriu* 

117 

Dissi, e 'un truvannu Tàncora , si adatta 
Lu menzu rimo *mmanu pri trafitta» 
Ma, mei letturi» la cicala scattai 
Si si inetti a cantari fitta fitta, 
L'antesignani mei cu liggi esatta 
M'annu 'nsignatu certa botta dritta : 
Chi 'atra lu ponlu, chi Fora si cola» 
Lassano a totti cu lu pomo io gola. 



ROTA DEL CANTO SESTO 



Co Hicordà fi fenomeno, che nelle grandi lem 
peste maoifeata ["aria elettrlfiata per la violeata 
agitaiione; cioè quel fuochi, detti fatai, che ri- 
derò D. CUseioiie, a Saocìo nell'orecchia dall'asi* 



no, e cavallo (^canlo I. st. 44, e 45) faochi, che 
veggonsi nelle antenne delle navi, chiamati dai 
Poeti di Castore, *e Polluce, e poi di S. Elmo, a 
di S. Miccio* 



293 



CANTU SETTIMI! 



ABGUMENTU 

Dintra la gula di la gran balena 
Don Chiscioiti si azzanna e tesia^ e spaiai 
Saneiu lu cridi mortu, e cu gran pena 
S'imbarca^ e junci a ^na spiaggia abitata; 
Lu pasturi si spusa : e nova scena 
L'Accidenti ci appresta e assai cchiti grata; 
Saneiu profitta d'ogni circustanza. 
Ed è ifpprisu prì un omu Hmpurtanza. 

L*unna era in calma; e Tali so! la veDtu 
Moviti nun ardla, quasi ammiranDU 
L'audaci, e impareggiabili ardimentu 
1>i lemulu invittissimu d'Orlanoa; 
^l»i, preparala già a lu gran cimenta, 
Venia supra la varca, minacciannu 
In modn tali, da fari trimari 
Li cclìiù robusti scogf^hi di lu mari. 

2 

Comu infausta cometa làmpiava 
IVuna pallida luci la sua spata, 
Lu ceiu a la sua vista s'annigghiava; 
E l'aria camparla trista e turbata; 
(Udii almena accugsl s^immaggioava) 
Cu la sinistra poi tinla impugnata 
La stanga, o sia lu rimu, appunta chiddu, 
Chi servir! .duviacci pri puntiddu. 

3 

Cussi è fama,ch*iDNubbia o 'otra TEgittu 
Dda di lu Nilu a la fccunda ripa, 
Un lignu a li dui estremi acuta, e dritta 
La timiraria genti impugna, o stipa; 
Veni lu cunculrigghiu, ed è traGltu, 
Poichl dintra la gula si cci 'ntipa 
Lu vrazzu ca dda sticcu rivutata, 
Chi cci teni la vacca soancarata. 

k 

Tali la nostra Eroi cu gran dlstrizza ' 
%Sàula; e nclfattu stissu pri traversu 
La menzu rimu ^ntra la gratta appizzai 
Senza lu quali si chiancla pri persa : 
Poi, tuttd accisu di fururi, e stizza, 
Gira la spata pri drittu. e rive«*su; 
'Mpignatu di tagghiari a tutta lena 
Li visceri, e lu cori 9 U balena* 



Accolsi, qaanna dintra a 'na cit